Macondo, 23 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~

∞ La Santa pedalata ∞
di Piero Ferrante

“Il Cammino di Santiago non è un posto difficile, per seguirlo occorre solo tempo e un po’ di volontà”. E, più concretamente, gambe buone ed un fedele accompagnatore. Come quello di Natalino Russo, ad esempio, partito alla volta della Galizia in compagnia della sua imprescindibile due ruote ed un carrettino da traino fai-da-te, il sollevamento dalle sue pene fisiche, il briciolo di rilassatezza per non finire schiacciato sotto il peso dello zaino.

Nella vita, Russo viaggia e scrive. Anzi, viaggia e poi ne scrive. Non è esattamente un giornalista. Piuttosto, una specie di voce narrante barra camminante a disposizione di varie riviste e testate. Durante uno di questi viaggi – una lunga luna di miele di sé con sé -, dieci tappe per dieci giorni di gestazione emotiva, è scaturito, ovvio e consequenziale, “Nel mezzo del cammino di Santiago”. Sottotitolo che è tutto un programma: “In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”. La casa Ediciclo l’ha chiesto, l’ha ottenuto, l’ha pubblicato.

Qualcosa a metà fra un manuale di viaggio (c’è un’appendice di utili informazioni su come viaggiare, dove dormire e dove informarsi per un viaggio in tranquillità) ed un diario di bordo, “Nel mezzo di cammino di Santiago” è un rintocco di suoni, una filastrocca di colori, un motivo di odori. E se Russo fa di tutto per esibire le sue emozioni, nello stesso tempo non si può dire che si batta strenuamente per non suscitare un rigurgito di gelosia. Pedalata dopo pedalata, con il sottofondo del frullare che riesce a sopraffare il caos urbano che attanaglia chi legge, sovrasta televisioni e cellulari, silenzia clacson ed urla vandaliche, si schiudono i panorami sterminati della meseta ed il verticistico splendore delle salite impervie.

Ogni tappa è un capitolo. Ogni capitolo, un inizio ed una fine. Ed ogni fine, la sottile barriera che sta in mezzo fra una notte di sonno ed una giornata di bicicletta. Le immagini, i paesaggi di quiete e pellegrini monopolizzano il testo, aprendo fronti inconsueti per le epoche di caos, fast food e tempi ristretti. Cellulari ed internet non meritano spazio, ridotte a menzioni en passant, giusto il tempo di ricordarne la vacuità nel corso del viaggio se non come appiglio d’emergenza ma in ogni caso eventuale. Al loro posto, il tempo è scandito dalle Cattedrali (bella la descrizione di quella di Burgos e le leggende che aleggiano nei pressi di quella di Leòn) e la socialità da bar, osterie ed ostelli. Non ci sono mediazioni per chi sceglie il Cammino. E’ un atto estremo e senza appello che incatena senza possibilità di fuga, rende schiavi di un progetto mobile e sempre nuovo, in cui tutto scorre con modalità identiche da secoli. Fino alla redenzione finale di Santiago. Quella che confonde tutto o schiarisce tutto.

Di questa pellicola ingiallita, Russo rappresenta lo schermo, il telo bianco che riceve le immagini e le proietta come il cervello fa con il sogno. E se un vizio c’è – e c’è – è la sfuggevolezza delle descrizioni, la velocità del viaggio. ma forse non è colpa dell’autore. Forse, semplicemente, è colpa dei giorni, del tempo che non si cristallizza adattandosi alle esigenze voluttuose di lettori taccagni di evocazioni. O, probabilmente, è un tiro birichino di Russo, pescatore sapiente che getta l’esca e lascia a noi pesce il gusto di approfondirne in sapore. Chiama Russo. Ci chiama a mollar tutto ed a partire. Ed a farlo non per un motivo, non per ascetismi o vani filosofeggiamenti. Solo, per il gusto di farlo. Per il cammino che è lì.

Natalino Russo, “Nel mezzo del Cammino di Santiago. In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”, Ediciclo 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Frullante
_______________________________________________________

∞ Storia di lotta, misteri e lacrimogeni ∞
di Roberta Paraggio

Radio Alice, come ogni sera stila il suo tragico bollettino di morti, feriti, attentati. Alessandro Bellezza la ascolta in macchina mentre va al lavoro. Una singolare professione inventata a bella posta per lui, quella di raccattare animali morti o feriti sulla statale che da Bologna va verso San Giovanni in Persiceto. Lavora di notte, dopo che la sua vita è andata a rotoli avendo scelto da che parte stare. Alessandro era un “chirurgo rosso”, uno di quelli che ha curato i compagni feriti. Fin tanto che la situazione gli è sfuggita di mano, quella mano tremante per il troppo alcol ingollato.

E’ il 1977, Bologna, lacrime, sangue e lacrimogeni segnano i tempi. Nelle sue peregrinazioni notturne, a caccia di bestioline da salvare e ricordi da scacciare, l’incontro che sconvolge tutto, il corpo di una donna che crede morta e che in realtà è solo gravemente ferita. E’ Francesca Mirri, poliziotta infiltrata in Ordine Nuovo, a caccia di un assassino ben camuffato nei meandri dell’insospettabile paesello. Il passato ritorna nella vita di Alessandro man mano che la memoria riaffiora alla mente di Francesca, storie troppo grandi, dolorose, misteri italiani mai risolti e apparenze ingannevoli.

Un’indagine complessa sullo sfondo della quale, la provincia sonnacchiosa e rubiconda diventa crogiolo di poteri occulti, il baretto di periferia crocevia per vecchie vendette e nuove trame eversive. “L’odore acido di quei giorni”, edito da Laurana, è un romanzo che sorprende per la perfetta amalgama di realtà storica recente e finzione narrativa, è insieme racconto di un’Italia più nera che misteriosa e romanzo giallo dai tempi perfetti e dai personaggi privi di sbavature spazio temporali.

L’epilogo è tragico, nella finzione narrativa e nella realtà storica. Bravo Grugni a raccontare l’epilogo di una speranza tramutata in minaccia che culmina in Piazza Maggiore nel marzo del ’77, i carrarmati inviati dal non ancora picconatore e poi “pluripremiato” e ipocritamente compianto Cossiga a calpestare ogni speranza. La fine di un’epoca che segna l’andazzo di un paese privo di memoria.

Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laurana 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Avete pagato caro… Non avete pagato. tutto!
_______________________________________________________

∞ Perseguitati ∞
di Angela Catrani

Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno fatto una operazione bella davvero. In lunghi anni di ricerca e con la collaborazione di tante persone hanno raccolto, in Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, lettere e diari di tanti ebrei perseguitati dalle leggi razziali italiane. Ne è venuto fuori un saggio che è quasi un romanzo, diviso in capitoli cronologici, dalle prime disposizioni razziali dell’estate del 1938 alla liberazione del 1945.

Un racconto organico con le voci dei perseguitati, prima assolutamente increduli e poi via via sempre più sconfortati, preoccupati, disperati.
Di ogni protagonista viene disposta in nota la vicenda, se ha avuto la ventura di salvarsi, e allora spontaneo giunge un sospiro di sollievo, oppure la tragica fine, e la commozione è ogni volta, per ogni persona uccisa.

Gli ebrei in Italia erano, come d’altronde in Germania, assolutamente integrati, i matrimoni cosiddetti misti erano frequenti e spesso e volentieri, prima delle leggi razziali, non si sapeva che la famiglia vicina di casa fosse ebrea, dato che a volte la conversione al cattolicesimo era pervenuta molti anni prima.

Nell’esauriente introduzione, necessaria per entrare appieno nelle vicende private raccontate, si spiega come le leggi del settembre del ’38 vennero precedute da infamanti campagne diffamatorie razziste a mezzo stampa contro gli ebrei, colpevoli, nel caso italiano, di “possedere” la cultura italiana. E infatti i primi a cadere sotto la scure fascista furono i professori universitari ebrei e gli insegnanti.

Questa idea di una “razza” intellettualmente superiore, idea pericolosamente falsata e deviante, ha permeato però tutto il pensiero successivo, fino a giungere, in positivo questa volta, ai nostri giorni, dove il compagno di scuola di famiglia ebraica deve essere bravo per forza, per forza è più brillante e dotato, non per una sua propria dote intellettiva, ma perché ebreo. Sono passati 65 anni ma ancora l’idea di “razza”, spesso nascostamente, invade la nostra cultura che pur si dichiara aperta e moderna, ancora l’uomo ha bisogno di confronti e di sapersi differente, come se l’Uomo non fosse organicamente e geneticamente uno.

Questo saggio aiuta a non dare per scontato le brutture che a volte si leggono sui giornali, i confronti razzisti tra “noi” e “loro”, dove a volte si confondono i “noi” e dove per lo più “loro” sono non ben identificati e raccolti nelle paure ataviche di persone ingenue dalla memoria troppo corta. Un saggio bellissimo, che racconta un’Italia che assomiglia in modo quasi drammatico a quella attuale, nelle corruzioni e nei buoni sentimenti, tra una Chiesa che non volle prendere nette posizioni e i tanti sacerdoti di piccole parrocchie che hanno rischiato la loro vita per salvare quella degli altri, tra la ricchezza di pochi e l’estrema indigenza di tutti gli altri.

Mario Avagliano, Marco Palmieri, “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Da leggere
_______________________________________________________

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesca Duranti, “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Francesca Forno, “La spesa a pizzo zero. Consumo critico e agricoltura libera, le nuove frontiere di lotta alla mafia”, Altraeconomia 2011
IL CLASSICO: Federico Garcia Lorca, “La casa di Fernanda Alba” q.e

CONTRO IL “MUOVISMO”, SI ALLE VACANZE ECOSOSTENIBILI
Massimo Acanfora, Silvia Leone, “Guida all’Italia eco-solidale. Turismo responsabile in 20 città”, Altraeconomia 2011
Federica Brunini, “Il piccolo libro verde del viaggio. 250 consigli ecosostenibili”, Morellini 2010
Andrea Poggi, “Viaggiare leggeri”, Terre di Mezzo, 2011
Angela Maria Serracchiolo, “Con le ali ai piedi. Nei luoghi di San Francesco e dell’Arcangelo Michele”, Terre di Mezzo 2010
Alessandro Berruti, Silvia Pochettino, “Turisti responsabili dalle Alpi alla Sicilia”, Terre di Mezzo 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Elisabeth Gilbert, “Mangia, prega, ama”, Rizzoli 2011
3. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Ernest Hemingway, “Il vecchio e il mare”, Mondadori 2000
Il 21 Luglio 1899 nasce lo scrittore statunitense Ernest Hemingway. Consigliamo il racconto “Il vecchio e il mare” dalla trama molto semplice e forse proprio per questo arriva dritta al cuore. Santiago è un vecchio pescatore cubano ormai abbandonato dalla buona sorte. Sono diventati ottantaquattro i giorni in cui non è riuscito a prendere alcun pesce. Manolo, il ragazzo che fin da bambino lo ha accompagnato in barca, a cui ha insegnato ogni cosa del mestiere di pescatore e nei confronti del quale nutre un profondo affetto, è stato costretto dai genitori a pescare su un’altra barca. Ormai tutti ritengono Santiago un vecchio privo di risorse colpito dalla sfortuna. Vive solo nella capanna del suo piccolo villaggio abbandonato da tutti, deluso e sfiduciato, come colpito da una maledizione. Manolo ricambia però il suo affetto e non manca di far capire a Santiago che preferirebbe pescare con lui. Manolo lo va a trovare tutte le volte che può; cerca di aiutarlo trasportando le lenze o la fiocina o la vela; gli procura le esche. E vederlo arrivare a mani vuote lo rende infinitamente triste e impotente.

Santiago prende nuovamente il mare da solo e questa volta un enorme pesce abbocca all’amo trascinando al largo la sua piccola barca. E’ una lotta molto dura quella tra Santiago e quel pesce spada lungo più di cinque metri; dura tre giorni e tre notti durante le quali il vecchio avrebbe tanto desiderato l’aiuto e il conforto di Manolo. Il pensiero del ragazzo lo accompagna sempre e gli da forza quando sta per cedere; ma c’è anche un altro uomo che lo aiuta in questo suo estenuante percorso e che ritiene un impareggiabile esempio. E’ l’italo-americano Joe Di Maggio, imbattibile capitano della squadra di baseball di New York. Grazie a loro e alla sua perseveranza, Santiago vince la lotta contro il “nobile” pesce. Ma la sua piccola odissea non è conclusa. Durante il viaggio di ritorno Santiago è costretto a fare i conti con gli squali che non vogliono mollare quella preda e che man mano gli strappano. Il vecchio riesce ad avere la meglio su quei pescecani, ma al suo rientro nel porto, del suo enorme pesce è ormai rimasta solo la testa e la lisca, quasi un simbolo di ciò che ha dovuto affrontare. Una vanificazione delle grandi speranze e di tutti gli sforzi? No, piuttosto un elogio della forza e della perseveranza, ma anche del rispetto per la natura e del risentimento per l’uccisione di un animale in fondo simile a lui, forte e solo.

Il linguaggio adottato da Hemingway è semplice anche se molte pagine contengono termini tecnici riguardanti la pesca che qualcuno potrebbe trovare noiosi. Diversi sono i temi che emergono in questo racconto. Prima di tutto l’amicizia e l’affetto tra il vecchio pescatore Santiago e la giovane leva Manolo; poi la solitudine, l’abbandono e lo sconforto di chi è ormai vecchio e quasi emarginato da tutti; infine la sconfitta in qualche episodio di vita, ma certamente non la sconfitta nella vita. Un libro per chi voglia trovare un brillante esempio di tenacia e caparbia; per chi voglia lottare e non avere rimpianti; per chi voglia ritrovare le forze e affrontare la vita con determinazione. Un racconto indimenticabile come gli occhi di Santiago che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Annunci

La Massaia Pazza, 30 giugno 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
________________________________________________

La canicola non ci fermerà! Alle prese col gran caldo, non abbiamo rinunciato alla buona tavola, unica eccezione questa settimana, un piatto che si può gustare anche freddo, da preparare volendo anche qualche ora prima, per non perderci il piacere di un bel piatto di pasta e non cedere ad una banale insalata di riso.
Su, forza, tutti ai fornelli!

Ricetta della settimana
PASTA CON POMODORINI E CACIORICOTTA
Ingredienti: 500 gr di penne rigate, 150gr di cacio ricotta, pomodorini, aglio, qualche foglia di basilico.
Mettete l’olio in una padella con l’aglio, lasciatelo scaldare, ma, non lo fate soffriggere,
appena l’olio sarà caldo, spegnete la fiamma, e, aggiungete il cacio ricotta grattugiato.
Rimettete la padella sul fuoco e lasciate sciogliere il cacioricotta a fiamma non troppo alta. Aggiungete i pomodorini tagliati a cubetti e precedentemente conditi con olio, sale e basilico. Scolate le penne e conditele.

Che ne dite di una bella cena all’aperto? E di un abito bianco che fa tanto estate? Belle idee vero? Ma cosa le accomuna? L’accessorio! Si si, prpprio lui, l’immancabile dettaglio. Questa settimana per voi, le nostre stelle marine in cartapesta, semplici e multiuso, dal segnaposto, alla collana, fino all’orecchino per chi se la sente di osare.
STELLE MARINE IN CARTAPESTA
Bello, ma come si fa?
Occorrente: Acqua, colla vinilica, carta di quotidiano, colori acrilici, lucido per finitura.
Mescolate acqua e colla vinilica, strappate i fogli di quotidiano in piccoli pezzi e lasciateli a mollo in acqua e colla per almeno 30 minuti. A questo punto, strizzate la carta per liberarla dall’acqua in eccesso, e con questa poltiglia create dei salsicciotti che andranno a formare le vostre stelle marine da dipingere e lucidare nel colore che più vi piace.

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Esther Martel, Piera Nocentini, Arredare con la cartapesta, Fabbri 2010

Macondo, 18 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~

∞ Con la penna nell’Inferno ∞
di Roberta Paraggio

Peppe Lanzetta è crudele. Vincent Profumo è cruento. E, Napoli, in questo ultimo romanzo di Lanzetta edito da Garzanti, “Infernapoli” (2011), è ancora più disperata e putrida.

Storia di un boss che si inonda di Guerlain come una ottuagenaria tenutaria, per non sentire la puzza di schifezza che lo rincorre fin negli incubi della notte partenopea. Volgare e cafonazzo, cerca redenzione nella voce di Maria Callas e se ne commuove. Ma lo fa in maniera sbracata, in slip leopardati, panza penzolante e orrendo riporto ingelatinato. Genuflesso davanti a un Padreppio formato famiglia. A Pietralcina una volta al mese con la prole, sembra proprio un bravo cristiano. Però lui no. Lui è Vincent Profumo, e i suoi scagnozzi hanno nomi rubati alla lirica e puntualmente declinati alla partenopea: Falstàff, Parsifàl…

Lanzetta come sempre è grande nel riportare la grettitudine e l’oscenità di un mondo infernale eppure quotidiano, creando personaggi come Vincent, Jonny Tarallo, Giggino o’ finanziamento che già sono imparentati con altri che bazzicano i mondi letterari dello scrittore, e consanguinei cinematografici figli di quel cinema napoletano che sa raccontare la tragedia senza straripare nella facile sceneggiata. Pensiamo a Pater Familias di Francesco Patierno, a Luna Rossa di Antonio Capuano all’ipnotico Imbalsamatore di Matteo Garrone.

Infernapoli è un libro lurido, nel linguaggio e nelle immagini evocate. Non fa sconti, non indulge, non ha amore ma solo sesso degradante e ululante. Neanche l’affetto di Vincent Profumo per le figlie Maria Sole, Maria Luna e Maria Stella riuscirà a farlo tornare sulla retta via che probabilmente non ha mai conosciuto.

Ci sono cinesi che vogliono rubargli la piazza della prostituzione, omicidi, tradimenti, vendette trasversali, preti pedofili, figlie ca’ panza annanz, mogli insoddisfatte che cornificano con idraulici nerboruti, in un‘oscena baraonda di corpi sudati ed ostentati, mollicci e caldi, freddi di morte violenta, sciolti nell’acido, sezionati per divertimento.
E c’è una puzza che appesta l’aria, di diossina, di merda, di monnezza e di paura, quella che di notte fa rigirare in un letto di sudore e capelli bianchi, è la puzza di una vita in un vicolo scuro scuro, che non ti fa scegliere, che ti strozza mentre Vincent Profumo si ingozza con le mani unte.

E c’è Donna Cuncetta del basso che non ha più il mare da guardare, ha affogato nel tuppo nero un altro dolore, un figlio sparato, un cravattaio che passa e spassa, un nuovo sfogo da tacere nel suo inferno di silenzio e terrore.
Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
Giudizio: 3, 5 / 5 – Realismo tragico
_______________________________________________________

∞ Disobbedienza di genere ∞
di Piero Ferrante

Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato
_______________________________________________________

∞ Simboli laici ∞
di Angela Catrani

Quando entro in luogo pubblico, sia esso una scuola o un tribunale, o un semplice ufficio delle imposte, l’occhio, spesso nolente, mi cade sul crocefisso, tristemente e solitariamente appeso in alto, vicino al soffitto. Una semplice croce di legno, per lo più. E non reputo il crocefisso un bel simbolo da apporre in un luogo che è di utile necessità per tutti i cittadini. Perché i cittadini possono anche essere per la stragrande maggioranza cristiani e dunque ritrovare nel crocefisso appeso un simbolo a loro caro, ma che significato potrà mai avere per un cittadino ebreo o mussulmano questo eterno simbolo di morte?

Dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il fatto che l’Italia è multiculturale e multireligiosa e non possiamo nasconderci con dietrologie patetiche in riferimento a un’identità culturale cristiana che investa l’Italia intera. Non sono nemmeno duemila anni che l’Italia è cristiana, prima aveva negli dei dell’antica Roma i suoi riferimenti e prima ancora altri dei e prima ancora fuoco acqua terra e aria.

Con una puntigliosa, sarcastica, incisiva disanima il professor Sergio Luzzatto, docente dell’Università degli studi di Torino, nel suo saggio “Il crocifisso di Stato” si scaglia, è davvero il caso di dirlo, contro quei politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, che dichiarano importante e fondamentale avere la croce affissa nei luoghi pubblici come simbolo identitario dell’Italia unita.

Dunque un crocefisso tricolore?

In realtà il crocefisso appeso nei luoghi pubblici ha origine nei decreti mussoliniani dopo la marcia su Roma, quando l’approvazione della Chiesa era necessaria a mascherare le nefandezze delle camicie nere. E nel ’48 non si ritenne di dover calare giù dai muri le croci dato che i tempi tristi del dopoguerra consigliavano prudenza. Arriviamo dunque al 1984 e alla netta separazione della Chiesa dallo Stato, che costituzionalmente è laico, tramite il Concordato. Ma il crocefisso è ancora là, dato che oramai è considerato simbolo dell’Italia Unita, dato che “in fondo non offende nessuno”, dato che “è simbolo di pace”.

E dunque due cittadini, due professori della scuola superiore, i coniugi Montagnana, si armano di buona volontà e partono alla carica contro questo uso simbolico distorto di una croce. Devono passare vent’anni di tribunale per avere ragione, perché alla fine e a seguito di ben altre vicende, e siamo nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dichiari fuori legge il crocefisso sulle pareti dei luoghi pubblici. Il parlamento italiano tutto si appella contro questa decisione e a tutt’oggi non abbiamo ancora un parere definitivo.

Eppure.

Eppure centocinquant’anni fa l’Italia fu unita contro il Vaticano, Roma fu presa attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si trattenne prigioniero volontario dentro le mura del Vaticano. Durante il Risorgimento la spaccatura era netta, e a cominciare dall’inno di Mameli, non si fa alcun riferimento a una Chiesa che non aveva alcun vantaggio né economico né sociale a uno stato interamente unificato. Ma oggi a queste cose non pensiamo, oggi è più scandaloso pensare di togliere una croce di legno da un muro bianco che alla moralità di uno stato, al decoro, all’integrazione reale tra cittadini, a un multiculturalismo che porta ricchezza e crescita umana.

Lo stato italiano secondo la sua Costituzione è laico e ciò non significa che è immorale, come forse paventa qualche ecclesiastico, ma che è aperto ad accogliere in maniera paritaria qualsiasi religione o filosofia di vita di ogni suo cittadino.
Non ci spaventi il muro bianco, afferma il professor Luzzatto, sia invece occasione di creatività, di possibilità, di scelta personale: si dia pertanto ai cittadini la scelta di un simbolo reale dell’Italia, scevro da qualsiasi implicazione religiosa che, sempre, lascerebbe scontenti gli uni o gli altri.
Sergio Luzzatto, “Il crocifisso di stato”, Einaudi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Riflessivo
_______________________________________________________

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Seita Parkkola, “L’ultima possibilità”, San Paolo 2011
IL SAGGIO: Dario Piombino-Mascali, “Il maestro del sonno eterno”, La Zisa 2011
IL CLASSICO: Italo Calvino, “Giornata di uno scrutatore”, q. e.

DAL PALLONE A MACONDO, UNA VITA LATINAMERICANA – LIBRI PER GIANNI MINA’
Gianni Minà, “Politicamente scorretto”, Sperling & Kupfer 2009
Gianni Minà. “Fidel Castro”, Sperling & Kupfer
Gianni Minà, “Un continente desaparecido”, Sperling & Kupfer

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Serena Dandini, “Dai diamanti non nasce niente”, Rizzoli 2011
3. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Silvio Muccino – Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, Rizzoli 2006
Sasha, Nicole, Benedetta, Lorenzo. Sasha, un ragazzo con la tentazione di farla finita perché pensa che il suo passato, quelle che sono state le colpe dei suoi genitori, fanno parte del suo patrimonio genetico. Un ragazzo dai capelli impettinabili e tanta voglia di vivere accompagnata da tanta paura ed il rischio incombente di cadere nell’autodistruzione.

Nicole, quarant’anni, un armadio di tailleur e golf neri, un aria sicura, soluzioni e istruzioni per vivere ma che sa solo consigliare, un passato lasciato dietro questa maschera di sicurezza, una maschera fatta di creta però che in una notte di pioggia a causa di un tamponamento comincia a sgretolarsi…..

Benedetta un corpo che si presta alla vita, un anima corrotta dalla perversione.

Lorenzo un marito.

I capitoli si alternano mostrando di volta in volta i punti di vista di Nicole e di Sasha offendo un punto di vista sia maschile che femminile di una stessa vicenda. “Parlami d’amore” un titolo che, a mio avviso, forse va a sminuire quello che può essere il valore narrativo di questo libro, che d’amore parla sì, ma di amore per se stessi, di amore per la vita, di amore nell’affrontare con forza e dignità i propri fantasmi e riemergere più forti e soprattutto sereni. Un libro che ha bisogno di una certa predisposizione per cogliere appieno i “colori narrativi”, per me è stata una sorpresa dover accantonare il mio scetticismo nei confronti di Muccino, in quanto non vedevo di buon occhio questa idea di improvvisarsi scrittore (non a caso queste mie remore mi hanno fatto lasciare sullo scaffale questo libro per lungo tempo), una bella sorpresa insomma un bel libro che lascia molto riflettere su quanto siamo capaci di autoinfliggerci sofferenza e di come una volta toccato il fondo ci si renda conto che si può tornare a salire.

Macondo, Stato Quotidiano 18 giugno 2011

La Massaia Pazza, 16 giugno 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
________________________________________________

A Casa Massaia detestiamo i surgelati, è vero, sono comodi, è vero, non si sa mai gli ospiti improvvisi…però…vuoi mettere la differenza con le cose buone di stagione? Soprattutto quando sono anche belle a vedersi e ovviamente, in perfetto stile massaia, veloci e semplici da preparare, così non avrete alibi!

Ricetta della settimana
FIORI DI ZUCCA RIPIENI
Ingredienti: 20 fiori di zucca ben aperti, 300 gr di ricotta, formaggio grattugiato, sale, pepe.
Mescolate in una ciotola la ricotta, aggiungete il formaggio grattugiato, sale e pepe.
Con questo composto riempite i fiori di zucca, poi, metteteli in fila in una teglia, conditeli con un filo d’olio e infornateli a 120° per 15 minuti.

Ci risiamo, il Signor Massaio prima di uscire mi osserva con aria basita, e con trombonica voce mi fa: Ancora un altro paio di orecchini? Guarda la mia valigia ingolfatissima di vestiti e accessori a più non posso, collane, bracciali e sopra ogni altra cosa, LORO. Fondamentali e meravigliosi, l’accessorio per eccellenza che sta bene a tutte, ma che come ho potuto ben sperimentare, delicato e soprattutto se in quantità eccessiva (come nel mio caso), problematico da trasportare. E allora, che si fa? Rinuncio agli orecchini in trasferta o mi cimento in qualche lavoretto? Inutile chiederselo, si fa più presto a vedere…
PORTA ORECCHINI DA VALIGIA
Bello, ma come si fa?

Il portaorecchini arrotolato

Occorrente: Tessuto del colore che preferite (io ho usato i resti di una piega dei pantaloni di mio padre), cotonina o feltro fantasia, un elastico per capelli, gros grain, un bottone grosso, ago e filo.
Tagliate la striscia di tessuto della misura che volete, rifinite gli orli con del gros grain in colore contrastante, e nella parte che andrà all’ interno, insieme al gros cucite anche un tessuto di cotone fantasia che andrà a proteggere gli orecchini durante il trasporto, e applicate un filo di cotone doppio sul quale andranno appesi gli orecchini.
La parte che andrà all’esterno decoratela con fiori o con semplici bottoni colorati, e ad una della estremità cucite l’elastico che servirà insieme al bottone grosso che cucirete a metà striscia, a fare da chiusura.
Non vi resta che riempirlo dei vostri orecchini, arrotolarlo, e, partire!

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Alessandra Scarlata, “Bijoux Orecchini”, Il Castello 2007

Portaorecchini, parte interna

Gli orecchini in foto sono made in Massaia

Portaorecchini, parte esterna

Macondo, 11 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~

∞ Enciclopedia di un massacro ∞
di Piero Ferrante

Se ci sono dei libri che posseggono occhi in cui guardare, allora “Palestina” è uno di quelli. Edito dalla casa italo-tedesca Zambon e racchiuso in una preziosa edizione che non metterla in mostra è un peccato, il testo non si limita soltanto a raccontare tutta la storia (attraverso un quadro completo e puntuale ed una narrazione articolata e corale) triste e rabbiosa di una terra rabbuiata dal grigiore delle bombe. Una striscia di mondo che appartiene più alla storia che alla geografia. Con tutto il suo carico di dolore, il suo portato di sofferenza, il suo fardello di pietre e di morti bambini. Ma fa di più: evoca.

“Palestina” è più di un libro, è l’enciclopedia di un massacro; è una rivelazione. Per quella sua capacità di tenere dentro, nelle sue pagine patinate, la cronologia lancinante di depurazione etnica, la crudeltà bestiale del sionismo nascente e la forza evocativa delle immagini. Quelle foto che, da sole, sarebbero bastevoli prove di un’ingiustizia in bilico fra crudeltà, sterminio programmato e principio politico. Emblemi di una violenza indiscriminata, macelleria etnica senza scrupoli, che rifiuta la sottomissione alla tenerezza verde dell’età. Bambini schiacciati e madri frantumate.

Soffia un vento funesto fra le dita di chi legge. Soffia comprensibilmente, parlando di guerre antiche e rivendicazioni divenute diritto. Soffia blaterazioni di vendetta e superiorità, nazismi mediorientali in note minori. Le epigrafi dei padri del sionismo, accostate agli scatti del popolo dei sottomessi, intonano un canto di morte. Il requiem del diritto alla terra è inno alla distruzione delle maggioranze. Ben Gurion e Ariel Sharon uniti in un unico progetto di sopraffazione, mentre mogli e madri vedono partire e morire i loro uomini: i “vermi” condannati svanire in una nuvola di sabbia e polvere da sparo si portano dietro il loro presente insieme con il loro futuro. Un progetto che, si smonta e si riassembra di volta in volta, di epoca in epoca, di governo in governo. Per finire, poi, ad avere sempre la stessa connotazione funerea di un ceppo cinerario. Sabra e Chatila, la prima e la seconda Intifada, Piombo Fuso.

Sono stelle di un’astrologia che non prospetta nulla di diverso dalla sventura. A farne le spese, anche Vittorio Arrigoni, di cui il testo riporta testimonianze di “Restiamo Umani”. Umani come gli adolescenti intubati colpiti dai proiettili di gomma dell’esercito più equipaggiato del pianeta; umani come i cuccioli di uomo sfigurati dal “napalm like”; umane come le schiere delle genti massacrate a botte di calci, pugni e pestaggi, tratte in arresto e scomparse nelle gole profonde delle carceri israeliane (dopo aver subito altri maltrattamenti al limite del bestiale).

Quel che rende “Palestina” degno di esser letto è la sua libertà di non scendere a compromessi con la storia recente, di non farsi abbagliare dal fulgido apparire dei meetings, degli incontri internazionali, dei finti trattati, delle dichiarazioni mediatiche. “Palestina” esce dagli schemi dicotomici delle culture contro. Cessa di parteggiare per la causa occidentale e di propagandare il modello euro-statunitense come l’unico possibile per la redenzione del dolore arabo. Semplicemente, “Palestina” narra la verità, spogliata dei gingilli ipocriti e falsificatori. Porta alla luce i veri sentimenti in circolo nella striscia di Gaza, ai posti di blocco, sulle torrette di controllo. Schegge di stupro territoriale e politico in cui i soldati masticano il gusto acidulo dell’odio commisto all’acre sapore del sangue.

Racconta una soldatessa di aver sputato su un palestinese: “Non mi aveva fatto niente, stava solo passando. Ma era approvato che io lo facessi, ed era la sola cosa che potevo fare: sai, mica potevo vantarmi di aver catturato un terrorista, però potevo sputare addosso a loro, degradarli, deriderli”. C’è chi la chiama esportazione democratica.
AA.VV, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2011
Giudizio: 4 / 5 – Resistente
_______________________________________________________

∞ La vecchiaia non è roba per femminucce ∞
di Roberta Paraggio

Un eccentrico trio canuto si concede una vacanza in una lussuosa spa croata; Beba ha i capelli scompigliati e sciupati dalle tinture fai da te, Pupa, la più incartapecorita, viaggia in carrozzella con le gambe infoderate in uno stivale pellicciato, a spingerla c’è l’altissima Kukla che al suo passaggio fa alzare una leggera ventata scombussolatrice.

Una scrittrice bulgara cerca colori propri per ridipingere le immagini sbiadite nella mente di sua madre, maniaca dell’ordine che accavalla ricordi a neologismi tutti suoi. Aba Bagay è una folklorista che sta scrivendo un compendio su Baba Jaga, strega protagonista delle fiabe slave, cattiva e bruttissima.

“Baba Jaga ha fatto l’uovo” è un iperromanzo, diviso in tre parti autonome eppure legate da un palpabile sentore fatto di donne dalla femminilità sui generis. Passaggi di parole che si slegano e poi si intrecciano, storie che sono continui rimandi, pretesti letterari che affondano le radici nell’ antropologia e nelle tradizioni di un paese, la Ex Jugoslavia, ormai smembrato.

Dubravka Ugrešić sa dosare con precisione gli ingredienti della fantasia e della realtà, in un pentolone ossimorico che è insieme quello della strega Baba Jaga e quello domestico delle nostre nonnine, creando una storia vista attraverso il filtro della vecchiaia, vera protagonista incarnata dalle attempate paladine. E’ la madre della scrittrice cui gli anni hanno permesso di purificare le cose sgradevoli, dai piccioni defecatori ai rapporti famigliari, tutto alterato, manipolato a proprio piacimento, ricordi come pupazzetti di plastilina. E’ Pupa sulla sua carrozzella, lapidaria nel definire la vita “una merda”, se ne andrà da questo mondo distesa su una sdraio, il braccio alzato, il pugno chiuso, in segno di vittoria, ce l’ha fatta finalmente ad 88 anni. Farà il suo ultimo viaggio chiusa in un uovo gulliveriano e pacchianissimo. Il guscio è lo stesso in cui vola Baba Jaga con la sua gamba d’osso e il naso adunco, lei, la strega, la dissidente, la cattiva perché non ha ceduto alle lusinghe del mondo.

Baba Jaga la ribelle, la brutta e pelosa, l’invisa, l’esempio da non seguire perché non corrisponde alla bellezza che altri hanno preteso di appioppare al gentil sesso. E lei di gentile ha ben poco, non si depila, lei non si è fatta abbagliare dai chirurghi plastici, i suoi seni sono lunghi e pendenti e con ostentata indifferenza se li butta alle spalle, non ha french manicure ma artigli, è un anti modello di femminilità che turba e va relegato ai margini del villaggio immaginario, non è controllabile né malleabile, quindi, conviene dipingerla come malvagia.

Baba Jaga è una legione di Babe Jage, è questo libro è scritto per loro, per tutte quelle donne cui non va giù un universo misogino, che parte dalla candida fiaba e arriva a secoli di genuflessioni al cospetto di dei maschi, vocaboli maschi ed eroi maschi. Un esercito ligio e silente che si muove nel buio dove balugina la spada della vecchia demonessa.
Dubravka Ugrešić, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Tremate tremate…
_______________________________________________________

∞ La sofferta ingiustizia ∞
di Angela Catrani

I cosiddetti romanzi vittoriani, che proliferano nel Regno Unito dall’inizio del diciannovesimo secolo, portatori consapevoli di moralità e ironia, sono caratterizzati da potenti, caustiche e incisive descrizioni di personaggi che rimangono memorabili nella memoria dei lettori, tanto da assurgere a tipizzazioni. Come non pensare a Pickwick quando, nelle trattorie suburbane, si incontrano rubicondi figuri con sigaro incorporato che mangiando a quattro palmenti lasagne e tortellini raccontano di vicende più o meno realistiche e avventure assolutamente improbabili?
O come non ravvisare in qualche astuto portaborse il ritratto del famoso maggiordomo Jeeves così genialmente raccontato dalla penna sagace di Woodhouse, che pur scrivendo tra le due Guerre Mondiali narra un mondo immutabile che arriva senza grandi cambiamenti direttamente dalla Regina Vittoria?

Anthony Trollope, il nostro autore, fu un contemporaneo di Charles Dickens e nei suoi libri prese in esame con indiscussa ironia il mondo ecclesiastico inglese. In particolare ne “L’amministratore”, primo volume di sei del cosiddetto “Ciclo di Barsetshire”, si racconta la vicenda di un ecclesiastico, amministratore di un pensionato per lavoratori a riposo, al quale viene contestata la rendita – esagerata – di 800 sterline annui.

Siamo a metà Ottocento, epoca di contestazioni e riforme sociali, di scioperi, di una rinnovata moralizzazione. La Chiesa Anglicana ripensa a se stessa, non più appannaggio di figli cadetti ai quali assicurare una rendita, ma come base per riforme sociali, come luogo necessario per rimettere in gioco virtù e costumi. Nel piccolo paese di Barchester della contea di Barset (località inventate) si consumano intrighi e piccole vendette per mettere alla gogna lo strapotere della ricchissima Chiesa Anglicana d’Inghilterra. Ma innocente e inconsapevole capro espiatorio è il signor Harding, mite primo cantore della diocesi di Barchester, suocero dell’arcigno Arcidiacono Grantly che è a sua volta figlio del Vescovo.
Il signor Harding, al quale la ricca rendita ha garantito per anni di dedicarsi alla sua vera passione, la musica, non ha mai prima di allora riflettuto sull’ingiustizia di tale ricchezza, dovuta a una donazione del 1400, a confronto con la povertà degli ospiti dell’ospizio che pur nutriti e accuditi, non ricevono praticamente nulla di quel che a loro era dovuto.

Se a livello legale la pia donazione poteva essere letta in modi diametralmente opposti e dunque avvalendosi di bravi avvocati si riusciva a non risultare inadempienti, l’opinione pubblica consacrata dallo “Jupiter” ( il “Times”) prende di mira il povero Harding, facendolo risultare un avido curato, senza sentimenti e considerazione per i poveri ospiti del ricovero Hiram. La gogna mediatica è troppo per l’amministratore che decide di dimettersi e lasciare la fortunata rendita.

Mirabile nelle descrizioni fisiognomiche, Trollope ci lascia almeno un paio di indimenticabili ritratti umani: uno è l’Arcidiacono Grantly, uomo austero, dispotico, nervoso, molto compreso nel suo ruolo, ma dominato dalla moglie che anche nell’intimità non ha trovato di meglio che chiamarlo “Arcidiacono”; costui vive nel rettorato di Plumstead Episcopi, casa quanto mai adeguata all’austera ricchezza di cui si vanta: “lo scopo apparente era stato spendere denaro senza ottenere splendore o sfarzo”. La vanità, che ha sempre reso ridicoli uomini e donne, non risparmia gli uomini di chiesa, descritti tutti come avidi e vanagloriosi. Anche il protagonista, il signor Harding pur nella sua mitezza e apparente bontà non ne esce meno buggerato e ironizzato, quando pretende che i dodici anziani ospiti dell’ospizio lo ascoltino suonare il violoncello per ore e quando viene colto nei momenti di maggior disagio suonare immaginari strumenti a corda che sopportino con lui imbarazzi e fatiche. Una lettura assolutamente godibile, rilassante, dissacrante, un viaggio in quella natura umana che non cambia mai, ma che sempre riesce a far sorridere e rallegrare.
Anthony Trollope, “L’amministratore”, Sellerio 2003
Giudizio: 4 / 5 – Da gustare con lentezza
_______________________________________________________

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: John Stephens, “L’atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
IL SAGGIO: Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
IL CLASSICO: Julio Cortazar, “Il gioco del mondo”, q.e.

SPARIRE DALLA VITA, RICOMPARIRE NELLA STORIA. PER GIACOMO MATTEOTTI
Gianpaolo Romanato, “Un italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi 2011
Giuliano Capecelatro, “La banda del Viminale. Passione e morte di Giacomo Matteotti nelle carte del processo”, Net 2004
Giacomo Matteotti, “Contro il fascismo”, Avanti! 1954

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Giampaolo Pansa, “Carta straccia”, Rizzoli 2011
3. Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Alessandro Baricco, “Emmaus”, Feltrinelli 2009
Diciassette anni, che età terribile e difficile. Non sei più bambino, ma non puoi chiamarti nemmeno già un adulto. Ancora non sai cosa diventerai da grande, ma tutto ti sembra realizzabile. Basta volerlo. Basta crederci. La forza che li sostiene sono i valori che i genitori hanno inculcato loro, ma che allo stesso tempo mettono in discussione. Le figure di riferimento del mondo adulto non sono così comprensibili: non capiscono i loro tormenti, le loro ansie, pensandoli resistenti a tutto, senza paure, senza timori. Gli adolescenti peccano così, a volte, di arroganza, ritenendosi migliori se fossero stati al loro posto.

Bobby, Luca, il Santo e l’io narrante che non rende noto il suo nome in tutto il romanzo sono un gruppo d’amici molto uniti facenti parte della media borghesia di una città italiana non dichiarata (si pensa possa essere Torino). A saldare la loro unione un’educazione cattolica, che li porta a sentirsi migliori, fanno volontariato in un ricovero per anziani, suonano in chiesa tutte le domeniche e osservano il resto del mondo che li circonda con curiosità. Ad attirarli fuori dal loro mondo è Andre, il ruolo chiave, il perno di tutto, una ragazza molto diversa, figlia di una famiglia molto ricca che sembra vivere tutto con grande superficialità, ma anche lei ha i suoi dolori. Ha, infatti, tentato il suicidio con determinazione, muore ogni giorno, come tutti, ma con evidenza e dissipazione di sé, e assieme ad un fascino seducente e distruttivo, assente e privo di sentimenti coinvolge i quattro giovani. La contaminazione dei due mondi porta grandi cambiamenti nella vita dei quattro ragazzi e ognuno di loro si trova a smontare le proprie certezze per costruirsi un proprio futuro, ma non sempre chi si allontana riesce a ritrovare la strada di casa.

Copertina essenziale e minimalista, carta ruvida e senza quarte di copertina, trama e biografia dell’autore. Baricco si conferma pifferaio magico, stile misurato e ovattato, lingua calibratissima grazie all’attenta scelta delle parole senza far sconti a nulla.. Racconta il passaggio dall’età della leggerezza alla vita adulta con una profondità che sorprende, racconta senza reticenze fatti di sesso e riesce a descrivere lo smarrimento di questi ragazzi davanti alla vita senza più la rassicurante certezza che la fede riesce a dare. Che si sia credenti o atei poco importa, la nostra vulnerabilità non cambia. Un racconto che piacerà ma inquieterà i fedeli lettori di Baricco e non riuscirà allo stesso modo a rompere il guscio di diffidenza di chi da sempre non lo apprezza.

“Come abbiamo potuto non sapere, per così tanto tempo, nulla di ciò che era, e tuttavia sederci alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul cammino? Cuori piccoli – li nutriamo di grandi illusioni, e al termine del processo camminiamo come discepoli ad Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo – fidandoci di un Dio che non sa più di se stesso. Per questo conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva. Ci sarà forse un gesto che ci farà capire. Ma per adesso, noi viviamo, tutti”.

La Massaia pazza, 9 giugno 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
________________________________________________

Estate ormai arrivata…il caldo si fa sentire anche ai fornelli, ma la nostra voglia di impastare non passa mica così facilmente! Quindi, via con una nuova ricetta, facile, veloce e soprattutto da gustare fredda!

Ricetta della settimana
SALAME DI TONNO
Ingredienti: 3 cucchiai di pane grattugiato, 1 uovo, 4 cucchiai di parmigiano grattugiato, 200 gr di tonno sgocciolato, basilico, succo di limone, prezzemolo.
Mescolate tutti gli ingredienti in una terrina o nel robot, date all’impasto la forma di un salame, avvolgetelo in un tovagliolo bianco, chiudetelo ai lati con lo spago e immergete nell’acqua bollente per 20 minuti. Lasciate raffreddare e tagliatelo a fette, servitelo accompagnato da una salsetta di prezzemolo tritato finemente e succo di limone. Con questa quantità otterrete circa 20 fette di salame.

Ormai è risaputo, qui a Casa Massaia gli accessori sono troppo importanti, e le collane poi…come faremmo senza? Ne ho di ogni tipo e tutte fatte da me. Che ne dite di farne una all’uncinetto facile facile? Ecco per voi la spiegazione.
COLLANA TORCIGLIONE ALL’UNCINETTO
Bello, ma come si fa?
Occorrente: Cotone colorato, uncinetto n° 3,5
Avviate una catenella di 6 maglie, chiudete in tondo con una maglia bassissima. Nel cerchio ottenuto lavorate 6 maglie basse, continuate a lavorare in tondo fino ad ottenere la lunghezza desiderata, nel caso il lavoro tende a chiudersi troppo, fate qualche aumento. Una volta finito il torciglione, realizzate un fiore a vostro piacere e attaccatelo lateralmente o al centro.
Ricordatevi di lasciare alle 2 estremità abbastanza filo libero, in modo da poterlo utilizzare per fare il fiocchetto di chiusura.

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Roberta Ferraris, Una zucchina non fa primavera, Terre di mezzo 2011

Il grande viaggio della transessualità


Gianfranco Meneo ha scelto l’arma più forte per raccontare. Quella che l’uomo intende meglio, che consente alla Storia di non cessare con l’evento in sé: la carta. Ha scelto di utilizzare la letteratura, la scrittura, la parola. Il suo libro si chiama “Transgender. Le sessualità disobbedienti”. Edito dalla Palomar, casa barese attenta alle istanze culturali provenienti dal mondo della scuola e dell’università, “Trangender” contiene non le chiavi definitive per schiudere le porte alla verità ma, se non altro, la mappa per giungervi di fronte. Meneo, foggiano, fa una disamina attenta ed insieme critica. Una disamina razionale con strumenti tipici da insegnante. “Della schiera dei precari”, scherza.

Precarietà di vita, Meneo. Non solo nel lavoro, oggi, ma anche all’interno delle relazioni sociali. Specie se, come nel caso dei transessuali, non ti identifichi con la maggioranza. Nel libro, lei ha cercato di inquadrare questa dimensione, partendo dalla sostanza stessa dell’essere relazione: ovvero, il corpo.
Già. Tutto nasce da qui. E da questa mia visione del corpo inteso come contenitore dell’anima e della materia. In più, ho cercato di creare attorno una metafora forte qual è quella del viaggio. Viaggio che io compio fisicamente, partendo dalla stazione di Foggia ed approdando a Roma. Lì ho intervistato Luana Ricci, transgender leccese, una musicista. Nel testo riporto questa intervista in cui racconta tutta la sua storia. Sentirla narrare ed insieme riflettere mi ha dato grande emozione. Soprattutto, mi ha fatto capire che noi guardiamo ai transgender in virtù del ruolo sessuale che noi gli attribuiamo.

Cioè?
Ai nostri occhi, il transessuale è colui che ha commesso un errore e intraprende un viaggio a ritroso che lo riporterà nella giustezza sessuale. A tornare uomo o a tornare donna. Ed invece, non è così. Luana, ad esempio, è la rottura di questo schema binario. Lei, diventata donna, ha una storia lesbica.

Ed ecco che ritorna il viaggio. In fondo ricalchi molto le immagini che l’antropologia fa di questo concetto.
Assolutamente si. Ed il viaggio è fatto di tante istanze, interpretabili come le stazioni mediane. Ma partire per questo viaggio, passare per le stazioni, non significa avere bene in mente la meta finale. Si viaggia per viaggiare e per scoprire. Non è un caso che, anche da un punto di vista materiale, il mio libro si conclude in maniera ciclica ed io ritorno al punto d’inizio: la stazione di Foggia.

Foggia, terra di progresso o di arretratezza?
Non siamo certo nella terra dell’apertura mentale. Ci sono molti piccoli centri, nella nostra Capitanata come ovunque nella Puglia, che vivono gonfi di paure sussurrate e di parole mormorate.

La stazione di Foggia è stata per anni un luogo simbolo dell’omosessualità foggiana…
In effetti si. Vladimir Luxuria scriveva della stazione ferroviaria come del “ritrovo madre” dell’omosessuale foggiano. Poi i tempi sono cambiati. Oggi i luoghi di battuage sono diffusi e diversificati. Sono luoghi che molti conoscono e che altrettanti fanno finta di non conoscere. O, per lo meno, di non vedere.

Perché?
Perché regna una chiusura diffidente, impera il moralismo, governa il doppio binario. Tutti sono sempre pronti con il fazzoletto d’occorrenza per commuoversi di fronte al caso di omofobia. Ma il parlare a distanza, il piangere quando un evento non ci tange è una specialità della società contemporanea. Ed è tremendamente semplice, non richiede sforzi. Senza dimenticare, poi, che a intenerirsi sono quelle stesse persone titolari di atteggiamenti opposti. Battute, barzellette, ammiccamenti, gomitate: sembrano nulla ma, agli occhi di un omosessuale o di un transessuale sono come gocce che erodono la roccia. Sfibrano le persone, annientano la resistenza fisica e mentale.

Torniamo alla questione del corpo. C’è stata, in questi anni, una sorta di mitizzazione del corpo femminile che, ovviamente ha imposto un modello di bellezza standardizzato e che, all’opposto, tende ad escludere tutto quanto è contrario a questo stesso ideale. Ha pesato?
Certo. Sono trent’anni che le televisioni commerciali propagandano un’idea del corpo che è unica e, attualmente, inscalfibile. I corpi sono mercificati, esposti come in vetrina, ostentati come un trofeo. E come trofei, non attendono che d’esser vinti. Chi li vince, anche se questo dovesse provocare uno scandalo, è il migliore. All’opposto, invece, gli scoop omosessuali o transessuali sono fonte di biasimo. Conducono alla distruzione del ruolo pubblico. I casi di Piero Marrazzo e di Silvio Sircana lo dimostrano.

Non è colpa anche di un sistema comunicativo drogato?
Evidentemente si. L’offensiva è continua. Eppure, trovo deprecabile attaccare un corpo che ha fatto su di sé un’operazione d’investimento – non solo economica, ma che morale e psicologica – soltanto per distruggere un avversario. Magari politico. Ecco perché, come si può dedurre dal mio libro, giudico positivamente la manifestazione “Se non ora quando” dello scorso 13 di febbraio. Già per il fatto che si è iniziato un movimentismo rumoroso composto di corpi che rifiutano di essere incasellati ed imprigionati in logiche di potere.

La Chiesa, con Benedetto XVI, sta iniziando a prendere posizione contro l’omofobia…
I rassicuranti messaggi mediatici sono ad uso e consumo degli eterosessuali. Servono a far credere che la Chiesa non escluda nessuno. Non tanto per demeriti della religione in sé che, pure, nel libro io bollo come “fardello”; ma di chi l’amministra.

Ma non crede che siano stati anche compiuti dei notevoli passi avanti? L’elezione di Nichi Vendola non va in questo senso?
Per ogni Vendola ci sono tante persone comuni, tanti vicini di casa, tanti che non hanno la forza per reagire a determinate situazioni. Spesso si tende a portare ad esempio personaggi celebri che sono già arrivati. Tuttavia, la vita è diversa, fatta di tasselli. Piccoli drammi quotidiani che si consumano nell’indifferenza.

LINK: “Vendola presidente, ma gli altriomosessuali”?, Stato Quotidiano

Macondo, 4 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~

∞ Perché voglio i piedi se ho le ali per volare ∞
di Roberta Paraggio

L’immagine di Frida Khalo si nasconde tra le pagine di questo diario apocrifo che mette da parte pennelli le tele per schiarire invece i coni più ombrosi della pittrice messicana, nota autrice di autoritratti, ma anche indagatrice di se stessa, iconografa moderna della sua terra, gialla, arsa, dolorante eppure colorata dalle tinte di una vita straordinaria e piena.

Dalla malattia infantile all’incidente che le cambierà per sempre la vita, fino all’incontro col grande Diego Rivera. Olivia Casares, autrice di questo Ritratto in chiaroscuro, edito da Jacobelli, e arricchito dalle illustrazioni di Mariella Biglino, fa sue le parole immaginarie di Frida senza tralasciare nulla, insinuandosi negli anfratti celati e nei pensieri bui del dolore della Khalo.


Si viaggia per le descrizioni dei quadri, sui perché dei dettagli, ci si immerge in un mondo di colori e pensieri, cullati dalla dolce musica di un Messico polveroso, folle e sempre in tumulto, ci si sposta nella New York delle mostre e dei grandi artisti col passo claudicante ma sicuro di Frida, accompagnati dalla enorme mole di Diego. Si entra nelle stanze della Casa Azul, se ne sente l’odore dei colori ad olio, si percepiscono le ossessioni di Frida per la propria immagine che osserva muta e nuda dalle pareti.

C’è una costante e martellante altalena tra l’abbandonarsi al dolore e la voglia di vivere; c’è una maternità negata che diviene carnefice di ogni emozione, un piccolo Dieguito che non è mai nato e che rimarrà fino alla fine come una nota stonata in un’orchestra saltellante di mariachi. Un dolore salvifico che si trasforma in arte prendendo di volta in volta le sembianze di una nuova Frida. Il sangue versato oltrepassa quel corpo trafitto e spezzato in due da una colonna di ferro, va a sgorgare forte sulla tela, ad esorcizzare ogni potente emozione, Frida dipinge, sempre, la pittura è reazione, ai tormenti e ai tradimenti di Diego, è dichiarazione di amore e di rabbia, di autonomia e di solitudine, è esternazione di quel se che non riesce a comunicare con le sole parole, è quella immagine discordante che viene sbattuta con prepotenza in primo piano, il volto quasi mai sorridente, le sopracciglia unite a formare un’ala, pronta a volare lontana. E’ Frida Khalo, e chi l’ha creduta surrealista si è sbagliato, perché Frida non ha bisogno dei sogni, a Frida basta la realtà.
Olivia Casares, “Memoria in chiaroscuro”, Jacobelli 2010 (con 8 litografie)
Giudizio: 3 / 5 – Viva la vida!
_______________________________________________________

∞ Lui non perdona e tocca ∞
di Piero Ferrante

C’è un presupposto che fonda il breve trattato “L’umiltà del male”, di Franco Cassano (Laterza, 2011). Il male, nella lotta quotidiana contro il bene, parte da uno status di vantaggio. E’ come una corsa – il cui premio è la conquista dell’anima umana, la sua simpatia devozionale – in cui un atleta parte con centinaia di metri di vantaggio sugli avversari. Sono favori, certo, determinati da qualche cortese intermediazione. Il cui raggiungimento, comunque, presuppone un contatto umano, una relazione scevra dai condizionamenti ricorosi dell’etica filosofica. Comporta la discesa sul piano dell’umanità maggioritaria. Insomma, è la base del discorso di Cassano e, come ogni base, anche la materia che regge il tutto, il male, quali che siano le spoglie sotto le quale si presenta, ha la caparbietà del contatto. Non usa scudi, non si regge sulle spalle degli uomini. All’occorrenza, arriva a riverirli, per ammorbidirli. S’insinua nella zona grigia della debolezza, quella più debole e vulnerabile, depone le uova del dubbio, ne inficia la moralità. Tenta. Ecco, il male è tentatore. Ed è tentatore in quanto l’uomo non chiede che di essere tentato, di cedere alle lusinghe dell’offerta migliore. O anche solo di una qualunque offerta.

Il male è umile. Non si gonfia i muscoli di bei propositi, non si confronta con l’impossibile. Il male è semplice, tangibile, pronto ad ogni evenienza. E’ il telefono dell’arrendevolezza messo lì, a portata di mano. Basta allungare il braccio e scegliere con chi cedere. E su cosa. Il male è seducente, ammalia, conquista, arringa. Il male è riconoscibile, ma non per questo non ammissibile. Il male di Cassano non è la guerra ingiusta o l’affare misterioso, non è la mazzetta circolante o il controllore televisivo. Il male di Cassano è qualcosa in più. E’ la somma di tutte queste parti, amalgamate nell’emblema supremo del Grande Inquisitore di Fedor Dostojevskji. Lui, che condannò a morte Gesù Cristo obbligandolo al silenzio per non peggiorare la sua condizione. Lui, che vendette per buona la sua verità, elevandola a verità imposta, a giustizia dall’alto, a volontà popolare.

Piano e nemmeno troppo, Cassano valica il limite rosso che separa saggio e pamphlet. Lo fa con tutta la sua abile arte narrativa, con una disarmante e gradevole semplicità di linguaggio, cavalcando episodi letterari e teorie della Storia dell’umanità. E la lancetta del male si sposta, inevitabilmente, su quella del potere. I due elementi, argillosi e malleabili come creta bagnata, come pasticcio di terra, si mescolano irrimediabilmente. Il mare penetra il potere, vi s’accoppia. A lui s’avvinghia, s’aggrappa, si fonde. Male e potere, fusi, ottemperano ad un progetto unico di determinazione della Storia. Tutto, per Cassano, si fa bene e si fa, necessariamente, male. In mezzo, non resta che l’uomo. Che fra bene e male deve scegliere. Ora consapevole, ora inconsapevole, infine arreso, talora imberbe. Nella maggior parte dei casi, per quella sedizione di cui si diceva, cade nella rete a striscio del male. Perché il mare ed il potere sanno come e dove pescare. Conoscono le debolezze, dunque le esche per attrarre le prede. E, poi, perché sanno, all’occorrenza, sporcarsi nel fango degli ultimi, farsi piccoli per entrare fra i piccoli. Come uno specchio, il male riproduce l’uomo, si fa uomo, vive come l’uomo e mostra all’uomo di sapere e di poter soffrire come lui.

La superiorità del male è nella concretezza. Ogni sua azione assolve alla funzione annessoria. A differenza del bene, il male non ha incertezze e non ha remore, non conosce la vergogna. Di qui, la sua umiltà. Non scansa le maggioranze, le ammorbidisce, infine le asserve ai propri voleri. Come accaduto in occasione dello sterminio ebraico. “L’abiezione massima del nazionalsocialismo sta proprio nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole diventare carnefici a loro volta”, riflette Cassano rileggendo “I sommersi e i salvati di Levi”. Il riferimento è al controllo interno, alla sobillazione dell’uomo contro l’uomo, del misero contro il misero, dell’incatenato contro l’incatenato. Una lotta impari, in cui a salvarsi sono, paradossalmente, i reietti, le anime peggiori. Quelle che, con il male, scendono a patti, perché il ribelle, che è turbamento dell’ordine malefico ed insieme concretizzazione di un bene possibile, è eliminato fisicamente. Meglio se da un suo pari. Tramutandosi da esempio in ammonimento.

La chiave del testo è qui. Nella ricerca della soluzione giusta per combattere con efficacia la brutalità del male, senza finirne tentati. E, soprattutto, schiacciati.
Franco Cassano, “L’umiltà del male”, Laterza 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Cassanico

_______________________________________________________

∞ Il valore dell’amicizia ∞
di Nina Paraggio

Un gruppo di amiche riunite per festeggiare la guarigione di Kate, una di loro, da una terribile malattia decidono di farle un regalo speciale, una settimana di rafting su un fiume impetuoso che scorre in un profondo canyon. E’ in questo scenario naturale che si svolge il romanzo La casa dei destini incrociati di Erica Baurmeister.

Un dono che è una sfida e una prova di superamento dell’angoscia causata dal suo male, che Kate saprà accettare a patto che tutte le altre si cimentino nell’affrontare una prova simile di coraggio con se stesse. Nel racconto di come ognuna di loro affronta il compito assegnatole, si dipana la storia delle loro vite, della quotidianità che sembra serena e monotona, ma nel portare a termine la sfida assegnata loro le mette di fronte alle proprie debolezze. Affrontarle significa anche superarle e gettarsele alle spalle. In effetti sono piccoli gesti che però costano sacrificio, come quello assegnato a Caroline, di liberare la casa dai libri del marito che l’ha lasciata per un’altra. Oppure quello di Daria di imparare ad impastare il pane, cose all’apparenza insignificanti ma che riportano le protagoniste a rivedere la propria vita, a riflettere sugli errori e a rispolverare gli armadi dai fantasmi.

E’ strano leggere una storia di amicizia vera, di comprensione e complicità tra un gruppo di donne così diverse eppure con un comune sentire. C’è in questo libro una solidarietà vera che aiuta nell’affrontare e risolvere la quotidianità e l’eccezionalità della vita, nei momenti di buio e quelli irradiati da luci di speranza.
Erica Bauermeister, “La casa dei destini intrecciati”, Garzanti 2011
Giudizio: 3 / 5 – Piacevole

_______________________________________________________

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
IL SAGGIO: Marc Augè, “Straniero a me stesso“, Bollati Boringhieri 2011
IL CLASSICO: Astrid Lindgren, “Pippicalzelunghe”, q.e.

“MO ME LO SEGNO PROPRIO”, IN RICORDO DI MASSIMO TROISI
Salvatore Aulicino-Salvatore Iorio, “Per Massimo Troisi. Saggi, ricordi, riletture”, Mephite 2010
Lello Arena-Enzo De Caro-Massimo Troisi, “La smorfia”(cofanetto con DVD), Einaudi Stile Libero 2006
Matilde Hochkofler, “Massimo Troisi. Comico per amore”, Marsilio 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Carlos Ruiz Zafon, “Gioco dell’angelo”, Mondadori 2010
2. Carlos Ruiz Zafon, “Luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Erri De Luca, “Le sante dello scandalo”, Giuntina 2011
Nel suo nuovo libro Erri De Luca rivisita il ruolo femminile nell’Antico Testamento. Mosè, Geremia e Giobbe, cercano di sottrarsi al compito divino che hanno ricevuto.
Eva esce con grandezza dalla conoscenza dell’albero del bene e del male.
Isaia dice di avere labbra impure, Geremia di essere troppo ragazzo per andare a parlare davanti agli anziani, Giona senza neanche opporre una scusa s’imbarca per la direzione opposta a quella della missione. Infine costretti o convinti accettano, perché l’unico sbaraglio salutare è l’obbedienza.

Le donne, queste donne, non vacillano in nessun punto. Nessuna di loro, che neanche hanno avuto il conforto di una profezia, di una voce diretta, esita. Vanno contro le regole e sacrificano la loro eccezione. Il loro slancio è più solido di quello dei profeti, sono le sante dello scandalo. Non hanno nessun potere, né rango, eppure governano il tempo. Sono belle, certo, ma per dote sottomessa a uno scopo solo appena intuito. Hanno il fascino insuperabile di chi porta la propria bellezza con modestia di pedina e non con vanto di reginetta da concorso. Hanno un traguardo, una missione in cuore e la perseguono inflessibili. La scrittura sacra dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera maschile, rende omaggio a loro. La bellezza femminile è un mistero che strugge il pensiero e i sensi. È scritto che Adàm conobbe Eva/Havvà. Attraverso l’esperienza fisica del contatto e dell’abbraccio raggiunge la conoscenza di lei, della sua perfezione. Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco. La natura maschile qui è fatta di materia inerte riscattata dal soffio della divinità. Eva/Havvà proviene da una lavorazione successiva, un secondo intervento della divinità. Esce dal fianco dell’uomo addormentato, ma non bell’e fatta come la dea Atena dal capoccione di Zeus. C’è il verbo costruire, opera che interviene a perfezionare la parte tolta all’uomo, per produrre Eva/Havvà. È la costruzione della bellezza. L’uomo è qui un semilavorato rispetto alla donna, il prodotto finito dell’alta chirurgia della divinità.

Ubik, Mercoledì 15 giugno, presentazione “Transgender”, Gianfranco Meneo

La Massaia Pazza, 5 maggio 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
________________________________________________

Tempo di semplicità e velocità in casa Massaia, dopo le mangiate delle feste e le finte prove di penitenza rieccoci ai fornelli…e poi, visto che di impastare non ci stanchiamo mai, lasciamo i fornelli per un attimo e dedichiamoci alla cartapesta veloce in stile Massaia.

Ricetta della settimana
BUCATINI RUSTICI AL FINOCCHIETTO
Ingredienti: Pancetta (q.b., ma non molta) – salsiccia (un paio di capi per quattro persone) – finocchio selvatico (non troppo altrimenti si corre il rischio di ammazzare tutti i sapori) – pomodorini (una decina) – bucatini – aglio (uno spicchio)
Soffriggete l’aglio in padella, aggiungete la salsiccia fresca privata della pelle e fate friggere un po’; poi, unite la pancetta tagliata a dadini, lasciate cuocere e quando saranno ben fritte, aggiungete qualche pomodorino fresco e infine il finocchietto selvatico spezzettato. Cuocete i bucatini e mescolateli in padella…servite e gustate un piatto semplice e dal sapore sorprendente.

L’aria finalmente si riscalda, il cambio di stagione si avvicina…a casa Massaia si impasta e quindi della prova costume ci importa ben poco…ma…non ci toccate per favore gli accostamenti di colore collana,orecchini top…quelli sono imprescindibili, ma si sa gli accessori belli costano e come dice sempre la nonna l’acqua è poca e la papera non galleggia,la banale cineseria non ci piace…e allora? Non ci resta che far da noi e iniziare a creare una bellissimissima e appariscente COLLANA DI CARTAPESTA
Si, ma come si fa?
Occorrente: Carta di quotidiano- colla vinilica mista ad acqua – colori acrilici – lucido – stuzzicadenti – filo di cotone da ricamo o qualsiasi filo di vostro gradimento – un pennello.
Questa cartapesta è molto semplice e soprattutto veloce, infatti non necessita di macerazione…dunque, prendete gli stuzzicadenti grandi, (quelli da spiedino per capirci) e arrotolatedìci intorno le strisce di carta di giornale su cui avete passato la mistura di acqua e colla, sovrapponete le strisce non troppo inzuppate, formerete così dei cilindretti che poi andrete a schiacciare alle due estremità. In questo modo prenderanno una simpatica forma sferica, lasciate asciugare poi dipingete con gli acrilici e lucidate. A questo punto quando anche il lucido sarà ben asciutto, le perline saranno pronte per essere infilate.Io ho preso un semplice filo da ricamo e ho fatto un nodino prima e dopo ogni perla in modo da farle rimanere fisse. Non ci resta che indossarla…Buon impasto a tutti!

La massaia, nella sua libreria, ha inserito:
Barbara Aldrovandi, Decoupage creativo con i tovaglioli, Il Castello 2007

Voci precedenti più vecchie

Macondo – La città dei libri

Che giorno è?

dicembre: 2017
L M M G V S D
« Ott    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Palloni di carta