Macondo, 7 maggio 2011

∞ Una storia da raccontare ∞
di Piero Ferrante

Moni Ovadia, di “Etenesh”, ha scritto: “La storia di Etenesh, nelle tavole, si fa affresco dell’infamia del nostro mondo che sacrifica all’egoismo dei nostri privilegi le vite di nostri simili”. Mente e mano di quelle tavole che fanno fremere Ovadia, è Paolo Castaldi, illustratore nemmeno trentenne, che ha sfruttato il megafono della Becco Giallo per dare voce ad uno dei tanti drammi del mare che si tramutano in drammi della vita. Ed Etenesh, la donna di cui il fumettista racconta, è una di quelle anime purgatoriali che non sfiorano mai la terra se non per cadervi stremate dalla fatica e dagli stenti. Una traccia nera, ebano come d’ebano è la sua pelle, marcata con il peso della fatica ed impressa sul fangoso sentiero dell’umanità. Passo dopo passo, dalla depressione colonizzata dell’Etiopia al miraggio di futuro della Libia, fino alla proiezione che si estende al di là dell’Adriatico. Dritto, fin nel cuore dell’Italia.

Così Etenesh si fa emblema di una miriade di viaggi, sunto triste dello sfruttamento e della violenza. I convogli attraverso il deserto, soffrire la sete per un tozzo di pane in più. Magari nero, alla meglio rancido. Un sorso di acqua calda che imprime a fuoco ancor di più il significato della sete. E sulla carta, nelle sembianze tratteggiate su sfondi preminentemente scuri, Castaldi rende il dolore ancor più vivo e bruciante. Un marchio d’infamia impresso sulla storia contemporanea come nuova forma di schiavitù, una tratta gestita da uomini senza morale e con scrupoli ben al di sotto del consentito. Criminali e militari, tutti insieme, tutti coalizzati. Tutti elementi della stessa cordata di sofferenza opportunistica che fa leva sui soldi, sulla corruzione, sulla palese violazione di ogni forma di diritto umano.

Visto in quest’ottica, il testo di Castaldi ha il merito di divenire un manuale, capace di rendere, attraverso la personalizzazione di una sola storia, l’epopea di migliaia di persone. Una feroce traversata condita di violenza, dignità stuprata, umiliazione, morte. Di esseri umani ridotti all’osso dal calore del sole e dall’impietoso gelo della notte desertica. Le cicatrici sono la loro forma di resistenza vissuta, la dimostrazione di un dolore sovrastato con la sola forza della tenacia. Etenesh, quindi, è una di loro. Lei, novella Ulisse, in fuga per aspirare al sogno di una vita migliore, sacco in spalla con tanto di foto di famiglia, ammansita dalla bieca crudeltà, sull’orlo della follia e sempre costretta a recuperare quando tutto pare rovesciarsi in peggio. Clandestina per scelta. Clandestina ovunque, clandestina sempre. Prigioniera di un sogno che non sembra mai arrivare. Schiava del futuro, scintilla di un incendio divampa mai nei cuori chi tenta di avvamparlo. “Etenesh” è la verità mai raccontata, è il mistero rivelato e cautamente nascosto agli occhi dei bambini per non turbarne i sogni. “Etenesh” è come un predatore felino che ti rincorre e t’agguanta e t’aggredisce i sensi, li imprigiona e li fagocita a punto tale da fare di te un solo corpo con la sua essenza vitale, con le sue recondite ragioni, con i suoi istinti primordiali. “Etenesh” è rivincita, è vittoria dell’universalità, della fratellanza. In fondo basta tradurlo, quel nome vagamente esotico: “Tu sei mia sorella”. Un’invocazione, un’aspirazione, un reclamo.
Paolo Castaldi, “Etenesh. L’odissea di una migrante”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Come una frustata
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∞ Delitti in Costa Assurda ∞
di Roberta Paraggio

Mettiamo in chiaro immediatamente una cosa: Rosa Mogliasso è una geniale narratrice e L’amore si nutre d’amore, suo secondo romanzo, edito da Salani è di quelli da restare incollati alle pagine, con gli occhi sbarrati, come il kubrickiano Alex nel bel mezzo della Cura Ludovico. Pupilla attenta e risata inaspettatamente pronta, perché col commissario Barbara Gillo ci si diverte in maniera sagace e intelligente, cosa che capita di rado al bistrattato lettore oramai emotivamente provato dalle soventi fregature da quarta di copertina.

Con questo libro invece si va sul sicuro, l’autrice non sbaglia un colpo in questo noir ambientato tra Torino e la Costa Azzurra, dove nuovi ricchi, ex poveri, fashion victims e consumiste stakanoviste sfilano sul red carpet della mondanità ostentata e delle meningi decervellizzate, tra status symbol imprestati da Sex and the City e felicità griffate, dove la vita è un bagaglio coordinato alle scarpe e una suite con vista.

Tutt’altra storia se ci si sposta nella vita di Barbara Gillo, commissario di polizia in odor di zitellaggio innamorata di tal Zuccalà in puzza di adulterio, alle prese con un collega zelante in letteratura, un paio di sandali scomodi, una sorella che spara scempiaggini e un’indagine che si va complicando di pari passo con la sua vita pseudo sentimentale.

Perché è scomparso Tanzio Accardi? C’entra qualcosa con la morte della sgallinata moglie di..? E Filippa, imbrogliona d’alto bordo, chi è davvero? Barbara Gillo saprà dare una risposta a tutti questi interrogativi e Rosa Mogliasso ne approfitterà per darci una divertentissima ed irresistibile descrizione del cafonal-chic imperante, stupende le telefonate con la starnazzante sorella Meri e le sue lezioni di vita, la sua saggezza tutta rotocalco, “shampismo” ed estetista sotto casa, i suoi consigli frutto di approfonditi studi su rivistucole femminili.

Tra colpi di scena che non lasciano nulla al caso, protagonisti iperdopati da smanie di ricchezza, Lexotan e Tavor come cocktail, assassini insospettabili come in ogni giallo che si rispetti, ci si diverte un sacco, si legge di omicidi e truffe, di capitali traslati a Montecarlo ma si continua a sorridere, a concentrarsi e soprattutto ad appassionarsi. Perfetto nel dosare giallo, sospetto e distensione, nei dialoghi brillanti, nelle battute fulminanti, abile nello sdrammatizzare e ridicolizzare al punto giusto i personaggi, privo di tempi morti, un romanzo che va letto, anzi, che si è piacevolmente costretti a leggere in meno di 24 ore…
Rosa Mogliasso, L’amore si nutre d’amore, Salani 2011
Giudizio: 4,5 / 5 – Giallo sgargiante
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∞ Christofer, il matematico ∞
di Angela Catrani

Non si può leggere questo libro come un romanzo qualunque. Non si può leggere la straordinaria avventura di Christopher pensando a un adolescente qualunque. Perché Christopher è eccezionale, è speciale. Christopher, infatti, è portatore di una forma di autismo chiamata Sindrome di Asperger, la medesima patologia che gravò, pare, su persone geniali che hanno contribuito all’avanzamento scientifico e culturale del Pianeta, che però sul lato umano erano incapaci di qualunque tipo di relazione sociale, o più semplicemente la forma di autismo del protagonista del film Rain Man con il magnifico Dustin Hoffman.

Ecco, questo quindicenne dalla mente matematica, con capacità logiche strabilianti, è incapace però di capire se una persona è felice o triste e dunque non la guarda mai in viso, perché il non sapere genera confusione nel suo cervello, tale da portarlo al tracollo fisico. Non ama essere toccato, non parla con gli sconosciuti, non entra in posti che non ha mai visto prima, non è mai andato da solo oltre al negozio posto in fondo alla sua via del minuscolo paesino immerso nella campagna inglese, qualunque novità è paragonata a un sisma. Poi un evento Unico e Irripetibile sconvolge e sovverte il suo fragile equilibrio, e lo conduce ai confini di se stesso: prende un treno, arriva a Londra, affronta la metropolitana.

Sono tutte cose che sarebbero normalissime per chiunque di noi, ma il cervello di Christopher agisce come un computer, in cui tutto va come deve andare se le informazioni che gli arrivano attraverso i sensi sono poche per volte. La folla di persone, i posti nuovi, le immagini che vede non sono filtrate e dunque arrivano con violenza e tali da mandare in tilt, in stallo, il suo cervello computerizzato.

Questo libro è scritto in prima persona, è scritto da Christopher, e questa visione distorta eppure efficacissima ha messo in tilt il mio, di cervello. Perché siamo troppo abituati a vedere gli oggetti che ci circondano, noi e gli altri, secondo codifiche standard e rassicuranti.
E mi è venuto in mente il cervello vergine di un neonato, bombardato da luci suoni voci odori, esperienze traumatiche e traumatizzanti. E come l’accudimento di un neonato prevede luci basse e suoni soft, la medesima attenzione richiedono queste persone che non hanno filtri adeguati alla realtà caotica e multiforme.

Io penso che un po’ più di empatia, a questo mondo, non ci farebbe male, penso che a volte ragionare come Christopher in questo bel romanzo potrebbe aiutare a ridimensionare i confini di noi stessi, così apparentemente capaci di relazioni a tutto tondo e così sostanzialmente lontani da tutto ciò che non siamo noi.
Mark Haddon, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, Einaudi 2003
Giudizio: 4 / 5 – Mai banale
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dubravka Ugresic, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Giacomo Galeazzi, Ferruccio Pinotti, “Wojtyla segreto. La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II”, Chiarelettere 2011
IL CLASSICO: Danilo Dolci, “Non esiste il silenzio”, q.e.

UNA VOLTA ERA DP. OMAGGIO A MARIO CAPANNA
Mario Capanna, “Per ragionare. Sessanta domande sul nostro futuro e alcune proposte”, q.e.
Mario Capanna, “Lettera a mio figlio sul Sessantotto”, q.e.
Mario Capanna, “Coscienza globale. Oltre l’irrazionalità moderna”, q.e. I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
John Stephens, “Atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011
Clara Sanchez, “Il profumo delle foglie di limone”, Garzanti 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
di Libreria Equilibri
Albert Cohen, “Il libro di mia madre”, Rizzoli 2008
“Le nostre madri ci amano sdentati o no, forti o deboli, giovani o vecchi che siamo. E più siamo deboli, più loro ci amano. Amore delle nostre madri a nessun altro uguale”. Questo, il pezzo più significativo di tutto il canto d’amore di Cohen dedicato alla propria madre ormai scomparsa per cercare di sottrarla all’oblio che scorre inesorabile. L’amore di una madre, “a nessun altro uguale”, è un amore incondizionato, fatto di gioie e dolori, sorrisetti furbi e pianti notturni, compleanni e vaccinazioni…, pronte ad accompagnarci in ogni occasione della nostra vita al punto da non avvertire alcun bisogno di sentirsi responsabili. E’ l’amore degli amori, quello sempre disposto ad esserci prima di tutto e di tutti, quello pronto a leggere nei nostri occhi e ascoltare la nostra parte più nascosta, quello disponibile a rimboccarci le coperte, a guardarci andar via e ad aspettarci sveglie al ritorno; è forza e coraggio in queste persone sovrumane, consapevoli del fatto che non verremo mai e poi mai traditi e sulle quali, sappiamo, potremo sempre contarci, anche dopo una parola di troppo.

L’autore che, ormai ha perso questo dono speciale si sente un frutto senza l’albero, un pulcino senza la chioccia, un leoncino solo nel deserto e ha freddo, ma contemporaneamente dimora in lui un buon pensiero, quello di risparmiarle il dolore per la morte di un figlio, sì, perché lei non ci sarà fisicamente, seppure nell’invocazione del suo sacro nome, solo il suo e non quello dei vivi amati, né quello di Dio, solo il suo.
E se pensasse che lei è viva in qualche posto meraviglioso e sconosciuto? Ebbene sì, lo pensa e butta giù frasi con strane rime, canzoncine assurde, falsi proverbi fino a sentirsi “Perduto, perdito, perdoto, perdato”.

Il suo ricordo è ancora vivo, a momenti la vede lì, fare i suoi due gesti che la distinguono da tutte le altre, ne ricorda i viaggi per andare a trovarlo e il suo tenerci tanto a fare bella figura con suo figlio e gli ambienti che frequentava, la sua valigia che sfornava dolci e marmellate a poco alla volta (sapeva come farlo felice), e il suo ultimo incontro con lei, non sapeva fosse stato l’ultimo.

Ritratto caratterizzato da toni teneri ed, allo stesso tempo, infelici; guarnito da un’infinità di aggettivi e tanta, tanta punteggiatura al punto da amalgamare il respiro di te che stai leggendo con quello dello scrittore che sta buttando giù i suoi pensieri. Ricco di descrizioni particolareggiate, così ben dettagliate da riferire, addirittura, il pensiero di un uccellino nel suo cielo azzurro e una riflessione di uno scoiattolo sul suo albero; e tutto questo per rendere migliore l’inquadratura della madre in scene rimaste impresse nella sua mente.
“Nei suoi occhi c’è una follia di tenerezza, una divina follia. E’ la maternità. E’ la maestà dell’amore, la legge sublime, uno sguardo di Dio. All’improvviso lei mi appare come la prova di Dio”.

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Macondo – 29 gennaio 2011

∞ Sentenze metalliche ∞

di Roberta Paraggio

Nei parcheggi isolati, nelle cantine ammuffite, nei bagni di casa pieni di fumo e cicche spente, mentre fuori piove, nell’alienante schermo di un pc, negli armadi stracolmi di vestiti inutilizzati, in tutti i non luoghi della coscienza. Qui arrivano gli Intervistatori. Hanno voci metalliche e irriconoscibili, falsetti violenti e domande incalzanti sulle cose della vita in apparenza più banali. A loro non sfugge niente, vengono dal nulla e parlano da non si sa dove. Ma colpiscono senza pietà, con questioni ingenue e tuttavia deflagranti come mine potenti per chieder conto delle proprie mancanze.

Catturano ostaggi e bersagli in apparenza casuali: un vecchio professore stile De Andrè, impotente, rispettabilissimo e fedifrago; uno scrittore non più giovane ma giovanilistico, semi Foster Wallace, semi splatter, semi tutto; donne forzate della palestra a tutti i costi, sgallettate de “noantri”, ex nipotine di Boncompagni dal successo casereccio e cotonato, uomini d’affari un po bugiardi, e Ivano, poliziotto mancato per assenza di raccomandazione, l’unico che si mette alla ricerca degli Intervistatori, e lo fa attraversando un sud Italia stanco e piovoso, muto e surreale, alla ricerca di chi lo ha fatto morire su youtube..
Gli Intervistatori vanno a colpire sul rimosso, sbattono in faccia il freudiano Es ma senza intenzione di analisi o di cura, colpiscono senza rimedio, con le immagini dell’infanzia, di madri rancorose, mogli insoddisfatte, amiche false, piccole ipocrisie che si accumulano,nella vita di tutti i protagonisti come la polvere sotto il tappeto delle casalinghe sciatte.

Artefici di domande imbarazzanti e remote, coltelli affilati in ferite che si credevano chiuse, gli Intervistatori colpiscono per la loro perfidia e violenza, per una implacabile volontà di fare del male, di far affiorare un rimosso inutile, lontano dalle vite apparentemente ben costruite dei protagonisti,non vogliono aiutare, vogliono sapere.
Non manca nessuno all’appello in questo fulmineo romanzo (“Gli intervistatori”, appunto – Ponte Alle Grazie 2010) di Fabio Viola, abile a descrivere l”Italia in modalità reality, l’indifferenza, la demenza lampadata, i valori inesistenti di un paese filtrato attraverso la tv, una realtà trasfigurata dalla pubblicità, dal regresso catodico, un racconto fatto di personaggi ostaggi prima di tutto del proprio “format” di vita e poi degli Intervistatori, moderni inquisitori della coscienza sporca.

Fabio Viola, “Gli Intervistatori”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 3 / 5 – Rapido

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∞ L’Italia secondo Camilleri ∞

di Piero Ferrante

Proviamo a leggere il mondo dagli occhi di Andrea Camilleri. Con quegli occhiali spessi, l’accento rauco siciliano, la voglia di dire no un giorno fisso e l’altro pure. Proviamo a dire no con le parole più semplici che conosciamo, in maniera non volgare, sempre giocando tra un lato e l’altro del filo che può farci cadere nel baratro del’incertezza e del dubbio. Dovremmo avere 86 anni ed una storia di lavoro e scrittura alle spalle, una serie di delusioni grandi così. Ma, soprattutto, tanto coraggio grande almeno quanto l’energia che abbiamo in corpo.

Non deve essere semplice essere nei panni di Camilleri, circondato di lettori che implorano di dar seguito alle avventure di Salvo Montalbano. Quel commissario che nei libri ha in dotazione una bella chioma grigia ma che tutti ormai vedono con la pelata di Luca Zingaretti. Non deve essere facile essere radicale in un mondo che, pur presentandosi spigliato sino al fastidio e sboccato da censura con bollino, sottende vaste oasi di pensiero benpensante.

Lui, figlio di un fascista della prima ora, partecipe attivo della Marcia su Roma. Lui, un diploma ottenuto senza esame per lo sbarco Alleato. Lui, scacciato da un collegio per aver tirato uova contro un crocifisso, in questo paese deve sentirsi stretto, disagiato. Forse anche un tantino sconfitto. Non tanto per la storia del clericalismo, sia chiaro. Quanto più per la costanza con cui il mondo che lo circonda s’impegna a rinnegare se stesso.

2009 e 2010 di Andrea Camilleri sono racchiusi nel testo edito da Chiarelettere intitolato “Di testa nostra”. Laddove, quell’attributo possessivo ha senso vigente in quanto espressione della zucca anche di Saverio Lodato, giornalista de l’Unità, complice dei peggiori di Camilleri nonché curatore del libro. Due anni di Lodato-provocazioni e di Camilleri-pensiero racchiusi in circa duecento pagine. Pagine dure, ironiche, talora addirittura blasfeme nei confronti di un modus cogitandi diffuso. Un manuale della libertà di pensiero e dell’indipendenza contenente tutte le tematiche più in voga, tutti gli argomenti scottanti, sotto la lente d’ingrandimento camilleriana.

Indiscusso protagonista, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, maciullato verbalmente e bastonato con sagacia spietata. E, attraverso lo specchio di Arcore, come in quello fatato del regno della strega di Biancaneve, si possono vedere tutte le magagne di un sistema al tracollo, tutti i sintomi da crollo dell’impero: Noemi Letizia e L’Aquila, Gheddafi ed i processi per corruzione, la guerra in Iraq e le leggi ad personam. È il Cavaliere il bersaglio favorito dello scrittore sicilano. Lodato lo sa e martella. Camilleri ringrazia, prende la rincorsa e parte ventre a terra. Colpendo direttamente: “Demonizzando Berlusconi si fa il suo gioco? Credo, al contrario, che sia il tacere a fare il suo gioco” o “Il problema si fa grosso quando un nano si crede Dio”. Ed indirettamente: “Quando Riina manifestò il proposito delle stragi, Provenzano fece un sondaggio fra imprenditori, politici e massoni. Ma i risultati non li divulgò. Il pentito Giuffrè riuscì a sapere che alcuni industriali del Nord si erano dichiarati favorevoli all’uccisione di Falcone e Borsellino”.

Capitolo dopo capitolo, che sarebbe come dire colloquio dopo colloquio, prende corpo tutta la vasta prosopopea delle vulnerabilità del sistema politico italiano, tutto l’andazzo zoppicante della società dello Stivale, adagiata miseramente su un letto fatato della cui inesistenza potrebbe venire a conoscenza in maniera brusca, capitombolando. Un libro che potrebbe essere utile per gli studiosi avvenire. Chiudiamolo in un baule e mandiamolo in orbita. Fra due, trecento anni, qualcuno lo troverà.

Andrea Camilleri-Saverio Lodato, “Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009-2010”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3 / 5 – Impietoso

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Furio Jesi-Daniele Luzzati, “La casa incantata”, Salani 2011
IL SAGGIO: Noam Chomsky, “Ultima fermata Gaza”, Ponte alle Grazie 2010
IL CLASSICO: Ignazio Silone, “Vino e pane”, q.e.

LA SETTIMANA DELLA MEMORIA. OMAGGIO A BORIS PAHOR
Boris Pahor, “Necropoli”, Fazi 2008
Boris Pahor, “Qui è proibito parlare”, Fazi 2009
Boris Pahor, “Una primavera difficile”, Zandonai 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Alberto Angela, “Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta”, Mondadori 2010
J.K. Rowling, “Animali fantastici: dove trovarli”, Salani 2010
J.K. Rowling, “Fiabe di Beda il Bardo”, Salani 2008

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
Giovanni Marinaro, “Due anime in un solo respiro”, Il mio libro 2010
Intreccio decisamente scorrevole da poter leggere tutto d’un fiato. Nella prima parte vengono trattati diversi argomenti: le difficoltà economiche, l’amicizia, la famiglia, il lavoro… tutti caratterizzati da periodi brevi che danno un ritmo incalzante alla scrittura, da spingerti a leggere sempre oltre. Nella seconda parte una serie di lettere rimaste ignote al destinatario ma che vengono raccolte in un libro che attende di essere pubblicato. Un’unione di “DUE ANIME IN UN SOLO RESPIRO” che finiranno per incontrarsi grazie ad uno strano scherzo del destino descritta in un romanzo magico che sa ben coniugare realtà e fantasia di due giovani con un passato tormentato alle spalle e che hanno una gran voglia di dimenticare.
La realtà è parte integrante della nostra vita, è tutto quello che facciamo, è tutto quello che viviamo, è quello che siamo diventati col tempo portandoci sulle spalle il nostro baule di conoscenze e, soprattutto, di esperienze; la fantasia, invece, è tutto ciò che desideriamo, è il meglio che vogliamo per noi, è il futuro, è fatta di sogni inespressi, speranze, paure, ideali, passioni, certezze e incertezze… che Giovanni Marinaro, il sipontino autore di quest’opera, sa ben mettere insieme le due cose fondendo poesia e prosa, amore e odio, realtà e sogni, lasciandoci col fiato sospeso fino all’ultima parola regalandoci un finale per niente scontato sull’Amore con la A maiuscola.

INCIPIT: “Era notte fonda. Gabriel venne destato nel sonno dalla fine di un sogno inaspettato. Seduto sul letto ed ancora assonnato, volse il suo sguardo verso quella finestra che guardava a sud.”
Giovanni Marinaro, “L’attesa della verità”, Il mio libro 2010
Sicuramente sarà capitato ad ogni lettore che si rispetti di immedesimarsi nel protagonista o in uno dei personaggi del romanzo di turno, di perdersi con l’immaginazione tra posti esotici e viaggiare in luoghi lontani, IMMAGINANDO, scenari, colori, odori e perché no, anche sensazioni. Personalmente mi è capitato molte volte, ma oggi posso dire di aver sperimentato un nuovo tipo di lettura, dove l’immaginazione si fonde con la realtà, dove i personaggi vivono, passeggiano, amano e osservano nel paese e nei luoghi dove anche io faccio pressappoco le stesse cose. Lo ammetto, fa uno strano effetto leggere ad esempio di una passeggiata e sapere e visualizzare esattamente dove i protagonisti muovono i loro passi, con l’esatta percezione di ciò che stanno ammirando, e magari riscoprire con occhi nuovi luoghi che distrattamente guardo ogni giorno.
Questo è l’effetto che mi ha sortito la lettura di “L’ATTESA DELLA VERITA’”, opera di un giovane sipontino: GIOVANNI MARINARO, che in questo suo secondo lavoro si è cimentato in un giallo, dalla trama incalzante, con un intreccio ricco di suspance, unito a quel tanto di romanticismo che sotto sotto è riuscito a scaldare il cuore di una scettica come me. Ancora una cosa: “NOIR”, solo questa parola per descrivere l’inatteso risvolto del…
Ma penso che di più non posso dirvi.
INCIPIT: “Erano trascorse le 14:00 da qualche minuto. La strada era deserta, in quel pomeriggio di fine Ottobre. La pioggia dirompente destava la tranquillità di quel luogo addormentato, distogliendone il rumoroso silenzio. Ancora qualche minuto e quel lungo viaggio sarebbe giunto al termine.”
ITE MISSA EST: “Voltatosi ad osservare il mare, dopo un lungo respiro, salì su una lussuosa Mercedes nera dai vetri oscurati e, con un cenno della mano, ordinò al suo autista di partire.”

Macondo – La città dei libri

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