Macondo – 16 aprile 2011

Diamo il benvenuto, da questa settimana, ad ANGELA CATRANI. Angela condivide la nostra stessa sensibilità verso i libri. Ci siamo scelti a vicenda… Collaborerà con Macondo da SAN LAZZARO DI SAVENA, provincia di Bologna, in maniera stabile, per dare il suo contributo alla crescita della nostra città.

∞ L’urlo di Gaza ∞
di Piero Ferrante

Non solo le nubi oscure dello strangolamento di Vik Utopia Arrigoni. Nei cieli di Gaza, la nuvola nera della morte scroscia pioggia di dolore da un pezzo. Dire vita, nella Striscia, significa diremorte, nella Striscia. E la vita, nella zona più densamente abitata del mondo, 1.400.000 abitanti costretti da fili spinati, barriere, posti di blocco, aviazioni, carri armati, varie ed eventuali, in appena 360 km2, scorre veloce. Tanto che, vista dal treno dell’arroganza, dell’oscurantismo internazionale, della dis-conoscenza delle responsabilità, appare normale. Ma non lo è. Nella lunga e tortuosa cavalcata lungo il binario mediorientale, curve della Storia, salite e discese, interruzioni di linea, ponti crollati e poco carburante, gli accordi di pace falliti come stazioni di una Via Crucis di sangue, emblema di una crocifissione che ha inchiodato al legno decine di migliaia di vittime civili, di vittime bambine, arrestando il tempo in una Polaroid lancinante. Ebbene, in questo lungo correre, l’ultima fermata è Gaza. Casupola diroccata senza neppure la biglietteria. Farebbe lo stesso: nessun controllore ne accetterebbe la validità. Gaza è la stazione fantasma, spersa nella nebbia del mattino spettrale ed atroce.

Ma dagli altoparlanti, bucano l’aria le parole forti di Noam Chomsky ed Ilan Pappè. Sono loro due, il grande linguista e l’esimio storico, gli autori di “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi” (ottimo lavoro dell’editrice Ponte alle Grazie, timbrato 2010). E le loro voci, autorevoli, sono ben diverse dalle metalliche e fisse riproduzioni computerizzate delle stazioni moderne. Chomsky e Pappé non recitano copioni già scritti, non ripetono all’infinito ed all’unisono quel che il passeggero vuol sentirsi dire, la previsione di un tragitto rassicurante, stazione dopo stazione, fino alla destinazione prefissata. No, Chomsky e Pappè ripercorrono, in maniera diversa ma complementare, come due rette parallele, identiche ma con l’incontro fissato alla fine dei tempi geometrici ed umani, il viaggio a ritroso. Attraverso una storia cosparsa di giudeizzazioni forzate, vecchie pretese bibliche e teologiche, pulizie etniche, ragioni che non sono ragioni e non lo sono mai state. No. Sono loro, Chomsky e Pappé, contro ogni volontà dei paganti, a decidere il percorso e l’approdo. Prendono in mano il treno e lo frenano nelle stazioni che loro stessi decidono. Nel tempo: 1947 – 1967 – 1982 – 1993 – 2006 – 2007 – 2008 – 2009. Nello spazio: Camp David, Oslo, Gerusalemme, Ramallah.

Ed ecco comparire, chiari, i paesaggi devastati, gli “errori” di valutazione dei missili, le guerre lanciate dal potente contro una massa di civili male armati e destinati al macello, le risoluzioni violate. Si schiude un mondo identico a quello vero, ma letto attraverso le cristalline lenti della giustizia, della verità. Lenti senza ditate e graffi, che rovesciano la sostanza, non la forma. Perché quando Stati Uniti ed Israele, soli, a braccetto, nel 2008, si oppongono alla risoluzione Onu per il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”; e se ancora loro, ed ancora nella stessa seduta, votano contro una risoluzione per “la libertà universale di viaggio e la vitale importanza del ricongiungimento familiare”; e se Usa e Zimbabwe, guarda caso sempre nella stessa identica seduta, sono gli unici stati al mondo a votare contro la moratoria al commercio delle armi; e se, infine, clamorosamente nella stessa assise, gli Stati Uniti, in beata solitudine decidono di opporsi al “diritto all’alimentazione”, e se, facendolo, hanno contro l’intero mondo conosciuto, allora si rovescia la teoria dell’egemonia. Ed anche quella dell’isolazionismo di Hamas. Perché ad essere isolati sono gli aggressori, non gli aggrediti.

Con lucide analisi (Chomsky) e dotazioni fattuali (Pappé), i due autori danno corpo ad un autentico manuale della verità, un lungo ed involontario pamphlet, dalla forza di un fiume in piena che tracima gli argini e dilaga fin nell’anima di chi legge. Un libro che è sfacciatamente politico, spudoratamente di parte. Quella giusta.
Noam Chomsky-Ilan Pappé, “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 4 / 5 – Per restare umani
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∞ Un amaro calice ∞
di Angela Catrani

Hélène Karol ha otto anni ed è una bambina infelice, terrorizzata da una madre assente, autoritaria, capricciosa, viziata.
Inizia così l’ultimo romanzo pubblicato da Adelphi di Irène Némirovsky (1903-1942), la scrittrice ucraina di origini ebraiche che, trapiantatasi con la famiglia in Francia in giovane età, divenne, negli anni ’30 del Novecento un caso letterario atipico, dato che con la sua morte nei campi di concentramento di Auschwitz ci si dimenticò di lei, fino alla pubblicazione postuma nel 2004 di Suite francese, romanzo non terminato dalla scrittrice e ritrovato in casa delle figlie in una valigia piena di appunti.

Il clamore suscitato da Suite francese, considerato giustamente il capolavoro della scrittrice ucraina, ha fatto sì che venissero ripubblicati tutti i numerosi romanzi della Némirovsky, provocando un enorme interesse sia in Francia che in Italia per una scrittrice dallo sguardo lucido e pungente, dalla lingua pura e netta, dallo stile narrativo levigato come un piano di marmo, ma dalla cui superficie emergono venature più o meno profonde.

In Il vino della solitudine, Irène Némirovsky racconta della sua famiglia, in una sorta di autobiografia solo apparentemente schermata da pseudonimi. E dunque, senza pietà, conosciamo Bella, la madre, una donna vanitosa e passionale, viziata da un marito accecato dall’amore, che non vorrà mai vedere gli amanti casalinghi della moglie. Il padre, Boris, un commerciante poi finanziere ricchissimo, percorre la vita alla ricerca di una effimera emozione, e non coglie l’amore nello sguardo adorante della figlia, l’unica che si preoccupi per lui. Infine la stessa Hélène, bambina poi ragazza amareggiata, delusa, infelice, che cerca nella vendetta un modo per colpire la madre.

Il romanzo è del 1935, la scrittrice è sposata felicemente da nove anni, ha due bambine, ha una fulgida carriera, ma ancora non è libera dai fantasmi del passato, ancora, necessariamente, come in altri suoi romanzi, ha bisogno di demolire la figura materna, di trovare una giustificazione morale per l’odio che non riesce a mitigarsi in pietà verso questa donna profondamente sola, che è costretta a pagare per illudersi di essere amata.

Il romanzo è gelido, intenso, crudo. Vi si racconta di un mondo che è anche il nostro, con le donne di una certa età che si costringono a cure dermatologiche estreme pur di rimanere giovani, un mondo in cui conta solo l’apparenza, in cui solo i soldi danno la felicità, in cui i figli sono accessori di cui vantarsi o lagnarsi a seconda delle circostanze, che non contano, che non si amano.

E’ estremamente moderna, la Némirovsky, e non ha mai paura di chiamare le cose con il loro nome, ma la sua accecante lucidità di pensiero non concede spazio all’immaginazione e alla speranza, rischiando di lasciare il lettore solo e sperduto.
Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Adelphi 2011
Giudizio: 4 / 5
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesco Aloe, “Il vento porta farfalle o neve”, Verdenero 2011
IL SAGGIO: Antonio Cadoni (a cura di), “Jacovitti. Autobiografia mai scritta”, Stampa Alternativa 2011
IL CLASSICO: Edward Said, “Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente”, Feltrinelli 2002

LA TUA UTOPIA, IL SOGNO DI TANTA GENTE. CIAO VIK
Vittorio Arrigoni, “Restiamo Umani. Dicembre 2008 – gennaio 2009”, Manifestolibri 2009
Federica Cecchini, “L’uomo che parla alla torretta. Lettere dalla striscia di Gaza”, Frilli 2003
Gian Luigi Nespoli, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Johnatan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Erri De Luca, “E disse”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
di Libreria Equilibri
Ishiguro Kazuo, “Non lasciarmi”, Einaudi 2006
Tre bambini crescono insieme in un collegio immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani. La loro vita verrà accompagnata dalla musica dei sentimenti: l’amicizia e l’amore come uniche armi contro un mondo che nasconde egoismo e crudeltà. Un romanzo commovente e visionario. Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età, una grande amicizia nasce fra i tre bambini: Kathy, timida e riservata; Tommy, impulsivo ed ingenuo; Ruth, prepotente e carismatica.

La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Sembra quasi averne paura, «come si ha paura dei ragni», pensa Kathy. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, la Galleria, sono così importanti? Cosa dovrebbero dimostrare? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata su questa terra. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento o cannocchiali: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso e vicino la fragilità, la provvisorietà, la finitezza della vita, di qualunque vita.

[La rubrica è a cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

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