Macondo, 15 ottobre 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Demonicamente, Twain ∞
di Piero Ferrante

Henry Nash Smith, curatore della versione originale di Letters from the Earth, definì questo lavoro di Mark Twain, “doppiamente postumo”. Innanzitutto, perché, la pubblicazione successe di oltre mezzo secolo la morte del suo creatore, visto che Twain scomprave nel 1910 e l’opera venne edita soltanto nel 1962. In secondo luogo, perché dovette vincere le resistenze dell’unica erede del padre nobile della letteratura americana contemporanea, sua figlia Clara Clemens (i suoi quattro fratelli erano tutti deceduti prima della morte dello scrittore), combattuta tra la necessità della conoscenza e l’opportunità di scalfire l’immagine del padre. Dubbio più che comprensibile. In un ipotetica scala valoriale-letteraria, le undici epistole che compongono il libercolo, l’ultimo, di Twain, si trova esattamente agli antipodi in quanto a contenuti, ideali e plot rispetto all’innocuo Le avventure di Tom Sawyer. Quello è divertimento e spensieratezza, questo è filosofia, morale.

Ma Twain, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è Tom Sawyer. La sua narrativa è racchiusa nelle marachelle di quel guappo vagabondo. Biforcare i destini del creatore e della creatura significherebbe mortificare generazioni di rigorosi cristiani che hanno fatto delle adventures del ragazzetto motivo pedagogico, formativo. Addirittura, un modello da seguire, per quello spirito d’indipendenza che, nei suoi estremi di ribellione, riesce sempre a ricondursi a ragione. Che è ordine. La pubblicazione della bozza definitiva delle Lettere, pronta nel 1939, se pubblicata seduta stante, sarebbe rutilata rovinosamente su un intero sistema. Avrebbe posto di fronte agli Stati Uniti un mondo diverso, fatto di dissidenza e poca obbedienza, dove un elemento ribelle, una scheggia impazzita s’arroga il siritto di critica rispetto allo status quo.

E’ il 1939, nel mondo sta per scoppiare la guerra e gli Usa provano a riorganizzarsi dopo la peggior crisi economica nella storia del giovane capitalismo. Perciò, bisogna andare avanti credendo nei giusti idoli. Che sono silenziosi, non alzano troppo il capo, non soffrono d’isteria. Finisce così che le Lettere sono accantonate in un cantuccio. E anche in Italia ci arriveranno solo nel 1962, oggi recuperate grazie al prezioso lavoro di recupero della Casa editrice Piano B, titolare di una collana punzecchiante chiamata ‘la mala parte’. Il carico esplosivo restituito, cent’anni dopo la redazione da parte del narratore di Florida, resta immutato. Twain veste i pannni dell’Arcangelo Satana, cacciato via dal paradiso dalle bizze un Dio altero e presuntoso, per nulla disposto ad ammettere che si critichi il proprio creato. Per punizione, viene esiliato in Terra. Dove osserva, medita, legge. E comunica le sue impressioni agli altri arcangeli. Le sue parole, di Satana e di Twain, sono stracolme di potenziale destabilizzante. In dubbio c’è non solo la Sacra Scrittura, come parrebbe ad un’analisi apparente, ma tutto un universo morale fondato sulla religione cristiana. Satana smonta dalle fondamenta i fondamenti della storia dell’Ebraismo, deride le leggende del Vecchio Testamento, destruttura la narrazione biblica.

Con la stessa rabbia (ma forse con eccessiva ripetitività), le Lettere si fanno beffe del puritanesimo della castità e dell’Arca di Noé. Twain, forse conscio della fine vicina, incattivito dalla solitudine e dalla dimenticanza, rinchiuso nel suo pensare sarcastico e filosofeggiante, riflessivo ma spregiudicato, non usa filtri. Parla dell’Uomo e parla di Dio senza porli su piani diversi, ma come interconnessi da un rapporto di potere, il servo ed il padrone, il dominato ed il dominante, l’esecutore ed il teorizzatore. Descrive con minuzia le contraddizioni di questo rapporto, le studia, le forza. Presta la sua mano, non casualmente prorpio all’Arcangelo del male, l’unico che non abbia soggiaciuto a queste condizioni. Non lo fa per vacua mission demoniaca, né per un’avventata redenzione all’incontrario, ma perché, in Satana, si riassume il simbolo del pensiero ramingo, eremita, emarginato. Con cui condivide quasi tutti, insofferenza compresa.

Mark Twain, “Lettere dalla Terra”, Piano B 2011
Giudizio: 3 / 5 – Indignado
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∞ Il grembo della follia ∞
di Roberta Paraggio

Maddalenina la matta è brutta come un dolore, è repellente come può essere solo ciò che non si osa guardare, ciò e non chi, perché lei è oggetto, di scherno, di disprezzo e di poca e benpensante compassione. E’ atroce come il senso di colpa di chi per tutta la vita l’ha scacciata via dalla propria meschina visuale, dalla propria serenità formato paesello, è terribile come il rimorso per una carezza non fatta, per una buona parola non detta che resta conficcata in gola, nell’inutile duello tra l’intenzione e la noncuranza.

Maddalenina puzza perché ha deciso di non lavarsi più, da quando, la sua fortunata vicina Amalia Coghe, ha espulso un anello dall’intestino. Quel gioiello lo vuole anche lei, e, impazientemente ogni mattina fruga tra la sua cacca. Ma, la cosa che desidera di più è una creatura da accudire, un figlio tutto suo e dei suoi mariti immaginari, tre ignari uomini del paese di cui si innamora perdutamente, col candore e l’ingenuità dei matti.

“Mia figlia follia”, romanzo della sarda Savina Dolores Massa, è un itinerario nella mente di una donna sconnessa che ha attraversato tutte le fasi della sua vita senza assaporare l’amaro del male. Non se n’è accorta Maddalenina dei silenzi carichi di vergogna, non ricorda di suo padre arso vivo, non può sapere del grembo di sua madre sbattuto in ogni spigolo con violenza, con la speranza che lei non nascesse. Allora era li, in un liquido amniotico che non è voluto diventare fiele, guardava il mondo da quel posto silenzioso, e, nel silenzio è cresciuta, con desideri che non sapevano andare al di là dell’orizzonte visibile dalla propria finestrina.

Sola al mondo, cammina per le strade mentre gli altri cambiano direzione per non incrociarla. Eppure, ha da offrire centrini fatti all’uncinetto e un sorriso perfetto, ha dei bei denti e sorride, racconta dei suoi amori a Maria Carta, guaritrice del paese sua unica e forse immaginaria interlocutrice. Proprio in questi dialoghi sta la forza del racconto, Savina Dolores Massa riporta un’immagine cruda, muta, scabra, un bianco e nero sgranato e povero, in cui solo il disincanto di Maddalenina porta un taglio di luce, un sorriso sghembo. Mentre il giorno del grande evento si avvicina e il suo corpo sbilenco si ingrossa, il racconto segue il corso degli eventi, l’andirivieni tra passato e presente si annebbia, fino alla fine Maddalenina pensa di avere in grembo il figlio del suo amore immaginario, gli parla, fa progetti. Con il suo fiocco consunto tra i capelli, realizza scarpine di ogni colore, sogna la vita a spasso per il paese al braccio dei suoi tre uomini, aspetta un riscatto sociale che non avrà mai luogo.

Maddalenina, infatti, porta in grembo solo follia, la sua unica compagna e creatura possibile, un male oscuro che le mangerà il corpo folle. Non darà alla luce nulla, se ne andrà sola e silente, sotto il fico secco di Maria Carta la troveranno seduta, le braccia in grembo, a cullare un sogno che non si è realizzato.

Savina Dolores Massa, “Mia figlia follia”, Il Maestrale 2011
Giudizio: 3 / 5 – Amaro
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∞ Forrest Gump, a cent’anni ∞
di Angela Catrani

Allan Karlsson, svedese, ha appena compiuto cent’anni, ma non ha alcuna intenzione di sorbirsi i festeggiamenti della casa di riposo, i discorsi ufficiali e le pacche sulle spalle senza poter annaffiare il tutto con un grog, o una acquavite, una vodka, o un liquore qualsiasi, insomma. Perché la famigerata direttrice dell’istituto ha occhi svelti e trova alcol di contrabbando in ogni dove. Per cui Allan decide di fuggire: scavalca con qualche difficoltà, data la veneranda età, la finestra e si avvia con passo incerto verso il centro cittadino.

Da questa sua repentina presa di posizione si scatena una vicenda surreale, un circo in cui non mancano elefanti e clown, una girandola di malviventi, ex poliziotti, ergastolani, ma anche brave persone che si lasciano trascinare in questa assurda avventura. Nei suoi primi cento anni Karlsson è stato un po’ come Forrest Gump, un po’ come il prezzemolo, sempre nel mezzo della Storia, tra presidenti di tutti gli Stati, primi ministri, dittatori, scienziati, agenti segreti, diplomatici e via dicendo, ricavandone una esperienza di vita davvero esemplare, necessaria per impartire consigli ai giovanotti che lo accompagnano in questa che potrebbe essere la sua ultima avventura.

Naturalmente, un libro così, oltre ad avere una copertina attraente, deve essere dotato di una quarta di copertina accattivante, che riporti commenti strabilianti su come questo sia il libro più divertente del secolo o giù di lì. Ma gli svedesi hanno uno strano modo di concepire l’ironia. Se non sei completamente fuori di testa e completamente fuori dalla Svezia, per esempio, non ti potrai né saprai davvero divertirti. E, d’altro canto, per essere ilare e felice, il tutto dovrà essere annaffiato da litri e litri di superalcolici. Per non parlare dello strano modo di affrontare i problemi, senza mai farsene soverchiare, ma ponendosi obiettivi brevi e fattibili, fosse anche quello di affrontare le montagne dell’Himalaya.

Un libro simpatico, senza alcun spessore, con qualche notarella di storia qua e là, molta fantasia, un quadro surreale, insomma, con elefanti che viaggiano in pullman, il fratello scemo di Albert Einstein come coprotagonista, tantissimo esplosivo, e un assurdo vecchietto che la Morte si è dimenticata di venire a prendere. Ogni tanto fa bene prendersi qualche ora di respiro e leggere per svagarsi, non dico di no. Però poi ti vengono in mente i veri libri ironici e questo ti serve per scaldarti la cena, insomma.

Jonas Jonasson, “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, Bompiani 2011
Giudizio: 2 / 5
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: AA. VV, “Don Camillo a fumetti”, ReNoir 2011
IL SAGGIO: Sandro Clementi, “Le virtù del terrorismo”, Coniglio editore 2011
IL CLASSICO: Agatha Christie, “Intrigo alle Baleari”, q.e.

SEI ANNI DOPO, CON LOCRI, PER RICORDARE FORTUGNO (16 OTTOBRE 2005)
Oriana Boldrin, “Siamo tutti mafiosi? I giovani incontrano la mafia”, Anordest 2010
Giuseppe Fava, “Riflessioni sulla morte, sulla vita e sul pensiero dell’onorevole Franco Fortugno”, Equilibri 2008
Antonio Condò, “La rivolta del megafono. Soffia il vento della speranza nella ribellione dei ragazzi di Locri dopo l’omicidio di Franco Fortugno”, FPE-Franco Pancallo Editore 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI IN ITALIA DELLA SETTIMANA (lettura.it)
1. Paulo Coelho, “Aleph”, Bompiani 2011
2. Erri De Luca, “I pesci non chiudono gli occhi”, Feltrinelli 2011
3. Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”, Newton Compton 2011

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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