Macondo, 22 ottobre 2011

Stato Quotidiano

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Un giorno di maggio. A Capaci ∞
di Piero Ferrante

“Non si può chiedere a un alpinista perché lo fa. Lo fa e basta”. Erano queste le parole usate da Giovanni Falcone per spiegare la sua dedizione alla causa dell’antimafia. Una dedizione dolorosa, quasi una militanza, che gli regalò in cambio anni da protetto, nella bambagia della scorta che si fa controllo, si fa cappa, si fa oppressione. Eppure, il Falcone uomo, cessato d’essere in un giorno di maggio del 1992, amava la vita almeno nella stessa misura in cui il Falcone giudice amava la causa della giustizia. Il mare di Sicilia, il pacchetto dei Toscani, l’amore per i libri e per Francesca (Morvillo, che sposa in seconde nozze del 1986 e che, con il giudice, cadrà per mano di Cosa Nostra) s’intersecavano ineluttabilmente con le inchieste, con le confessioni di Tommaso Buscetta, con le pubbliche aggressioni di Leoluca Orlando e Totò Cuffaro. Oggi, 19 anni dopo, quell’inestricabile combinazione d’eventi esce dalla storia per riassumersi in una graphic novel. Autore, Giacomo Bendotti (27enne sceneggiatore benedetto dal dono del cantastorie). Un lavoro veloce ma per nulla distratto, rigoroso ma non per questo scevro di emotività, intriso della forza propria dei sogni eretti ed infranti. Diretto, come certi pugni. Come quei cazzotti nello stomaco che t’aspetti ma che, ogni volta, mozzano il respiro giusto quell’attimo da annientare la ragione del mondo d’intorno. Essenziale e disadorno. Un lavoro così puro che non abbisogna di fronzoli. E lo capisci subito, da quel titolo che non è un titolo, ma una carta d’identità: “Giovanni Falcone”. Non serve aggiungere altro agli editori della Becco Giallo, sempre in prima linea in fatto di memoria civile. Basta questo per narrare quel che serve narrare. Bastano poche lettere per trasformare un ‘fumetto’ qualsiasi nella storia recente di una Nazione.

Una storia da cui non scampano amici e detrattori. Che furono di Falcone e che saranno di Paolo Borsellino. E, man mano che la si legge, nei tratti sicuri tracciati da Bendotti, si torna indietro, fino a quei giorni vissuti in compagnia di deflagrazioni e di sirene, pezzetti immediatamente percebili di una strategia sotterranea che doveva condurre Stato e mafia a divenire compari, compagni di banco, amici di merenda. Quell’epoca che ha segnato ineluttabilmente il volto di almeno due generazioni di cittadini, seppellito la Prima Repubblica sotto quintali di tritolo e sfregiato definitivamente il volto di un Paese, dal 1992 non sarà più lo stesso. Addirittura, non sarà più se stesso. Intimorito, frastornato, rincintrullito da quei rumori forti, dall’estetica della morte dei morti ammazzati, da immagini che sono immagini di guerra, con tanto di bombe, di stragi, azzeramento dei diritti umani. Una guerra che non è stata dichiarata ma che i suoi morti li ha già lasciati sul campo (1983, Rocco Chinnici; 1985, Nino Cassarà; 1990, Giovanni Bonsignore).

Eppure saranno Capaci e Via D’Amelio i punti di non ritorno. Saranno Capaci e Via D’Amelio, a tramutare lo strazio in indignazione e l’indignazione in sdegno. La scena finale della novel, che è la scena finale di una vita, è anche la scena finale di un’Italia che si credeva al riparo, immmune dai suoi vizi. L’ultimo fotogramma di Bendotti rappresenta la deflorazione subita dall’Italia da parte del male. Più di Portella della Ginestra, più del massacro di Reggio Emilia, più di Ustica e della stazione di Bologna, è a Capaci, in quell’ultimo fotogramma raffigurato dall’alto, che si legge l’intera biografia del nostro popolo, il cui verrà di lì a poco a Palermo.

“La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione, e avrà quindi anche una fine”, disse Falcone mentre conduceva un processo (‘il maxiprocesso’) che portò sul banco degli imputati 475 persone, 207 detenuti, 25 collaboratori di giustizia; che trasse 450 capi d’imputazione (90 omicidi) infliggendo 342 condanne, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere e multe per oltre 11 miliardi di lire. La sua morte ha potuto rallentare i lavori, ma non li ha più fermati, come non ha soppresso la Procura Nazionale da lui stesso voluta. Falcone è stato lo scoppio del motore, il suo sangue, l’olio degli ingranaggi. La macchina della Storia cammina grazie a questo.

Giacomo Bendotti, “Giovanni Falcone”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Fratelli d’Italia
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∞ Storia di uno spocchioso ∞
di Roberta Paraggio

Non è facile creare personaggi letterari che suscitano antipatia dal primo rigo, leggendo ci si ferma, si indugia, si cerca l’empatia, ma in questo caso l’operazione risulta piuttosto complessa. Fabrizio Garrone, protagonista di “Il diavolo alle calcagna” (Nottetempo 2011) è uno scrittore in crisi folgorato da un gingle pubblicitario più che mai stolto. Fuori dal giro dei premi letterari, lontano ormai dai party, escluso dalla cerchia degli emergenti radical chic di cui ha fatto parte per anni, è un uomo solo, vedovo di Daniela, donna austera, studiosa di letteratura e tremendamente spocchiosa anch’essa.

Cerca qualcosa senza sapere cosa sia, nelle notti insonni condite dal tubo catodico si rigira in solitudine pensando alla sua vita soddisfacente ma ancora vuota.
Vuole di più, vuole diventare bello, snello, come il ragazzo della pubblicità, si affida ad uno psichiatra sui generis che lo riempie di pillole per raggiungere una soddisfazione fasulla fatta di magrezza, addominali a tartaruga su un corpo che non vuole diventare testuggine molliccia. Il protagonista di questo romanzo fa paura per la sua vacuità, per il desiderio sfrenato di correre di pari passo ad un tempo che vuole tagliarlo fuori, un insano bisogno di gioventù, una decadenza di valori sostituita da bisogni edonistici.

Non fa sorridere, non è simpatico, non ama neanche più i suoi cani, non si cura più degli amici, tutta la sua esistenza è protesa alla corsa, la sua autostima si misura a colpi di specchio e party pieni di sgallettate. Francesca Duranti è spietata, non indulge un attimo sulla decomposizione morale del suo protagonista, non gli lascia tregua né dignità, lo descrive con acutezza, asserragliato da quel diavolo furioso del titolo che gli mette il fiatone, mentre corre una vita che sempre meno coscientemente gli appartiene. Snocciola i suoi pensieri invasati, una voglia di rivalsa da un’esistenza che in fin dei conti gli ha dato tutto, soldi, successo, una casa rifugio a New York. L’insoddisfazione monta, ma non si capisce da dove proviene, il protagonista non lo spiega, la sua creatrice nemmeno, cosa può desiderare? Ha bisogno di vincere senza gareggiare, di trovare una preda facile.La sua sete di conferme si materializza in Samantha, poetessa aspirante velina dal cervello poco reattivo, bella e cretina, come le donne che di solito rifuggiva, ma che adesso gli serve, per soddisfare ancora una volta, forse l’ultima, la sua vanità.
Quando scoprirà che in realtà Samantha con la h, non è sciocca come pensava, la sua vanità ferita gli farà progettare addirittura l’impossibile, la vendetta più atroce, il delitto perfetto, si ingegna, progetta, aguzza un ingegno sopito sotto i muscoli. Ma,fortunatamente la sua mente ha un guizzo, torna con i piedi per terra, non sacrificherà una vittima alla sua vanità, resterà ancora solo, ma stavolta, con lentezza.

Francesca Duranti “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – la tragedia di un uomo antipatico
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∞ Il tè è servito, Milady! ∞
di Angela Catrani

In Inghilterra piove sempre, si sa. In Inghilterra piove e fa freddo per svariati mesi l’anno: anche questo luogo comune fa parte dell’immaginario collettivo, di tutta quella serie di memorie che ci portiamo dietro come bagaglio culturale da un luogo più o meno reale all’altro. E dunque le bevande calde a metà pomeriggio svolgono funzione sociale e fisica allo stesso tempo. Il rito del tè, sconosciuto nella calda e soleggiata Italia, coinvolge tutta la famiglia e gli eventuali, insopportabili, indesiderati, e obbligatori ospiti. Appunto, i visitatori, questa piaga sociale tipicamente inglese, questi vicini che si fanno scrupolo di andare a informarsi della salute di amici e parenti sobbarcandosi lunghi viaggi fangosi da una contea all’altra, spesso a piedi, capitando, guarda caso, proprio nell’ora del confortevole tè. Come sottrarvisi? Le lady inglesi sono delle vere esperte nell’arte della simulazione, ma altrettanto capaci di scovare i padroni di casa anche negli angoli più nascosti delle immense e mal riscaldate ville.

Il “Diario di una lady di provincia”, di E.M. Delafield, scritto agli inizi degli anni Trenta, racconta di vicini noiosi e logorroici, di bambini pestiferi che vengono educati in collegio e mal sopportati durante le vacanze, ci diverte immensamente con le cronache di pranzi e balli, dove gli argomenti di conversazione vertevano dalla caccia alla volpe alla coltivazione degli ortaggi, ci fa sorridere con la descrizione di mal riusciti tentativi botanici, ci fa rabbrividire al pensiero della tristissima cucina inglese, dove la novità massima era rappresentata dalle carote bollite al posto delle solite patate, e infine ci commuove nel racconto dei rapporti tra moglie e marito, la moglie lamentosa e il marito burbero e laconico, ma poi pronto a ergersi a paladino di fronte alle fobie della consorte.

E infine, il rapporto che questa signora ha con i domestici è addirittura esilarante. Se si ha memoria di altre letture inglesi, una tra tutti il meraviglioso “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, non ci si meraviglierà poi troppo di quel rapporto teso tra distanza e intimità, tra sopportazione e insoddisfazione che si crea tra un domestico e il suo datore di lavoro. Ma in questo romanzo c’è una cuoca brontolona e insopportabile, serrata nelle sue cucine su cui sovrintende con dispotica autorità. “La cuoca borbotta che a meno che non si trovi un valido aiuto, è impossibile sbrigare tutto il lavoro in cucina. Trovo che la affermazione sia assurda, ci mancherebbe solo questa spesa superflua. E so anche che in questo periodo dell’anno è impossibile trovare aiuti di sorta. Molto bene, vedrò cosa posso fare, rispondo, e io stessa sono disgustata dalla mia ipocrisia. È proprio vero che i domestici ci riducono a un branco di codardi”.

La cuoca cucina in modo ripetitivo e approssimativo, ma non ci si può lamentare, pena il licenziamento. Addirittura si finisce tutto quello che c’è nel piatto, e non per una buona regola sociale ed economica, ma solo perché in questo modo si evitano le polemiche e infinite recriminazioni. “… per pranzo la cuoca mi fa portare dell’altra gelatina. La offro a Helen Wills (la gatta di casa), che ha un conato di vomito e si ritrae. Credo che questo sia un motivo più che valido per rimandarla in cucina intatta, ma se lo faccio la cuoca si licenzierà di sicuro e questo proprio non posso permetterlo”.

La protagonista è una signora ancora giovane, madre di due bambini, inguaribile ottimista, gentile, ironica, accomodante e spendacciona. La cronica mancanza di soldi, la maniera di procurarseli tramite espedienti vari e la tentazione di spenderne sempre e comunque è la caratteristica di altre eroine della letteratura inglese di tutti i tempi, da Jane Austen in avanti, un vero modus vivendi per queste ladies di provincia, costrette tra svariati balli e pranzi a non potersi presentare con il medesimo vestito per più di due volte.

La sottile ironia che permea tutto il romanzo lo rende lettura gradevolissima, agevolata dalla ottima traduzione di Monica Pareschi, che sa rendere il linguaggio colto ma spontaneo della upper class britannica in maniera davvero convincente. Si può trovare molto più ironia nelle situazioni normali e nella quotidianità di una famiglia che non in mirabolanti e assurde vicende costruite ad arte.

E.M. Delafield, Diario di una lady di provincia, Neri Pozza editore, 2010
Giudizio: 4 / 5 – ironicamente realistico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Elena Ferrante, “L’amore molesto”, E/o 2011 (nuova ristampa)
IL SAGGIO: Giulio Di Luzio, “Sporchi, brutti e cattivi”, Ediesse 2011
IL CLASSICO: Jonathan Swift, “I viaggi di Gulliver”, q.e.

LA VIOLENZA: SOLUZIONE O PROBLEMA?
Veronique Le Goaziou- Laurent Mucchielli, “I giovani e la violenza. Una questione aperta”, Clueb 2010
Isabel Sommier, “La violenza rivoluzionaria. Le esperienze di lotta armata in Francia, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti”, DeriveApprodi 2009
Hannah Arendt, “Sulla violenza”, Guanda 2008

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (ibs.it)
1. Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”, Newton e Compton 2011
2. Fabio Volo, “Le prime luci del mattino”, Mondadori 2011
3. Walter Isaacson, “Steve Jobs”, Mondadori 2011

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