Macondo, 23 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ La Santa pedalata ∞
di Piero Ferrante

“Il Cammino di Santiago non è un posto difficile, per seguirlo occorre solo tempo e un po’ di volontà”. E, più concretamente, gambe buone ed un fedele accompagnatore. Come quello di Natalino Russo, ad esempio, partito alla volta della Galizia in compagnia della sua imprescindibile due ruote ed un carrettino da traino fai-da-te, il sollevamento dalle sue pene fisiche, il briciolo di rilassatezza per non finire schiacciato sotto il peso dello zaino.

Nella vita, Russo viaggia e scrive. Anzi, viaggia e poi ne scrive. Non è esattamente un giornalista. Piuttosto, una specie di voce narrante barra camminante a disposizione di varie riviste e testate. Durante uno di questi viaggi – una lunga luna di miele di sé con sé -, dieci tappe per dieci giorni di gestazione emotiva, è scaturito, ovvio e consequenziale, “Nel mezzo del cammino di Santiago”. Sottotitolo che è tutto un programma: “In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”. La casa Ediciclo l’ha chiesto, l’ha ottenuto, l’ha pubblicato.

Qualcosa a metà fra un manuale di viaggio (c’è un’appendice di utili informazioni su come viaggiare, dove dormire e dove informarsi per un viaggio in tranquillità) ed un diario di bordo, “Nel mezzo di cammino di Santiago” è un rintocco di suoni, una filastrocca di colori, un motivo di odori. E se Russo fa di tutto per esibire le sue emozioni, nello stesso tempo non si può dire che si batta strenuamente per non suscitare un rigurgito di gelosia. Pedalata dopo pedalata, con il sottofondo del frullare che riesce a sopraffare il caos urbano che attanaglia chi legge, sovrasta televisioni e cellulari, silenzia clacson ed urla vandaliche, si schiudono i panorami sterminati della meseta ed il verticistico splendore delle salite impervie.

Ogni tappa è un capitolo. Ogni capitolo, un inizio ed una fine. Ed ogni fine, la sottile barriera che sta in mezzo fra una notte di sonno ed una giornata di bicicletta. Le immagini, i paesaggi di quiete e pellegrini monopolizzano il testo, aprendo fronti inconsueti per le epoche di caos, fast food e tempi ristretti. Cellulari ed internet non meritano spazio, ridotte a menzioni en passant, giusto il tempo di ricordarne la vacuità nel corso del viaggio se non come appiglio d’emergenza ma in ogni caso eventuale. Al loro posto, il tempo è scandito dalle Cattedrali (bella la descrizione di quella di Burgos e le leggende che aleggiano nei pressi di quella di Leòn) e la socialità da bar, osterie ed ostelli. Non ci sono mediazioni per chi sceglie il Cammino. E’ un atto estremo e senza appello che incatena senza possibilità di fuga, rende schiavi di un progetto mobile e sempre nuovo, in cui tutto scorre con modalità identiche da secoli. Fino alla redenzione finale di Santiago. Quella che confonde tutto o schiarisce tutto.

Di questa pellicola ingiallita, Russo rappresenta lo schermo, il telo bianco che riceve le immagini e le proietta come il cervello fa con il sogno. E se un vizio c’è – e c’è – è la sfuggevolezza delle descrizioni, la velocità del viaggio. ma forse non è colpa dell’autore. Forse, semplicemente, è colpa dei giorni, del tempo che non si cristallizza adattandosi alle esigenze voluttuose di lettori taccagni di evocazioni. O, probabilmente, è un tiro birichino di Russo, pescatore sapiente che getta l’esca e lascia a noi pesce il gusto di approfondirne in sapore. Chiama Russo. Ci chiama a mollar tutto ed a partire. Ed a farlo non per un motivo, non per ascetismi o vani filosofeggiamenti. Solo, per il gusto di farlo. Per il cammino che è lì.

Natalino Russo, “Nel mezzo del Cammino di Santiago. In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”, Ediciclo 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Frullante
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∞ Storia di lotta, misteri e lacrimogeni ∞
di Roberta Paraggio

Radio Alice, come ogni sera stila il suo tragico bollettino di morti, feriti, attentati. Alessandro Bellezza la ascolta in macchina mentre va al lavoro. Una singolare professione inventata a bella posta per lui, quella di raccattare animali morti o feriti sulla statale che da Bologna va verso San Giovanni in Persiceto. Lavora di notte, dopo che la sua vita è andata a rotoli avendo scelto da che parte stare. Alessandro era un “chirurgo rosso”, uno di quelli che ha curato i compagni feriti. Fin tanto che la situazione gli è sfuggita di mano, quella mano tremante per il troppo alcol ingollato.

E’ il 1977, Bologna, lacrime, sangue e lacrimogeni segnano i tempi. Nelle sue peregrinazioni notturne, a caccia di bestioline da salvare e ricordi da scacciare, l’incontro che sconvolge tutto, il corpo di una donna che crede morta e che in realtà è solo gravemente ferita. E’ Francesca Mirri, poliziotta infiltrata in Ordine Nuovo, a caccia di un assassino ben camuffato nei meandri dell’insospettabile paesello. Il passato ritorna nella vita di Alessandro man mano che la memoria riaffiora alla mente di Francesca, storie troppo grandi, dolorose, misteri italiani mai risolti e apparenze ingannevoli.

Un’indagine complessa sullo sfondo della quale, la provincia sonnacchiosa e rubiconda diventa crogiolo di poteri occulti, il baretto di periferia crocevia per vecchie vendette e nuove trame eversive. “L’odore acido di quei giorni”, edito da Laurana, è un romanzo che sorprende per la perfetta amalgama di realtà storica recente e finzione narrativa, è insieme racconto di un’Italia più nera che misteriosa e romanzo giallo dai tempi perfetti e dai personaggi privi di sbavature spazio temporali.

L’epilogo è tragico, nella finzione narrativa e nella realtà storica. Bravo Grugni a raccontare l’epilogo di una speranza tramutata in minaccia che culmina in Piazza Maggiore nel marzo del ’77, i carrarmati inviati dal non ancora picconatore e poi “pluripremiato” e ipocritamente compianto Cossiga a calpestare ogni speranza. La fine di un’epoca che segna l’andazzo di un paese privo di memoria.

Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laurana 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Avete pagato caro… Non avete pagato. tutto!
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∞ Perseguitati ∞
di Angela Catrani

Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno fatto una operazione bella davvero. In lunghi anni di ricerca e con la collaborazione di tante persone hanno raccolto, in Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, lettere e diari di tanti ebrei perseguitati dalle leggi razziali italiane. Ne è venuto fuori un saggio che è quasi un romanzo, diviso in capitoli cronologici, dalle prime disposizioni razziali dell’estate del 1938 alla liberazione del 1945.

Un racconto organico con le voci dei perseguitati, prima assolutamente increduli e poi via via sempre più sconfortati, preoccupati, disperati.
Di ogni protagonista viene disposta in nota la vicenda, se ha avuto la ventura di salvarsi, e allora spontaneo giunge un sospiro di sollievo, oppure la tragica fine, e la commozione è ogni volta, per ogni persona uccisa.

Gli ebrei in Italia erano, come d’altronde in Germania, assolutamente integrati, i matrimoni cosiddetti misti erano frequenti e spesso e volentieri, prima delle leggi razziali, non si sapeva che la famiglia vicina di casa fosse ebrea, dato che a volte la conversione al cattolicesimo era pervenuta molti anni prima.

Nell’esauriente introduzione, necessaria per entrare appieno nelle vicende private raccontate, si spiega come le leggi del settembre del ’38 vennero precedute da infamanti campagne diffamatorie razziste a mezzo stampa contro gli ebrei, colpevoli, nel caso italiano, di “possedere” la cultura italiana. E infatti i primi a cadere sotto la scure fascista furono i professori universitari ebrei e gli insegnanti.

Questa idea di una “razza” intellettualmente superiore, idea pericolosamente falsata e deviante, ha permeato però tutto il pensiero successivo, fino a giungere, in positivo questa volta, ai nostri giorni, dove il compagno di scuola di famiglia ebraica deve essere bravo per forza, per forza è più brillante e dotato, non per una sua propria dote intellettiva, ma perché ebreo. Sono passati 65 anni ma ancora l’idea di “razza”, spesso nascostamente, invade la nostra cultura che pur si dichiara aperta e moderna, ancora l’uomo ha bisogno di confronti e di sapersi differente, come se l’Uomo non fosse organicamente e geneticamente uno.

Questo saggio aiuta a non dare per scontato le brutture che a volte si leggono sui giornali, i confronti razzisti tra “noi” e “loro”, dove a volte si confondono i “noi” e dove per lo più “loro” sono non ben identificati e raccolti nelle paure ataviche di persone ingenue dalla memoria troppo corta. Un saggio bellissimo, che racconta un’Italia che assomiglia in modo quasi drammatico a quella attuale, nelle corruzioni e nei buoni sentimenti, tra una Chiesa che non volle prendere nette posizioni e i tanti sacerdoti di piccole parrocchie che hanno rischiato la loro vita per salvare quella degli altri, tra la ricchezza di pochi e l’estrema indigenza di tutti gli altri.

Mario Avagliano, Marco Palmieri, “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Da leggere
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesca Duranti, “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Francesca Forno, “La spesa a pizzo zero. Consumo critico e agricoltura libera, le nuove frontiere di lotta alla mafia”, Altraeconomia 2011
IL CLASSICO: Federico Garcia Lorca, “La casa di Fernanda Alba” q.e

CONTRO IL “MUOVISMO”, SI ALLE VACANZE ECOSOSTENIBILI
Massimo Acanfora, Silvia Leone, “Guida all’Italia eco-solidale. Turismo responsabile in 20 città”, Altraeconomia 2011
Federica Brunini, “Il piccolo libro verde del viaggio. 250 consigli ecosostenibili”, Morellini 2010
Andrea Poggi, “Viaggiare leggeri”, Terre di Mezzo, 2011
Angela Maria Serracchiolo, “Con le ali ai piedi. Nei luoghi di San Francesco e dell’Arcangelo Michele”, Terre di Mezzo 2010
Alessandro Berruti, Silvia Pochettino, “Turisti responsabili dalle Alpi alla Sicilia”, Terre di Mezzo 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Elisabeth Gilbert, “Mangia, prega, ama”, Rizzoli 2011
3. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Ernest Hemingway, “Il vecchio e il mare”, Mondadori 2000
Il 21 Luglio 1899 nasce lo scrittore statunitense Ernest Hemingway. Consigliamo il racconto “Il vecchio e il mare” dalla trama molto semplice e forse proprio per questo arriva dritta al cuore. Santiago è un vecchio pescatore cubano ormai abbandonato dalla buona sorte. Sono diventati ottantaquattro i giorni in cui non è riuscito a prendere alcun pesce. Manolo, il ragazzo che fin da bambino lo ha accompagnato in barca, a cui ha insegnato ogni cosa del mestiere di pescatore e nei confronti del quale nutre un profondo affetto, è stato costretto dai genitori a pescare su un’altra barca. Ormai tutti ritengono Santiago un vecchio privo di risorse colpito dalla sfortuna. Vive solo nella capanna del suo piccolo villaggio abbandonato da tutti, deluso e sfiduciato, come colpito da una maledizione. Manolo ricambia però il suo affetto e non manca di far capire a Santiago che preferirebbe pescare con lui. Manolo lo va a trovare tutte le volte che può; cerca di aiutarlo trasportando le lenze o la fiocina o la vela; gli procura le esche. E vederlo arrivare a mani vuote lo rende infinitamente triste e impotente.

Santiago prende nuovamente il mare da solo e questa volta un enorme pesce abbocca all’amo trascinando al largo la sua piccola barca. E’ una lotta molto dura quella tra Santiago e quel pesce spada lungo più di cinque metri; dura tre giorni e tre notti durante le quali il vecchio avrebbe tanto desiderato l’aiuto e il conforto di Manolo. Il pensiero del ragazzo lo accompagna sempre e gli da forza quando sta per cedere; ma c’è anche un altro uomo che lo aiuta in questo suo estenuante percorso e che ritiene un impareggiabile esempio. E’ l’italo-americano Joe Di Maggio, imbattibile capitano della squadra di baseball di New York. Grazie a loro e alla sua perseveranza, Santiago vince la lotta contro il “nobile” pesce. Ma la sua piccola odissea non è conclusa. Durante il viaggio di ritorno Santiago è costretto a fare i conti con gli squali che non vogliono mollare quella preda e che man mano gli strappano. Il vecchio riesce ad avere la meglio su quei pescecani, ma al suo rientro nel porto, del suo enorme pesce è ormai rimasta solo la testa e la lisca, quasi un simbolo di ciò che ha dovuto affrontare. Una vanificazione delle grandi speranze e di tutti gli sforzi? No, piuttosto un elogio della forza e della perseveranza, ma anche del rispetto per la natura e del risentimento per l’uccisione di un animale in fondo simile a lui, forte e solo.

Il linguaggio adottato da Hemingway è semplice anche se molte pagine contengono termini tecnici riguardanti la pesca che qualcuno potrebbe trovare noiosi. Diversi sono i temi che emergono in questo racconto. Prima di tutto l’amicizia e l’affetto tra il vecchio pescatore Santiago e la giovane leva Manolo; poi la solitudine, l’abbandono e lo sconforto di chi è ormai vecchio e quasi emarginato da tutti; infine la sconfitta in qualche episodio di vita, ma certamente non la sconfitta nella vita. Un libro per chi voglia trovare un brillante esempio di tenacia e caparbia; per chi voglia lottare e non avere rimpianti; per chi voglia ritrovare le forze e affrontare la vita con determinazione. Un racconto indimenticabile come gli occhi di Santiago che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

Macondo, 18 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Con la penna nell’Inferno ∞
di Roberta Paraggio

Peppe Lanzetta è crudele. Vincent Profumo è cruento. E, Napoli, in questo ultimo romanzo di Lanzetta edito da Garzanti, “Infernapoli” (2011), è ancora più disperata e putrida.

Storia di un boss che si inonda di Guerlain come una ottuagenaria tenutaria, per non sentire la puzza di schifezza che lo rincorre fin negli incubi della notte partenopea. Volgare e cafonazzo, cerca redenzione nella voce di Maria Callas e se ne commuove. Ma lo fa in maniera sbracata, in slip leopardati, panza penzolante e orrendo riporto ingelatinato. Genuflesso davanti a un Padreppio formato famiglia. A Pietralcina una volta al mese con la prole, sembra proprio un bravo cristiano. Però lui no. Lui è Vincent Profumo, e i suoi scagnozzi hanno nomi rubati alla lirica e puntualmente declinati alla partenopea: Falstàff, Parsifàl…

Lanzetta come sempre è grande nel riportare la grettitudine e l’oscenità di un mondo infernale eppure quotidiano, creando personaggi come Vincent, Jonny Tarallo, Giggino o’ finanziamento che già sono imparentati con altri che bazzicano i mondi letterari dello scrittore, e consanguinei cinematografici figli di quel cinema napoletano che sa raccontare la tragedia senza straripare nella facile sceneggiata. Pensiamo a Pater Familias di Francesco Patierno, a Luna Rossa di Antonio Capuano all’ipnotico Imbalsamatore di Matteo Garrone.

Infernapoli è un libro lurido, nel linguaggio e nelle immagini evocate. Non fa sconti, non indulge, non ha amore ma solo sesso degradante e ululante. Neanche l’affetto di Vincent Profumo per le figlie Maria Sole, Maria Luna e Maria Stella riuscirà a farlo tornare sulla retta via che probabilmente non ha mai conosciuto.

Ci sono cinesi che vogliono rubargli la piazza della prostituzione, omicidi, tradimenti, vendette trasversali, preti pedofili, figlie ca’ panza annanz, mogli insoddisfatte che cornificano con idraulici nerboruti, in un‘oscena baraonda di corpi sudati ed ostentati, mollicci e caldi, freddi di morte violenta, sciolti nell’acido, sezionati per divertimento.
E c’è una puzza che appesta l’aria, di diossina, di merda, di monnezza e di paura, quella che di notte fa rigirare in un letto di sudore e capelli bianchi, è la puzza di una vita in un vicolo scuro scuro, che non ti fa scegliere, che ti strozza mentre Vincent Profumo si ingozza con le mani unte.

E c’è Donna Cuncetta del basso che non ha più il mare da guardare, ha affogato nel tuppo nero un altro dolore, un figlio sparato, un cravattaio che passa e spassa, un nuovo sfogo da tacere nel suo inferno di silenzio e terrore.
Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
Giudizio: 3, 5 / 5 – Realismo tragico
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∞ Disobbedienza di genere ∞
di Piero Ferrante

Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato
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∞ Simboli laici ∞
di Angela Catrani

Quando entro in luogo pubblico, sia esso una scuola o un tribunale, o un semplice ufficio delle imposte, l’occhio, spesso nolente, mi cade sul crocefisso, tristemente e solitariamente appeso in alto, vicino al soffitto. Una semplice croce di legno, per lo più. E non reputo il crocefisso un bel simbolo da apporre in un luogo che è di utile necessità per tutti i cittadini. Perché i cittadini possono anche essere per la stragrande maggioranza cristiani e dunque ritrovare nel crocefisso appeso un simbolo a loro caro, ma che significato potrà mai avere per un cittadino ebreo o mussulmano questo eterno simbolo di morte?

Dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il fatto che l’Italia è multiculturale e multireligiosa e non possiamo nasconderci con dietrologie patetiche in riferimento a un’identità culturale cristiana che investa l’Italia intera. Non sono nemmeno duemila anni che l’Italia è cristiana, prima aveva negli dei dell’antica Roma i suoi riferimenti e prima ancora altri dei e prima ancora fuoco acqua terra e aria.

Con una puntigliosa, sarcastica, incisiva disanima il professor Sergio Luzzatto, docente dell’Università degli studi di Torino, nel suo saggio “Il crocifisso di Stato” si scaglia, è davvero il caso di dirlo, contro quei politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, che dichiarano importante e fondamentale avere la croce affissa nei luoghi pubblici come simbolo identitario dell’Italia unita.

Dunque un crocefisso tricolore?

In realtà il crocefisso appeso nei luoghi pubblici ha origine nei decreti mussoliniani dopo la marcia su Roma, quando l’approvazione della Chiesa era necessaria a mascherare le nefandezze delle camicie nere. E nel ’48 non si ritenne di dover calare giù dai muri le croci dato che i tempi tristi del dopoguerra consigliavano prudenza. Arriviamo dunque al 1984 e alla netta separazione della Chiesa dallo Stato, che costituzionalmente è laico, tramite il Concordato. Ma il crocefisso è ancora là, dato che oramai è considerato simbolo dell’Italia Unita, dato che “in fondo non offende nessuno”, dato che “è simbolo di pace”.

E dunque due cittadini, due professori della scuola superiore, i coniugi Montagnana, si armano di buona volontà e partono alla carica contro questo uso simbolico distorto di una croce. Devono passare vent’anni di tribunale per avere ragione, perché alla fine e a seguito di ben altre vicende, e siamo nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dichiari fuori legge il crocefisso sulle pareti dei luoghi pubblici. Il parlamento italiano tutto si appella contro questa decisione e a tutt’oggi non abbiamo ancora un parere definitivo.

Eppure.

Eppure centocinquant’anni fa l’Italia fu unita contro il Vaticano, Roma fu presa attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si trattenne prigioniero volontario dentro le mura del Vaticano. Durante il Risorgimento la spaccatura era netta, e a cominciare dall’inno di Mameli, non si fa alcun riferimento a una Chiesa che non aveva alcun vantaggio né economico né sociale a uno stato interamente unificato. Ma oggi a queste cose non pensiamo, oggi è più scandaloso pensare di togliere una croce di legno da un muro bianco che alla moralità di uno stato, al decoro, all’integrazione reale tra cittadini, a un multiculturalismo che porta ricchezza e crescita umana.

Lo stato italiano secondo la sua Costituzione è laico e ciò non significa che è immorale, come forse paventa qualche ecclesiastico, ma che è aperto ad accogliere in maniera paritaria qualsiasi religione o filosofia di vita di ogni suo cittadino.
Non ci spaventi il muro bianco, afferma il professor Luzzatto, sia invece occasione di creatività, di possibilità, di scelta personale: si dia pertanto ai cittadini la scelta di un simbolo reale dell’Italia, scevro da qualsiasi implicazione religiosa che, sempre, lascerebbe scontenti gli uni o gli altri.
Sergio Luzzatto, “Il crocifisso di stato”, Einaudi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Riflessivo
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Seita Parkkola, “L’ultima possibilità”, San Paolo 2011
IL SAGGIO: Dario Piombino-Mascali, “Il maestro del sonno eterno”, La Zisa 2011
IL CLASSICO: Italo Calvino, “Giornata di uno scrutatore”, q. e.

DAL PALLONE A MACONDO, UNA VITA LATINAMERICANA – LIBRI PER GIANNI MINA’
Gianni Minà, “Politicamente scorretto”, Sperling & Kupfer 2009
Gianni Minà. “Fidel Castro”, Sperling & Kupfer
Gianni Minà, “Un continente desaparecido”, Sperling & Kupfer

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Serena Dandini, “Dai diamanti non nasce niente”, Rizzoli 2011
3. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Silvio Muccino – Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, Rizzoli 2006
Sasha, Nicole, Benedetta, Lorenzo. Sasha, un ragazzo con la tentazione di farla finita perché pensa che il suo passato, quelle che sono state le colpe dei suoi genitori, fanno parte del suo patrimonio genetico. Un ragazzo dai capelli impettinabili e tanta voglia di vivere accompagnata da tanta paura ed il rischio incombente di cadere nell’autodistruzione.

Nicole, quarant’anni, un armadio di tailleur e golf neri, un aria sicura, soluzioni e istruzioni per vivere ma che sa solo consigliare, un passato lasciato dietro questa maschera di sicurezza, una maschera fatta di creta però che in una notte di pioggia a causa di un tamponamento comincia a sgretolarsi…..

Benedetta un corpo che si presta alla vita, un anima corrotta dalla perversione.

Lorenzo un marito.

I capitoli si alternano mostrando di volta in volta i punti di vista di Nicole e di Sasha offendo un punto di vista sia maschile che femminile di una stessa vicenda. “Parlami d’amore” un titolo che, a mio avviso, forse va a sminuire quello che può essere il valore narrativo di questo libro, che d’amore parla sì, ma di amore per se stessi, di amore per la vita, di amore nell’affrontare con forza e dignità i propri fantasmi e riemergere più forti e soprattutto sereni. Un libro che ha bisogno di una certa predisposizione per cogliere appieno i “colori narrativi”, per me è stata una sorpresa dover accantonare il mio scetticismo nei confronti di Muccino, in quanto non vedevo di buon occhio questa idea di improvvisarsi scrittore (non a caso queste mie remore mi hanno fatto lasciare sullo scaffale questo libro per lungo tempo), una bella sorpresa insomma un bel libro che lascia molto riflettere su quanto siamo capaci di autoinfliggerci sofferenza e di come una volta toccato il fondo ci si renda conto che si può tornare a salire.

Macondo, Stato Quotidiano 18 giugno 2011

Macondo, 11 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Enciclopedia di un massacro ∞
di Piero Ferrante

Se ci sono dei libri che posseggono occhi in cui guardare, allora “Palestina” è uno di quelli. Edito dalla casa italo-tedesca Zambon e racchiuso in una preziosa edizione che non metterla in mostra è un peccato, il testo non si limita soltanto a raccontare tutta la storia (attraverso un quadro completo e puntuale ed una narrazione articolata e corale) triste e rabbiosa di una terra rabbuiata dal grigiore delle bombe. Una striscia di mondo che appartiene più alla storia che alla geografia. Con tutto il suo carico di dolore, il suo portato di sofferenza, il suo fardello di pietre e di morti bambini. Ma fa di più: evoca.

“Palestina” è più di un libro, è l’enciclopedia di un massacro; è una rivelazione. Per quella sua capacità di tenere dentro, nelle sue pagine patinate, la cronologia lancinante di depurazione etnica, la crudeltà bestiale del sionismo nascente e la forza evocativa delle immagini. Quelle foto che, da sole, sarebbero bastevoli prove di un’ingiustizia in bilico fra crudeltà, sterminio programmato e principio politico. Emblemi di una violenza indiscriminata, macelleria etnica senza scrupoli, che rifiuta la sottomissione alla tenerezza verde dell’età. Bambini schiacciati e madri frantumate.

Soffia un vento funesto fra le dita di chi legge. Soffia comprensibilmente, parlando di guerre antiche e rivendicazioni divenute diritto. Soffia blaterazioni di vendetta e superiorità, nazismi mediorientali in note minori. Le epigrafi dei padri del sionismo, accostate agli scatti del popolo dei sottomessi, intonano un canto di morte. Il requiem del diritto alla terra è inno alla distruzione delle maggioranze. Ben Gurion e Ariel Sharon uniti in un unico progetto di sopraffazione, mentre mogli e madri vedono partire e morire i loro uomini: i “vermi” condannati svanire in una nuvola di sabbia e polvere da sparo si portano dietro il loro presente insieme con il loro futuro. Un progetto che, si smonta e si riassembra di volta in volta, di epoca in epoca, di governo in governo. Per finire, poi, ad avere sempre la stessa connotazione funerea di un ceppo cinerario. Sabra e Chatila, la prima e la seconda Intifada, Piombo Fuso.

Sono stelle di un’astrologia che non prospetta nulla di diverso dalla sventura. A farne le spese, anche Vittorio Arrigoni, di cui il testo riporta testimonianze di “Restiamo Umani”. Umani come gli adolescenti intubati colpiti dai proiettili di gomma dell’esercito più equipaggiato del pianeta; umani come i cuccioli di uomo sfigurati dal “napalm like”; umane come le schiere delle genti massacrate a botte di calci, pugni e pestaggi, tratte in arresto e scomparse nelle gole profonde delle carceri israeliane (dopo aver subito altri maltrattamenti al limite del bestiale).

Quel che rende “Palestina” degno di esser letto è la sua libertà di non scendere a compromessi con la storia recente, di non farsi abbagliare dal fulgido apparire dei meetings, degli incontri internazionali, dei finti trattati, delle dichiarazioni mediatiche. “Palestina” esce dagli schemi dicotomici delle culture contro. Cessa di parteggiare per la causa occidentale e di propagandare il modello euro-statunitense come l’unico possibile per la redenzione del dolore arabo. Semplicemente, “Palestina” narra la verità, spogliata dei gingilli ipocriti e falsificatori. Porta alla luce i veri sentimenti in circolo nella striscia di Gaza, ai posti di blocco, sulle torrette di controllo. Schegge di stupro territoriale e politico in cui i soldati masticano il gusto acidulo dell’odio commisto all’acre sapore del sangue.

Racconta una soldatessa di aver sputato su un palestinese: “Non mi aveva fatto niente, stava solo passando. Ma era approvato che io lo facessi, ed era la sola cosa che potevo fare: sai, mica potevo vantarmi di aver catturato un terrorista, però potevo sputare addosso a loro, degradarli, deriderli”. C’è chi la chiama esportazione democratica.
AA.VV, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2011
Giudizio: 4 / 5 – Resistente
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∞ La vecchiaia non è roba per femminucce ∞
di Roberta Paraggio

Un eccentrico trio canuto si concede una vacanza in una lussuosa spa croata; Beba ha i capelli scompigliati e sciupati dalle tinture fai da te, Pupa, la più incartapecorita, viaggia in carrozzella con le gambe infoderate in uno stivale pellicciato, a spingerla c’è l’altissima Kukla che al suo passaggio fa alzare una leggera ventata scombussolatrice.

Una scrittrice bulgara cerca colori propri per ridipingere le immagini sbiadite nella mente di sua madre, maniaca dell’ordine che accavalla ricordi a neologismi tutti suoi. Aba Bagay è una folklorista che sta scrivendo un compendio su Baba Jaga, strega protagonista delle fiabe slave, cattiva e bruttissima.

“Baba Jaga ha fatto l’uovo” è un iperromanzo, diviso in tre parti autonome eppure legate da un palpabile sentore fatto di donne dalla femminilità sui generis. Passaggi di parole che si slegano e poi si intrecciano, storie che sono continui rimandi, pretesti letterari che affondano le radici nell’ antropologia e nelle tradizioni di un paese, la Ex Jugoslavia, ormai smembrato.

Dubravka Ugrešić sa dosare con precisione gli ingredienti della fantasia e della realtà, in un pentolone ossimorico che è insieme quello della strega Baba Jaga e quello domestico delle nostre nonnine, creando una storia vista attraverso il filtro della vecchiaia, vera protagonista incarnata dalle attempate paladine. E’ la madre della scrittrice cui gli anni hanno permesso di purificare le cose sgradevoli, dai piccioni defecatori ai rapporti famigliari, tutto alterato, manipolato a proprio piacimento, ricordi come pupazzetti di plastilina. E’ Pupa sulla sua carrozzella, lapidaria nel definire la vita “una merda”, se ne andrà da questo mondo distesa su una sdraio, il braccio alzato, il pugno chiuso, in segno di vittoria, ce l’ha fatta finalmente ad 88 anni. Farà il suo ultimo viaggio chiusa in un uovo gulliveriano e pacchianissimo. Il guscio è lo stesso in cui vola Baba Jaga con la sua gamba d’osso e il naso adunco, lei, la strega, la dissidente, la cattiva perché non ha ceduto alle lusinghe del mondo.

Baba Jaga la ribelle, la brutta e pelosa, l’invisa, l’esempio da non seguire perché non corrisponde alla bellezza che altri hanno preteso di appioppare al gentil sesso. E lei di gentile ha ben poco, non si depila, lei non si è fatta abbagliare dai chirurghi plastici, i suoi seni sono lunghi e pendenti e con ostentata indifferenza se li butta alle spalle, non ha french manicure ma artigli, è un anti modello di femminilità che turba e va relegato ai margini del villaggio immaginario, non è controllabile né malleabile, quindi, conviene dipingerla come malvagia.

Baba Jaga è una legione di Babe Jage, è questo libro è scritto per loro, per tutte quelle donne cui non va giù un universo misogino, che parte dalla candida fiaba e arriva a secoli di genuflessioni al cospetto di dei maschi, vocaboli maschi ed eroi maschi. Un esercito ligio e silente che si muove nel buio dove balugina la spada della vecchia demonessa.
Dubravka Ugrešić, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Tremate tremate…
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∞ La sofferta ingiustizia ∞
di Angela Catrani

I cosiddetti romanzi vittoriani, che proliferano nel Regno Unito dall’inizio del diciannovesimo secolo, portatori consapevoli di moralità e ironia, sono caratterizzati da potenti, caustiche e incisive descrizioni di personaggi che rimangono memorabili nella memoria dei lettori, tanto da assurgere a tipizzazioni. Come non pensare a Pickwick quando, nelle trattorie suburbane, si incontrano rubicondi figuri con sigaro incorporato che mangiando a quattro palmenti lasagne e tortellini raccontano di vicende più o meno realistiche e avventure assolutamente improbabili?
O come non ravvisare in qualche astuto portaborse il ritratto del famoso maggiordomo Jeeves così genialmente raccontato dalla penna sagace di Woodhouse, che pur scrivendo tra le due Guerre Mondiali narra un mondo immutabile che arriva senza grandi cambiamenti direttamente dalla Regina Vittoria?

Anthony Trollope, il nostro autore, fu un contemporaneo di Charles Dickens e nei suoi libri prese in esame con indiscussa ironia il mondo ecclesiastico inglese. In particolare ne “L’amministratore”, primo volume di sei del cosiddetto “Ciclo di Barsetshire”, si racconta la vicenda di un ecclesiastico, amministratore di un pensionato per lavoratori a riposo, al quale viene contestata la rendita – esagerata – di 800 sterline annui.

Siamo a metà Ottocento, epoca di contestazioni e riforme sociali, di scioperi, di una rinnovata moralizzazione. La Chiesa Anglicana ripensa a se stessa, non più appannaggio di figli cadetti ai quali assicurare una rendita, ma come base per riforme sociali, come luogo necessario per rimettere in gioco virtù e costumi. Nel piccolo paese di Barchester della contea di Barset (località inventate) si consumano intrighi e piccole vendette per mettere alla gogna lo strapotere della ricchissima Chiesa Anglicana d’Inghilterra. Ma innocente e inconsapevole capro espiatorio è il signor Harding, mite primo cantore della diocesi di Barchester, suocero dell’arcigno Arcidiacono Grantly che è a sua volta figlio del Vescovo.
Il signor Harding, al quale la ricca rendita ha garantito per anni di dedicarsi alla sua vera passione, la musica, non ha mai prima di allora riflettuto sull’ingiustizia di tale ricchezza, dovuta a una donazione del 1400, a confronto con la povertà degli ospiti dell’ospizio che pur nutriti e accuditi, non ricevono praticamente nulla di quel che a loro era dovuto.

Se a livello legale la pia donazione poteva essere letta in modi diametralmente opposti e dunque avvalendosi di bravi avvocati si riusciva a non risultare inadempienti, l’opinione pubblica consacrata dallo “Jupiter” ( il “Times”) prende di mira il povero Harding, facendolo risultare un avido curato, senza sentimenti e considerazione per i poveri ospiti del ricovero Hiram. La gogna mediatica è troppo per l’amministratore che decide di dimettersi e lasciare la fortunata rendita.

Mirabile nelle descrizioni fisiognomiche, Trollope ci lascia almeno un paio di indimenticabili ritratti umani: uno è l’Arcidiacono Grantly, uomo austero, dispotico, nervoso, molto compreso nel suo ruolo, ma dominato dalla moglie che anche nell’intimità non ha trovato di meglio che chiamarlo “Arcidiacono”; costui vive nel rettorato di Plumstead Episcopi, casa quanto mai adeguata all’austera ricchezza di cui si vanta: “lo scopo apparente era stato spendere denaro senza ottenere splendore o sfarzo”. La vanità, che ha sempre reso ridicoli uomini e donne, non risparmia gli uomini di chiesa, descritti tutti come avidi e vanagloriosi. Anche il protagonista, il signor Harding pur nella sua mitezza e apparente bontà non ne esce meno buggerato e ironizzato, quando pretende che i dodici anziani ospiti dell’ospizio lo ascoltino suonare il violoncello per ore e quando viene colto nei momenti di maggior disagio suonare immaginari strumenti a corda che sopportino con lui imbarazzi e fatiche. Una lettura assolutamente godibile, rilassante, dissacrante, un viaggio in quella natura umana che non cambia mai, ma che sempre riesce a far sorridere e rallegrare.
Anthony Trollope, “L’amministratore”, Sellerio 2003
Giudizio: 4 / 5 – Da gustare con lentezza
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: John Stephens, “L’atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
IL SAGGIO: Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
IL CLASSICO: Julio Cortazar, “Il gioco del mondo”, q.e.

SPARIRE DALLA VITA, RICOMPARIRE NELLA STORIA. PER GIACOMO MATTEOTTI
Gianpaolo Romanato, “Un italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi 2011
Giuliano Capecelatro, “La banda del Viminale. Passione e morte di Giacomo Matteotti nelle carte del processo”, Net 2004
Giacomo Matteotti, “Contro il fascismo”, Avanti! 1954

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Giampaolo Pansa, “Carta straccia”, Rizzoli 2011
3. Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Alessandro Baricco, “Emmaus”, Feltrinelli 2009
Diciassette anni, che età terribile e difficile. Non sei più bambino, ma non puoi chiamarti nemmeno già un adulto. Ancora non sai cosa diventerai da grande, ma tutto ti sembra realizzabile. Basta volerlo. Basta crederci. La forza che li sostiene sono i valori che i genitori hanno inculcato loro, ma che allo stesso tempo mettono in discussione. Le figure di riferimento del mondo adulto non sono così comprensibili: non capiscono i loro tormenti, le loro ansie, pensandoli resistenti a tutto, senza paure, senza timori. Gli adolescenti peccano così, a volte, di arroganza, ritenendosi migliori se fossero stati al loro posto.

Bobby, Luca, il Santo e l’io narrante che non rende noto il suo nome in tutto il romanzo sono un gruppo d’amici molto uniti facenti parte della media borghesia di una città italiana non dichiarata (si pensa possa essere Torino). A saldare la loro unione un’educazione cattolica, che li porta a sentirsi migliori, fanno volontariato in un ricovero per anziani, suonano in chiesa tutte le domeniche e osservano il resto del mondo che li circonda con curiosità. Ad attirarli fuori dal loro mondo è Andre, il ruolo chiave, il perno di tutto, una ragazza molto diversa, figlia di una famiglia molto ricca che sembra vivere tutto con grande superficialità, ma anche lei ha i suoi dolori. Ha, infatti, tentato il suicidio con determinazione, muore ogni giorno, come tutti, ma con evidenza e dissipazione di sé, e assieme ad un fascino seducente e distruttivo, assente e privo di sentimenti coinvolge i quattro giovani. La contaminazione dei due mondi porta grandi cambiamenti nella vita dei quattro ragazzi e ognuno di loro si trova a smontare le proprie certezze per costruirsi un proprio futuro, ma non sempre chi si allontana riesce a ritrovare la strada di casa.

Copertina essenziale e minimalista, carta ruvida e senza quarte di copertina, trama e biografia dell’autore. Baricco si conferma pifferaio magico, stile misurato e ovattato, lingua calibratissima grazie all’attenta scelta delle parole senza far sconti a nulla.. Racconta il passaggio dall’età della leggerezza alla vita adulta con una profondità che sorprende, racconta senza reticenze fatti di sesso e riesce a descrivere lo smarrimento di questi ragazzi davanti alla vita senza più la rassicurante certezza che la fede riesce a dare. Che si sia credenti o atei poco importa, la nostra vulnerabilità non cambia. Un racconto che piacerà ma inquieterà i fedeli lettori di Baricco e non riuscirà allo stesso modo a rompere il guscio di diffidenza di chi da sempre non lo apprezza.

“Come abbiamo potuto non sapere, per così tanto tempo, nulla di ciò che era, e tuttavia sederci alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul cammino? Cuori piccoli – li nutriamo di grandi illusioni, e al termine del processo camminiamo come discepoli ad Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo – fidandoci di un Dio che non sa più di se stesso. Per questo conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva. Ci sarà forse un gesto che ci farà capire. Ma per adesso, noi viviamo, tutti”.

Intervista Gianfranco Meneo

Gianfranco Meneo è l’autore di “TRANGENDER. LE SESSUALITA’ DISOBBEDIENTI”, appena edito dalla Casa editrice Palomar

Macondo, 14 maggio 2011

∞ La sostenibile leggerezza della felicità ∞
di Roberta Paraggio

Ma i nostri nonni erano più felici di noi?

Questa la domanda che sorge di primo acchito leggendo questo Manifesto per la felicità scritto per Donzelli da Stefano Bartolini. Risposta: sembrerebbe proprio di sì. E dunque, come curarsi? L’autore fa un’analisi del disagio contemporaneo per rispondere a questo interrogativo, tenendosi a distanza dalle facili derive bucolico-post hippy. Per conoscere le causa del male che ci attanaglia, infatti, bisogna scoprirne le cause e Bartolini, come un medico provetto, ne fa una precisa anamnesi, avvertendoci sui pericoli, mettendoci in guardia sulla sintomatologia, proponendo infine cure e terapie per evitare possibili recrudescenze.

Prendendo come esempio record di “infelicità procapite” gli Stati Uniti, spiega le cause che hanno portato questo paese a quello che lui chiama paradosso della felicità . Vale a dire allo strano binomio ricchezza-incapacità relazionale. Portafogli pieno e vita vuota, esistenze incastrate nelle insicurezze e nei bisogni indotti che tentano di colmarsi a dismisura dando valore solo ed esclusivamente a ciò che può essere comprato, amicizia, amore, scambi sociali e culturali di ogni tipo… non pervenuti.

Facile il collegamento con i fotogrammi di un vecchio film di George Romero, gli zombie vaganti nel non luogo allora rappresentato dal supermarket, oggi meglio definibile con l’icona dei grandi centri commerciali, attorno a cui gravita il surrogato di socialità degli infelici cittadini del nuovo continente.

Un tempo libero privato, programmato in spazi asettici di identità se non quella consumistica; luoghi che provano ad essere di inclusione ma che finiscono per essere di esclusione. Ed allora, che cosa ha portato un paese che per molti è ancora esemplare a ridursi in questo stato di degenza permanete, ospedalizzato cronico ed intubato ad una flebo mortifera?

Per dare una spiegazione, Bartolini parte da lontano, analizzando la forma delle città americane, prive di spazi di socialità pubblici, dove anche il diritto alla mobilità può essere acquistato, dove le periferie hanno sostituito la piazza con spazi privati ed elitari, passa per la scuola sempre più palestra (de)formatrice di soggetti ad alto rischio di instabilità emotiva, altamente competitivi e stressati, portatori insani di quello che sarà l’ideale consumistico. Il tapis roulant che portava alla felicità si è incagliato, e a guadagnarci sembra essere solamente l’indotto dell’evasione che si affila gli artigli sulle carcasse della pochezza relazionale, abbuffandosi al banchetto di una resistente industria della solitudine.

In stretta correlazione con il progetto di decrescita di Serge Latouche e con la sobrietà dei consumi proposta da Franco Gesualdi, Bartolini ci parla di insostenibilità relazionale, accomunandosi alla critica della crescita ad ogni costo e alla logica euristica che ci vede più ricchi e quindi più felici, lo fa partendo dall’ America e approdando all’Europa dove forse non è ancora troppo tardi, lontano da utopie, palesando gli esempi positivi e virtuosi, avallando soluzioni semplici e partecipative che vanno dalla riduzione dei consumi privati al maggiore accesso agli spazi pubblici e gratuiti. Ricordandoci qualcosa che spesso, presi da inconsulto filo americanismo e dall’oramai cantilenante leitmotiv della crisi dimentichiamo: le politiche relazionali non costano nulla.
Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, Donzelli 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Fortemente sostenibile

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∞ Un giallo rosso come il vino ∞
di Piero Ferrante

Un solletico alle papille gustative, una continua sollecitazione per lo stomaco. “Il collezionista di Marsiglia” oltre a leggerlo, bisognerebbe mangiarlo. Entra con calma nelle voluttà, penetra impunemente nei sensi, striscia silenzioso e lussureggiante. Con tutte quelle sue descrizioni, con quei suoi vini pregiati che non fossero stati rubati, allora verrebbe voglia di invocare l’anima di Maurice Leblanc, pregarlo spudoratamente di disegnarti indosso gli abiti furtivi di Lupin; supplicarlo di effonderti, come dote la sagacia, la furbizia, la sgusciante abilità sinaptica e fisica dell’inafferrabile Arsenio.

“Il collezionista di Marsiglia” è un giallo, certo. Anzi, è soprattutto un giallo. Costruito con discreta sapienza dalla penna gustosa di Peter Mayle, una delle migliori rivelazioni letterarie degli ultimi anni. Cucinato con una buona interconnessioni dei fatti, mai sporcato con contraddizioni, non risolto nella classica bolla di sapone del solo colpo di scena finale, epifania di lungaggini inutilmente sovrabbonadanti. Non già Simenon, ma neppure in odore di trama da libercolo da bancarella, il testo edito da Garzanti appena due mesi fa, e divenuto in tutta Europa un vero e proprio caso editoriale, è il perfetto esempio di creatura da fruizione letteraria svagante ma per nulla banale.

Tanto poco banale da invertire la consequenzialità del binomio causa-effetto. Fino ad affiancare questi due termini, a renderli unanimi parti d’un gioco che si rivelerà meno interessato di quanto supposto e presupposto, finanche giustificabile. Un gioco le cui regole le detta Sam Levitt, un ex truffatore che ha travalicato il ponte della legalità pur mantenendosi con cura sul limite. Scaltro e rocambolesco, scattante ma con il forte ed indissolubile ideale della tavola, del cibo da gustare, del vino da scegliere, Levitt è come una palla da ping pong sul tavolo di una polisportiva cinese che, necessariamente, a volte indugia a riposare a contatto con la delicatezza della rete. Le sue deduzioni, ed una parte del suo cuore, primo lo indurranno ad accettare lo spinoso caso dei vini sottratti al cafone d’alto rango Danny Roth, poi a seguire la rotta francese. È così che gli odori ed i sapori assumono un viso, uno sfondo, un contorno paesaggistico, una poetica pennellatura. E dalla mano dell’artista Mayle vengon fuori Bordeaux, Parigi, Marsiglia, i filari di viti transalpini, gli chateau più notori. Un’opera dove il verde della natura, il grigio dell’asfalto si fondono con il rosso del vino che corre nel sangue e rende spigliati e coraggiosi.

In questo trionfo cromatico, colante comme chocolat à coquer, diffuso come una melodia delicata nel pieno di un giorno di sole, Levitt deve fare i conti con l’enigmatico monsieur Reboul, un ricco collezionista di Marsiglia. È la sua nemesi. Sagace come lui, sfuggente come lui, intuitivo come lui. I due ingaggiano una sfida ad armi pari popolata di personaggi intermedi. Funzionali satelliti. Come tante piccole lune, tocca contentarsi della luce riflessa. Ma allo stesso modo, emanando intelligenza gli attori principali, non possono che riflettere altrettanto acume i comprimari. Gregari ma non pedine, chiavi di porte chiuse con tanto di catenelle e spranghe. Ed in questo sfondo, in questo ribollire di campi e controcampi, l’epilogo giunge con la rapidità di una bordata, come una cannonata attesa ma per il quale ritardo si prega, d’allontanare la fine.

Insomma, “Il collezionista di Marsiglia” non lascia a bocca asciutta. Ma sa nutrire, alimentare, sfamare con estrema ed indubbia dote di madre procace chi vi s’incolla. Diffidate degli omogeneizzati. C’è ancora speranza per la letteratura.
Peter Mayle, “Il collezionista di Marsiglia”, Garzanti 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Slurp
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∞ La bellezza di un’anima ∞
di Angela Catrani

Rebecca è brutta. Rebecca è nata brutta, povero piccolo ragnetto peloso, con la bocca storta, gli occhietti sbilenchi, mortificati. Rebecca è nata brutta, quindi è colpevole, colpevole della malattia della madre, della tristezza del padre, colpevole degli eccessi della zia Erminia. Colpevole anche del ribrezzo che prova la gente a guardarla. Colpevole perché brutta.

Una infanzia nascosta in casa, tra mura silenziose, soffocata dalle lacrime copiose della governante, nei silenzi della madre, nelle urla della zia Erminia, pianista isterica fuori controllo emotivo.

E Rebecca, cuore spezzato dalla consapevolezza della sua colpa, cresce sapendo, cogliendo, amando come può, negli spazi minimi lasciati dall’ingombro degli altri.

Ma Rebecca ha un dono, ha le mani lunghe, sottili, del padre, della zia, e dunque presto la mettono al pianoforte, perché abbia un futuro, forse una speranza; la musica è speranza, è un tuffo nel mare blu della non esistenza, la musica porta fuori dalla vita disordinata, crea architetture, fa volare, dona emozioni.

E grazie alla musica Rebecca potrà creare un suo percorso fuori casa, andrà dove sente suonare, dove incontrerà un’altra anima ferita ma reale, ma giusta, ma buona.

Rebecca è brutta, certamente. Ma la sua anima pura vibra lontano dalle vere sozzure, dalle vere schifezze di chi pur di apparire si pone nella vetrina di chiunque, di chi si trasforma in altro, di chi è tutto fuori e nulla dentro

Mariapia Veladiano, “La vita accanto”, Einaudi 2011
Giudizio: 5 / 5 – Prezioso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
IL SAGGIO: Manconi Luigi, Calderone Valentina,“Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri”, Il Saggiatore 2011
IL CLASSICO: Pier Paolo Pasolini, “Passione e ideologia”, q.e.

PROVERBIALE MACONDO
Giuseppe Interesse, “Puglia mitica dei proverbi, dei guaritori, dei soprannomi, degli scongiuri, del campanilismo, del tarantolismo, della licantropia, del pane fatto in casa”, Schena 1994
Gianna Ferretti, “Il Mangiar Saggio. Un viaggio attraverso l’Italia dei detti, dei proverbi e della vecchia saggezza popolare”, Aiep
AA.VV., “Mamma d’ ‘e fesse è sempre prena-La mamma degli imbecilli è sempre incinta. Proverbi & modi di dire: Campania”, Simonelli

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Paulo Coelhho, “Undici minuti”, Bompiani 2006
2. Dyer Wayne, “Vostre zone erronee”, Rizzoli 2000
3. Eva Cantarella, “Dammi mille baci”, Feltrinelli 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Marta X-Piero Y, “Quello che le donne dicono degli uomini e quello che gli uomini dicono delle donne”, Barbera Editore
Le mogli, i mariti, l’amore, la vita di coppia, il divorzio, il sesso, i figli, le suocere in più di 650 irresistibili e caustiche citazioni. Da Socrate a Woody Allen, da Agatha Christie a Carrie Bradshaw di “Sex and the City”, non manca nessuno: filosofi, comici, scrittori, cantanti, teologi, personaggi del cinema e della tv. Tutti a dibattere sul tema che fa dannare l’umanità dai tempi di Adamo ed Eva: l’assoluta, irrisolvibile inconciliabilità fra gli uomini e le donne!

Che altro aggiungere alla quarta di copertina?? Una citazione! Sicuramente quella che per me ha in se il perché uomini e donne si prendano costantemente la briga di “commentarsi” a vicenda.

“E io pensai a quella vecchia barzelletta, quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina”. E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”. E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti-donna, e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi… ha bisogno di uova.”
Woody Allen – Io e Annie

Macondo, 7 maggio 2011

∞ Una storia da raccontare ∞
di Piero Ferrante

Moni Ovadia, di “Etenesh”, ha scritto: “La storia di Etenesh, nelle tavole, si fa affresco dell’infamia del nostro mondo che sacrifica all’egoismo dei nostri privilegi le vite di nostri simili”. Mente e mano di quelle tavole che fanno fremere Ovadia, è Paolo Castaldi, illustratore nemmeno trentenne, che ha sfruttato il megafono della Becco Giallo per dare voce ad uno dei tanti drammi del mare che si tramutano in drammi della vita. Ed Etenesh, la donna di cui il fumettista racconta, è una di quelle anime purgatoriali che non sfiorano mai la terra se non per cadervi stremate dalla fatica e dagli stenti. Una traccia nera, ebano come d’ebano è la sua pelle, marcata con il peso della fatica ed impressa sul fangoso sentiero dell’umanità. Passo dopo passo, dalla depressione colonizzata dell’Etiopia al miraggio di futuro della Libia, fino alla proiezione che si estende al di là dell’Adriatico. Dritto, fin nel cuore dell’Italia.

Così Etenesh si fa emblema di una miriade di viaggi, sunto triste dello sfruttamento e della violenza. I convogli attraverso il deserto, soffrire la sete per un tozzo di pane in più. Magari nero, alla meglio rancido. Un sorso di acqua calda che imprime a fuoco ancor di più il significato della sete. E sulla carta, nelle sembianze tratteggiate su sfondi preminentemente scuri, Castaldi rende il dolore ancor più vivo e bruciante. Un marchio d’infamia impresso sulla storia contemporanea come nuova forma di schiavitù, una tratta gestita da uomini senza morale e con scrupoli ben al di sotto del consentito. Criminali e militari, tutti insieme, tutti coalizzati. Tutti elementi della stessa cordata di sofferenza opportunistica che fa leva sui soldi, sulla corruzione, sulla palese violazione di ogni forma di diritto umano.

Visto in quest’ottica, il testo di Castaldi ha il merito di divenire un manuale, capace di rendere, attraverso la personalizzazione di una sola storia, l’epopea di migliaia di persone. Una feroce traversata condita di violenza, dignità stuprata, umiliazione, morte. Di esseri umani ridotti all’osso dal calore del sole e dall’impietoso gelo della notte desertica. Le cicatrici sono la loro forma di resistenza vissuta, la dimostrazione di un dolore sovrastato con la sola forza della tenacia. Etenesh, quindi, è una di loro. Lei, novella Ulisse, in fuga per aspirare al sogno di una vita migliore, sacco in spalla con tanto di foto di famiglia, ammansita dalla bieca crudeltà, sull’orlo della follia e sempre costretta a recuperare quando tutto pare rovesciarsi in peggio. Clandestina per scelta. Clandestina ovunque, clandestina sempre. Prigioniera di un sogno che non sembra mai arrivare. Schiava del futuro, scintilla di un incendio divampa mai nei cuori chi tenta di avvamparlo. “Etenesh” è la verità mai raccontata, è il mistero rivelato e cautamente nascosto agli occhi dei bambini per non turbarne i sogni. “Etenesh” è come un predatore felino che ti rincorre e t’agguanta e t’aggredisce i sensi, li imprigiona e li fagocita a punto tale da fare di te un solo corpo con la sua essenza vitale, con le sue recondite ragioni, con i suoi istinti primordiali. “Etenesh” è rivincita, è vittoria dell’universalità, della fratellanza. In fondo basta tradurlo, quel nome vagamente esotico: “Tu sei mia sorella”. Un’invocazione, un’aspirazione, un reclamo.
Paolo Castaldi, “Etenesh. L’odissea di una migrante”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Come una frustata
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∞ Delitti in Costa Assurda ∞
di Roberta Paraggio

Mettiamo in chiaro immediatamente una cosa: Rosa Mogliasso è una geniale narratrice e L’amore si nutre d’amore, suo secondo romanzo, edito da Salani è di quelli da restare incollati alle pagine, con gli occhi sbarrati, come il kubrickiano Alex nel bel mezzo della Cura Ludovico. Pupilla attenta e risata inaspettatamente pronta, perché col commissario Barbara Gillo ci si diverte in maniera sagace e intelligente, cosa che capita di rado al bistrattato lettore oramai emotivamente provato dalle soventi fregature da quarta di copertina.

Con questo libro invece si va sul sicuro, l’autrice non sbaglia un colpo in questo noir ambientato tra Torino e la Costa Azzurra, dove nuovi ricchi, ex poveri, fashion victims e consumiste stakanoviste sfilano sul red carpet della mondanità ostentata e delle meningi decervellizzate, tra status symbol imprestati da Sex and the City e felicità griffate, dove la vita è un bagaglio coordinato alle scarpe e una suite con vista.

Tutt’altra storia se ci si sposta nella vita di Barbara Gillo, commissario di polizia in odor di zitellaggio innamorata di tal Zuccalà in puzza di adulterio, alle prese con un collega zelante in letteratura, un paio di sandali scomodi, una sorella che spara scempiaggini e un’indagine che si va complicando di pari passo con la sua vita pseudo sentimentale.

Perché è scomparso Tanzio Accardi? C’entra qualcosa con la morte della sgallinata moglie di..? E Filippa, imbrogliona d’alto bordo, chi è davvero? Barbara Gillo saprà dare una risposta a tutti questi interrogativi e Rosa Mogliasso ne approfitterà per darci una divertentissima ed irresistibile descrizione del cafonal-chic imperante, stupende le telefonate con la starnazzante sorella Meri e le sue lezioni di vita, la sua saggezza tutta rotocalco, “shampismo” ed estetista sotto casa, i suoi consigli frutto di approfonditi studi su rivistucole femminili.

Tra colpi di scena che non lasciano nulla al caso, protagonisti iperdopati da smanie di ricchezza, Lexotan e Tavor come cocktail, assassini insospettabili come in ogni giallo che si rispetti, ci si diverte un sacco, si legge di omicidi e truffe, di capitali traslati a Montecarlo ma si continua a sorridere, a concentrarsi e soprattutto ad appassionarsi. Perfetto nel dosare giallo, sospetto e distensione, nei dialoghi brillanti, nelle battute fulminanti, abile nello sdrammatizzare e ridicolizzare al punto giusto i personaggi, privo di tempi morti, un romanzo che va letto, anzi, che si è piacevolmente costretti a leggere in meno di 24 ore…
Rosa Mogliasso, L’amore si nutre d’amore, Salani 2011
Giudizio: 4,5 / 5 – Giallo sgargiante
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∞ Christofer, il matematico ∞
di Angela Catrani

Non si può leggere questo libro come un romanzo qualunque. Non si può leggere la straordinaria avventura di Christopher pensando a un adolescente qualunque. Perché Christopher è eccezionale, è speciale. Christopher, infatti, è portatore di una forma di autismo chiamata Sindrome di Asperger, la medesima patologia che gravò, pare, su persone geniali che hanno contribuito all’avanzamento scientifico e culturale del Pianeta, che però sul lato umano erano incapaci di qualunque tipo di relazione sociale, o più semplicemente la forma di autismo del protagonista del film Rain Man con il magnifico Dustin Hoffman.

Ecco, questo quindicenne dalla mente matematica, con capacità logiche strabilianti, è incapace però di capire se una persona è felice o triste e dunque non la guarda mai in viso, perché il non sapere genera confusione nel suo cervello, tale da portarlo al tracollo fisico. Non ama essere toccato, non parla con gli sconosciuti, non entra in posti che non ha mai visto prima, non è mai andato da solo oltre al negozio posto in fondo alla sua via del minuscolo paesino immerso nella campagna inglese, qualunque novità è paragonata a un sisma. Poi un evento Unico e Irripetibile sconvolge e sovverte il suo fragile equilibrio, e lo conduce ai confini di se stesso: prende un treno, arriva a Londra, affronta la metropolitana.

Sono tutte cose che sarebbero normalissime per chiunque di noi, ma il cervello di Christopher agisce come un computer, in cui tutto va come deve andare se le informazioni che gli arrivano attraverso i sensi sono poche per volte. La folla di persone, i posti nuovi, le immagini che vede non sono filtrate e dunque arrivano con violenza e tali da mandare in tilt, in stallo, il suo cervello computerizzato.

Questo libro è scritto in prima persona, è scritto da Christopher, e questa visione distorta eppure efficacissima ha messo in tilt il mio, di cervello. Perché siamo troppo abituati a vedere gli oggetti che ci circondano, noi e gli altri, secondo codifiche standard e rassicuranti.
E mi è venuto in mente il cervello vergine di un neonato, bombardato da luci suoni voci odori, esperienze traumatiche e traumatizzanti. E come l’accudimento di un neonato prevede luci basse e suoni soft, la medesima attenzione richiedono queste persone che non hanno filtri adeguati alla realtà caotica e multiforme.

Io penso che un po’ più di empatia, a questo mondo, non ci farebbe male, penso che a volte ragionare come Christopher in questo bel romanzo potrebbe aiutare a ridimensionare i confini di noi stessi, così apparentemente capaci di relazioni a tutto tondo e così sostanzialmente lontani da tutto ciò che non siamo noi.
Mark Haddon, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, Einaudi 2003
Giudizio: 4 / 5 – Mai banale
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dubravka Ugresic, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Giacomo Galeazzi, Ferruccio Pinotti, “Wojtyla segreto. La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II”, Chiarelettere 2011
IL CLASSICO: Danilo Dolci, “Non esiste il silenzio”, q.e.

UNA VOLTA ERA DP. OMAGGIO A MARIO CAPANNA
Mario Capanna, “Per ragionare. Sessanta domande sul nostro futuro e alcune proposte”, q.e.
Mario Capanna, “Lettera a mio figlio sul Sessantotto”, q.e.
Mario Capanna, “Coscienza globale. Oltre l’irrazionalità moderna”, q.e. I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
John Stephens, “Atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011
Clara Sanchez, “Il profumo delle foglie di limone”, Garzanti 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
di Libreria Equilibri
Albert Cohen, “Il libro di mia madre”, Rizzoli 2008
“Le nostre madri ci amano sdentati o no, forti o deboli, giovani o vecchi che siamo. E più siamo deboli, più loro ci amano. Amore delle nostre madri a nessun altro uguale”. Questo, il pezzo più significativo di tutto il canto d’amore di Cohen dedicato alla propria madre ormai scomparsa per cercare di sottrarla all’oblio che scorre inesorabile. L’amore di una madre, “a nessun altro uguale”, è un amore incondizionato, fatto di gioie e dolori, sorrisetti furbi e pianti notturni, compleanni e vaccinazioni…, pronte ad accompagnarci in ogni occasione della nostra vita al punto da non avvertire alcun bisogno di sentirsi responsabili. E’ l’amore degli amori, quello sempre disposto ad esserci prima di tutto e di tutti, quello pronto a leggere nei nostri occhi e ascoltare la nostra parte più nascosta, quello disponibile a rimboccarci le coperte, a guardarci andar via e ad aspettarci sveglie al ritorno; è forza e coraggio in queste persone sovrumane, consapevoli del fatto che non verremo mai e poi mai traditi e sulle quali, sappiamo, potremo sempre contarci, anche dopo una parola di troppo.

L’autore che, ormai ha perso questo dono speciale si sente un frutto senza l’albero, un pulcino senza la chioccia, un leoncino solo nel deserto e ha freddo, ma contemporaneamente dimora in lui un buon pensiero, quello di risparmiarle il dolore per la morte di un figlio, sì, perché lei non ci sarà fisicamente, seppure nell’invocazione del suo sacro nome, solo il suo e non quello dei vivi amati, né quello di Dio, solo il suo.
E se pensasse che lei è viva in qualche posto meraviglioso e sconosciuto? Ebbene sì, lo pensa e butta giù frasi con strane rime, canzoncine assurde, falsi proverbi fino a sentirsi “Perduto, perdito, perdoto, perdato”.

Il suo ricordo è ancora vivo, a momenti la vede lì, fare i suoi due gesti che la distinguono da tutte le altre, ne ricorda i viaggi per andare a trovarlo e il suo tenerci tanto a fare bella figura con suo figlio e gli ambienti che frequentava, la sua valigia che sfornava dolci e marmellate a poco alla volta (sapeva come farlo felice), e il suo ultimo incontro con lei, non sapeva fosse stato l’ultimo.

Ritratto caratterizzato da toni teneri ed, allo stesso tempo, infelici; guarnito da un’infinità di aggettivi e tanta, tanta punteggiatura al punto da amalgamare il respiro di te che stai leggendo con quello dello scrittore che sta buttando giù i suoi pensieri. Ricco di descrizioni particolareggiate, così ben dettagliate da riferire, addirittura, il pensiero di un uccellino nel suo cielo azzurro e una riflessione di uno scoiattolo sul suo albero; e tutto questo per rendere migliore l’inquadratura della madre in scene rimaste impresse nella sua mente.
“Nei suoi occhi c’è una follia di tenerezza, una divina follia. E’ la maternità. E’ la maestà dell’amore, la legge sublime, uno sguardo di Dio. All’improvviso lei mi appare come la prova di Dio”.

Macondo, 30 aprile 2011

∞ Con il Pil puntato alla tempia ∞
di Piero Ferrante

Perché, nell’anno di navigazione interplanetaria di questa carcassa di astronave chiamata Terra numero 2011, un ex ricercatore dell’Istat dovrebbe scrivere un libro sul Pil? Cosa spinge un tecnico, un economista, un sindacalista, oggi, a sedere di fronte ad un computer per spendere del tempo nell’analisi approfondita di cifre non più corrispondenti all’effettivo sviluppo del mondo e della sua economia sociale oltre che pratica? In effetti, prima ancora di incominciare la redazione del suo “Oltre il Pil, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere” (Ediesse 2011), Aldo Eduardo Carra si è posto questi interrogativi.

Si è chiesto se, alla luce della drastica riduzione delle risorse ambientali, e con la consapevolezza di un mondo sempre più diseguale nella redistribuzione della ricchezza, valga ancora la pena incentivare un sistema che faccia della produzione e della trasformazione delle materie prime il suo Idolo d’Oro. In effetti la risposta, un no secco, è lunga ed articolata. E la negazione del Pil altro non è se non la sconfitta patita dall’intero sistema liberista, giunto a logorazione, e la cui spinta propulsiva ha terminato il suo corso nel momento stesso in cui le disparità sociali hanno posto le basi per le turbolenze attuali.

Ed allora, con grande semplicità e con l’ausilio di dati e di illustrazioni semplificative, Carra riesce a spiegare con un pizzico d’ironia e con il grandissimo merito dell’essenzialità che non lascia spazio ad obiezioni, l’anacronismo del dato produttivo racchiuso nel Pil. Pil che, di fatto, null’altro è che il grado di giubilo del ricco, la soddisfazione del padrone, il solletico dell’imprenditore. Ed un dato che non annovera, ad esempio, al suo interno, la puntualità dei mezzi pubblici, l’accessibilità ai servizi, la fruibilità degli spazi urbani. Creando imbarazzanti situazioni in cui, economicamente, il malaffare risulta più conveniente della legalità. Un motivo in più, certo, per determinare una sterzata decisiva, un’inversione ad U che riporti il mondo ed i suoi abitanti sul sentiero della sostenibilità e del recupero graduale delle risorse attraverso la rivisitazione degli indici del progresso e la modifica stessa del concetto di progresso.

Piacevole ed istruttivo questo manualetto di Carra. Che, partendo dalla connotazione di testo di economia spiccia, assume le forme di visione profetica, poi di abbecedario del consumo responsabile, infine di sussidiario per la vita del futuro su questo pianeta. Un’apoteosi del ben-essere contro il benessere: ovvero la predicazione del passaggio dal godimento individuale a quello collettivo. L’economista dell’Ires Cgil indica la strada e chiede di seguirla. Invoca una scelta di campo, ripercorre le tappe degli errori e degli orrori dell’umanità: dalle pretese smanie di grandezza degli Stati Nazione alla corsa ad un progresso computato sulla base del carbone prima, del petrolio poi e pericolosamente orientato verso l’atomo ed il probabile sterminio collettivo della razza uomo.

Un utopista Carra. Sognatore irreprensibile eppure concreto. A punto tale che queste sue voluttà le trasforma in immaginazione che si può malleare, toccare, tramutare. Paiono vive e pulsanti. Così vicine. Basta una dose d’ottimismo ed un sano buon senso e, nel 2015 il tg sarà così: “L’Istat ha presentato oggi i tre dati che sintetizzano l’evoluzione della nostra società nell’ultimo anno: il PIL è aumentato dell’1%, la qualità ambientale è migliorata del 2%, la qualità sociale del 3%”.
Aldo Eduardo Carra, “Oltre il Pil, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere”, Ediesse 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Buen leer
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∞ Damian lo zingaro si è fermato a Correggio ∞
di Roberta Paraggio

A Correggio sono nati Luciano Ligabue, Pier Vittorio Tondelli e Damian lo zingaro; quello che stava per diventare gagio, che è andato alla scuola dei gagi, che ha amato una gagia di nome Elisa dagli occhi color del mare, ma che poi è tornato al campo ai confini della città, dove c’è un mondo che è un altrove variopinto e saggio, cialtrone e caotico.

Damian è tornato alle kampine, le roulotte, le case con le ruote sempre pronte a partire anche se ormai sono ferme da un bel po’; è un nomade stanziale insieme a papà Erik, mamma Monika e nonno Roman con la sua pipa e i suoi preziosi foglietti che prende la parola nel bel mezzo della narrazione per parlare al nipote attraverso una lettera sgrammaticata e affettuosa dove ricostruisce l’albero genealogico della famiglia e dell’intero campo.

Memoria storica narrante in questo romanzo d’esordio di Marco Truzzi “Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere”, edito da Instar, nonno Roman mette ordine parole e ruote alle roulotte ormai ferme; va indietro, fino ai tempi andati, servendosi di una lingua tutta sua, e con accento emiliano trascritto rivela a Damian la storia di un partigiano che ha combattuto la guerra dei gagi ma che nessuno ha ricordato nei monumenti ai caduti, di un altro rom che ha fatto finire il Duce con la faccia nel fango, di nonna Luce che era gagia ed è diventata zingara per amore.

Tempi lontani e vagabondi, anni circensi e carovane ormai andate, adesso che Erik e Monika si son costruiti addirittura una casetta di legno senza ruote, adesso che Damian va a scuola e passa sempre meno tempo al campo, dove Cabiria continua a succhiare benzina dai serbatoi degli ignari automobilisti e Gioele bada ancora al suo acquario immaginario, adesso che Nonno Roman non aspetta che di morire tornano quelle che sono le radici, quelle che nessuno riesce a recidere, torna una identità forte che lontana dal campo è un’eco che non ritorna, è il voler esser altro che crea delusione e spaesamento, ma voler esser altro da cosa? Da ciò che si è?
Damian proverà che è impossibile, come i pesci rossi nelle pozzanghere, come uno zingaro senza libertà e canzoni, come un funerale senza kampina che brucia, come un uomo senza radici nella testa e nel cuore.

Lontano dallo stereotipo dello zingaro buono ad ogni costo e dal surreale immaginario “kusturiciano”, delicato ma non sognante, una storia che parla di radici e lo fa coi piedi ben piantati in terra.
Marco Truzzi, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere, Instar 2011
Giudizio: 3.5 / 5– Ho visto anche degli zingari felici
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∞ Bisogna voler bene ∞
di Angela Catrani

Momò ha dieci anni, anzi no ne ha quattordici. Questa bugia gliela ha detta Madame Rose, che vedendolo crescere ha avuto paura di essere abbandonata. Momò è un figlio di puttana, letteralmente, ed è mussulmano. Madame Rose è una anziana prostituta ebrea che messasi a riposo accoglie in casa sua i bambini irregolari nati dalle prostitute parigine, o meglio, di Belleville.

La storia è tutta qui: è la storia dolcissima dell’amore tra un bambino abbandonato e un’anziana donna che lo ha accolto e amato, con rispetto, con dedizione, con pazienza.

Ma Momò è tutti i bambini del mondo alla ricerca di attenzione e affetto: è il bambino Malaussene di Daniel Pennac, è David Copperfield, è Oliver Twist, è la Piccola Fiammiferaia, è Hansel e Gretel, è, anche, il mio piccolo Matteo di tre anni, quando mi chiama “mammina” e mi abbraccia.

Questa storia commuove e incanta, e addolcisce l’anima perché le parole di questo ragazzino sono autentiche, sono pesanti come il piombo, sono un balsamo.

Ma questo è anche il racconto di una possibilità, di una speranza: la vecchia Madame Rose si ammala e non vuole andare in ospedale dove cure appropriate la ridurranno a un vegetale, vuole essere “abortita” e lo vuole fare a casa sua, truccata e vestita bene, perché “la femminilità è più forte di tutto”. La vecchia Madame Rose è una sopravvissuta dai lager nazisti e le hanno fatto già tutto quello che era possibile sperimentare su un essere umano, per questo ora non vuole più altri esperimenti sul suo grosso corpo martoriato e infelice.
E Momò, ragazzino speciale ed empatico, è l’unico a rimanere accanto all’anziana donna, a occuparsi di lei in tutte le sue necessità, a capire fino in fondo “il sacro diritto dei popoli a disporre di se stessi”.

E chissà, Momò forse è anche la parte più intima, nascosta, dolorante del suo autore, lo scrittore Romain Gary, che pubblicò questo romanzo sotto pseudonimo, pur essendo lui famoso e celebrato, e discusso.

Romain Gary, “La vita davanti a sé”, Neri Pozza 2005
Giudizio: 5 / 5 – Commovente
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Gianni Miraglia, “Muori Milano muori!”, Elliot 2011
IL SAGGIO: Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
IL CLASSICO: Neil Sheehan, “Vietnam una sporca bugia”, Piemme

QUELL’URLO MATERNO CHE NON SI SPEGNE: PLAZA DE MAYO
Ronnie Bonomelli-Angela Fedi, “Lutto, protesta, democrazia. Per una lettura di Madres de Plaza de mayo. Hijos y Hermanos”, Liguori 2008
Italo Moretti, “I figli di Plaza de Mayo”, Sperling & Kupfer 2007
Massimo Carlotto, “Più di mille giovedì. La storia delle madres de plaza de Mayo-Polvere. Amianto mai più“, Angolo Manzoni edizioni 2004

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Valerio Massimo Manfredi, “Scudo di Talos”, , Mondadori 1990
2. Valerio Massimo Manfredi, “Ultima legione”, Mondadori 2003
3. Leonardo Sciascia, “Consiglio d’Egitto”, Adelphi 2009

LIBRI IN… EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Per la festività del primo maggio, quest’anno la scelta pareva ardua dato che, oltre alla consueta ricorrenza della “Festa dei Lavoratori”, abbiamo la beatificazione di Giovanni Paolo II, personaggio che ha segnato la storia del trascorso XX secolo. Ci pareva doveroso rendere omaggio ad entrambe.
Paola Fontana, “Mi corrigerete”, Tresei
Splendido lavoro, risultato di diverse idee, dall’autrice all’illustratrice, dalla redazione all’impaginazione, dalla redazione artistica all’ideazione copertina, per raccontare la storia di Karol Wojtyla. Narrato per affascinare adulti e bambini e ricordare la sua indimenticabile e carismatica figura. “Anche non so se potrei bene spiegarmi nella vostra… la NOSTRA lingua italiana, se mi sbaglio, se mi sbaglio… mi corrigerete”.
Sono le parole che ha pronunciato al mondo dal balcone di piazza San Pietro il giorno dell’elezione e sono simbolo dell’umiltà da parte di una persona capace di parlare correttamente dieci lingue, undici con la nostra. Ricorderemo tutti quelle 21: 37 del 2 aprile 2005 e riemergeranno in noi le sue parole, i suoi gesti, le sue espressioni buffe e soprattutto il suo essere uomo prima di essere Papa.
Allison Pearson, “Ma come fa a far tutto? (Vita impossibile di una mamma che lavora)”, Mondadori
Senza nulla togliere alla forza lavorativa maschile, ma tra la vasta scelta che avevo a disposizione questo è, senza dubbio, il romanzo che mi ha più colpita. Certo non posso negare che l’essere donna ha contribuito alla scelta finale, ma la cosa che mi ha fatta definitivamente capitolare è stata “l’immediatezza” di questo romanzo. Spiego: la Pearson ha scritto di una mamma che lavora. Francamente è anche di lettura per una mamma che lavora dato che la narrazione è così semplice e scorrevole che è difficile non esserne presi, così come è impossibile, in alcuni tratti, non soffermarsi a pensare: “Cavoli, l’avrei potuto scrivere io!”, per quanto nel leggerlo si riesce pienamente a visualizzare l’attimo quasi fosse un deja vu. “Ma come fa a far tutto?”. Non ci poteva essere titolo più appropriato poiché questa è la domanda ricorrente che viene posta alla protagonista vista la rocambolesca vita fatta di figli, lavoro, casa da pulire, suocera, marito e uno pseudo – amante virtuale (giusto per non farsi mancare nulla).

Macondo – 16 aprile 2011

Diamo il benvenuto, da questa settimana, ad ANGELA CATRANI. Angela condivide la nostra stessa sensibilità verso i libri. Ci siamo scelti a vicenda… Collaborerà con Macondo da SAN LAZZARO DI SAVENA, provincia di Bologna, in maniera stabile, per dare il suo contributo alla crescita della nostra città.

∞ L’urlo di Gaza ∞
di Piero Ferrante

Non solo le nubi oscure dello strangolamento di Vik Utopia Arrigoni. Nei cieli di Gaza, la nuvola nera della morte scroscia pioggia di dolore da un pezzo. Dire vita, nella Striscia, significa diremorte, nella Striscia. E la vita, nella zona più densamente abitata del mondo, 1.400.000 abitanti costretti da fili spinati, barriere, posti di blocco, aviazioni, carri armati, varie ed eventuali, in appena 360 km2, scorre veloce. Tanto che, vista dal treno dell’arroganza, dell’oscurantismo internazionale, della dis-conoscenza delle responsabilità, appare normale. Ma non lo è. Nella lunga e tortuosa cavalcata lungo il binario mediorientale, curve della Storia, salite e discese, interruzioni di linea, ponti crollati e poco carburante, gli accordi di pace falliti come stazioni di una Via Crucis di sangue, emblema di una crocifissione che ha inchiodato al legno decine di migliaia di vittime civili, di vittime bambine, arrestando il tempo in una Polaroid lancinante. Ebbene, in questo lungo correre, l’ultima fermata è Gaza. Casupola diroccata senza neppure la biglietteria. Farebbe lo stesso: nessun controllore ne accetterebbe la validità. Gaza è la stazione fantasma, spersa nella nebbia del mattino spettrale ed atroce.

Ma dagli altoparlanti, bucano l’aria le parole forti di Noam Chomsky ed Ilan Pappè. Sono loro due, il grande linguista e l’esimio storico, gli autori di “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi” (ottimo lavoro dell’editrice Ponte alle Grazie, timbrato 2010). E le loro voci, autorevoli, sono ben diverse dalle metalliche e fisse riproduzioni computerizzate delle stazioni moderne. Chomsky e Pappé non recitano copioni già scritti, non ripetono all’infinito ed all’unisono quel che il passeggero vuol sentirsi dire, la previsione di un tragitto rassicurante, stazione dopo stazione, fino alla destinazione prefissata. No, Chomsky e Pappè ripercorrono, in maniera diversa ma complementare, come due rette parallele, identiche ma con l’incontro fissato alla fine dei tempi geometrici ed umani, il viaggio a ritroso. Attraverso una storia cosparsa di giudeizzazioni forzate, vecchie pretese bibliche e teologiche, pulizie etniche, ragioni che non sono ragioni e non lo sono mai state. No. Sono loro, Chomsky e Pappé, contro ogni volontà dei paganti, a decidere il percorso e l’approdo. Prendono in mano il treno e lo frenano nelle stazioni che loro stessi decidono. Nel tempo: 1947 – 1967 – 1982 – 1993 – 2006 – 2007 – 2008 – 2009. Nello spazio: Camp David, Oslo, Gerusalemme, Ramallah.

Ed ecco comparire, chiari, i paesaggi devastati, gli “errori” di valutazione dei missili, le guerre lanciate dal potente contro una massa di civili male armati e destinati al macello, le risoluzioni violate. Si schiude un mondo identico a quello vero, ma letto attraverso le cristalline lenti della giustizia, della verità. Lenti senza ditate e graffi, che rovesciano la sostanza, non la forma. Perché quando Stati Uniti ed Israele, soli, a braccetto, nel 2008, si oppongono alla risoluzione Onu per il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”; e se ancora loro, ed ancora nella stessa seduta, votano contro una risoluzione per “la libertà universale di viaggio e la vitale importanza del ricongiungimento familiare”; e se Usa e Zimbabwe, guarda caso sempre nella stessa identica seduta, sono gli unici stati al mondo a votare contro la moratoria al commercio delle armi; e se, infine, clamorosamente nella stessa assise, gli Stati Uniti, in beata solitudine decidono di opporsi al “diritto all’alimentazione”, e se, facendolo, hanno contro l’intero mondo conosciuto, allora si rovescia la teoria dell’egemonia. Ed anche quella dell’isolazionismo di Hamas. Perché ad essere isolati sono gli aggressori, non gli aggrediti.

Con lucide analisi (Chomsky) e dotazioni fattuali (Pappé), i due autori danno corpo ad un autentico manuale della verità, un lungo ed involontario pamphlet, dalla forza di un fiume in piena che tracima gli argini e dilaga fin nell’anima di chi legge. Un libro che è sfacciatamente politico, spudoratamente di parte. Quella giusta.
Noam Chomsky-Ilan Pappé, “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 4 / 5 – Per restare umani
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∞ Un amaro calice ∞
di Angela Catrani

Hélène Karol ha otto anni ed è una bambina infelice, terrorizzata da una madre assente, autoritaria, capricciosa, viziata.
Inizia così l’ultimo romanzo pubblicato da Adelphi di Irène Némirovsky (1903-1942), la scrittrice ucraina di origini ebraiche che, trapiantatasi con la famiglia in Francia in giovane età, divenne, negli anni ’30 del Novecento un caso letterario atipico, dato che con la sua morte nei campi di concentramento di Auschwitz ci si dimenticò di lei, fino alla pubblicazione postuma nel 2004 di Suite francese, romanzo non terminato dalla scrittrice e ritrovato in casa delle figlie in una valigia piena di appunti.

Il clamore suscitato da Suite francese, considerato giustamente il capolavoro della scrittrice ucraina, ha fatto sì che venissero ripubblicati tutti i numerosi romanzi della Némirovsky, provocando un enorme interesse sia in Francia che in Italia per una scrittrice dallo sguardo lucido e pungente, dalla lingua pura e netta, dallo stile narrativo levigato come un piano di marmo, ma dalla cui superficie emergono venature più o meno profonde.

In Il vino della solitudine, Irène Némirovsky racconta della sua famiglia, in una sorta di autobiografia solo apparentemente schermata da pseudonimi. E dunque, senza pietà, conosciamo Bella, la madre, una donna vanitosa e passionale, viziata da un marito accecato dall’amore, che non vorrà mai vedere gli amanti casalinghi della moglie. Il padre, Boris, un commerciante poi finanziere ricchissimo, percorre la vita alla ricerca di una effimera emozione, e non coglie l’amore nello sguardo adorante della figlia, l’unica che si preoccupi per lui. Infine la stessa Hélène, bambina poi ragazza amareggiata, delusa, infelice, che cerca nella vendetta un modo per colpire la madre.

Il romanzo è del 1935, la scrittrice è sposata felicemente da nove anni, ha due bambine, ha una fulgida carriera, ma ancora non è libera dai fantasmi del passato, ancora, necessariamente, come in altri suoi romanzi, ha bisogno di demolire la figura materna, di trovare una giustificazione morale per l’odio che non riesce a mitigarsi in pietà verso questa donna profondamente sola, che è costretta a pagare per illudersi di essere amata.

Il romanzo è gelido, intenso, crudo. Vi si racconta di un mondo che è anche il nostro, con le donne di una certa età che si costringono a cure dermatologiche estreme pur di rimanere giovani, un mondo in cui conta solo l’apparenza, in cui solo i soldi danno la felicità, in cui i figli sono accessori di cui vantarsi o lagnarsi a seconda delle circostanze, che non contano, che non si amano.

E’ estremamente moderna, la Némirovsky, e non ha mai paura di chiamare le cose con il loro nome, ma la sua accecante lucidità di pensiero non concede spazio all’immaginazione e alla speranza, rischiando di lasciare il lettore solo e sperduto.
Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Adelphi 2011
Giudizio: 4 / 5
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesco Aloe, “Il vento porta farfalle o neve”, Verdenero 2011
IL SAGGIO: Antonio Cadoni (a cura di), “Jacovitti. Autobiografia mai scritta”, Stampa Alternativa 2011
IL CLASSICO: Edward Said, “Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente”, Feltrinelli 2002

LA TUA UTOPIA, IL SOGNO DI TANTA GENTE. CIAO VIK
Vittorio Arrigoni, “Restiamo Umani. Dicembre 2008 – gennaio 2009”, Manifestolibri 2009
Federica Cecchini, “L’uomo che parla alla torretta. Lettere dalla striscia di Gaza”, Frilli 2003
Gian Luigi Nespoli, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Johnatan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Erri De Luca, “E disse”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
di Libreria Equilibri
Ishiguro Kazuo, “Non lasciarmi”, Einaudi 2006
Tre bambini crescono insieme in un collegio immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani. La loro vita verrà accompagnata dalla musica dei sentimenti: l’amicizia e l’amore come uniche armi contro un mondo che nasconde egoismo e crudeltà. Un romanzo commovente e visionario. Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età, una grande amicizia nasce fra i tre bambini: Kathy, timida e riservata; Tommy, impulsivo ed ingenuo; Ruth, prepotente e carismatica.

La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Sembra quasi averne paura, «come si ha paura dei ragni», pensa Kathy. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, la Galleria, sono così importanti? Cosa dovrebbero dimostrare? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata su questa terra. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento o cannocchiali: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso e vicino la fragilità, la provvisorietà, la finitezza della vita, di qualunque vita.

[La rubrica è a cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

Macondo 9 aprile 2011

∞ In mammese si dice così ∞
di Roberta Paraggio

Bruno Osimo fa il traduttore, dà voce e sfumatura alle parole altrui. Ne dipana il mistero, quando arrivano al suo sguardo attento. Scandisce fonemi altrimenti astrusi. Meticoloso e timido, nevrotico ed empatico, Bruno Osimo, l’autore del “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, testo edito dalla Marcos y Marcos, è un geniale narratore di disarmonie affettive e familiari.
Abituato sin da bambino a tradurre dal mammese tamponico, un linguaggio del tutto intimo e domestico che usa le parole come scudo contro le brutture della realtà, generando al tempo stesso paure e dipendenze, il povero Bruno, bambino diversamente figlio, ha fatto della traduzione il senso unico della propria vita, il modo di relazionarsi al mondo che non ha saputo interpretarlo e che adesso lui cataloga in parole e adattamenti. Non più il mammese attenuato, ma parole piene; non più interpretazioni falsate e filtrate del mondo, ma una serie di racconti divertiti che formano questo ironico dizionario, composto dal Bruno-Osimo-adulto che guarda il Bruno-Osimo-bambino timido e solo, provetto agente segreto affetto da un incolmabile bisogno di certezze affettive, di amore senza attenuazioni.

Le parole scelte e tradotte, da papà a maschi, fino ad abbandono e clandestino, sono un pretesto per ricostruire la storia della sua famiglia di ebrei atipici, di parenti emigrati e nonne affettuose, di ricette paterne che affogano nell’olio e vacanze in montagna, di calzini mai rammendati e mutande smollate.

Pungente e a volte caustico, il suo sguardo senza filtro se non affettivo minimo, è quello di chi paga le conseguenze di essersi sentito fuori luogo per tutta la vita, in una bambagia stranamente pungente ed inospitale, che stringe ma non avvolge, spettatore delle cose taciute e mai spiegate e adesso compilatore pignolo di uno screening della vita di figlio fardello.

Ha aperto i libri e gli occhi Bruno, ha cercato nella lingua ebraica un posto dove mettere radici, un luogo che sia di pace con sè, dove le parole significano esattamente ciò che sono e non ciò che sembrano; ha fatto scendere sua madre dal piedistallo lucente di eroina dell’abnegazione, le ha fatto a distanza un ritratto impietoso, lasciando aperto quel piccolo spioncino chiamato comprensione; ha incasellato i personaggi rendendoli innocui, ha sedimentato il mammese ma lo ha aggirato, fino a lasciarlo in un angolo, utile ai ricordi privi di commozione e alla narrazione oramai divertita e affettiva.
Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Meticoloso
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∞ Tutta la notte che c’è ∞
di Piero Ferrante

Tutte le favole e tutte le fiabe incominciano con “C’era una volta”. Ed anche “Accendi la notte” (Gallucci 2011), incomincia con “C’era una volta”. E davvero c’era una volta “questo bambino non ancora grande non più piccino” cui non piacevano la notte ed il buio. C’era fin tanto che incontra Buia, una bambina che lo prende per mano e lo porta nei sogni più sogni. Nella notte di gioia e di giochi, nella notte che non conosce le paure e che vince i timori. C’era soltanto, per lui, una notte diversa. Una notte insicura, attenuata nella convinzione di doverla vincere con l’artificialità di quattro mura e con lo spaventapasseri elettrico delle lampade e dei lampadari, di luci e di lucine, di torce e di lumini.

Una notte meno notte. Una notte addirittura senza notte, con le stelle spente dagli interruttori domestici. Una notte solitaria ed infelice. Una notte in cui i bambini vivevano la loro vita senza paura, sotto il cielo degli astri ed inondati dal buio e non dal sole. Tutti i bambini, ma non quel bambino. E quel bambino non più bambino e non ancora ragazzo avrebbe voluto star con loro, giocare con loro, correre con loro, saltare con loro. Ma ad imprigionarlo era la luce, il suo rassicurante calore, la certezza delle cose che si possono vedere e toccare senza chiedersi cosa fosse. Era la luce ad inchiodarlo alla croce della sua solitudine. Fino all’arrivo di Buia: occhi di notte, capelli corvini, vesti e scarpe di buio. Nera come solo la notte sa essere nera.

E’ lei a prenderlo senza indugi. E senza indugi gli fa vincere le resistenze, spegnendo le lampade ed accendendogli le stelle, chiudendo le persiane fanciullesche sul presente ed spalancando le finestre verso l’orizzonte infinito del domani, dove non tutto è come pareva, scuro e spaventevole come un mostro d’inchiostro che ostruisce la vista, ma sono grilli e luna e stelle. E giochi diversi e rassicuranti, carezzevoli come una piuma che sfiora le gote.

Un delicatissimo Ray Bradbury, quello di “Accendi la Notte”, nell’unica sua prestazione da Gianni Rodari d’oltremanica; cantore di lode alla speranza, tenore d’un Osanna altissimo che perfora l’aspettativa e si adagia nella sorpresa. Una bella favola dei nostri giorni, che aiuta a ritrovare il piccolo senso nelle cose terrene, scevra di furori antimodernisti ma comunque fuori dai canoni. Morale si, ma non moraleggiante.
Ray Bradbury, Accendi la notte, Gallucci 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Alza lo sguardo e guarda le stelle
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino-Fandango 2011
IL SAGGIO: Giuse Alemanno-Fulvio Colucci, “Invisibili”, Kurumuny 2011
IL CLASSICO: Roland Barthes, “La camera chiara”, q.e.

AVEVI GIURATO DI NON AVERE UN’ARMA. PREGHIERA DI CARTA ED INCHIOSTRO PER KURT
Richard Steep, “Kurt Cobin. Breviario”, Blues Brothers 2011
Charles Cross, “Cobain. Più pesante del cielo”, Arcana 2010
Kurt Cobain, “Diari”, Mondadori 2004

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Marco Demarco, “Terronismo”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Emmanuel Carrere, “Facciamo un gioco”, Einaudi 2004
di Libreria Equilibri

“Non ricordo di aver provato il benché minimo senso d’inquietudine, nel comporre queste pagine: mi sembrava un’ idea irresistibile, e soprattutto perfettamente innocente.”
Questa la frase che mi ha colpita maggiormente in questo libro e che si trova nella nota finale dell’autore. Perché mi ha colpita? Perché mi ha fatto riflettere sul significato di “innocenza”, così sono andata a cercare sul dizionario il suo significato e ho trovato queste parole:
INNOCENZA: 1. Condizione morale e giuridica di chi non ha fatto del male a nessuno ed è quindi senza colpa; 2. Condizione spirituale di chi è ignaro del male, senza peccato; 3. Semplicità d’animo, ingenuità.

Perché questa premessa? Forse per scusarmi della scelta di questo libro che per genere e per gusti non ha nulla di “innocente”, almeno secondo la mia opinione, dato che si tratta di un libro della categoria “erotico”, ma non è la mancanza di innocenza in sé dell’erotismo che voglio recensire, ma bensì la mancanza di “innocenza” che c’è nella pianificazione e nelle parole. Guardando in modo obiettivo al genere letterario, sicuramente occorre una certa predisposizione mentale e perché no anche un po’ morale per poterlo leggere senza tante “seghe mentali” (giusto per restare in tema), mettendo da parte il mero aspetto fisico della questione, indiscutibilmente c’è chi ne trae piacere da questo tipo di lettura, così come è riportato da alcune testimonianze riportate dall’autore nella sua nota finale, in cui trascrive mail ricevute in seguito alla lettura del racconto, ora Carrere consensi o no ha aperto una polemica e di ciò ne era pienamente consapevole, dunque non vedo dove sta l’ “innocenza di composizione” da lui menzionata, la scrittura ha una forza non indifferente, e come dice una famosa canzone “ciò che è scritto può ferire per morire” ora qui non c’è caso di morte ma sicuramente c’è stata una pianificazione per “colpire” l’amata, nello specifico, ed i lettori nel quadro più generale.

“Facciamo un gioco” nasce come racconto pubblicato sulla rivista Le Monde “E’ una lettera per lei, una lettera così intima da poter finire in mano ai 600000 lettori di Le Monde”, così dice la quarta di copertina, ed effettivamente il tutto comincia con l’acquisto della rivista che “Lei” deve leggere durante il tragitto in treno per raggiungere lui, ed in questo tragitto, che lui ha calcolato meticolosamente, organizza questo esperimento di controllo a distanza, dove “ordina” passo passo tutto ciò che chi sta leggendo deve fare, in un accattivante gioco di seduzione in cui l’unica regola è non darsi regole.

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Macondo – La città dei libri

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