Macondo – 12 marzo 2011 (scusate l’assenza)

∞ Pane, fragranza del mondo ∞
di Piero Ferrante

Un titolo che è come una preghiera. A recitarla, Predrag Matvejević. “Pane nostro” che sei nei libri, vien subito da continuare. Merito alla Garzanti, per aver captato, ancora una volta, la grandezza dello scrittore bosniaco dopo il salato “Breviario Mediterraneo”. Sotto la lente analitica di Matvejević, qui, è il pane. Come lì lo era stato il mare. Pure, un filo non interrotto: pane e mare finiscono per essere complementari, per scambiarsi gli odori; vicendevolmente si regalano l’uno all’altro, si influenzano, si accoppiano in un grumo storico indissolubile. Ma anche pane e strade, pane e deserto, pane e monti. In quanto, il vero contrattare antropologico è quello fra pane e mondo. Perché facendosi cibo nelle case, nei forni, nei fuochi, nel forni, nelle strade, sulle pietre, il pane introietta i gusti che sono gusti collettivi. La mollica s’impossessa delle nenie arabeggianti del Medio Oriente, si impregna della sacralità dei conventi umbri, ellenici, cirenaici, si impana nella sabbia africana.

Seguendo le rotte del pane, seguendo la sua storia, Matvejević, in “Pane Nostro”, narra leggende umane e divine, miti e civiltà. Il pane, in tutte le sue forme, diventa un eroe pulsante, coraggioso, errante. Come Ulisse, viaggia di sponda in sponda, senza sosta. Perigliosi viaggi e soste in Terre lontane gli danno nuovi sapori e nuovi odori. E di fronte a questo mitico zingaro, l’autore si spoglia di ogni superbia e si fa umile. La sua preghiera rimbomba fra le pareti del tempo e dello spazio, rimbalza fra lirismo ed enciclopedismo. Come un Dio, come Dio, come ogni Dio, anche il pane si fa trascendente ed al tempo stesso carnale, vero, vivo. E come un Dio, il pane ha la sua storia che si perde nella coltre del tempo, nelle spire fumose del dubbio, dell’incerto, quasi fosse proibito saperne troppo. Come un Dio ha i suoi accoliti, i suoi seguaci, i suoi discepoli, i suoi credenti. L’uomo che lo crea e lo plasma dalla terra nera al seme, dal seme alla spiga, dalla spiga al frutto, dal frutto alla farina, dal farina al forno, in fondo non è altro che un ossequioso credente. Un concentrato di speranza legato indissolubilmente all’atmosfera ed alle bizze della meteorologia, costretto dal governo degli elementi naturali ad ottenere il massimo prodotto dalla fatica del lavoro nei campi. E come un Dio, il pane ha anche i suoi tempi. La panetteria è cattedrale laica. E, come quella sacra, punto di raccordo di voci ed incontro di viandanti e cittadini, di viandanti e pellegrini, di straccioni e notabili. Che, prima di assaporane il gusto, ne possono già godere l’odore.

Leggere “Pane nostro” è fare un continuo sforzo masticante. Esplode nelle narici un tripudio profumoso, sotto i denti la sensazione autentica di essere in preda ad un’estasi sensoriale che rasenta la lussuria. E, nella tensione al pane, in questo continuo desiderio di averlo e di addentarlo, si torna bambini. Finanche, ci si fa altri bambini, corpicini di altre epoche e di altri luoghi. E di queste esperienze, il pane è consustanziazione, minimo comun denominatore dei ricordi, pratico facimento. Così, suscitandoci con il pungolo lettarario, Matvejević ci racconta il “dramma” del pane, copione di fatiche e di dolore. Che, nonostante questo, lenisce ciò che tocca. Che sia nero o fragrante, che sia rancido o fresco, è toccasana per le pance.

E la storia che ci racconta, del pane, del frumento, della farina, è storia plasmata di leggenda, narrazione, viaggio, vita, pace e guerra, scontri e incontri; è storia impressa nella fede e nella fame; è storia divina, beata, santa, magistrale, simbolica, numerica, esemplare; storia fisica, tattile, di lavoro, sudore, genti, strumenti, stagioni, sfruttamento; è la storia che si affigge alle porte del tempo, si immerge nelle epoche , si incammina per le vie di Damasco e della Giordania, nei monasteri copti di Grecia ed Egitto, si in scrive alla Bibbia ed al Corano come al Talmud; storia declinata al maschile ed al femminile, interdetta ai meschini, schiusa invece alla schiera degli ultimi; storia identitaria ed insieme egualitaria. Insomma, una storia infinita, narrata con tutta la pazienza di cui solo Predrag Matvejević è capace.

Predrag Matvejević, “Pane nostro”, Garzanti 2010
Giudizio: 4 / 5 – Gustarlo con cura
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∞ Con gli occhi di Caterina ∞
di Roberta Paraggio

Caterina ha gli occhi belli, sono quelli dei Giovagnoli, una famiglia che da anni vive in un borgo della Maremma toscana dove si incrociano eventi e aneddoti della vita di campagna. Tracce di Storia che fanno da sfondo a quest’ultimo romanzo di Alessia Niccolucci e che chiude la serie di ritratti di donne che parlano con gli alberi.

Quello di Caterina, di ritratto, è una quercia che un fulmine lontano ha ridotto ad un tizzone, che la lega alla sua casa e alla sua gente, a figure maschili materne e dolci, suo padre, suo nonno, suo zio, solitario e schivo, che soccorrono alla sua mancanza d’affetto, sostituendo l’assenza di Irene, sua madre, una donna aspra e anticonformista, lavoratrice che segue il marito nei campi, ostinata contro la maledizione di esser nata donna. Come il fulmine che si è abbattuto sulla quercia, così Irene si scaglia sulla figlia, col livore della sua presenza/assenza con la sua forza matrigna e generatrice di ogni angoscia, provocando inquietudini e ribellione, lacrime soffocate e piante di nascosto.

Ma Caterina non vuole diventare come sua madre; sogna l’amore e al tempo stesso lo rifiuta; tanto che, quando questo arriverà, il mondo che le gira intorno la stringerà nelle convenzioni sociali, nei ruoli rigidi e imposti dalla società rurale in cui un nobile signorotto non sposerà mai una ragazza sia pure rispettabile ma sempre e comunque di umili origini contadine.

E così Caterina sposerà un uomo che non ama, rimarrà presto vedova e diverrà più amara di sua madre, accompagnata dalle coltri luttuose dei suoi abiti e da una bellezza che è solo un ricordo, a macerarsi nel rancore per ciò che non è stato. Un romanzo sottile ed insieme complesso, che si serve di schemi abbondantemente sfruttati dalla letteratura (se vogliamo, un pò Ermanno Olmi, un pò Pupi Avati), personaggi sbiaditi, vagamente Ottocenteschi, maschere di un modo che fu e di una scrittura andata. A tratti sbadiglievole, a tratti piacevole, certaltre volte stimolante, infine non propositivo. Più applicazione, insomma.

Alessia Niccolucci, “Caterina. Donne che parlavano con gli alberi”, Pendragon 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – Feuilleton anacronistico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Serge Latouche, “Breve trattato sulla decrescita serena”, Bollati Boringhieri 2008
IL ROMANZO: Bruno Osimo, “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, Marcos y Marcos 2011
IL CLASSICO Emile Zola, “Germinal”, q.e.

C’E’ CHI DICE NO: L’ ACQUA BENE COMUNE
Luca Martinelli, “Imbrocchiamola! Dalle minerali al rubinetto. Piccola guida al consumo critico dell’acqua”, Altreconomia 2010.
Danilo Dolci, “Il potere e l’acqua. Scritti inediti”, Melampo 2010
AA.VV., “Acqua controcorrente. Il viaggio di Ingegneria Senza Frontiere”, T.S.A. 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Livio Fanzaga, “La fede insegnata ai figli”, Sugarco 2011
Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Sant’Agostino, De Beata vita
Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro,
di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-
la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa.
(Cesare Ripa)

Brutta compagna la superbia. Tutti amiamo la bella donna vestita di rosso, desideriamo specchiarci nei riflessi delle sue lodi, cogliamo dalla sua corona d’oro tempestata di gemme preziosissime un po’ di autocompiacimento.
L’inizio della Quaresima è il periodo migliore per fuggire dalle lusinghe della vanagloria e rivestirci di abiti umili. Dobbiamo fuggire ogni forma di autocompiacimento, rompere lo specchio che incornicia il nostro io e deporre la corona che ci rende alteri e presuntuosi. E’ il periodo che ci fa rendere conto di quanta poca cosa siamo di fronte alle meraviglie della natura: la maestosità di un cielo stellato, la semplicità di una piccola margherita in fiore, il calore visivo che ti dà un tramonto, l’ondeggiare di un campo di grano…

La superbia affonda le sue radici nel profondo di ogni uomo perché ognuno è teso all’affermazione della propria identità che non si elabora all’interno, ma si negozia nel rapporto con gli altri, dai quali si attende riconoscimento al punto tale che il suo bisogno sia tanto forte quanto gli altri bisogni esistenziali. Anche S. Agostino in “La vita felice” mette in guardia tutti coloro che aspirano alla vita beata perché ostacolati, prima o poi, da un altissimo monte, quello della vanagloria, posto proprio lì, per rendere arduo il passaggio. Questo monte, proprio come la donna vestita di rosso, è da evitare con gran cura e da temere, ma è così splendente e intriso di luce da presentarsi come luogo di dimora sicura per quelli che si avvicinano, promettendo loro, in maniera allettante, di raggiungere ciò che più desiderano, salendoci. Coloro i quali non lo evitano e raggiungono la vetta, vogliono dimostrare agli altri che sono capaci di ottenere ciò che si sono prefissati, sono altezzosi, con eccessiva fiducia in sé e nelle loro forze e, purtroppo, il monte, “vuoto e instabile”, crolla al suolo e li ingloba nelle tenebre, sottraendoli alle certezze a cui miravano da giù, scoprendosi, poi, deboli, limitati ed impotenti.

Si dice che la superbia sia la radice di tutti i vizi, ma Agostino racconta come anch’egli, inizialmente, abbia ceduto alle sue lusinghe, abbia lasciato che la “caligine” obnubilasse il passaggio negandogli di vedere chiaramente la realtà, deformandola. Anche il Sommo Poeta, non posiziona questo tipo di persone all’Inferno e domanda loro come mai abbiano dimenticato di essere creature imperfette e appena abbozzate. Siamo come bruchi che non riusciamo a giungere alla loro compiutezza e quindi diventare farfalle convinti di procedere, senza accorgerci di regredire e restare vermi.

[A cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

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Palloni di carta – 2 febbraio 2011

Barcellona, si sa, è il Barca. E il Barca è una filosofia. Barcellona la snob che sputerebbe, oggi come ieri, in faccia al turismo di massa. Barcellona “rosa di fuoco”, politica, anarchica, antifascista, antifranchista. Il Barca fotografia di una storia, di una città, di un modus cogitandi. Il Barcellona come un’abitudine, come la sintesi di un pensiero. Sono gli anni della guerra civile, quelli narrati dal giornalista di Repubblica, Emilio Marrese, in questo romanzo pubblicato da Pendragon. Un omicidio nel passato: una ragazza trovata uccisa nell’appartamento preso a fitto, ad ore, da un noto calciatore. Anno 1937. Storie familiari nel presente, parentele lontane di nonni e nipoti. Anno 2008. Due ragazzi che si muovono nel presente, alla ricerca delle proprie origini, e che incappano, ineluttabilmente, nel passato prossimo dell’umanità. Fra le pagine di Marrese scorrono, parallele, due storie che, sorprendentemente, si incroceranno senza neppure volerlo.

L’ambientazione è quella della Barcellona con le barricate, e Pablo e Rosa si scoprono più o meno indissolubilmente connessi al Barcellona costretto a fuggire dalla Spagna fascista del caudillo. Marrese riprende la tournèe, questa vera, che, nel 1937, portò la squadra catalana in Messico e ci intesse, attraverso sbalzi temporali, lettere, viaggi, pistole, personaggi (oltreoceano i barcellonisti incontreranno anche Ramon Mercader, il sicario mandato da Stalin a far fuori Trotzkji), un racconto prima lento, poi veloce, poi intimo, ed infine rivelatore. Un noir impregnato di politica, di storia e di calcio. Un libro che, in qualsivoglia libreria sportiva – e non solo – fa la sua porca figura.

Macondo – La città dei libri

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