Palloni di carta – 2 marzo 2011


“Prendi uno sport, togli tutta l’ipocrisia e otterrai qualcosa di simile al rugby”. È sin troppo gaudente, con i tempi che corrono e che, impietosamente, marcano le distanze fra un popolo in boccheggiamento economico ed eroi sportivi strampompati (economicamente e fisicamente parlando, s’intende), leggere una testimonianza di autenticità come quella racchiusa in “Andare avanti guardando indietro”. Il libello pretende molto da se stesso. Lo pretende la Ponte alle Grazie. Lo pretendono le sei mani e tre cervelli che ci hanno lavorato: Mauro e Mirco Bergamasco (i fratellissimi icone del rugby tricolore) con Matteo Rampin. Rampin che gli stessi Bergamaschi sbeffeggiano con l’appellativo di “strizzacervelli”. In effetti, medico psicologo ed assistente personale di molti atleti professionisti. Una pretesa soddisfatta. “Andare avanti guardando indietro” pretende per fissare una meta, per puntare un paletto, per gettare l’obiettivo. Sarà per questo motivo che non racchiude inutilità ovvie e facciate inutili. Sarà per questo che ostracizza da sé, mediante atto di ripulsa, una vanità vacua, non pratica.

Si diceva, è oltremodo consolante leggere e sentir raccontare di un mondo che, spesso, la poca poeticità televisiva ha sconvolto, seppellito sotto cumuli di macerie spettacolaristiche. È rassicurante tornare a scorrere l’intera gamma di dolore, sangue, agonismo, rivalità che s’arresta dirimpetto al rispetto. E quelle immagini cautamente ricomposte di avversari che non sono nemici, di maglie scambiate in campo e sugli spalti, di terzi tempi venerati come l’essenza stessa della contesa, di muscoli tesi e spalle lussate, corse liberatore e storie di squadra. Una birra, un posto a tavola, fiumi di offese scherzose e bonarie. Mostrare l’altra faccia di sé all’altro. Per denudarsi, uomo di fronte a uomo, in una contesa che è con-tatto. Che si manifesta attraverso un’insistenza violazione degli spazi altri, lo sfregamento di arti contro arti, membra contro membra, spalle contro menti, polsi contro nasi, orecchie contro capelli, sangue contro sangue. Un amalgama indistinto che mette tiene insieme tutto. Che forgia un essere che ha tutti gli odori di fatica e tutte le ferite dello scontro fisico. Ma anche tutta la delicatezza di un gesto vagamente paterno, come quel pallone stretto nel concavo che si crea fra braccio e petto.

Mirco e Mauro, con Matteo, fanno delle regole del rugby, degli elementi che ne contraddistinguono la vita, una filosofia. E, di conseguenza, del testo un piccolo manuale. Un libro che, volontariamente, assume i connotati di un cammino di crescita. E il cammino, come ogni iter di maturazione, sottende sforzi umani e sovrumani, il desiderio e la capacità di voler andare oltre se stessi, scherzare con i propri limiti, irretire i dubbi, vincere le paure sapendo che gli uni e le altre sono comunque confinate in un punto periferico dei pensieri, in un angolo ristretto dell’emozione. E lì restano, zittiti dalla cascata di adrenalina sprigionata dal verde del campo dal bianco delle linee, dalla cromia della propria maglia, dal numero sulle spalle. Numero che è appartenenza, esemplificazione di una missione, concretizzazione di un obbligo. Verso la propria persona e verso tutto il gruppo. La dedizione alla squadra è elemento totalizzante, esteriorizzata in quella piccola grande apparentemente inspiegabile regola dell’avanzare passando palla a chi sta dietro. Da cui, appunto, la titolazione del libro. Nei fatti, si tratta dello schieramento del rugby a tutto titolo fra le discipline sportive di squadra. Una regola che è forma mentis e che “ci ricorda che quando si è forti si è potenzialmente deboli”. In quanto è esattamente nell’istante preciso in cui si è soli contro l’avversario, tensioni contro, corpi nella protesa dello scontro, dolori potenziali che si fanno prossimi, rivi alla fase della convergenza, ebbene è proprio in quell’attimo “in cui abbiamo la situazione in mano” che ci rende conto che “per portare a termine il compito può essere etile effettuare un dietro front, una battuta d’arresto, effettuale una diversione dalla traiettoria, mettere in salvo quanto è già stato conquistato”. È la certezza che s’impone, il riconoscimento della forza propulsiva del collettivo, il trionfo opportuno ed anche opportunistico dell’umiltà quale “virtù strategica”.

Eccola schiudersi la potenza racchiusa in questo testo. Una potenza che è più di mente che di muscolo, che sa supplire al rigonfiamento del bicipite con l’immediatezza della sinapsi. Equilibrio, controllo, dosaggio. Una linea sottile, un varco delicato, uno sforzo stentoreo. Tendere alla disciplina significa non soltanto accettare le regole, significa interiorizzarle, trasformarle in proprio bagaglio, in idem sentire. In questo sforzo, i due omaccioni li immagini mutati in clowneschi funamboli del’ovale, sospesi su una corda a destreggiarsi per non cadere. Da lissù ululano sicuri che “non c’è forza più grande di quella di chi riesce ad esprimere in modo misurato e gentile il proprio potere, limitandone l’uso allo stretto indispensabile, senza mai oltrepassare il segno”. Segno che è la tacca tracciata in terra dalla decenza sportiva, che è decenza umana. Perché “chi è forte non ha bisogno di ostentarlo”. Perché “essere forte con i deboli e debole con i forti è un’abitudine che spesso deriva dalla cattiva coscienza riguardo la propria (presunta) potenza fisica”.

Ed allora viene sul serio da domandarsi con tanto di arrovellamento encefalico se si tratti sul serio di filosofia. Se sia finalmente giunta l’ora di resettare le banche dati delle nostre storiche convinzioni collettive per abbracciare, in una mischia etica, una nuova regola che suona sinceramente democratica. Intimamente democratica. Sentitamente democratica. Eppure non è filosofia. “È solo rugby”.

Mauro e Mirco Bergamasco (con Matteo Rampin), “Andare avanti guardando indietro”, Ponte alle Grazie 2011

Giudizio: 4 / 5

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Palloni di carta – 23 febbraio 2011

“Il campione” è la storia di un uomo e nulla più. Da capo a piedi, dal primo getto d’inchiostro all’ultima parola scorsa nella mente, null’altro che un’umile biografia. Un romanzo nel pieno stile inglese dei Giovani Arrabbiati (scrittori britannici realisti) scritto da David Storey nel 1960 ed oggi riedito dalla 66th and 2nd. Uno che ha piena coscienza di come dare alla luce una narrazione lunga 300 pagine senza scadere nell’ovvietà, senza annoiare, senza mai correre il rischio di lasciar riposare l’attenzione di chi legge. Un romanzo che, stando alla carta d’identità, dovrebbe risuonare matusallemicamente stonato, fuori contesto, fuori tempo massimo, fuori tutto. E che, al contrario, si fionda sulla realtà contemporanea come un’aquila sulla preda in fuga. Con la sua teoria di riscatto e la sua pratica di intima proletarietà, con il suo carico di rivalsa generazionale e sociale, con il suo urlo di libertà, con i suoi eccessi semantici e con le sue condanne al perbenismo, “Il campione” detta un punto di vista nuovo, segna una svolta.

Protagonista è Arthur Machin, un ragazzo che nasce ragazzo e che, nel tempo e nello spazio racchiuso fra le copertine del testo, prova a maturare, a diventare uomo attraverso il gioco vicendevole della vita e della morte, attraverso la vita in fabbrica e la valvola di sfogo (ed arricchimento) del rugby. Machin è tronfio, smargiasso, pieno di sé. È uno sbruffone assunto a cottimo presso la nascente società dei consumi, amante degli altri soltanto attraverso lo specchio di sé stesso. Con lui non si empatizza. Lo si odia per lunghi tratti della storia. In lui sembra di scorgere il pródromos degli eroi di plastica contemporanei, circondati da compagne in silicone. E Storey non fa nulla per farlo amare. Sporca i suoi già marcati difetti, acuisce i limiti e le mancanze, tratteggia un animale solitario. Una sorta di cavaliere nero o sceriffo del west senza morale né giustizia se non quella del proprio ego.

Sarà un tiepido ma complicato amore con la sua padrona di casa a scuoterlo dal torpore emotivo, a dirigere i passi esperienziali verso mete nuove, schiudendo un nuovo orizzonte di fronte alla rotta monocorde della sua vita. Una giornata di sole ma anche di tanta pioggia che condurrà ad un veloce tramonto. Già perché di fronte a Arthur e Val si staglieranno boria, diffidenza, malattia, morte. Due frugoletti, figli del matrimonio concluso di lei (vedova di un operaio), vagamente alienati e dai tratti inquietanti, come un invalicabile ostacolo della memoria che non si spezza mai, della natura che impera, domina, trionfa.

Sospeso fra il più classico dei Dickens e l’Orwell de “La strada di Wiegan Pier”, Storey monta un copione lercio, sporco, duro, ricco di pathos. Nello squallore inquinato dei bassi inglesi, case come “conigliere inchiodate insieme da gran puntelli di comignoli”, le pagine emanano tanfo di grasso, smog, fumo, alcol, sudore. Un olezzo si incolla indosso anche senza volerlo, coinvolgendo ed abituando.

Palloni di carta – 16 febbraio 2011

Resistere vuol dire, talvolta, mettere nelle gambe la fatica di avanzare senza ausilio meccanico. Subire l’avversità di un cosmo, quello urbano, improntato alla centralità automobilistica; creato, secondo i dettami di un’arte perversa, per assorbire e rigettare il grigiore dello smog. Resistere in città, oggi, è una scelta, un atto di coraggio. E scegliere vuol dire rinunciare alla sopravvivenza per schiudere i battenti alla vita. Ostracizzare il vivacchiante ciondolarsi di periferia in periferia a bordo di una scatola metallica. Rinunciare di essere batacchi di una campana che va da sé coartando la volontà di immobilità. Ripristinare il sistema antico del camminare, dello spostamento che lascia il torpore muscolare dello straripamento dell’acido lattico nei polpacci.

La raffigurazione della resistenza del Duemiladieci, la montagna contro la dittatura del tubo di scappamento, è la bicicletta. Amata ed odiata, un po’ fanciullesca, un altro po’ residuato di primo Novecento, un po’ indispensabile ma soprattutto pratica ed economica, la bicicletta è oggi più che mai un simbolo. Democratico innanzitutto. È per tutte le tasche, ricchezza di ogni padrone o padroncino, astronave nell’immaginario, sudore nella realtà.

Nella giungla automobilista pullulante di un sottobosco catramoso ed appiattito, la bicicletta fa da liana certa e pericolosa. La pedalata come lotta quotidiana contro l’asfalto. Ogni colpo di pedale, un tratto di strada opposto al grigiore. Nell’avanzata contro “il logorio della vita moderna”, è d’aiuto l’esperienza. Piccoli trucchi assommati a qualche attenzione, qualche prevenzione ed un filo di scaltrezza. Come scegliere le traiettorie, come indagare le strade migliori, cosa fare di fronte alle buche, quale velocipede è migliore di un altro. Tutto è racchiuso nel prezioso testo “Manuale di resistenza del ciclista urbano”. Scritto da Luca Conti (blogger che da anni lavora presso la Rai) ed edito dalla Casa editrice specialistica di due ruote Ediciclo, il libro racchiude tutto ciò che occorre sapere per affrontare la normale follia della mobilità urbana. Tecnicismi ma non solo, utilità semplici per metter mani sulla bicicletta, modi per risparmiare tempo e soldi, equipaggiamento da portare in spalla e quant’altro concorra all’aspetto (ed alla tranquillità psicofisica) del ciclista. Conti passa in rassegna, con l’occhio abituato dell’esperto (partecipa alle attività della Ciclofficina Popolare Ex Lavanderia di Roma), una carrellata di ostacoli possibili che potrebbero frapporsi sulla strada del ciclista abituale.

Quello da lui pennellato è un piccolo mondo antico odorante di nafta e grasso, di polvere di selciato e di gite in campagna; ma, soprattutto, è frenesia ironica, caos alla soglia del ridereccio. È la foresta abitata di Suv e mezzi inquietanti, di pericoli pubblici per l’incolumità umana. Scorci di una follia antropica potenziata all’inverosimile. Una follia che colpisce ed ammorba, che inquina ed incalza, che costipa e costringe. Il mondo come un barattolo grigio in cui il ciclista viene continuamente scosso. Già, perché la strada è impero del pericolo. Sopravvivervi è questione di coraggio, di forza, di lotta giornaliera e perentoria. È l’oclocrazia del rombo del motore a giocare da padrone. Resistervi è atto sociale di chi non si sottomette alla massificazione, di chi non soccombe al consumo. Di chi, soprattutto, è capace di immaginare un modo di viere differente. Un modo di vivere in cui la fretta è antesignana di un impegno concreto, non semplice imprinting di un Dna confuso, scambievole risultante dell’accoppiamento fra tv e lavoro. In questo mondo alternativo, popolato di meccanici non riconducibili all’infimo livello di negozianti opportunisti, in questo mondo dove la rottura di un componente non è sintomo di rivoluzione, ma di aggiustamento, la bicicletta diventa finanche uno strumento di lusso e non un riduttivo gioco di bambino dalla rustica infanzia.
Ecco perché il testo di Conti, con la sua pretesa ingorda e cocciuta di ridare senso al tempo, con la sua pretesa ingorda e cocciuta di avocare alla vita del ciclista il diritto di circolazione suona come una goccia di rugiada in un prato di desolante arsura.
Un trattato utile ed insieme sognante. Di quei sogni concreti e normali di cui il mondo ha bisogno per smontare, pezzo per pezzo, la robotizzazione automobilistica. Perché, a volte, “bagnarsi è molto meglio che rimanere imbottigliati nella vostra scatoletta ad ascoltare tormentoni musicali”.

Luca Conti, “Manuale di resistenza del ciclista urbano”, Ediciclo 2010
Giudizio: 3 / 5 – Deciso

Palloni di carta – 2 febbraio 2011

Barcellona, si sa, è il Barca. E il Barca è una filosofia. Barcellona la snob che sputerebbe, oggi come ieri, in faccia al turismo di massa. Barcellona “rosa di fuoco”, politica, anarchica, antifascista, antifranchista. Il Barca fotografia di una storia, di una città, di un modus cogitandi. Il Barcellona come un’abitudine, come la sintesi di un pensiero. Sono gli anni della guerra civile, quelli narrati dal giornalista di Repubblica, Emilio Marrese, in questo romanzo pubblicato da Pendragon. Un omicidio nel passato: una ragazza trovata uccisa nell’appartamento preso a fitto, ad ore, da un noto calciatore. Anno 1937. Storie familiari nel presente, parentele lontane di nonni e nipoti. Anno 2008. Due ragazzi che si muovono nel presente, alla ricerca delle proprie origini, e che incappano, ineluttabilmente, nel passato prossimo dell’umanità. Fra le pagine di Marrese scorrono, parallele, due storie che, sorprendentemente, si incroceranno senza neppure volerlo.

L’ambientazione è quella della Barcellona con le barricate, e Pablo e Rosa si scoprono più o meno indissolubilmente connessi al Barcellona costretto a fuggire dalla Spagna fascista del caudillo. Marrese riprende la tournèe, questa vera, che, nel 1937, portò la squadra catalana in Messico e ci intesse, attraverso sbalzi temporali, lettere, viaggi, pistole, personaggi (oltreoceano i barcellonisti incontreranno anche Ramon Mercader, il sicario mandato da Stalin a far fuori Trotzkji), un racconto prima lento, poi veloce, poi intimo, ed infine rivelatore. Un noir impregnato di politica, di storia e di calcio. Un libro che, in qualsivoglia libreria sportiva – e non solo – fa la sua porca figura.

Palloni di carta – 12 gennaio 2011

Ci sono pochi fenomeni che trovano proiezione concreta sulla realtà quotidiana come il calcio. Il tifo, nomen omen, è ben più che una semplice modalità di ammirazione. È fanatismo, è malattia. È una composizione desossiribonucleica insita in intere generazioni, un morbo che si diffonde rapidamente. È una pandemia, spesso urbana, altre volte suburbana, finanche nazionale e sovrannazionale. Nasce in un contesto sottoforma di amore per una squadra: undici persone con la stessa maglia che, come un piccolo esercito, marciano compatti all’assalto del fortino nemico. Poi diventa di più. Diventa un contenzioso di linguaggi, un confronto – scontro di modus vivendi contrapposti. Fino a fare esplodere le contraddizioni, le rivalità geografiche, religiose, economiche.

Il tifo è la prosecuzione del calcio con altri mezzi. Tanto più estremo è il calcio, tanto più simile ai gironi infernali le categorie, tanto più viscerale si palesa l’attaccamento. E nasce la mentalità ultras. Nasce nelle strade, nei mercati notturni, nei centri sociali. Nasce nelle associazioni sportive, nasce nei rioni e nelle borgate. È una mentalità che invade, striscia, comunica. Che parla alla gente attraverso un lessico tutto sessantottino. Usa un linguaggio immediato e calzante, poetico ed ironico. La sua Commedia è lo striscione, la sua penna vergante la bomboletta spray, la sua musa cortese ed angelicata la maglia.

“Noi odiamo tutti. Il movimento ultras italiano attraverso gli striscioni politicamente scorretti” (editrice napoletana, La città del Sole) è il tentativo di studio più completo compiuto sul fenomeno negli ultimi anni. Merito di tre autori giovani ed appassionati, a loro volta immersi fino al collo (ed anche più su) nel modo ultrà nostrano: Vincenzo AbbatantuonoDomenico MungoGabriele Viganò. Tre sguardi tutto sommato simili eppure prospettive diverse. Stesse convinzioni, stesse conclusioni, stesse idee espresse. Stesso posizionamento lì, nel cuore della passione semimilitarizzata della curva domenicale. E stesso identico rispetto ed apprezzamento per quella semantica da stadio che popola ed incide più di quella da cellulare.

Il loro lavoro certosino assomma le caratteristiche somatiche del saggio a quelle della militanza. Il testo è politico (nel senso più autentico del termine) fin quasi all’estremo confine, spinto al limitare della guerriglia. Mente e cuori fusi in un unico composto, storia ed attualità del movimento come sociologia impeccabile. E quel titolo, “Noi odiamo tutti”, che ancor prima di essere un’intestazione è una dichiarazione bellicosa ed identitaria. La carta d’identità di una massa di soggetti che rigetta le istanze normative repressive e si schiera soltanto con il suo amore spassionato ed incondizionato. Un libro di fuoco.

Le curve italiane sono la materia prima della redazione di “Noi odiamo tutti”. Quella curva intesa come regno di idee e valori diversi dalle idee e dai valori accademicamente riconosciuti. A tratti eccessivamente mitizzata, eccessivamente nobilitata. Mai purificata, mai verginizzata. La cura degli autori è quella di mantenere i suoi tratti distintivi ed autogeni; di preservarne le peculiarità di nicchia. In curva tutto è concesso perché in curva il sentire democratico viene escluso. “La curva non è democratica, è meritocratica”. È sentire comune espresso per mezzo di uno, due, tre, colori. Che sono quelli di una maglia. Che si evolvono in quelli di una fede. L’immagine trasmessa dal libro è dello stadio come luogo mistico ed insieme popolare, intriso di misticismo ed insieme di una volgarità gratuità che, tutto sommato fa parte del gioco. Perché ogni cosa, fosse anche la più estrema, fa parte del gioco.

Il corollario di striscioni altro non è che l’espressività di quel volto pulsante. Lo striscione è il nervo, il muscolo, la ruga che si stampa in faccia al settore degli ultrà. Un modo per calcare la mano sulle tragedie, ingigantire i vizi della fazione opposta ed i vezzi della propria. Nello striscione la verità non è elemento peculiare. Lo striscione è stato generato con il chiaro intento di esagerare, come la perfetta sincronia di una bomba rabbiosa e di tenerezza smodata. La redazione di uno striscione è un atto che accomuna, una realizzazione sociale, una promozione. “Questi ragazzi [quelli che scrivono gli striscioni, ndr] sono geniali – si legge nel testo – dotati spesso di una vis poetica fra il Catullo innamorato o il Pasquino irridente”.

Per spiegare non servono teorie, ma fatti. Ed ecco una lunga sfilza si scritte vergate ad ogni latitudine, in ogni stadio, per sostanziare l’affetto in qualsivoglia serie. Perché la maglia, si sa, è sempre la maglia. E per gli ultras, è l’unico, solo, vero, grande obbligo.

Domenico Mungo – Vincenzo Abbatantuono – Gabriele Viganò, “Noi odiamo tutti. Il movimento ultras italiano attraverso gli striscioni politicamente scorretti”, La città del Sole 2010
Giudizio: 3 / 5 – Incendiario

Macondo – La città dei libri

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