Il grande viaggio della transessualità


Gianfranco Meneo ha scelto l’arma più forte per raccontare. Quella che l’uomo intende meglio, che consente alla Storia di non cessare con l’evento in sé: la carta. Ha scelto di utilizzare la letteratura, la scrittura, la parola. Il suo libro si chiama “Transgender. Le sessualità disobbedienti”. Edito dalla Palomar, casa barese attenta alle istanze culturali provenienti dal mondo della scuola e dell’università, “Trangender” contiene non le chiavi definitive per schiudere le porte alla verità ma, se non altro, la mappa per giungervi di fronte. Meneo, foggiano, fa una disamina attenta ed insieme critica. Una disamina razionale con strumenti tipici da insegnante. “Della schiera dei precari”, scherza.

Precarietà di vita, Meneo. Non solo nel lavoro, oggi, ma anche all’interno delle relazioni sociali. Specie se, come nel caso dei transessuali, non ti identifichi con la maggioranza. Nel libro, lei ha cercato di inquadrare questa dimensione, partendo dalla sostanza stessa dell’essere relazione: ovvero, il corpo.
Già. Tutto nasce da qui. E da questa mia visione del corpo inteso come contenitore dell’anima e della materia. In più, ho cercato di creare attorno una metafora forte qual è quella del viaggio. Viaggio che io compio fisicamente, partendo dalla stazione di Foggia ed approdando a Roma. Lì ho intervistato Luana Ricci, transgender leccese, una musicista. Nel testo riporto questa intervista in cui racconta tutta la sua storia. Sentirla narrare ed insieme riflettere mi ha dato grande emozione. Soprattutto, mi ha fatto capire che noi guardiamo ai transgender in virtù del ruolo sessuale che noi gli attribuiamo.

Cioè?
Ai nostri occhi, il transessuale è colui che ha commesso un errore e intraprende un viaggio a ritroso che lo riporterà nella giustezza sessuale. A tornare uomo o a tornare donna. Ed invece, non è così. Luana, ad esempio, è la rottura di questo schema binario. Lei, diventata donna, ha una storia lesbica.

Ed ecco che ritorna il viaggio. In fondo ricalchi molto le immagini che l’antropologia fa di questo concetto.
Assolutamente si. Ed il viaggio è fatto di tante istanze, interpretabili come le stazioni mediane. Ma partire per questo viaggio, passare per le stazioni, non significa avere bene in mente la meta finale. Si viaggia per viaggiare e per scoprire. Non è un caso che, anche da un punto di vista materiale, il mio libro si conclude in maniera ciclica ed io ritorno al punto d’inizio: la stazione di Foggia.

Foggia, terra di progresso o di arretratezza?
Non siamo certo nella terra dell’apertura mentale. Ci sono molti piccoli centri, nella nostra Capitanata come ovunque nella Puglia, che vivono gonfi di paure sussurrate e di parole mormorate.

La stazione di Foggia è stata per anni un luogo simbolo dell’omosessualità foggiana…
In effetti si. Vladimir Luxuria scriveva della stazione ferroviaria come del “ritrovo madre” dell’omosessuale foggiano. Poi i tempi sono cambiati. Oggi i luoghi di battuage sono diffusi e diversificati. Sono luoghi che molti conoscono e che altrettanti fanno finta di non conoscere. O, per lo meno, di non vedere.

Perché?
Perché regna una chiusura diffidente, impera il moralismo, governa il doppio binario. Tutti sono sempre pronti con il fazzoletto d’occorrenza per commuoversi di fronte al caso di omofobia. Ma il parlare a distanza, il piangere quando un evento non ci tange è una specialità della società contemporanea. Ed è tremendamente semplice, non richiede sforzi. Senza dimenticare, poi, che a intenerirsi sono quelle stesse persone titolari di atteggiamenti opposti. Battute, barzellette, ammiccamenti, gomitate: sembrano nulla ma, agli occhi di un omosessuale o di un transessuale sono come gocce che erodono la roccia. Sfibrano le persone, annientano la resistenza fisica e mentale.

Torniamo alla questione del corpo. C’è stata, in questi anni, una sorta di mitizzazione del corpo femminile che, ovviamente ha imposto un modello di bellezza standardizzato e che, all’opposto, tende ad escludere tutto quanto è contrario a questo stesso ideale. Ha pesato?
Certo. Sono trent’anni che le televisioni commerciali propagandano un’idea del corpo che è unica e, attualmente, inscalfibile. I corpi sono mercificati, esposti come in vetrina, ostentati come un trofeo. E come trofei, non attendono che d’esser vinti. Chi li vince, anche se questo dovesse provocare uno scandalo, è il migliore. All’opposto, invece, gli scoop omosessuali o transessuali sono fonte di biasimo. Conducono alla distruzione del ruolo pubblico. I casi di Piero Marrazzo e di Silvio Sircana lo dimostrano.

Non è colpa anche di un sistema comunicativo drogato?
Evidentemente si. L’offensiva è continua. Eppure, trovo deprecabile attaccare un corpo che ha fatto su di sé un’operazione d’investimento – non solo economica, ma che morale e psicologica – soltanto per distruggere un avversario. Magari politico. Ecco perché, come si può dedurre dal mio libro, giudico positivamente la manifestazione “Se non ora quando” dello scorso 13 di febbraio. Già per il fatto che si è iniziato un movimentismo rumoroso composto di corpi che rifiutano di essere incasellati ed imprigionati in logiche di potere.

La Chiesa, con Benedetto XVI, sta iniziando a prendere posizione contro l’omofobia…
I rassicuranti messaggi mediatici sono ad uso e consumo degli eterosessuali. Servono a far credere che la Chiesa non escluda nessuno. Non tanto per demeriti della religione in sé che, pure, nel libro io bollo come “fardello”; ma di chi l’amministra.

Ma non crede che siano stati anche compiuti dei notevoli passi avanti? L’elezione di Nichi Vendola non va in questo senso?
Per ogni Vendola ci sono tante persone comuni, tanti vicini di casa, tanti che non hanno la forza per reagire a determinate situazioni. Spesso si tende a portare ad esempio personaggi celebri che sono già arrivati. Tuttavia, la vita è diversa, fatta di tasselli. Piccoli drammi quotidiani che si consumano nell’indifferenza.

LINK: “Vendola presidente, ma gli altriomosessuali”?, Stato Quotidiano

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Macondo 20 marzo 2011

∞ Produzione di futuro ∞
di Piero Ferrante

Che ci sia un’Italia migliore, probabilmente, non lo sa soltanto Nichi Vendola. Il mondo dei giovani impegnati, dei padri che sfangano la giornata riproducendo sorrisi grossi quante le bollette ed i mutui, delle donne che lottano per non soccombere sotto il peso dell’indifferenza o, peggio, della gravosità sessista. Che ci sia un’Italia migliore lo dice l’impegno delle Fabbriche di Pomigliano e di Mirafiori, di quei nuovi sfruttati in tuta blu che oppongono i loro dieci, cento, mille niet all’imposizione dall’altro di un sistema economico strutturato giust’apposta per incatenarli a vita, forse a morte, su un posto di lavoro ingrato ed infame, di quelli che l’esistenza e che drenano le energie. Che ci sia un’Italia migliore, poi, ce lo dice anche la Fandango (appunto, “C’è un’Italia migliore. Dieci passi per avvicinarci all’Italia che vorremmo”, Nichi Vendola e La Fabbrica di Nichi, 2011) e ce lo dicono i nuovi costruttori della democrazia. Quelli che, indipendentemente dai simboli di partito, non hanno scelto l’immobilismo culturale e politico. Quelli che hanno smosso mari, monti e qualche pianura per sbarcare in Puglia gli studenti fuori sede e negare al potere di difendere se stesso attraverso la partecipazione corale.

Sono loro, insieme con Nikita il rosso, gli autori del libro. Sono le loro esigenze ad incarnare, in perfetto stile vendolese ed in perfetto linguaggio vendolese, ed in perfetto accordo ideale con il leader di Terlizzi, figura oramai cardine del centrosinistra dell’oggi e del domani, le soluzioni. Da qui passano le strategie. Tanto che il decalogo contenuto nel libro altro non è che una lunga discussione, ma anche un documento politico, un programma di partito, una collezione di propositi. Sfide e necessità, dall’urgenza del recupero della città, alle ricette per l’economia, dalla pazza scommessa (vinta) delle rinnovabili, all’esigenza della cultura. Con la scuola sullo sfondo e l’aura di don Tonino Bello fluttuante e veleggiante ed una eccessivamente misticata immagine della Puglia, Nichi ed i Nichini cantano alla luna l’ode della speranza. Talora, forse, con eccessivo compiacimento, talaltre calcando con eccessiva pressione la penna della speranza sul foglio del presente.

E poi predizione profetiche. Quasi come in uno dei tanti editoriali su Fukushima, i fabbricanti picconano impietosamente le strategie nucleari della cricca atomista. Un’avventura di cui “l’Italia non ha bisogno”, perché “antieconomica”. E, soprattutto, per quel cartello non in vendita che recita: “Cernobyl non è più qui”. L’ha spinta lontano la voglia di partecipazione alle sorti di territorio, il desiderio di abitare città che siano “la scena dell’agire insieme, non più dell’ideologia della salvezza individuale”, dove ognuno viene prima di tutti. Forse, e forse soprattutto, l’ha spinta alla deriva la sequela deprimente di fallimenti dell’atomo, dal caso ucraino a quello giapponese. Con il precedente di Three Miles Island, Usa.

Piuttosto, il libro regala un omaggio alla strategia delle rinnovabili (anche se con il limite di non mettere mano ad un piano organico, ma in linea tutto sommato teorica), come forma nuova di rispetto dell’ambiente. Come, in più, alternativa ad un sistema distruttivo e logorante, che utilizza tutto lo specchio delle risorse della terra per farle propedeutiche alla produzione, al soddisfacimento delle impellenze economiche prima ancora che umane. Come resistenza al capitalismo predatorio, antidoto all’“istinto maldestramente mercantile” che accompagna le scelte dei governanti a tutto scapito della creatività.

Un viaggio nei meandri dei principi che hanno fatto il vendolismo e che lo perpetuano. Nel tornio di quei grossi capannoni valoriali che sono le Fabbriche che portano il nome del governatore.
Nichi Vendola e La Fabbrica di Nichi, “C’è un’Italia migliore”, Fandango 2011
Giudizio: 3 / 5 – Eccessivo

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∞ Partitura per i ricordi ∞
di Roberta Paraggio

Ci sono parole chiave per ogni storia che si sceglie di raccontare. Quelle di questo romanzo di Jaume Cabrè, “L’ombra dell’eunuco“, edito da LaNuovafrontiera sono dissolvenza e tempo, ricordi e musica, c’è un film ed un concerto, immagini e melodie che scorrono nitide nel loro dolore, potenti e assordanti nella ambivalente volontà di rimozione e di ritorno.

Dissolvenze temporali incrociano immagini d’epoca, il quel che eravamo con ciò che si diventa, il bianco e nero sgranato della lotta armata al franchismo, la morte senile del caudillo demente, le tinte fosche di una Barcellona su cui aleggia la paura, strade percorse ad occhi bassi. Poi, stop.

Fermo immagine, colori sciatti di un ristorante finto chic, cattivo gusto imperante e un uomo seduto al tavolo che si racconta ad un’interlocutrice evanescente, la parola e il ricordo sono ciò che è rimasto a Miquel Gensana, uomo a metà che non è riuscito a cogliere i momenti salienti della vita, che è stato figlio, amico, marito, militante, tutto da spettatore, quasi a voler prendere le distanze dalle cose nel momento stessi in cui accadevano, senza calcolarne le conseguenze.

C’è una musica in sottofondo, c’è una partitura per un concerto rimasto a metà, l’opera incompiuta rimasta lì a impolverarsi nei giorni in cui Miquel era troppo impegnato ad essere il compagno Simò, c’è del sangue che ha macchiato lo spartito indelebilmente.

Che n’è stato della lotta Simò? Adesso che prova a ricomporre la sinfonia incompleta cercando nell’arte una dimensione salvifica Miquel/Simò non sa darsi una risposta, adesso che non c’è più neanche Bolòs/Franklin, l’amico di sempre,Teresa è morta senza che le dicesse di amarla, la compagna Pepa è scomparsa, Mingo è stato vendicato, adesso che la lotta è finita e la vita non chiede più pistole nella valigia.

C’è un pentagramma di inchiostro sbiadito, ci sono righi e spazi, i righi li ha impressi zio Maurici con la sua vocazione storica, ma il vento della sua simulata follia ha mischiato le note per far venir fuori un concerto di vendetta per un amore proibito.

Gli spazi li incide Miquel con la narrazione e col ricordo, con i segreti affidati a Julia, non più fardello con cui andare avanti da solo, come già in zio Maurici persiste in lui il desiderio di durare, la agognata possibilità di essere compresi o forse solo il desiderio di sentirsi meno disillusi, consapevoli di non essere né eroi né antieroi né artisti, ma solo compositori solitari di un concerto per sé stessi.
Jaume Cabrè, “L’ombra dell’eunuco”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Musicale
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, Donzelli 2010
IL ROMANZO: Marco Scarabelli, “C’è di mezzo il mare. Viaggio in bicicletta intorno al Mediterraneo”, Ediciclo 2010
IL CLASSICO: Don Lorenzo Milani, “Esperienze pastorali”, q.e.

NO NUKE
Giulietto Chiesa-Guido Cosenza, “La menzogna nucleare. Perché tornare all’energia atomica sarebbe gravemente rischioso e completamente inutile”, Ponte alle Grazie 2010
Roberto Rossi, “Bidone nucleare”, Bur 2011
Rokuro Haku, “No alla guerra, no al nucleare. Le armi all’uranio impoverito che distruggono l’uomo e l’ambiente”, Altrinformazione 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Livio Fanzaga, “La fede insegnata ai figli”, Sugarco 2011
Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011

Macondo – 12 febbraio 2011

∞ Le immagini di Nichi ∞

È facile intuire come e perché Niki Vendola, il giovane omosessuale comunista, dissacratore della politica cristallizzata, prorompente rivoluzione dell’oratoria pragmatica migliorista, abbia ingollato, metabolizzato ed esteriorizzato la categoria del sogno, riproducendola sottoforma di una politica refrigerata dal soffio della fantasia. Quando vieni da Terlizzi, vivi vedendo accanto a te morire giovani compagni, uccisi dai fascisti, e ti ritrovi catapultato, valigia, aneliti ed affini nelle stanze imponenti ed attraenti di Botteghe Oscure, non si può fare a meno di somatizzare l’amore sottoforma di passione montante.

Un anno prima di quel giorno da leone che lo catapultò nella scala mobile e che lo ha portato ad essere, ad oggiAggiungi un appuntamento per oggi, uno dei politici più amati, lo racconta lui stesso, con religioso silenzio aveva omaggiato la salma di Enrico Berlinguer. Anche lui, ragazzo, in fila. Anche lui, ragazzo fra ragazzi e ragazzo fra vecchi compagni di vita e di Storia, varcò la soglia della camera ardente con il lutto nel cuore.

Come il leader sardo, Vendola ha l’innata capacità di frantumare i limites comunicativi. Come il leader sardo, Nikita il rosso ha saputo introdurre nei palazzi del potere il vento popolare, le voci dei pensionati, le esperienza degli ultimi, i racconti dei pescatori, le storie dei bambini. Ha dato alla politica un volto umano, parvenze di carne e non già odore di soldi maneggiati dalle minoranze di petrolieri, faccendieri ed imprenditori.

Il Vendola vero ce lo racconta Gianluca Arcopinto ne “Le parole del futuro. La ballata di Nichi Vendola”. Edito da Limina, il cofanetto, contenente un libello ed un dvd, sfrutta tutto il campo delle emozioni del Governatore pugliese. Come in una biografia dalle forti tinte teatrali, a tratti commedia, ma soprattutto dramma, la vita di Nichi si dipana grande quanto il Tavoliere ed il mare del barese, delicata ed insieme emozionante come le distese d’ulivo murgiane e le fortezze normanne, poi sveve, poi angioine.

Tre capitoli il libro, “Le parole del futuro”, con fuoco incentrato su quel primo, letterale atto d’amore di Nichi nei confronti del suo eccelso maestro di vita, don Tonino Bello. Vescovo di Molfetta, vero innovatore sociale, sovvertitore dei canoni sociali consolidati, è lui a stanare dal corpo di Vendola, l’anima di Nichi. Con un martello chiamato Sarajevo. Ed il rivoluzionario gentile lo ringrazia a modo suo, dedicandogli l’impegno, standogli vicino sino alla fine ed eternificandolo con le parole. Braccia conserte, lupetto nero sotto giacca grigia, semplicemente lo immortala definendolo “il più formidabile profeta del pensiero meridiano, di un sud del mondo che annuncia l’importanza di tuffarsi nel mare”. Nella voce, la frattura della commozione, l’alterazione del sentimento.

Tre parti anche per il grande film “La ballata di Nichi Vendola”, ed in mezzo sempre lui, Nichi. In correlazione con i suoi eroi (Don Tonino, ma anche Berlinguer e Pasolini) e faccia a faccia con la sua storia personale. Svetta l’amore per il Pci, partito in cui fu sempre considerato un ribelle ma alla cui frantumazione si oppose strenuamente, per far sì che quel baluardo, che era un simbolo popolare prima ancora che una zona di confluenza militante, non cedesse sotto i colpi delle esigenze mercantili. E nel primo capitolo del film, Vendola dedica al Partito Comunista parole forti, emozionate, sentite.

Eppure è in quello successivo che si ritrova la ragione dell’intero lavoro di Arcopinto. Nell’incontro fra Nikita (“come mi chiamavano le mie zie, tutte morte”, anche loro simbolo del Pci) e Corso Salani innanzitutto, ma anche nell’incontro con Via Capruzzi, con il mondo delle primarie e la nascita del suo popolo. Che è realmente “suo” personale. Suoi operai dediti alla sua causa. È nel 2005, nella corsa al cambiamento dall’interno, nell’accettazione della sfida di Raffaele Fitto (e del Pd di Francesco Boccia), che risiede la ragion d’essere di questo dvd e dell’intero lavoro.

Descrivere Vendola, vivisezionare Vendola, tassellare Vendola, studiare Vendola vale realmente la pena. Le sue parole, quelle “del futuro”, già sarebbero abbastanza. Aggiungerci le immagini, la scorsa di operai di Melfi e dei funerali di Berlinguer, è il grande merito di Gianluca Arcopinto. L’aggiunta di un sogno alla narrazione.

Gianluca Arcopinto, “Le parole del futuro. La ballata di Nichi Vendola” (libro+dvd), Limina 2010
Giudizio: 3.5 / 5

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∞ Le indagini di un uomo in disuso ∞

di Roberta Paraggio

Il mare a Casablanca vive nascosto, tra l’aria salmastra e blu e l’ incessante scroscio delle onde, segna un confine con l’infinito vasto e pure invisibile.

L’ ispettore Jaime Ramos gli somiglia, solitario e impercettibile, così come lo descrive Francisco Josè Viegas nel suo ultimo romanzo, Il mare di Casablanca, edito da laNuovafrontiera.

Un uomo apparentemente senza passato che si occupa nelle sue indagini di ricostruire le esistenze altrui, le biografie di chi si è nascosto alla vita per schivare la morte, di chi muore più volte senza aver mai vissuto una vita che gli appartiene davvero.

La sordità e la voluta solitudine gli hanno cancellato la memoria, un uomo di colore assassinato con indosso scarpe diverse e una telefonata nel cuore della notte solitaria lo faranno tornare indietro, ad un passato celato e prepotente.

L’indagine diviene un pretesto per ricostruire una traiettoria a ritroso, il presente si affastella ai ricordi delle città in cui ha vissuto e combattuto, delle donne che ha creduto di amare e che adesso non ci sono più, Jaime Ramos non è, non è un uomo romantico, non è un lettore accanito, non è un ispettore di polizia tronfio o zelante, non è un viaggiatore e non è ciò che è stato.

Emilia, l’unica donna che ha sposato è morta, non ne ha nessuna nostalgia, le loro vite non si sono mai incontrate, non hanno avuto luoghi da ricordare, nè date da segnare sui calendari.
Cerca i posti dove il mare si vede meglio in un Portogallo piovoso e lattiginoso che pure sa di un qualcosa di struggente e che è incelabile al lettore.

Jaime Ramos è l’Angola e la Guinea, è la rivoluzione fallita, è il mal d’Africa che torna con le fitte ad una salute già malconcia, è una musica triste che fa da sfondo a queste pagine, è un sentimento di stanchezza che non si arrende, di malinconia non trasferibile e non comunicabile.

E’ un ossimoro, è l’uomo che non è stato , è una sensazione nostalgica ma utopica, è una possibilità che non si è realizzata, una militanza politica in cui non ha creduto fino in fondo, è un desiderio che non si è avverato ma che è possibile, come la verità che cerca, è un profumo che fa tornare indietro, è l’odore triste delle domeniche pomeriggio nelle balere di periferia.

Jaime Ramos è il protagonista di quello che sarebbe riduttivo definire solo un noir, Il mare di Casablanca è molto di più, è una storia di storie, è una scatola non più cinese ma portoghese, che racchiude in sé la vendetta e la fuga, le pieghe del tempo che si dipanano al suono del fado.

Francisco Josè Viegas, Il mare di Casablanca, laNuovafrontiera, 2010
Giudizio: 4 / 5 Da leggere assolutamente

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Donatella Di Pietrantonio, “MIa madre è un fiume”, Elliot 2011
IL SAGGIO: Gianpaolo Romanato, “Un Italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi 2011
IL CLASSICO: Daniel Defoe, Moll Flanders

14.02. LEGGERE IN AMORE
Pablo Neruda, “Todo el amor”, q.e.
Marco Cavina, “Nozze di sangue”, Laterza 2011
Gabriel Garci Marquez, “L’amore ai tempi del colera”, Mondadori

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
Gordon Reece, “Topi”, Giunti 2011
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

(Rubrica a cura di Piero Ferrante)

 

Macondo – 22 gennaio 2011

∞ Narrativamente abita Nichi ∞

di Piero Ferrante

Nel nuovo dizionario vendolese-italiano, italiano-vendolese – che è uno e, da sempre, si aggiorna, si ravvede e si corregge in modo automatico a seconda dell’impiego ricoperto da Nikita – c’è una parola che acquista più significato di altre. Preliminarmente, va detto che, questo dizionario, è in realtà un enorme tomo che include paroline e paroloni, esemplificazioni e locuzioni, in quantità vasta e sfaccettata. Questa parola, che in fondo non è nemmeno una parola ma un modus vivendi, una carne viva, è “narrazione”. Nichi non dice, narra. Nichi non parla, narra. Nichi non arringa, narra. Nichi non comizia, narra. Nichi non vive, narra. Riflessivamente, Nichi non si fa votare, si fa narrare.

La narrazione vendoliana è pensiero individuale spinto alla dimensione collettiva. È l’imposizione dolce di un sentire intimista. È l’osmosi emozionale, la comunicazione intellettiva del leader-amico nei confronti del suo popolo. È, gramscianamente, l’intima connessione con la gente. La narrazione di Vendola diventa, in questo modo, narrazione di popolo. Perché è nelle parole e nello stesso tempo si serve delle parole, vive nelle parole. Ma non è solo parole. È la capacità di trasporre nei palazzi quel sentire comune, di realizzare i desideri di qualcuno degli ultimi. È la parte buona del populismo, sempre che di populismo vero si tratti. La narrazione di Vendola è sapore di entroterra murgiano, odore di forno al mattino, stallatico del Salento, salsedine del Gargano. Nessuno come Nichi, il puer Terlicii, lo stupor Apuliae – tanto per miscere fra loro, adattandoli, gli epiteti federiciani –, è stato capace, prima, di annoverare in sé tutte le caratteristiche di tutte le zone della regione del tacco. Riassumere antropologie diverse e distanti, spesso in conflitto fra di loro.

Vale una cifra quello che Luca Telese, in una a tratti commovente analisi, scrive in “Nichi Vendola. Comizi d’amore” (Aliberti, 2010): “Se c’è un leader di cui vale la pena di vivisezionare, collezionare e raccogliere le parole, quello è Vendola. A pochi uomini politici vengono concessi la fortuna e il talento di potersi costruire una lingua propria, un repertorio di immagini, di stilemi, di capacità di evocare visioni ”. Vero. Telese Vendola l’ha conosciuto, l’ha scrutato, ha vissuto con lui spiccioli di giornate lunghe, metropolitane romane e comizi. Di quel Nichi, che si oppose alla scissione del Pci vivendo il momento con dolore immane; di quel Nichi che si intuiva essere non diverso, ma il più diverso di tutti, nella sua eterodossia militante che deve rendere conto soltanto alla fantasia; di quel Nichi che sfangava la giornata dividendo un’umile casa con Franco Giordano, Luca Telese ha un ricordo vivido. Di quel Nichi conserva un discorso, il primo, l’unico non tenuto a braccio, ma scritto. Annus domini 1984. In appendice al testo, Telese lo pubblica per intero. Come fa con altre decine di frasi vendoliane, divise per argomento.

Ne viene fuori un tripudio di colori, una deflagrazione di sentimento e di ironia di un uomo fatto politico, poi leader, poi presidente, poi ancora leader ma non per questo meno presidente, politico, uomo. Nelle parole di Telese si legge tutta la sorpresa di un sogno realizzato, la scoperta del senso della “narrazione”. Narrazione come quella penna immateriale di inchiostro rosso che verga, capitolo dopo capitolo, in un rutilare rigurgitante di parole composte, una grande storia politica. Una storia destinata, determinata. Ineluttabilmente diretta alla vittoria perché ricca di sconfitte. Nichi ha vinto – ci dice Telese in un’analisi lucida – perché, da sempre, ha perso. E perché, man mano che perdeva, andava scegliendo sfide sempre maggiori, salite sempre più impervie, avversari sempre più potenti.

E perdeva in modo propedeutico, didattico. Perdendo irrobustiva l’animo e rassodava i muscoli. Mica come D’Alema, eterno sconfitto e, a livello di realpolitik spiccia, fuori dai giochi. “Se si legge la carriera di D’Alema con gli occhi della realpolitik che lui voleva imporre alla Puglia, si dovrebbero registrare un cumulo di fiaschi. Ciò che resterà del dalemismo reale, paradossalmente, è la scrittura quasi letteraria di un personaggio affascinante e drammatico, un carisma algido ma innegabile, un combattente indefesso, oppure molto vicino alla dimensione fantastica del Don Chisciotte”. Così Telese sul baffo più celebre di Montecitorio e dintorni. D’Alema che è le sue sconfitte. Al contrario, Nichi ha le sue sconfitte. Poi riparate. La sintesi suprema di una narrazione appena iniziata.

Luca Telese (a cura di), “Nichi Vendola. Comizi d’amore”, Aliberti 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Narrazione di narrazione

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∞ Il rabdomante dei pensieri tristi ∞

di Roberta Paraggio

Ha gli occhi perennemente spalancati, verdi, di un verde trasparente e inquietante che sa di solitudini passate, di un’infanzia trascorsa con amici immaginari e fantasmi che giungono improvvisi, ognuno col suo dolore, con la sua crescente nostalgia di vivere e con la malinconia di un futuro che non è stato.
Sono le anime che il protagonista de “Il giorno dei morti” (Maurizio De Giovanni, Fandango 2010), il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, riesce vedere nelle strade in cui cammina, sentendone l’ultimo e a volte futile pensiero.
Con la sua solitudine congenita, si aggira per una Napoli plumbea e piovosa, e i morti gli appaiono come solo lui può vederli, sentirli… Amanti suicidi che si scambiano le ultime, disperate parole d’amore; bambine uccise da un auto in corsa il cui ultimo pensiero è il giocattolo appena perduto; guappi che fino alla fine mostrano la propria sbruffoneria, andandosene da questa vita con uno sfottò e uno sguardo di scherno.

Il commissario Ricciardi se li vede passare accanto e pensa alla morte, in una città da sempre devota ai defunti e che pure, nel 1931, mentre la visita del Duce si avvicina, sembra disattenta, dimentica di ogni umana pietà.
E’ un moderno Dante nel girone partenopeo con al fianco il suo Virgilio, il corpulento brigadiere Maione, ma non c’è paradiso ne purgatorio a Napoli, solo l’inferno e la fame, e un bambino, Tettè, trovato morto per strada fradicio di pioggia.
C’è un piccolo cadavere accudito da un cane rognoso, c’è una morte che appare naturale, di fame, di stenti, ci sono tutti gli elementi per archiviarla coma morte accidentale di scugnizzo, figlio di madre ignota che nessuno cercherà, di cui nessuno parlerà, ad accoglierlo ci sarà la fossa comune del camposanto di Poggioreale.
E la morte qui non scherza, la morte qui non è “‘na livella“, perchè un bambino così non ha nemmeno il lusso di un nome vero, ma solo quello di trovatello, Diotallevi Matteo.
Un fardello solo e muto. Già perchè il commissario Ricciardi non riesce questa volta a captarne l’ultimo straziante pensiero.

Dov’è morto Tettè? Com’è morto Tettè?

Queste le domande che porteranno Ricciardi alla sua indagine privata, tra le anime ingrigite dalla pioggia e dalla vita grama, tra preti affaristi, dame di carità piagnucolose, femminielli altruisti e sagrestani laidi.
Mentre il giorno dei morti si avvicina, il commissario prosegue col suo sguardo vitreo cercando giustizia e verità, si muove nel silenzio caotico di Napoli che sotto la pioggia, sembra acquietarsi in maniera surreale.
Cupa, silenziosa e disperata, spalancata sulla sua stessa miseria senza nobiltà, lontana dai fasti teatrali del varietà, dallo stucco e dai belletti, è una maitresse esausta, struccata e incattivita.
E’ la Napoli di Ricciardi che scruta nella parte ambigua che nessuno sa di avere, nei gesti inconsulti e nel dolore privato, nell’infimo che i più credono di aver ben celato dietro perbenismo e ruoli sociali.
Un romanzo coinvolgente, che strattona il lettore nei vicoli bui, laddove le ombre diventano lunghe e fanno più paura, in un percorso che si spera vivamente continui, in attesa di una nuova stagione.

Maurizio de Giovanni,”Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi”, Fandango 2010
Giudizio: 4,5 / 5 – Semplicemente sorprendente

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Benedetto XVI, “Luce del mondo”, Libreria Editrice Vaticana 2010
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Italo Magno, “Un giorno mio padre”, Guida edizioni 2010
Non so cosa mi prese quel giorno. Mi armai di tanta voglia di sapere e le mie intenzioni erano le stesse che deve provare il figlio che va alla ricerca del padre, dopo lungo peregrinare finalmente lo trova e gli chiede subito perché lo ha messo al mondo e per quale motivo lo ha poi abbandonato.
IL SAGGIO: Robin Norwoord, “Donne che amano troppo”, Feltrinelli 2010
Perchè amare diviene “amare troppo”, e quando questo accade? Perchè le donne a volte pur riconoscendo il loro partener come inadeguato o non disponibile non riescono a liberarsene? Mentre sperano o desiderano che “lui” cambi, di fatto si coinvolgono sempre più profondamente in un meccanismo di assuefazione. Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti.
UN REGALO PER SAN VALENTINO: Alejandro Jodorowsky, “Solo de Amor”, Giunti 2006
Solo de amor è l’ultima raccolta poetica di Alejandro Jodorowsky e contiene i versi dedicati dallo scrittore al tema dell’amore. La poesia di Jodorowsky parla dell’amore concreto, reale, che tutti viviamo: le nevrosi, le ossessioni, la gelosia, le incomprensioni, gli enormi sforzi che si compiono per sfrondare e ”pulire” il rapporto d’amore dalle scorie che tendono invece a demolirlo. In questi versi sembra racchiudersi il grande sforzo creativo e il senso del rapporto d’amore contenuto in questa raccolta poetica, che comprende una corposa sezione completamente inedita in Italia (Solo de amor e Pietre del cammino) e alcune poesie tratte da Di ciò di cui non si può parlare, La scala degli angeli e No basta decir.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO
IL ROMANZO: Ken Calfus, “Il compagno Astapov”, Fandango 2010
IL SAGGIO: Giovanni Rinaldi, “La memoria che resta”, Aramiré 2004
IL CLASSICO: Heinrich Boll, “Opinioni di un clown”, q.e.

NOVANTA VOLTE PARTITO COMUNISTA ITALIANO: CONOSCERLO PER CAPIRLO
Paolo Spriano, “Storia del Partito Comunista”, Einaudi
Eduardo Novelli, “C’era una volta il Pci”, Editori Riuniti
Mario Pio Patruno, “Storia del Pci di Capitanata (1944-1964)”, Sud Est

Macondo – La città dei libri

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