Il lunedì a mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura internazionale

“Tutti hanno leccato il culo agli operai, dai politici agli industriali, dai dittatori ai preti” (Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”)

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Il lunedì a mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura internazionale

Vorrei che Milano tornasse la città insorta del 1848, piena di virgulti e voglia di cambiamento, una Milano dove l’interesse privato e particolare venisse messo da parte per fare spazio al bene comune. (Antonio Scurati)

Macondo, 21 maggio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Cosa fanno le parole ∞
di Roberta Paraggio

C’ è un silenzio di fondo che accompagna quest’opera seconda di Susanna Bissoli; poche parole con cui se ne possono dire tante altre fanno da fil rouge ad un romanzo che parla al cuore prima che agli occhi e arriva, senza passare per strade sconnesse e labirinti laddove è diretto, alla sensibilità di chi si ritrova a leggerlo. Le parole che cambiano tutto (Terre di mezzo) è cheto e dimesso come le mamme di una volta, silenzioso e pure presente, mai urlato, è un racconto modulato sui non detti, sugli sguardi timidi e torvi di un padre vedovo, su occhi che si riempiono di lacrime al ricordo di una moglie scomparsa, di un vecchio segreto, di un senso di colpa, di un sogno costante ma mai realizzato.

Una storia che narra di ciò che scorre dentro, di quella invisibilità palese che è la famiglia, quella che si vuol mettere sottosopra, riunire, da cui si torna, da cui ci si allontana quando soffoca, quando le chiavi di lettura della comprensione non coincidono più con le serrature e le porte anziché aprirsi vengono sbattute. Dietro resta il silenzio interrotto da un fruscio di ciabatte sformate e ciondolanti nei corridoi solitari, il rumore catodico che accompagna le cene, il brusio che fanno i ricordi quando arrivano e si siedono li ad ascoltare, e le conversazioni scarne tra un padre protagonista di un’altra vita e una figlia da troppo tempo lontana, quasi avulsa, che torna nelle stanze di un passato non rimpianto ma nemmeno rimosso.

Susanna Bissoli riesce a mescolare e modellare dall’informe calderone dell’inchiostro immagini e parole che restano a lungo, commovente quella della madre ormai scomparsa che torna sull’uscio a guardare padre e figlia intenti ad osservare un temporale, intenso il ricordo di lei che cuce con a tracolla il metro da sarta. Semplice ed immediato, il segreto di questo romanzo non è ciò che narra ma il modo in cui lo fa, con malinconia ma mai struggente, con introspezione ma senza complessità da psicoanalista, riesce a parlare di lutto e mancanze, di quello che non torna e di nuova vita che sta per arrivare, esplorando le conseguenze e i risvolti di vite che si credono libri letti e consunti non cede però al sensazionalismo dl dolore, al fiume iperbolico e in piena, una scrittura che non lascia spazio a ghirigori e virtuosismi letterari, che è fatta di sensazioni e legami…poi di parole.
Susanna Bissoli, “Le parole che cambiano tutto”, Terre di mezzo 2011
Giudizio: 3 / 5 Fruscio di ricordi

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∞ Autobiografia inconsapevole ∞
di Piero Ferrante

Senza Raymond Chandler, oggi, la letteratura avrebbe un grosso buco. Una lacuna indiscutibile proprio nel centro della parola “giallo”. Lui che questa parola l’ha rivoltata come una tasca stracolma di ciarpame, epurandola e liberandola dai fronzoli inutili e cucendovi attorno, a foderarla, un impenetrabile strato di colore multiforme. Tale e tanta da sfociare nella sovrabbondanza noir e pulp. Con il pulp, Chandler ha iniziato. Nel pulp Chandler si è specchiato. Ben prima di approdare all’universo Marlowe.

Per leggere Chandler è necessario conoscere Chandler. Non necessariamente averne contezza bibliografica. Piuttosto, trattarlo come un amico, un conoscente, un buon vicino. Sapere del suo odio per lo schematismo e per le convenzioni, accertarsi dei vezzi e dei vizi, scrutare senza remore nei suoi amori travagliati e nell’ammirazione passionale per i gatti.

Ecco perché il lavoro di raccolta di Dorothy Gardiner e Kathrine Sorley Walker acquisisce un valore postumo immane. Le frasi estrapolate dalle lettere private dello scrittore, parole espulse a calci in culo dall’angoscia, buttafuori nerboruta che staziona alla soglia dell’anima, come fossero ospiti indesiderati e quasi sgraditi, sono indicatori inequivocabili della complessità di Chandler. Satirico, spietato, caustico, mortificante, lucido, freddo, calcolatore, innamorato, disperato: nel mondo del quotidiano Chandler è tutto questo. Un mondo amalgamato con feste, successo e convenzione, ma anche composto con malattie miste al dolore e condito di un suicidio non riuscito di cui lui stesso si burla definendolo “un patetico spettacolino da due soldi”.

Tradurre l’intimità è difficile, ma possibile; lo dimostra, con “Parola di Chandler”, edito da Coconino Press (parente della Fandango) Sandro Veronesi; testo riportato alla luce dopo oltre 30 anni di assenza dai cataloghi italiani. Nasce così un mattoncino di verità umana, un esempio di realtà nuda e cruda. 350 pagine di riflessioni e saggi, inediti e lettere. 350 pagine che, come in un orologio appeso al muro dell’esistenza, ticchettano sentimenti, battono lacrime, segnano esperienze. Pagine che ci dicono che non esiste un solo Chandler e che, nel contempo, ogni uomo è uomo come tanti, come tutti. E’ uomo con la sua umana debolezza e con la sua forza rude ed a volte solo inscenata per la collettività.

Nella vita di Chandler e nella scrittura epistolare di Chandler c’è uno spartitraffico: un evento che lo segna, lo distrugge, lo crepa come cemento ancora troppo fresco per apporvi un chiodo. E’ la morte della moglie Cissy Pascal. da quel momento, chicchessia il destinatario del suo scrivere, Chandler lo inchioda ad una dolcezza nostalgica e quasi ossessiva, per anni segretamente covata. Arde il fuoco dell’urlo di dolore, s’infiamma nella morte la vita. E, come ogni fuoco, anche quello di Chandler è sottoposto ai venti. Il primo, quello della depressione che, come detto, appena due mesi dopo il lutto, lo indurrà a puntarsi una pistola contro. Eppure Raymond è un pupillo della beffa. Di lui si serve per svilire e strombazzare cinismo. A lui riserva il giochino stridente del fallimento. Commenterà un suo amico: “il più fallimentare tentativo di suicidio di tutti i tempi”.

Ma la scrittura gli resta attaccata indosso come un vestito inzuppato di colla vinilica e sudore acido. Chandler la intende come sfogo e come mestiere. Ma, soprattutto, come elemento di contraddistinzione; come rottura della banalità scribacchina, come strumento di maturazione, di perfezionamento, come una consequenzialità logica, raziocinante e rotolante, nulla abbandonato al caso. L’opposto della sua esistenza, insomma. Di quella sconvolgente e preziosa vita indolenzita ma senza la quale, oggi, saremmo inconsapevolmente più poveri.
Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino 2011
Giudizio: 3 / 5 – Antologia

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∞ Matrimoni alternativi ∞
di Angela Catrani

Cosa conosciamo noi degli immigrati che arrivano in Italia, nella speranza di una vita migliore, nell’illusione di una ricchezza che diventi favola agli occhi di chi rimane nel paese d’origine, esattamente come il famoso Zio d’America che spesso e volentieri non era altro che un ambulante nei quartieri più poveri di New York, ma che diventava un personaggio mitico nei racconti dei nonni?

Cosa sappiamo delle loro difficoltà, dei loro sogni, della incessante ricerca di un lavoro regolare, del continuo stress provocato da un permesso di soggiorno che non arriva mai?

Ebbene “Divorzio all’islamica a viale Marconi” (Amara Lakhous) ci porta dentro a una famiglia islamica, con un matrimonio combinato, con la moglie obbligata a portare il velo, con tutta una serie di riflessioni tra il serio e il faceto, smontando una serie di luoghi comuni di cui noi italiani siamo infarciti ma soprattutto riflettendo quello che gli immigrati pensano di noi.

Un arabista siciliano dalle fattezze tipicamente mediterranee viene ingaggiato dai servizi segreti italiani per sventare un attentato terroristico imminente. Una ragazza egiziana racconta della sua insoddisfatta vita matrimoniale e del pericolo reale di un divorzio che per la legge islamica è non solo molto fattibile, ma anche facilmente realizzabile: è infatti sufficiente che il marito ripudi per tre volte la moglie perché il divorzio sia valido. Il loro incontro provocherà tutta una serie di vicende in rapida successione, fino al finale a sorpresa.

Ho letto questo romanzo molto incuriosita, perché scritto da un immigrato, perché il titolo mi intrigava, perché giro per strada chiedendomi come effettivamente vivano queste persone. Mi piacerebbe conoscere una donna islamica, mi piacerebbe avere un altro punto di vista sul matrimonio, sulla religione, su usanze e tradizioni molto differenti dalla nostra.

Ma non mi ha interamente soddisfatto, perché l’autore si preoccupa troppo di dimostrare che è un fine conoscitore della lingua italiana, che sa gestire anche un dialetto, che in fondo siamo tutti uguali. La qual cosa, naturalmente, mi vede d’accordo, ma come avrei preferito che avesse messo l’accento invece sulle differenze reali, sul modo diverso di vivere una vita complicata e difficile, sul modo di tirare su i figli, sulle difficoltà di reperire il cibo tipico del proprio paese, sulle reali e bellissime diversità tra chi vive in un paese a nord dell’equatore e chi invece è sempre vissuto al caldo! Perché quando io sono stata sul Mar Rosso ho patito un caldo terribile, ho avuto una paura folle nei mercati caotici, mi sono trovata davvero spaesata a causa della lingua e nonostante l’attrazione fortissima che questo paese mi ha suscitato, il ritorno a casa è stato un vero sollievo. Dunque come posso non mettermi nei loro panni, non pensare allo stupore del primo inverno, con la brina ghiacciata alle finestre, con il brivido che penetra i loro vestiti di cotone adatti a ben altre temperature, oppure nelle caldi estate allo scandalo suscitato dalle donne quasi nude, che non offrono alcuna illusione all’immaginazione, al fastidio di avere vicini di casa impenetrabili e scostanti quando si è abituati a una solidarietà profonda, e invadente.

E anche quando Safia/Sofia, la protagonista, parla del tabù della circoncisione femminile, pratica aborrita dagli occidentali che non la capiscono e non la vogliono accettare, si percepisce quasi solo uno sguardo di denuncia, ma mai di comprensione profonda della pratica, quasi come se l’autore volesse farsi accettare da chi legge, che nel suo pensiero non può che essere italiano, cattolico e moralista.
E’ tutto troppo facile, in questo libro. Gli immigrati vivono in undici in un piccolo appartamento, ma non è molto diverso da come vive uno studente universitario fuori sede. Gli immigrati lavorano in nero come lavapiatti o pizzaioli, ma lo fanno anche tanti ragazzi italiani nei mesi estivi. E dunque? No, questo non è quello di cui si racconta nelle vere denunce, con uomini costretti a dormire all’addiaccio, o nei capannoni, senza servizi igienici, senza mangiare, costretti all’elemosina.

Forse è anche così come ci racconta Lakhous, anzi io me lo auguro, perché l’integrazione sarebbe sicuramente più facile, però la sensazione è di un voler piacere a tutti i costi, di voler creare personaggi solo positivi, di voler dare un’immagine degli immigrati come personaggi belli, piacenti, affascinanti. E allora mi dico: che differenza c’è rispetto a tanta spazzatura spacciata per letteratura italiana e americana? Che differenza c’è tra la ragazza cool vestita Armani e la ragazza egiziana con il velo, bellissima e dal fisico strabiliante?

Davvero tutto il mondo è paese? Davvero è questo che l’occidente esporta nel resto del mondo? Solo l’apparenza?
Amara Lakhous, “Divorzio all’islamica a viale Marconi”, Edizioni e/o 2010
Giudizio: 2,5 / 5 – Incompiuto?

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Salvatore Scibona, “La fine”, 66th and 2nd 2011
IL SAGGIO: Claudia Carabini-Dina De Rosa-Cristina Zaremba, “Voci di donne migranti”, Ediesse 2011
IL CLASSICO: Guy de Maupassant, “Boul de suif”, q.e.

LA NOVITA’: C’E’ UN MIRACOLO A MILANO
Giuseppe Caruso-Davide Carlucci, “A Milano comanda la ‘Ndrangheta”, Ponte alle Grazie 2009
Marta Zacchigna, “Milano da bare”, Bianca e Volta 2010
Doninelli Luca (a cura di), “Milano è una cozza”, Guerini 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. John Stephens, “Atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
Carlo Fruttero-Massimo Gramellini, “La patria, bene o male”, Mondadori
di Libreria Equilibri
“Non sembra il caso di suggerire ai nostri lettori di non aspettarsi i grandiosi affreschi di Tucidide o Tacito, di Machiavelli o Gibbon. Tutti sanno che non siamo storici e non avremmo comunque il mestiere e il genio per guardare a tali altezze. Ma da quei maestri una lezione l’abbiamo pur appresa: la Storia obiettiva, la Storia imparziale, la Storia definitivamente veritiera non esiste, può essere soltanto un’aspirazione, una meta intravista e irraggiungibile. Ogni pagina di questo libro è arbitraria e contestabile. Abbiamo scelto 150 giornate a nostro avviso significative, distribuendole equamente fra i quindici decenni dell’Italia Unita. Ma cosa vuol dire significative? Alcune erano obbligatorie, ma molte altre, non senza lunghe discussioni tra di noi, sono state incluse o escluse, con intendimenti ragionevoli e tuttavia opinabili. A ogni capitoletto di questa ormai lunga vicenda abbiamo cercato di dare un taglio narrativo, di partire da un particolare più vivido per evitare ai nostri lettori la triste impressione del grigiore scolastico. Sono 150 racconti contratti, ridotti all’essenziale e dolorosamente privi di infiniti risvolti, sacrifici dettati dalle necessità grafiche del quotidiano torinese “La Stampa” che ha avuto l’idea e che ha pubblicato nei mesi scorsi queste pagine. Il nostro intento era di offrire un’infarinatura di storia d’Italia a tutti coloro che ne hanno perso memoria o non l’hanno mai avuta.

“L’unità d’Italia e i suoi eroi”, Touring junior
di Libreria Equilibri
In occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, un volume di giochi, quiz e attività spiega ai bambini che cosa è stato il Risorgimento, quali i suoi obiettivi e i suoi grandi personaggi. In occasione della riapertura al pubblico del Museo del Risorgimento di Torino, un divertente percorso mostra ai più piccoli una grande varietà di opere d’arte e di oggetti curiosi, inusuali e interessanti legati al periodo forse più appassionante della storia italiana. Grazie al susseguirsi di racconti, giochi, disegni, cruciverba, curiosità, indovinelli e due puzzle dell’Italia prima e dopo l’unità da comporre, i piccoli lettori “visitano” la Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino, i mobili dello studio di Camillo Cavour, la ricostruzione della cella dove fu rinchiuso Silvio Pellico allo Spielberg e i dipinti spettacolari che illustrano i grandi fatti risorgimentali. Un volume colorato e divertente per comprendere il senso dell’identità nazionale attraverso la conoscenza diretta e guidata ai più importanti simboli dell’Italia unita. È parte di una collana di guide vivaci e divertenti che accompagna i bambini alla scoperta di protagonisti, musei e temi della cultura italiana, aiutandoli ad apprendere giocando.
Età di lettura: da 8 anni.

Macondo – La città dei libri

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