Macondo, 9 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Madonne, piogge torrenziali e l’ispettore senza nome ∞
di Piero Ferrante

Alice Beltrame si è allontanata nella canicola di Ferragosto. Sono passati 10 anni dalla sua misteriosa dipartita e foglietti dal contenuto sibillino invadono la noiosità trevigiana. Sono i resoconti dettagliati delle avventure sentimentali di Alice, mancano i nomi dei personaggi, ma, le professioni, i vizi e le inesistenti virtù lasciano poco spazio agli indovinelli. La città bene trema, echeggia un rumore d’ossa che non porta nulla di buono, sarà lo scheletro che l’alluvione ha fatto venir a galla, quello che molti, tra cui la Madonna in persona, asseriscono essere della scomparsa.

L’ispettore Stucky è incerto, naviga senza boa nella pioggia che invade le strade, tra le certezze di una veggente quindicenne di nome Aisha e le reticenze delle Beltrame, è un mistero caliginoso, in cui si rischia di andare a fondo, non mancano infatti i depistaggi e le false piste raccolte sulla via degli amori di Alice, idrosolubili, liquidi, che scorrono via. L’Amore è idrosolubile è un giallo che sembra affacciarsi dal bianco e nero dei quotidiani locali, cronaca nera con quel po’di pruriginoso che tanto piace “alla gente”, ben amalgamato con lo scalpore suscitato dalle apparizioni mariane.

Fulvio Ervas conosce i tempi del giallo e quelli della notizia, sa sbattere il mostro in prima pagina, ma, lo fa con savoir faire narrativo, affidandosi a Stucky, alla sua flemma mezzo persiana e mezzo veneziana, e a personaggi di contorno che distraggono con le loro divagazioni sulla vita. Lo zio venditore di tappeti e le sue romantiche storie, Michelangelo, adolescente in fase ribellistica, destabilizzatore delle amene vite trevigiane, sovvertitore della quotidianità sonnolenta, Argo, cane beone e sorridente.

Come l’attesa di un treno in una stazione di periferia, una narrazione poco rumorosa, a sirene tutt’altro che spiegate, fino ad arrivare alla soluzione del giallo, crudele e non prevedibile. Il male si insinua nelle vite soddisfacenti, la quotidianità si svela meschina, la gelosia si trasforma in invidia feroce e distruttiva. La nebbia del nordest che lavora avvolge nel silenzio una tragedia non annunciata.

Fulvio Ervas, L’amore è idrosolubile, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male…
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∞ La testa per aria e negli occhi la luna ∞
di Roberta Paraggio

Moon ha diciannove anni, un viso pallido incorniciato dai capelli neri e un sorriso che disvela ancora tutti i denti sani, nonostante la vita grama. Il suo nome lo hanno inventato per lei i compagni di strada, per cancellare quello che è stata prima. A Place Saint Mitch ce l’hanno tutti un soprannome, tutti hanno un passato che non ci è dato sapere, e un futuro di cui non vogliono rendere conto. Volontari di una vita randagia, senza documenti né licenze per camminare sulla retta via, nessuno glielo ha insegnato a stare al mondo, e loro, ne hanno sgraffignato un piccolo angolo costruendolo cartone su cartone, straccio su straccio.

Moon ha tanta vita, dorme con il suo cane Comete in una grande scatola che era stata contenitore di un frigo, poi il frigo è finito in qualche confortevole appartamento, e, l’involucro, piantato davanti ad un negozio di fiori, è diventato la sua casa. Un monolocale panoramico, vista vita e vista luna. Moon ha un sorriso che vende ai passanti, col candore di un Amelie Poulain stracciona, munita di sogni sopiti e avvenire non pervenuto.

Ameliè affondava le dita nei legumi, Moon al massimo li sgraffigna, con la miseria a tracolla, scrive su un taccuino arancione, (fregato anche quello), prova a mettere insieme una storia da regalare al suo amore per Natale, ma Fidji se ne andrà, e le parole sconnesse resteranno sotto il suo cuscino freddo a guardare la luna tonda e sottile. Quelle sbavature di inchiostro diverranno lascia passare per la possibilità, veicolo di cambiamento, grazie a Slam, amico ed ex carcerato, che crede in lei, che prova a metterla per la prima volta nella sua vita dentro qualcosa, non fuori, non spettatrice, protagonista di una vita nuova con cui non sa confrontarsi.

Maud Lethielleux, in questo “Da qui vedo la luna”, descrive con leggerezza la crescita di una ragazzina che diventa donna in un contesto del tutto insolito, non indugia sui particolari del passato, Moon si presenta così com’è al lettore, senza traumi e sfaccettature psico-pedagogistiche, con la verità e il sarcasmo che la strada le ha insegnato, col rifiuto dell’omolagazione a tutti i costi, col suo ghignare sulla libertà dei lavoratori dipendenti, la paura di diventare altro e l’indolenza di chi non è abituato a scegliere. Moon è una piccola donna e lo sa, non si da arie, si sente vissuta ma non saggia, rischia di invecchiare senza crescere, non è un’eroina, non ci fa commuovere con i suoi fiammiferi da vendere, non esce da una fiaba strappalacrime, ha scelto la libertà, quella di essere una cometa che guarda la luna.

Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
Giudizio: 3 / 5 – Con le ali ai piedi
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∞ Una profonda linea d’ombra ∞
di Angela Catrani

Watanabe Toru ha 18 anni ed è appena arrivato a Tokio per frequentare l’Università. Ha lasciato la sua città, i suoi genitori e il suo migliore amico Kizuki, che si è ucciso pochi mesi prima. Questa morte improvvisa e sconvolgente lo ha lasciato solo, stranito, confuso, incerto, senza più gioia o voglia di andare avanti. Eppure il suo corpo continua a vivere, immerso nella lettura e nella musica.

L’incontro con Naoko, la fidanzata di Kizuki, è come un regalo a cui aggrapparsi con forza, è una risorsa, una speranza. Ma Naoko non sta bene, il suicidio di Kizuki pesa come un macigno nella sua psiche delicata e fragile, già devastata da precedenti lutti, ed episodi allucinatori la costringono al ricovero in una speciale clinica psichiatrica. E poi, nella vita di Toru, compare Midori, ragazza esuberante, infelice ma viva, calda, luminosa, nonostante debba affrontare appena vent’enne l’ennesimo lutto.

La morte. Questo libro è intriso di morte e di dolore, ma è un libro comunque aperto alla luce e alla speranza.Watanabe Toru è un giovane coraggioso, gentile, riflessivo, educato, e soprattutto sincero. Non cade nell’autocommiserazione o nell’autocompiacimento. Si dà una regola di vita, di studio, di lavoro. E’ metodico e preciso. Rappresenta l’ancora al quale aggrapparsi per gli amici che lo incontrano e forse proprio per questa sua attitudine gentile all’aiuto e all’ascolto attira gli infelici e gli irrisolti.

In una Tokio già super moderna, pur essendo il romanzo ambientato agli inizi degli anni ’70, gigantesca e caotica, Watanabe non si perde, rimane fedele a se stesso e sa amare, con forza e coraggiosamente. Non permette a se stesso di lasciarsi andare, non trascura di vivere, non concede nulla alla depressione strisciante e velenosa dei suoi amici.

Un “romanzo di formazione” incoraggiante e reale.

E poi c’è la questione della sessualità, che in Giappone è vissuta in maniera decisamente diversa dall’Occidente dominato dalla Chiesa, con le sue inspiegabili chiusure mentali. All’interno del romanzo la sessualità è onnipresente. I rapporti d’amore tra ragazzi e ragazze includono necessariamente il sesso, ed è lì che si incuneano le fratture, le incertezze, la difficoltà del vivere. Watanabe fa l’amore con Naoko solo una volta, e per la ragazza vivere la sessualità in modo reale e dolce scatena fantasmi e paure che la portano prima in una clinica psichiatrica e poi alla morte.

Il romanzo è incentrato esclusivamente su questi giovani, i genitori sono assenti o corpi dolenti in un letto di ospedale. Unica presenza matura è Reiko, donna dal passato travagliato ma capace di grandi sentimenti, l’unica che sa cogliere il senso di colpa generato dalla voglia di vivere di Watanabe e l’unica in grado di sapere trovare le parole per dirgli che la vita potrà andare avanti, che dovrà scegliere la felicità e non rimanere incastrato nelle profondità di morte dei suoi amici.

Un romanzo complesso, in cui riconoscersi e da cui allontanarsi. Un incontro con una cultura giapponese attratta dal mondo occidentale, ma ugualmente misteriosa e affascinante, con i suoi rituali, il cibo, gli usi e le tradizioni inconsuete e vorremmo quasi dire magiche.

Murakami Haruki, “Norwegian wood”, Einaudi 2006
Giudizio: 4 / 5 – Romantico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dante Maffia, “Milano non esiste”, Hacca 2011
IL SAGGIO: Miriam Giovanzana, “Il vento è cambiato”, Terre di Mezzo 2011
IL CLASSICO: Ernesto de Martino, “Sud e magia”, q.e.

IRRINUNCIABILE COME L’ARIA CHE RESPIRIAMO: LA LEGALITA’ OGGI
Mario Caligiuri, “Cultura della legalità. Come lo Stato sta combattendo la ‘ndrangheta”, Rubettino 2011
Flavio Tranquillo-Mario Conte, “I dieci passi. Piccolo breviario sulla legalità”, Add 2010
Roberto Luciani-Morgana Clinto, “Dalla parte giusta. La legalità, le mafie e noi”, Giunti Progetti Educativi 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “Le luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Stefano Bartezzaghi, “Sedia a sdraio”, Salani 2011
Come si gioca a Sedia a sdraio? Immobili sotto l’ombrellone, in campeggio, al fresco sotto un albero, o in macchina mentre aspettate speranzosi il diradarsi di una coda chilometrica al casello; in terrazzo, per non sentire la tv dei vostri figli, o in metropolitana, mentre andate al lavoro. Si può giocare ovunque: anche in poltrona, d’inverno, davanti al caminetto. Basta chiudere gli occhi. E se proprio non volete giocarci voi, potete sempre insegnare una Sedia a sdraio al vostro vicino di ombrellone, magari finalmente la smetterà di parlare a ruota libera!
Prendi le ferie, parti per il mare, trovi una spiaggia, ti spogli quasi del tutto, apri una sedia a sdraio, ti ci adagi, chiudi gli occhi. INCOMINCIA IL MISTERO. Cosa si fa quando non si sta facendo nulla? A che gioco giochiamo, mentre il sole ci abbronza? Il tempo che si passa sulla sedia a sdraio, immobili e taciturni, può essere utilmente dedicato ad allenamenti mentali.

“Le bocce e lo yo-yo, il ping pong e il calcio, il gioco dell’oca e i videogame in cui si spara agli alieni. Quasi ogni gioco e ogni sport di quelli che impegnano normalmente i muscoli ha un possibile equivalente da giocare solo tra sé e sé. Basta conoscere le regole e rassegnarsi all’impossibilità di vincere senza essere simultaneamente sconfitti”. Preferite giocare COL LEGO o COLL’EGO? Dimenticate carta e penna, chiudete gli occhi e preparatevi a giocare con niente e con nessuno. Tennis da sdraio, jogging mentale, anagrammi, canzoni – rovello, limerick, yo – yo verbale, logogrifi, meta grammi, lipogrammi, gioco dell’oca da sdraio, battaglia mentale, gratta e vinci, lego con le parole, “le dieci cose che”, genealogia enigmistica, sparare ai fosfeni… Per allenarsi senza muovere un dito!

“Sapete com’è fatto un logogrifo? Adesso è perfettamente inutile che vi allarmiate e vi rialzate dalla sedia a sdraio per scrutare il mare, si profilasse casomai al largo la coda del fratello del mostro di Loch Ness o la sagoma di un T – Rex giurassico. Vi siete fatti suggestionare dal nome, ma il logogrifo non ruggisce, non sputa fuoco, non morde, non sbrana, non abbatte case e alberi con la cosa rostrata. Il logogrifo è un gioco. In una scala di difficoltà da uno a dieci, se lo giocate con carta e penna vale quattro; scrivendo sulla sabbia, cinque; a mente e a occhi chiusi, sei. ”

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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Macondo 9 aprile 2011

∞ In mammese si dice così ∞
di Roberta Paraggio

Bruno Osimo fa il traduttore, dà voce e sfumatura alle parole altrui. Ne dipana il mistero, quando arrivano al suo sguardo attento. Scandisce fonemi altrimenti astrusi. Meticoloso e timido, nevrotico ed empatico, Bruno Osimo, l’autore del “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, testo edito dalla Marcos y Marcos, è un geniale narratore di disarmonie affettive e familiari.
Abituato sin da bambino a tradurre dal mammese tamponico, un linguaggio del tutto intimo e domestico che usa le parole come scudo contro le brutture della realtà, generando al tempo stesso paure e dipendenze, il povero Bruno, bambino diversamente figlio, ha fatto della traduzione il senso unico della propria vita, il modo di relazionarsi al mondo che non ha saputo interpretarlo e che adesso lui cataloga in parole e adattamenti. Non più il mammese attenuato, ma parole piene; non più interpretazioni falsate e filtrate del mondo, ma una serie di racconti divertiti che formano questo ironico dizionario, composto dal Bruno-Osimo-adulto che guarda il Bruno-Osimo-bambino timido e solo, provetto agente segreto affetto da un incolmabile bisogno di certezze affettive, di amore senza attenuazioni.

Le parole scelte e tradotte, da papà a maschi, fino ad abbandono e clandestino, sono un pretesto per ricostruire la storia della sua famiglia di ebrei atipici, di parenti emigrati e nonne affettuose, di ricette paterne che affogano nell’olio e vacanze in montagna, di calzini mai rammendati e mutande smollate.

Pungente e a volte caustico, il suo sguardo senza filtro se non affettivo minimo, è quello di chi paga le conseguenze di essersi sentito fuori luogo per tutta la vita, in una bambagia stranamente pungente ed inospitale, che stringe ma non avvolge, spettatore delle cose taciute e mai spiegate e adesso compilatore pignolo di uno screening della vita di figlio fardello.

Ha aperto i libri e gli occhi Bruno, ha cercato nella lingua ebraica un posto dove mettere radici, un luogo che sia di pace con sè, dove le parole significano esattamente ciò che sono e non ciò che sembrano; ha fatto scendere sua madre dal piedistallo lucente di eroina dell’abnegazione, le ha fatto a distanza un ritratto impietoso, lasciando aperto quel piccolo spioncino chiamato comprensione; ha incasellato i personaggi rendendoli innocui, ha sedimentato il mammese ma lo ha aggirato, fino a lasciarlo in un angolo, utile ai ricordi privi di commozione e alla narrazione oramai divertita e affettiva.
Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Meticoloso
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∞ Tutta la notte che c’è ∞
di Piero Ferrante

Tutte le favole e tutte le fiabe incominciano con “C’era una volta”. Ed anche “Accendi la notte” (Gallucci 2011), incomincia con “C’era una volta”. E davvero c’era una volta “questo bambino non ancora grande non più piccino” cui non piacevano la notte ed il buio. C’era fin tanto che incontra Buia, una bambina che lo prende per mano e lo porta nei sogni più sogni. Nella notte di gioia e di giochi, nella notte che non conosce le paure e che vince i timori. C’era soltanto, per lui, una notte diversa. Una notte insicura, attenuata nella convinzione di doverla vincere con l’artificialità di quattro mura e con lo spaventapasseri elettrico delle lampade e dei lampadari, di luci e di lucine, di torce e di lumini.

Una notte meno notte. Una notte addirittura senza notte, con le stelle spente dagli interruttori domestici. Una notte solitaria ed infelice. Una notte in cui i bambini vivevano la loro vita senza paura, sotto il cielo degli astri ed inondati dal buio e non dal sole. Tutti i bambini, ma non quel bambino. E quel bambino non più bambino e non ancora ragazzo avrebbe voluto star con loro, giocare con loro, correre con loro, saltare con loro. Ma ad imprigionarlo era la luce, il suo rassicurante calore, la certezza delle cose che si possono vedere e toccare senza chiedersi cosa fosse. Era la luce ad inchiodarlo alla croce della sua solitudine. Fino all’arrivo di Buia: occhi di notte, capelli corvini, vesti e scarpe di buio. Nera come solo la notte sa essere nera.

E’ lei a prenderlo senza indugi. E senza indugi gli fa vincere le resistenze, spegnendo le lampade ed accendendogli le stelle, chiudendo le persiane fanciullesche sul presente ed spalancando le finestre verso l’orizzonte infinito del domani, dove non tutto è come pareva, scuro e spaventevole come un mostro d’inchiostro che ostruisce la vista, ma sono grilli e luna e stelle. E giochi diversi e rassicuranti, carezzevoli come una piuma che sfiora le gote.

Un delicatissimo Ray Bradbury, quello di “Accendi la Notte”, nell’unica sua prestazione da Gianni Rodari d’oltremanica; cantore di lode alla speranza, tenore d’un Osanna altissimo che perfora l’aspettativa e si adagia nella sorpresa. Una bella favola dei nostri giorni, che aiuta a ritrovare il piccolo senso nelle cose terrene, scevra di furori antimodernisti ma comunque fuori dai canoni. Morale si, ma non moraleggiante.
Ray Bradbury, Accendi la notte, Gallucci 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Alza lo sguardo e guarda le stelle
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino-Fandango 2011
IL SAGGIO: Giuse Alemanno-Fulvio Colucci, “Invisibili”, Kurumuny 2011
IL CLASSICO: Roland Barthes, “La camera chiara”, q.e.

AVEVI GIURATO DI NON AVERE UN’ARMA. PREGHIERA DI CARTA ED INCHIOSTRO PER KURT
Richard Steep, “Kurt Cobin. Breviario”, Blues Brothers 2011
Charles Cross, “Cobain. Più pesante del cielo”, Arcana 2010
Kurt Cobain, “Diari”, Mondadori 2004

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Marco Demarco, “Terronismo”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Emmanuel Carrere, “Facciamo un gioco”, Einaudi 2004
di Libreria Equilibri

“Non ricordo di aver provato il benché minimo senso d’inquietudine, nel comporre queste pagine: mi sembrava un’ idea irresistibile, e soprattutto perfettamente innocente.”
Questa la frase che mi ha colpita maggiormente in questo libro e che si trova nella nota finale dell’autore. Perché mi ha colpita? Perché mi ha fatto riflettere sul significato di “innocenza”, così sono andata a cercare sul dizionario il suo significato e ho trovato queste parole:
INNOCENZA: 1. Condizione morale e giuridica di chi non ha fatto del male a nessuno ed è quindi senza colpa; 2. Condizione spirituale di chi è ignaro del male, senza peccato; 3. Semplicità d’animo, ingenuità.

Perché questa premessa? Forse per scusarmi della scelta di questo libro che per genere e per gusti non ha nulla di “innocente”, almeno secondo la mia opinione, dato che si tratta di un libro della categoria “erotico”, ma non è la mancanza di innocenza in sé dell’erotismo che voglio recensire, ma bensì la mancanza di “innocenza” che c’è nella pianificazione e nelle parole. Guardando in modo obiettivo al genere letterario, sicuramente occorre una certa predisposizione mentale e perché no anche un po’ morale per poterlo leggere senza tante “seghe mentali” (giusto per restare in tema), mettendo da parte il mero aspetto fisico della questione, indiscutibilmente c’è chi ne trae piacere da questo tipo di lettura, così come è riportato da alcune testimonianze riportate dall’autore nella sua nota finale, in cui trascrive mail ricevute in seguito alla lettura del racconto, ora Carrere consensi o no ha aperto una polemica e di ciò ne era pienamente consapevole, dunque non vedo dove sta l’ “innocenza di composizione” da lui menzionata, la scrittura ha una forza non indifferente, e come dice una famosa canzone “ciò che è scritto può ferire per morire” ora qui non c’è caso di morte ma sicuramente c’è stata una pianificazione per “colpire” l’amata, nello specifico, ed i lettori nel quadro più generale.

“Facciamo un gioco” nasce come racconto pubblicato sulla rivista Le Monde “E’ una lettera per lei, una lettera così intima da poter finire in mano ai 600000 lettori di Le Monde”, così dice la quarta di copertina, ed effettivamente il tutto comincia con l’acquisto della rivista che “Lei” deve leggere durante il tragitto in treno per raggiungere lui, ed in questo tragitto, che lui ha calcolato meticolosamente, organizza questo esperimento di controllo a distanza, dove “ordina” passo passo tutto ciò che chi sta leggendo deve fare, in un accattivante gioco di seduzione in cui l’unica regola è non darsi regole.

Macondo – 26 marzo 2010

∞ Storia (vera) di feudalesimo, orchi e Moratti ∞
di Piero Ferrante

Il Paese dei Moratti è il Paese in cui la fabbrica gioca il ruolo di un Geppetto spietato, creatore di illusioni e facitore di blasfemi sinonimi di quella grande storia in salita che è da considerarsi l’esistenza umana. Il Paese dei Moratti è popolato di Lucignoli e Mangiafuochi, attraenti imbonitori rivestiti di patine griffate ma contundenti. Il Paese dei Moratti è il locus dei tanti, piccoli, meravigliosi, innocenti Pinocchi costretti a mentire a se stessi nell’estremo tentativo di ripetersi che, da quelle morti, da quei tumori, da quello smog, transiti l’unica possibilità di liberazione, la verà libertà. E loro, lignei fanciulli protesi nello slancio verso la carnificazione; e loro, anime intorbidite e sogni seppelliti da cumuli annuali di scorie e liquami, loro sì, non posso fare altro che credervi. Non hanno soluzione diversa che donare il proprio tronco povero di clorofilla, sradicato di botto all’adolescenza, nelle mani di presidenti eleganti e compiti.

Nel Paese dei Moratti, però, ci sono anche bui anfratti, parti di mondo dimenticate dall’uomo e da Dio, dove il sole non giunge ed il cielo non è che un’immaginazione ardita. Nel Paese dei Moratti ci sono spose bambine piangenti, salici costretti a seccare in tutta fretta da un dolore che azzera la linfa. Sono le lande popolate da lacrime, parenti vicini costretti alla lontananza, morte invece della vita, tombe al posto delle barche, cenere in sostituzione del mare.

E “Nel paese dei Moratti”, autore il giornalista Giorgio Meletti (edizioni Chiarelettere, anno 2010), è una favola ruvida. Spoglia di etica. Inutile, in fondo, cercare la morale dove la morale non c’è. Una fiaba lucida ed impietosa raccontata con gli occhi di un cronista. Tanti pezzi che si completano l’un l’altro come trame composite e complementari. Meletti scrive ed è come se parlasse di null’altro che d’una storia povera, semplice. Quella di un giorno come gli altri, fatica, orari, lavoro, stringenze. Una narrazione triste del secolo che corre verso la desolazione della precarietà. E’ la storia di Daniele Melis, Bruno Muntoni e Gigi Salinas, innanzitutto. 29 anni, 27 anni, 58 anni. Ma è anche la storia di un minuscolo ecosistema chiamato Sarroch, 5 mila anime arroccate nella provincia di Cagliari, e di un ecosistema nell’ecosistema: la Saras, gioiello di famiglia della scuderia industriale dei fratelli Gianmarco e Massimo Moratti.

Il 26 maggio 2009, mentre il primo tratta di un ingente prestito (190 milioni di euro) con la banca Intesa San Paolo, ed il secondo asseconda le lamentele dell’allenatore dell’Inter José Mourinho, i tre operai, uomini cacciavite delle ditte esterne che lavorano in condizioni a dir poco disastrate nella Saras, muoiono in una cisterna della raffineria. A catena di reazione macabra. Prima Gigi, poi Bruno, infine Daniele. Tutti e tre immolati sull’altare dell’insicurezza sul lavoro. Muoiono asfissiati per inalazioni di azoto, una sostanza che è capace di azzerare, praticamente, le condizioni di vita attraverso una radicale riduzione dell’ossigeno. Alla Saras lo usano per pulire alcune cisterne.

Un bocchettone infilato, una carta non firmata, una distrazione. Tre vite stroncate.

Quella della Saras è una storia come poche. Contrariamente ad altri impianti industriali, non conosce mezze misure. Determina i rapporti intimi, permea la familiarità. A Sarroch, i cittadini la amano e la odiano. Rende, insieme, la vita e la morte. E’ capace di dare stabilità ed incertezza. Ma chi la ama sa anche odiarla. E chi la odia sa anche di doverle gratitudine. La Saras è un pezzo di mondo, un appezzamento di terra. E’ ciò che attiva rapporti di atavica dipendenza coloniale, addirittura feudale. Un abitante sardo, parlando con l’autore, sintetizza: “Il mio primo giocattolo mi è stato regalato dalla Saras all’asilo. Il mio primo panettone (mignon Alemagna) mi è stato dato dalla Saras alle elementari. I libri di scuola sino alle medie mi sono stati pagati dalla Saras. I piedi di catrame me li ha sporcati la Saras. Il fumo acre all’odore di cavolfiore arrivava dalla Saras. Il primo suono di sirena alle 8 del mattino l’ho sentito alla Saras”.

Nessuno passa immune dalla Saras. Da quell’inferno che rigurgita malattie, ma sa inondare di soldi i suoi padroni. Loro, in perenne perdenza eppure abili a sfruttare le nefandezze finanziare di un mercato forte con i deboli e debole con i forti. Con i soldi sfilati alle banche, di quegli stessi istituti che non hanno fatto fronte ai debiti dei piccoli imprenditori onde, poi, pronarsi alle magagne azionarie dei fratelli milanesi, i Moratti hanno innalzato i dividendi. Ben consci di essere buona parte dell’azionariato Saras. E, in una sola manovra finanziaria, spalmata nell’arco triennale, sono stati capaci di sottrarre al mercato oltre un miliardo di euro, per convogliarlo nelle proprie tasche, giocandolo nell’azzardo pallonesco tinto di nerazzurro.

Sarroch ed il suo dolore, Sarroch e le sue promesse mai mantenute, Sarroch ed i processi senza colpevoli, Sarroch e la perfidia spiacevole di un liberismo rapace sono la cima di un sistema ampio e consolidato. Un sistema popolato di orchi e uomini neri, di Tronchetti Provera e di Marchionne. Perché nel paese dei Moratti c’è davvero posto per tutti.
Giorgio Meletti, “Nel Paese dei Moratti. Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 4 / 5 – Crudo
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∞ Umorismo russo ∞
di Roberta Paraggio

Prendete il mondo surreale dei racconti di Gogol, Kovalev che si sveglia al mattino e si trova la faccia senza il naso. Dov’è? Dove potrebbe essere se non in un caldo panino apena sfornato? Ammirate un dipinto di Marc Chagall, la malinconia sgargiante dei colori fluttuanti, il piacevole ripetersi di atmosfere sospese fra il sogno e la fase rem. Ora, aprite “Disastri” di Daniil Charms, appena riedito dalla Marcos y Marcos, e vi ritroverete tutto quanto elencato. Ed anche di più.

Il linguaggio appena più colorito rispetto alla compostezza gogoliana ed alle pennellate sfumate di Chagall e l’insieme regala al lettore un’incredibile e grottesca carrellata di personaggi. Privi di un filo conduttore che non sia l’assurdità delle situazioni, i protagonisti, talora che anonimi, si muovono nello spazio angusto del non sense e dell’ineluttabilità del gesto inconsulto. S’insultano, si schiaffeggiano, si prendono a morsi le orecchi, si sputano in faccia, sono incapaci a comunicare. Brandiscono cetrioli come armi di difesa. A colpi di assurdo, muoiono per un nonnulla: un marinaio che mangia troppo salato crepa d’insonnia con una scarpa alla mano contro i topi; una vecchia ficcanaso cade sporgendosi da un balcone, altre sei anziane la seguono sino a formare un obelisco geriatrico. E poi sequele di vite strampalate: un uomo riesce a pesare sulla bilancia la sua fede; un altro trascorre un’intera giornata al ristorante nel vano tentativo di farsi ascoltare dal cameriere; un terzo, nascosto sotto il letto, ascolta sua moglie sparlare di lui.

Scorci della vita dei maggiori scrittori russi, Puskin e Tolstoj, presi nei momenti impensati, nei dettagli che sfuggono perchè poco atti alla biografia. Iracondi, scansafatiche, dubbiosi, imorali, strampalati. Un circo russo della scrittura senza rete e senza gabbie. Piccoli episodi di vite qualunque dipinte di umorismo sottile e rcambolesco, a tratti venato di cattiveria, spesso irresistibilmente comico. Né grave, né greve. Un piacevole divertissement.
Daniil Charms, “Disastri”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Spassoso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Aldo Eduardo Carra, “Oltre il PIL, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere”, Ediesse 2011
IL ROMANZO: Sergio Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
IL CLASSICO: Vladimir Majakovskji, Poesie, q.e.

ADDIO PROFESSORE. STATO PER ALBERTO GRANADO
Alberto Granado, “Il gitano sedentario”, Sperling & Kupfer 2005
Alberto Granado, Ernesto Guevara, “Latinoamericana”, Feltrinelli 1998
DVD: Walter Salles, “I diari della motocicletta”

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Einaudi 2011
3. Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
di Libreria Equilibri
Otto capitoli, otto storie, un ritratto unico dell’Italia di oggi firmato Roberto Saviano. Come? Scavando dentro alcune delle ferite vecchie e nuove che affliggono il nostro Paese: il mancato riconoscimento del valore dell’Unità nazionale, il subdolo meccanismo della macchina del fango, l’espansione della criminalità organizzata al Nord, l’infinita emergenza rifiuti a Napoli, le troppe tragedie annunciate. Accanto alla denuncia c’è anche il racconto di vite vissute con onestà e coraggio: la sfida senz’armi di don Giacomo Panizza alla ’ndrangheta calabrese, la lotta di Piergiorgio Welby in nome della vita e del diritto, la difesa della Costituzione di Piero Calamandrei. Esempi su cui possiamo ancora contare per risollevarci e costruire un’Italia diversa. “Vieni via con me” è diventato un libro che rende accessibili al pubblico che non ha seguito la trasmissione, queste storie in forma rivista e arricchita facendole diventare, ancora una volta, storie di tutti.
Saviano, nella presentazione ci pone una sfida: un elenco di cose per cui vale la pena vivere, un elenco leggero che valga più di una guida morale, un antidoto ai problemi universali. Prende spunto da Woody Allen e dalle sue citazioni (Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento di una sinfonia di Mozart, Louis Armstrong, un’opera di Flaubert, i film svedesi, Marlon Brando, Frank Sinatra, mele e pere di Cezanne e granchi e viso rispettivamente di Sam Wo e Tracy), per scriverne il suo: la mozzarella di bufala aversana, un brano di Bill Evans, andare con la persona che ami a leggere l’epitaffio di Raffaello, un gol di Maradona ai mondiali ’86, l’Iliade, l’ascolto di una canzone di Bob Marley mentre passeggi libero, tuffarsi nel profondo, sognare di tornare a casa dopo un lungo periodo di esilio, fare l’amore in un pomeriggio d’estate al Sud e trovare una email con scritto “Sono fiero di te” dopo una giornata in cui hanno raccolto firme contro di te.
Credo sia un esercizio fondamentale per ricordarsi ciò di cui siamo fatti, ciò che ci spinge ad andare avanti nonostante le difficoltà e essere sempre migliori, è un modo per mettere nero su bianco i nostri pensieri, a denudare la nostra anima. Sarebbe bello passare il tempo a leggerli e ad ascoltare gli altri, a trovare ciò che dà senso alla vita di chi ci sta a cuore riscoprendo tante cose sotto un altro punto di vista, sotto altri aspetti. Sono dell’opinione che quando si parla si potrebbero risparmiare tante parole da usare poi, nei momenti opportuni, ma quando si scrive si ha un compito, un impegno verso la carta che riposa sotto le tue “grinfie” a cui non puoi sottrarti, perciò, buttate giù quello che pensate, senza limitazioni, perché la carta aspetta solo voi per raggiungere la sua completezza.

Macondo – La città dei libri

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