Macondo, 9 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Madonne, piogge torrenziali e l’ispettore senza nome ∞
di Piero Ferrante

Alice Beltrame si è allontanata nella canicola di Ferragosto. Sono passati 10 anni dalla sua misteriosa dipartita e foglietti dal contenuto sibillino invadono la noiosità trevigiana. Sono i resoconti dettagliati delle avventure sentimentali di Alice, mancano i nomi dei personaggi, ma, le professioni, i vizi e le inesistenti virtù lasciano poco spazio agli indovinelli. La città bene trema, echeggia un rumore d’ossa che non porta nulla di buono, sarà lo scheletro che l’alluvione ha fatto venir a galla, quello che molti, tra cui la Madonna in persona, asseriscono essere della scomparsa.

L’ispettore Stucky è incerto, naviga senza boa nella pioggia che invade le strade, tra le certezze di una veggente quindicenne di nome Aisha e le reticenze delle Beltrame, è un mistero caliginoso, in cui si rischia di andare a fondo, non mancano infatti i depistaggi e le false piste raccolte sulla via degli amori di Alice, idrosolubili, liquidi, che scorrono via. L’Amore è idrosolubile è un giallo che sembra affacciarsi dal bianco e nero dei quotidiani locali, cronaca nera con quel po’di pruriginoso che tanto piace “alla gente”, ben amalgamato con lo scalpore suscitato dalle apparizioni mariane.

Fulvio Ervas conosce i tempi del giallo e quelli della notizia, sa sbattere il mostro in prima pagina, ma, lo fa con savoir faire narrativo, affidandosi a Stucky, alla sua flemma mezzo persiana e mezzo veneziana, e a personaggi di contorno che distraggono con le loro divagazioni sulla vita. Lo zio venditore di tappeti e le sue romantiche storie, Michelangelo, adolescente in fase ribellistica, destabilizzatore delle amene vite trevigiane, sovvertitore della quotidianità sonnolenta, Argo, cane beone e sorridente.

Come l’attesa di un treno in una stazione di periferia, una narrazione poco rumorosa, a sirene tutt’altro che spiegate, fino ad arrivare alla soluzione del giallo, crudele e non prevedibile. Il male si insinua nelle vite soddisfacenti, la quotidianità si svela meschina, la gelosia si trasforma in invidia feroce e distruttiva. La nebbia del nordest che lavora avvolge nel silenzio una tragedia non annunciata.

Fulvio Ervas, L’amore è idrosolubile, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male…
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∞ La testa per aria e negli occhi la luna ∞
di Roberta Paraggio

Moon ha diciannove anni, un viso pallido incorniciato dai capelli neri e un sorriso che disvela ancora tutti i denti sani, nonostante la vita grama. Il suo nome lo hanno inventato per lei i compagni di strada, per cancellare quello che è stata prima. A Place Saint Mitch ce l’hanno tutti un soprannome, tutti hanno un passato che non ci è dato sapere, e un futuro di cui non vogliono rendere conto. Volontari di una vita randagia, senza documenti né licenze per camminare sulla retta via, nessuno glielo ha insegnato a stare al mondo, e loro, ne hanno sgraffignato un piccolo angolo costruendolo cartone su cartone, straccio su straccio.

Moon ha tanta vita, dorme con il suo cane Comete in una grande scatola che era stata contenitore di un frigo, poi il frigo è finito in qualche confortevole appartamento, e, l’involucro, piantato davanti ad un negozio di fiori, è diventato la sua casa. Un monolocale panoramico, vista vita e vista luna. Moon ha un sorriso che vende ai passanti, col candore di un Amelie Poulain stracciona, munita di sogni sopiti e avvenire non pervenuto.

Ameliè affondava le dita nei legumi, Moon al massimo li sgraffigna, con la miseria a tracolla, scrive su un taccuino arancione, (fregato anche quello), prova a mettere insieme una storia da regalare al suo amore per Natale, ma Fidji se ne andrà, e le parole sconnesse resteranno sotto il suo cuscino freddo a guardare la luna tonda e sottile. Quelle sbavature di inchiostro diverranno lascia passare per la possibilità, veicolo di cambiamento, grazie a Slam, amico ed ex carcerato, che crede in lei, che prova a metterla per la prima volta nella sua vita dentro qualcosa, non fuori, non spettatrice, protagonista di una vita nuova con cui non sa confrontarsi.

Maud Lethielleux, in questo “Da qui vedo la luna”, descrive con leggerezza la crescita di una ragazzina che diventa donna in un contesto del tutto insolito, non indugia sui particolari del passato, Moon si presenta così com’è al lettore, senza traumi e sfaccettature psico-pedagogistiche, con la verità e il sarcasmo che la strada le ha insegnato, col rifiuto dell’omolagazione a tutti i costi, col suo ghignare sulla libertà dei lavoratori dipendenti, la paura di diventare altro e l’indolenza di chi non è abituato a scegliere. Moon è una piccola donna e lo sa, non si da arie, si sente vissuta ma non saggia, rischia di invecchiare senza crescere, non è un’eroina, non ci fa commuovere con i suoi fiammiferi da vendere, non esce da una fiaba strappalacrime, ha scelto la libertà, quella di essere una cometa che guarda la luna.

Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
Giudizio: 3 / 5 – Con le ali ai piedi
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∞ Una profonda linea d’ombra ∞
di Angela Catrani

Watanabe Toru ha 18 anni ed è appena arrivato a Tokio per frequentare l’Università. Ha lasciato la sua città, i suoi genitori e il suo migliore amico Kizuki, che si è ucciso pochi mesi prima. Questa morte improvvisa e sconvolgente lo ha lasciato solo, stranito, confuso, incerto, senza più gioia o voglia di andare avanti. Eppure il suo corpo continua a vivere, immerso nella lettura e nella musica.

L’incontro con Naoko, la fidanzata di Kizuki, è come un regalo a cui aggrapparsi con forza, è una risorsa, una speranza. Ma Naoko non sta bene, il suicidio di Kizuki pesa come un macigno nella sua psiche delicata e fragile, già devastata da precedenti lutti, ed episodi allucinatori la costringono al ricovero in una speciale clinica psichiatrica. E poi, nella vita di Toru, compare Midori, ragazza esuberante, infelice ma viva, calda, luminosa, nonostante debba affrontare appena vent’enne l’ennesimo lutto.

La morte. Questo libro è intriso di morte e di dolore, ma è un libro comunque aperto alla luce e alla speranza.Watanabe Toru è un giovane coraggioso, gentile, riflessivo, educato, e soprattutto sincero. Non cade nell’autocommiserazione o nell’autocompiacimento. Si dà una regola di vita, di studio, di lavoro. E’ metodico e preciso. Rappresenta l’ancora al quale aggrapparsi per gli amici che lo incontrano e forse proprio per questa sua attitudine gentile all’aiuto e all’ascolto attira gli infelici e gli irrisolti.

In una Tokio già super moderna, pur essendo il romanzo ambientato agli inizi degli anni ’70, gigantesca e caotica, Watanabe non si perde, rimane fedele a se stesso e sa amare, con forza e coraggiosamente. Non permette a se stesso di lasciarsi andare, non trascura di vivere, non concede nulla alla depressione strisciante e velenosa dei suoi amici.

Un “romanzo di formazione” incoraggiante e reale.

E poi c’è la questione della sessualità, che in Giappone è vissuta in maniera decisamente diversa dall’Occidente dominato dalla Chiesa, con le sue inspiegabili chiusure mentali. All’interno del romanzo la sessualità è onnipresente. I rapporti d’amore tra ragazzi e ragazze includono necessariamente il sesso, ed è lì che si incuneano le fratture, le incertezze, la difficoltà del vivere. Watanabe fa l’amore con Naoko solo una volta, e per la ragazza vivere la sessualità in modo reale e dolce scatena fantasmi e paure che la portano prima in una clinica psichiatrica e poi alla morte.

Il romanzo è incentrato esclusivamente su questi giovani, i genitori sono assenti o corpi dolenti in un letto di ospedale. Unica presenza matura è Reiko, donna dal passato travagliato ma capace di grandi sentimenti, l’unica che sa cogliere il senso di colpa generato dalla voglia di vivere di Watanabe e l’unica in grado di sapere trovare le parole per dirgli che la vita potrà andare avanti, che dovrà scegliere la felicità e non rimanere incastrato nelle profondità di morte dei suoi amici.

Un romanzo complesso, in cui riconoscersi e da cui allontanarsi. Un incontro con una cultura giapponese attratta dal mondo occidentale, ma ugualmente misteriosa e affascinante, con i suoi rituali, il cibo, gli usi e le tradizioni inconsuete e vorremmo quasi dire magiche.

Murakami Haruki, “Norwegian wood”, Einaudi 2006
Giudizio: 4 / 5 – Romantico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dante Maffia, “Milano non esiste”, Hacca 2011
IL SAGGIO: Miriam Giovanzana, “Il vento è cambiato”, Terre di Mezzo 2011
IL CLASSICO: Ernesto de Martino, “Sud e magia”, q.e.

IRRINUNCIABILE COME L’ARIA CHE RESPIRIAMO: LA LEGALITA’ OGGI
Mario Caligiuri, “Cultura della legalità. Come lo Stato sta combattendo la ‘ndrangheta”, Rubettino 2011
Flavio Tranquillo-Mario Conte, “I dieci passi. Piccolo breviario sulla legalità”, Add 2010
Roberto Luciani-Morgana Clinto, “Dalla parte giusta. La legalità, le mafie e noi”, Giunti Progetti Educativi 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “Le luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Stefano Bartezzaghi, “Sedia a sdraio”, Salani 2011
Come si gioca a Sedia a sdraio? Immobili sotto l’ombrellone, in campeggio, al fresco sotto un albero, o in macchina mentre aspettate speranzosi il diradarsi di una coda chilometrica al casello; in terrazzo, per non sentire la tv dei vostri figli, o in metropolitana, mentre andate al lavoro. Si può giocare ovunque: anche in poltrona, d’inverno, davanti al caminetto. Basta chiudere gli occhi. E se proprio non volete giocarci voi, potete sempre insegnare una Sedia a sdraio al vostro vicino di ombrellone, magari finalmente la smetterà di parlare a ruota libera!
Prendi le ferie, parti per il mare, trovi una spiaggia, ti spogli quasi del tutto, apri una sedia a sdraio, ti ci adagi, chiudi gli occhi. INCOMINCIA IL MISTERO. Cosa si fa quando non si sta facendo nulla? A che gioco giochiamo, mentre il sole ci abbronza? Il tempo che si passa sulla sedia a sdraio, immobili e taciturni, può essere utilmente dedicato ad allenamenti mentali.

“Le bocce e lo yo-yo, il ping pong e il calcio, il gioco dell’oca e i videogame in cui si spara agli alieni. Quasi ogni gioco e ogni sport di quelli che impegnano normalmente i muscoli ha un possibile equivalente da giocare solo tra sé e sé. Basta conoscere le regole e rassegnarsi all’impossibilità di vincere senza essere simultaneamente sconfitti”. Preferite giocare COL LEGO o COLL’EGO? Dimenticate carta e penna, chiudete gli occhi e preparatevi a giocare con niente e con nessuno. Tennis da sdraio, jogging mentale, anagrammi, canzoni – rovello, limerick, yo – yo verbale, logogrifi, meta grammi, lipogrammi, gioco dell’oca da sdraio, battaglia mentale, gratta e vinci, lego con le parole, “le dieci cose che”, genealogia enigmistica, sparare ai fosfeni… Per allenarsi senza muovere un dito!

“Sapete com’è fatto un logogrifo? Adesso è perfettamente inutile che vi allarmiate e vi rialzate dalla sedia a sdraio per scrutare il mare, si profilasse casomai al largo la coda del fratello del mostro di Loch Ness o la sagoma di un T – Rex giurassico. Vi siete fatti suggestionare dal nome, ma il logogrifo non ruggisce, non sputa fuoco, non morde, non sbrana, non abbatte case e alberi con la cosa rostrata. Il logogrifo è un gioco. In una scala di difficoltà da uno a dieci, se lo giocate con carta e penna vale quattro; scrivendo sulla sabbia, cinque; a mente e a occhi chiusi, sei. ”

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

Macondo, 18 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Con la penna nell’Inferno ∞
di Roberta Paraggio

Peppe Lanzetta è crudele. Vincent Profumo è cruento. E, Napoli, in questo ultimo romanzo di Lanzetta edito da Garzanti, “Infernapoli” (2011), è ancora più disperata e putrida.

Storia di un boss che si inonda di Guerlain come una ottuagenaria tenutaria, per non sentire la puzza di schifezza che lo rincorre fin negli incubi della notte partenopea. Volgare e cafonazzo, cerca redenzione nella voce di Maria Callas e se ne commuove. Ma lo fa in maniera sbracata, in slip leopardati, panza penzolante e orrendo riporto ingelatinato. Genuflesso davanti a un Padreppio formato famiglia. A Pietralcina una volta al mese con la prole, sembra proprio un bravo cristiano. Però lui no. Lui è Vincent Profumo, e i suoi scagnozzi hanno nomi rubati alla lirica e puntualmente declinati alla partenopea: Falstàff, Parsifàl…

Lanzetta come sempre è grande nel riportare la grettitudine e l’oscenità di un mondo infernale eppure quotidiano, creando personaggi come Vincent, Jonny Tarallo, Giggino o’ finanziamento che già sono imparentati con altri che bazzicano i mondi letterari dello scrittore, e consanguinei cinematografici figli di quel cinema napoletano che sa raccontare la tragedia senza straripare nella facile sceneggiata. Pensiamo a Pater Familias di Francesco Patierno, a Luna Rossa di Antonio Capuano all’ipnotico Imbalsamatore di Matteo Garrone.

Infernapoli è un libro lurido, nel linguaggio e nelle immagini evocate. Non fa sconti, non indulge, non ha amore ma solo sesso degradante e ululante. Neanche l’affetto di Vincent Profumo per le figlie Maria Sole, Maria Luna e Maria Stella riuscirà a farlo tornare sulla retta via che probabilmente non ha mai conosciuto.

Ci sono cinesi che vogliono rubargli la piazza della prostituzione, omicidi, tradimenti, vendette trasversali, preti pedofili, figlie ca’ panza annanz, mogli insoddisfatte che cornificano con idraulici nerboruti, in un‘oscena baraonda di corpi sudati ed ostentati, mollicci e caldi, freddi di morte violenta, sciolti nell’acido, sezionati per divertimento.
E c’è una puzza che appesta l’aria, di diossina, di merda, di monnezza e di paura, quella che di notte fa rigirare in un letto di sudore e capelli bianchi, è la puzza di una vita in un vicolo scuro scuro, che non ti fa scegliere, che ti strozza mentre Vincent Profumo si ingozza con le mani unte.

E c’è Donna Cuncetta del basso che non ha più il mare da guardare, ha affogato nel tuppo nero un altro dolore, un figlio sparato, un cravattaio che passa e spassa, un nuovo sfogo da tacere nel suo inferno di silenzio e terrore.
Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
Giudizio: 3, 5 / 5 – Realismo tragico
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∞ Disobbedienza di genere ∞
di Piero Ferrante

Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato
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∞ Simboli laici ∞
di Angela Catrani

Quando entro in luogo pubblico, sia esso una scuola o un tribunale, o un semplice ufficio delle imposte, l’occhio, spesso nolente, mi cade sul crocefisso, tristemente e solitariamente appeso in alto, vicino al soffitto. Una semplice croce di legno, per lo più. E non reputo il crocefisso un bel simbolo da apporre in un luogo che è di utile necessità per tutti i cittadini. Perché i cittadini possono anche essere per la stragrande maggioranza cristiani e dunque ritrovare nel crocefisso appeso un simbolo a loro caro, ma che significato potrà mai avere per un cittadino ebreo o mussulmano questo eterno simbolo di morte?

Dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il fatto che l’Italia è multiculturale e multireligiosa e non possiamo nasconderci con dietrologie patetiche in riferimento a un’identità culturale cristiana che investa l’Italia intera. Non sono nemmeno duemila anni che l’Italia è cristiana, prima aveva negli dei dell’antica Roma i suoi riferimenti e prima ancora altri dei e prima ancora fuoco acqua terra e aria.

Con una puntigliosa, sarcastica, incisiva disanima il professor Sergio Luzzatto, docente dell’Università degli studi di Torino, nel suo saggio “Il crocifisso di Stato” si scaglia, è davvero il caso di dirlo, contro quei politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, che dichiarano importante e fondamentale avere la croce affissa nei luoghi pubblici come simbolo identitario dell’Italia unita.

Dunque un crocefisso tricolore?

In realtà il crocefisso appeso nei luoghi pubblici ha origine nei decreti mussoliniani dopo la marcia su Roma, quando l’approvazione della Chiesa era necessaria a mascherare le nefandezze delle camicie nere. E nel ’48 non si ritenne di dover calare giù dai muri le croci dato che i tempi tristi del dopoguerra consigliavano prudenza. Arriviamo dunque al 1984 e alla netta separazione della Chiesa dallo Stato, che costituzionalmente è laico, tramite il Concordato. Ma il crocefisso è ancora là, dato che oramai è considerato simbolo dell’Italia Unita, dato che “in fondo non offende nessuno”, dato che “è simbolo di pace”.

E dunque due cittadini, due professori della scuola superiore, i coniugi Montagnana, si armano di buona volontà e partono alla carica contro questo uso simbolico distorto di una croce. Devono passare vent’anni di tribunale per avere ragione, perché alla fine e a seguito di ben altre vicende, e siamo nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dichiari fuori legge il crocefisso sulle pareti dei luoghi pubblici. Il parlamento italiano tutto si appella contro questa decisione e a tutt’oggi non abbiamo ancora un parere definitivo.

Eppure.

Eppure centocinquant’anni fa l’Italia fu unita contro il Vaticano, Roma fu presa attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si trattenne prigioniero volontario dentro le mura del Vaticano. Durante il Risorgimento la spaccatura era netta, e a cominciare dall’inno di Mameli, non si fa alcun riferimento a una Chiesa che non aveva alcun vantaggio né economico né sociale a uno stato interamente unificato. Ma oggi a queste cose non pensiamo, oggi è più scandaloso pensare di togliere una croce di legno da un muro bianco che alla moralità di uno stato, al decoro, all’integrazione reale tra cittadini, a un multiculturalismo che porta ricchezza e crescita umana.

Lo stato italiano secondo la sua Costituzione è laico e ciò non significa che è immorale, come forse paventa qualche ecclesiastico, ma che è aperto ad accogliere in maniera paritaria qualsiasi religione o filosofia di vita di ogni suo cittadino.
Non ci spaventi il muro bianco, afferma il professor Luzzatto, sia invece occasione di creatività, di possibilità, di scelta personale: si dia pertanto ai cittadini la scelta di un simbolo reale dell’Italia, scevro da qualsiasi implicazione religiosa che, sempre, lascerebbe scontenti gli uni o gli altri.
Sergio Luzzatto, “Il crocifisso di stato”, Einaudi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Riflessivo
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Seita Parkkola, “L’ultima possibilità”, San Paolo 2011
IL SAGGIO: Dario Piombino-Mascali, “Il maestro del sonno eterno”, La Zisa 2011
IL CLASSICO: Italo Calvino, “Giornata di uno scrutatore”, q. e.

DAL PALLONE A MACONDO, UNA VITA LATINAMERICANA – LIBRI PER GIANNI MINA’
Gianni Minà, “Politicamente scorretto”, Sperling & Kupfer 2009
Gianni Minà. “Fidel Castro”, Sperling & Kupfer
Gianni Minà, “Un continente desaparecido”, Sperling & Kupfer

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Serena Dandini, “Dai diamanti non nasce niente”, Rizzoli 2011
3. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Silvio Muccino – Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, Rizzoli 2006
Sasha, Nicole, Benedetta, Lorenzo. Sasha, un ragazzo con la tentazione di farla finita perché pensa che il suo passato, quelle che sono state le colpe dei suoi genitori, fanno parte del suo patrimonio genetico. Un ragazzo dai capelli impettinabili e tanta voglia di vivere accompagnata da tanta paura ed il rischio incombente di cadere nell’autodistruzione.

Nicole, quarant’anni, un armadio di tailleur e golf neri, un aria sicura, soluzioni e istruzioni per vivere ma che sa solo consigliare, un passato lasciato dietro questa maschera di sicurezza, una maschera fatta di creta però che in una notte di pioggia a causa di un tamponamento comincia a sgretolarsi…..

Benedetta un corpo che si presta alla vita, un anima corrotta dalla perversione.

Lorenzo un marito.

I capitoli si alternano mostrando di volta in volta i punti di vista di Nicole e di Sasha offendo un punto di vista sia maschile che femminile di una stessa vicenda. “Parlami d’amore” un titolo che, a mio avviso, forse va a sminuire quello che può essere il valore narrativo di questo libro, che d’amore parla sì, ma di amore per se stessi, di amore per la vita, di amore nell’affrontare con forza e dignità i propri fantasmi e riemergere più forti e soprattutto sereni. Un libro che ha bisogno di una certa predisposizione per cogliere appieno i “colori narrativi”, per me è stata una sorpresa dover accantonare il mio scetticismo nei confronti di Muccino, in quanto non vedevo di buon occhio questa idea di improvvisarsi scrittore (non a caso queste mie remore mi hanno fatto lasciare sullo scaffale questo libro per lungo tempo), una bella sorpresa insomma un bel libro che lascia molto riflettere su quanto siamo capaci di autoinfliggerci sofferenza e di come una volta toccato il fondo ci si renda conto che si può tornare a salire.

Macondo, Stato Quotidiano 18 giugno 2011

Macondo – La città dei libri

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