Macondo, 17 settembre 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Appunti italiani ∞
di Piero Ferrante

Tina Anselmi è un monumento non consunto della democrazia tricolore. Staffetta (a 19 anni) della Brigata autonoma Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario della libertà del Veneto, democristiana sociale, prima donna Ministro (al Lavoro), mai una voce su di lei, mai un bizzarro evento, mai un condizionamento. Rigore morale ma mai moralista, randellatrice del suo e dell’altrui. Giusta, Tina Anselmi, ancora adesso che, ad 84 anni suonati, la lucidità gli pone innanzi sceneggiati da seconda serata. Unti e bisunti cartocci di prodotti appiccicaticci: la P3, la P4 e chissà quante altre propagande. All’amica di una vita, Anna Vinci, ha affidato i suoi diari. Che in realtà non sono diari. Piuttosto carte, veri e propri appunti, raccolti nel tempo in cui ha occupato la Presidenza della Commissione d’Inchiesta sulla P2 (1981-1984). Stracci di politica, di vita, di affari. Panorami di un’Italia che c’è ancora, immutata, con gli stessi nomi e gli stessi moduli operativi.

Leggere “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi” (prezioso lavoro di recupero timbrato Chiarelettere e firmato dalla Vinci), ovvero le due copertine che racchiudono queste carte, è pratica inquietante. È un’esperienza quanto più prossima possibile alla lettura di “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini. In definitiva, dal punto di vista meramente storico, il testo non aggiunge nulla di nuovo. Conferma solo (si fa per dire) le sensazioni di penetrante fragilità di uno Stato nelle mani di poteri invisibili ad occhio nudo, piccoli come eserciti di soldatini di piombo ma devastanti come le Armate di Timur lo zoppo. Legioni che ridono delle muraglie, che regalano la normalità a villaggi su cui vigilano con certosino interesse e patriarcale libertà. Conferma, una volta di più, che “basta una sola parola che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio”. E che Dio abbia in gloria l’Italia per l’attualità di questa profezia.

Il libro regala uno spaccato di pressioni, condizionamenti, esperimenti d’onnipotenza. L’Anselmi annota la carrellata di nomi che le sfilano di fronte. Nelle loro versioni rintraccia contraddizioni e verità. Coglie, soprattutto, i tic isterici di una giustizia turbata. È come se, pur chiamata ad indagare, fosse già conscia della gattopardesca essenza della sua Commissione. Non un organo inquirente, ma un puntello di una Repubblica allo sbando. A tratti, addirittura una copertura, una legittimazione, un’affermazione di tutto quanto rappresentato dal Venerabile Gelli ed i venerabilini suoi sottoposti. Eppure, con rigorosa dovizia, ricopre una mansione che la porrà dirimpetto allo sfacelo della sua formazione partitica, quella Democrazia Cristiana sempre meno democratica e men che meno conforme agli insegnamenti evangelici.

Nelle carte di Tina Anselmi dimora tutta l’Italia avvenire. Quella del controllo mediatico delle menti, quella delle banche padroni, quelle dell’affaristica privata tramutata in affaristica di Stato. In tal senso, le sue carte si tramutano in epitaffio, un’indicazione miliare per imboccare la complanare e tornare indietro. Lei stessa, diventando donna, persona, esistenza, lo urla: “Fate presto a pubblicare i miei appunti, dopo, anche solo qualche giorno dopo, sarà troppo tardi”. E questa sua ragione ha dovuto fare i conti con gli interessi superiori, con gli ordini dall’alto, con la sozzura di mani che nessuna svolta epocale ha ancora pulito (malgrado le promesse contenute nei titoli roboanti delle inchieste giudiziarie). Tanto che ancora nel 2004, la Presidenza del Consiglio (oggi come allora nelle mani del tesserato P2 numero 1816), dette alle stampe, sotto l’egida dell’allora Ministra alle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, tre volumi intitolati “Italiane”, in uno dei quali (l’ultimo) la Anselmi diventa figura sovversiva, a tratti robespierriana: “La presidenza della commissione d’inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982 – si legge – cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l’istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano”. Quel che sarebbe dovuto essere un ritratto imparziali si tramutò in scarabocchio volontario, un’opera di Delacroix. Quello scritto, si concludeva così: “Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi’s List infatti cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi”.

E come una strega, sul rogo ce l’hanno messa l’Anselmi. Senza, però, riuscire ad arderla.
Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
Giudizio: 4 / 5 – Operazione verità

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∞ La vittoria delle rosse ∞
di Roberta Paraggio

La Vergine della pioggia ondeggia nell’aria mentre fa ritorno al suo santuario sul mare. Una folla di beghine in gramaglie nere e scapolari splendenti prega a mani giunte, invoca la salvatrice e il dittatore, si genuflette prontamente al suo passaggio, dimentica dei dolori d’ossa e dell’umidità, della miseria con la quale convive gomito a gomito, dente stretto a dente stretto.

E’ il 1937, la guerra civile spagnola è finita. Franco ha vinto e con lui il sopruso e la violenza, tra le macerie non più fumanti, tra il temporale e la pretaglia che sa di naftalina, camminano a testa alta tre donne e una bambina. Sono le rosse della famiglia Vega, Letrita e le sue figlie Maria Luisa, Feda e Alegria che tiene per mano la piccola Merceditas, protagoniste di Un lungo silenzio, secondo romanzo di Angeles Caso, edito da Marcos y Marcos.

Nonne, madri, figlie, raccontate da una donna in questo romanzo corale ma non chiassoso, variopinto ma privo di sbavature di colore, dove la remissività femminile dopo la sconfitta è solo illusione, come la calma del mare al passaggio della Madonna, è una pausa, uno sguardo di sbieco alle ferite della guerra, a una realtà che serpeggia silenziosa e non lascia eco. Non hanno perso queste donne, e non perderanno. Letrita ha tratto in salvo la sua famiglia da una probabile e tragica fine, fucilazione e malvessazioni di ogni sorta. Maria Luisa era una maestra, è stata costretta rinunciare al lavoro per le sue idee, suo marito, un violinista sensibile e rivoluzionario è ancora in prigione. Feda crede all’amore di Simòn e sospira, sembra l’unica a non essere intaccata dalla barbarie. Alegrìa finalmente è vedova e libera dagli incubi, stringe forte a sé Merceditas a cui la guerra è sembrato un gioco assurdo degli adulti.

Unite e combattive sono tornate a Castrollano, ora che forse non bisogna più fuggire ma ricostruire, dal nulla ma con molto, con la forza degli ideali mai traditi, quelli di una rivoluzione ancora possibile, di un mostro da combattere con la miseria dei giorni incollati alla schiena, sono pronte a scacciare il vento della nostalgia, la spirale della maldicenza, l’ondeggiare sbilenco della sorte. Con un’ostinazione che è tutta femminile, con la forza di chi conosce la giustezza delle proprie idee, portando con sé la vittoria più grande, quella di essere donne sempre e ancora pronte a lottare.

Angeles Caso, “Un lungo silenzio”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Femminile plurale

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∞ Ben arrivato Adamsberg! ∞
di Angela Catrani

Quando arriva in un ufficio un nuovo capo, preceduto per di più da una fama discussa ma inequivocabile; quando arriva questo nuovo capo e chissà perché lo si immagina alto, bellissimo, dal fascino misterioso; quando la curiosità e il timore tracimano nell’ansia e nel nervosismo, ebbene ecco che arriva Adamsberg, il commissario più scombinato di tutta Parigi e dintorni. Non alto, al limite dell’uno e settanta necessario per entrare nei corpi di polizia, non bello, con una faccia mobile e diseguale che chissà perché le donne si ostinano a trovare affascinante, non brillante, di una lentezza esasperante nel parlare, nel capire, nel muoversi, disordinato, caotico, ritardatario. Eppure Adamsberg è quello che si dice un brillante poliziotto, capace di scovare assassini negli angoli più bui della mente umana.

Leggere Fred Vargas e innamorarsi di Adamsberg è un tutt’uno. Dalla mente eccentrica e geniale di questa misteriosa scrittrice francese dallo pseudonimo maschile ma dalla scrittura squisitamente femminile nascono personaggi belli, interessanti, che vorresti avere per amici. Perché Adamsberg non è solo un poliziotto, è anche un filosofo, un osservatore attento della realtà e di se stesso, pronto a capire le proprie e le altrui debolezze, ma non a servirsene, capace di cedere la scena al suo vice Danglard, il prototipo del poliziotto geniale, intuitivo, organizzato.

Misteriosi cerchi azzurri fioriscono nella notte parigina attorno a oggetti anonimi, dimenticati sulla strada da padroni distratti: un pacchetto vuoto di sigarette, un pezzo di spago, uno stivale, un uomo assassinato. La vicenda è intricata, difficile, resa complicata da ingarbugliamenti sentimentali. Perché i cerchi azzurri? Sono fatti dallo stesso assassino? Chi c’è sulle strade notturne a spiare? Quando le vittime aumentano, l’ansia di Adamsberg cresce, si dilata nell’ufficio, coinvolge i suoi ispettori, l’opinione pubblica, il capo della polizia, e i lettori avidi.

I personaggi di Fred Vargas non sono mai “belli”: sono uomini e donne comuni, alti e bassi, grassi e magri, simpatici e odiosi, colti e ignoranti, ma sempre complessi, dalle più ampie sfaccettature, nervosi ma anche generosi, letterati e insieme triviali, ti sorprendono sempre. La loro conoscenza procede con l’avanzamento della storia, in una sorta di gioiosa scoperta dell’umano e del disumano. La Vargas non ha zone buie, la notte attraversa i suoi romanzi senza cupe oscurità malvagie, gli assassini non sono dei “mostri” assetati di sangue, ma per lo più persone miseramente condotte dall’invidia o dall’avidità, pietosamente accolte da Adamsberg, che le aiuta nella confessione con la sua voce esasperatamente lenta, armoniosa, dolce, che non lascia, però, alcuna via di scampo.

Fred Vargas, “L’uomo dei cerchi azzurri”, Einaudi 2007
Giudizio: 4 / 5 – Sorprendente
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Elvira Seminara, “Scusate la polvere”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Jean Paul Besset, “La scelta difficile. Come salvarsi dal progresso senza essere reazionari”, Dedalo 2007
IL CLASSICO: Luigi Maria Lombardi Satriani, “Il ponte di San Giacomo” q.e

“UN GIORNO ANCHE LA GUERRA SI INCHINERA’ AL SUONO DI UNA CHITARRA”. L’ULTIMO ASSOLO DI JIMI (18 SETTEMBRE 1970)
Enzo Gentile, “Jimi santo subito! Il mito Jimi Hendrix attraverso immagini, parole e musica”, Shake 2010
Mimmo Franzinelli, “Rock & servizi segreti. Musicisti sotto tiro: Da Pete Seeger a Jimi Hendrix a Fabrizio De André”, Bollati Boringhieri 2010
Michael Lang, “Woodstock”, Arcana 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
2. Edoardo Nesi, “Storia della mia gente”, Einaudi 2011
3. Melissa Hill, “Regalo da Tiffany”, Newton 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
Anne-Lise Grobéty, “Il tempo delle parole sottovoce”, Bompiani 2002
di Maria Antonietta Parrella

Anne-Lise Grobéty

2008. Entro in una libreria di una piccola cittadina pugliese. Giro tra gli scaffali. Ad accompagnarmi c’è un classico brano blues di sottofondo. Forse Billie Holiday. Coperto da altri libri scopro questo breve romanzo edito dalla Bompiani (2002). Colpita da un titolo così suggestivo, lo acquisto. Lo leggo tutto ad un fiato. E’ così. Si lascia leggere. Affronta il tema di un’amicizia senza tempo tra due bambini e i rispettivi padri. Come sfondo quel buco nero della storia umana: la rabbia nazista contro gli ebrei. Il tutto viene vissuto e descritto attraverso gli occhi inconsapevoli del piccolo protagonista, costretto a rinunciare al suo migliore amico perché ebreo. Si possono trovare altri libri sul genere, un esempio può essere il Diario di Anna Frank studiato nelle scuole come manifesto di memoria collettiva. Ma in questo romanzo c’è qualcosa di più…“Nessun pericolo minacciava la nostra vita di bambini finché non venne il tempo delle parole sottovoce”. Era il tempo della Germania hitleriana quando a cambiare per prima fu la voce della gente, la sua intensità, l’intonazione. Quel tempo quando le parole si dividevano in due categorie: se urlate erano legittimate a disseminare dolore e quelle sussurrate (con discrezione) per non morire; quel tempo quando cominciò a comparire una strana bandiera, tradotta dall’ingenuità di un bambino come un “ragno nero con le gambe sciancate, che si arrampicava sul fondo rosso sangue”. Si tratta di un simbolo di morte che storicamente, ha rappresentato un’ideologia distruttiva, la stessa che gradualmente ma con violenza s’insinua nella vita dei personaggi.

Particolarmente significativi e funzionali alla storia sono i dialoghi tra Heinzi e Anton, padri dei rispettivi bambini, i quali riflettono sul valore di un’amicizia che li lega dall’infanzia e che, in un contesto sociale sempre più avverso, li mette alla prova.

Il bambino descrive ciò che accade intorno a lui, osserva una realtà che non comprende, riflette ma senza mai darsi una spiegazione soprattutto quando la situazione inizia a precipitare: il suo amico Oskar viene espulso dalla scuola solo perché ebreo e poco dopo allontanato con la sua famiglia dal quartiere. Perché tutto questo? In realtà a distanza di quasi 70 anni, risulta ancora difficile “spiegare” una politica criminale. A parer mio questa non è una necessità. Il verbo spiegare offre un significato, un qualcosa che diventa più chiaro. Ma in tutta questa storia di aberrazione umana, di chiaro e significativo non vi è nulla, se non il dolore di milioni di persone. Occorre invece raccontare, tramandare, invitare a riflettere (come ci insegna Primo Levi in “Se questo è un uomo”) dare voce a quelle parole sussurrate o mai pronunciate.


Analisi.
Attraverso una scrittura scorrevole ma al tempo stesso sofisticata ed intrisa di poesia, la Grobéty (deceduta del 2010) descrive, in meno di 80 pagine, la confusione e la paura di un cambiamento ma anche la voglia di combattere come rivela il padre del bambino ebreo “…la parola disperare ne contiene per intero un’altra: sperare!”. Il racconto sottolinea l’importanza sociale della parola che a seconda dell’uso che se fa, può diventare uno strumento di creazione, distruzione e (quello che più mi auguro) di speranza.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, 16 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Essere bambina, in Cina ∞
di Roberta Paraggio

C’è una metà dimenticata nella laboriosa e affollatissima Cina, maltrattata, abbandonata e senza voce in capitolo; c’è Xinran, una giornalista, autrice di questo “Le figlie perdute della Cina” (Longanesi 2011, caso editoriale in tutto il mondo), madre e donna che con crudezza e commozione cerca di rendergli giustizia, di ridargli la parola negata da secoli di ignoranza, povertà e credenze popolari.

In Cina, un sistema economico cristallizzato e arretrato, che non è riuscito a far fronte al boom economico, se non con leggi re
strittive in materia di controllo delle nascite, ha creato un’implosione sospetta delle nascite femminili. Neonate che scompaiono, famiglie che si allontanano dai propri villaggi per far nascere i propri figli altrove, con la speranza che siano maschi, che procurino forza lavoro, terra e pane.
Ci sono i dati sconvolgenti in questo libro, ma restano lì a far asettica statistica, quello che fa tremare sono le storie e le immagini che sembrano risalire ad altre epoche, a povertà dimenticate e superate,che come un getto gelato ci lasciano allibiti, nel presente, nel qui e adesso che è invece la crudeltà contemporanea.

Un piedino di neonata sporge da un secchio pieno d’acqua sporca e rifiuti di cibo, si muove ancora, piccolissimo e disperato, appartiene ad una bambina, ad una femmina che non lo userà mai per camminare, non può vivere, non avrà di che mangiare, sulla sua famiglia scenderà la vergogna, un velo impietoso di dolore che va celato, in attesa che nasca il maschio, quello che accenderà l’incenso agli dei nel tempio.
Storie di madri, di donne straziate, di padri solitari che abbandonano le proprie figlie in stazioni notturne e traboccanti,con la speranza che qualcuno le adotti, di ragazze madri travolte dall’ignoranza mescolata all’improvvisa occidentalizzazione dei costumi sessuali. Una società che si scontra sul doppio binario generazionale dei padri ancorati ai vecchi costumi e dei figli con un piede in una modernità che è solo scenografica.
La legge proibisce gli aborti selettivi e allo stesso tempo, lo Stato rilascia “certificati d’onore per genitori di figlio unico”, in nome di una contraddizione che inevitabilmente porta al reiterato sterminio selettivo che non risparmia nessuno, dalle studentesse ragazze madri alle contadine, fino alle professioniste affermate.

Sterminio può suonare forte come termine, può riecheggiare orrori su cui si spendono ogni anno lacrime di giustissimo pentimento, ma le cifre sono chiare e terribili, 120 mila bambine adottate alla fine del 2007, dati impossibili su quelle gettate, soppresse, strangolate dallo stesso cordone materno che diventa carnefice. Dunque, come si può utilizzare un termine diverso?

Ma Xinran, ha fatto di più che ascoltare le madri anonime, ha fondato l’associazione benefica The Mothers’ Bridge of Love, che si occupa dei bambini cinesi in difficoltà, in collaborazione con chi, in altri paesi ha adottato queste figlie della Cina, che vivono divise tra l’affetto della nuova famiglia e lo spaesamento di non sapere perché sono state abbandonate, con la speranza forse di ritrovarsi un giorno, di riabbracciare quelle madri che hanno lineamenti comuni, per stringersi e asciugare quegli occhi a mandorla che non hanno mai smesso di piangere.

Xinran, “Le figlie perdute della Cina”, Longanesi 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Agghiacciante
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∞ Fedele alla linea ∞
di Piero Ferrante

“E’ un paese che non può lasciarti indifferente, qualsiasi rapporto tu abbia avuto con lui, che lo ami o che lo odi”. L’Unione Sovietica ammirata attraverso gli occhi del filosofo e scrittore rumeno Vasile Ernu è racchiusa in questa citazione che apre “Nato in Urss”, diario di bordo attraverso un mondo che non c’è più, editato dalla casa editrice Hacca a novembre dell’anno passato.

Immaginate di calpestare selciati scomparsi, percorrere strade inghiottite dal tempo tenendo per mano soltanto la corporeità di un ricordo. Immaginate di rivivere, goccia a goccia, le sensazioni infantili, sforzandovi di assumere le pose di allora, di leggere con le emozioni di bambino ed il linguaggio da adulto. Immaginate il mondo spaccato in due. Questo è l’assioma di Ernu. Non giudizievole e risolutivo, solo descrittivo. Perché, con un tono da comunista mai pentito, gli spetta parlare inevitabilmente di quel mondo fermatosi d’improvviso non all’impatto contro un muro, ma di fronte al suo crollo; dell’Atlantide dell’ideologia che è stata la terra del Soviet, la grande repubblica delle repubbliche socialiste, la terra della speranza alternativa, “il più grande progetto politico-utopico della modernità”.

Ernu non è uno storico, non ne maneggia gli strumenti. Per questo “Nato in Urss” non è altro che una strampalata, sentimentale, ironica accozzaglia di soggetti ed elementi, di eroi e paesaggi. E’ comparabile ad una bancarella di cianfrusaglie, di quelle polacche, strabordante di cimeli, gonfia di Zorki dalla vita infinita, cipolle da tasca con l’effige di Lenin, bottoni artefatti dei cappotti dell’Armata Rossa. Patacconi tanto goffi da finire per essere ricoperti da una patina di poetica dignità che li assurge al rango di ricordi. Il materiale che espone Ernu è quello d’uso comune, proletario e non. Alcool, sesso, barzellette, case, letteratura, giochi. Persino la tualet sovietica trova parole per essere attualizzata e spiegata agli occhi pochi fantasiosi dell’Occidente capitalista, diventando il locus privilegiato dell’artista alla ricerca dell’intimità nel caos della komunalka.

Ogni tema è un racconto (in tutto 53), ogni racconto un contenitore, ogni contenitore un viaggio. Ernu, nel suo approccio scanzonato, pure rende la quotidianità della Rivoluzione bolscevica un cammino epico e trionfale. Quando la cucina era luogo di socialità, Lenin un compagno di tutti, il bere l’essenza stessa del comunismo (“Costruire il comunismo senza alcool è come fare il capitalismo senza pubblicità”), ed anche nell’atto supremo di una cacca occorreva assumere “la posa dell’aquila”. In questo sforzo letterario insolito e sfizioso, il filosofo rumeno riesce a donare una nuova immagine all’Urss. Nei suoi spruzzi giocosi e fieri di quotidianità, il Gigante dai piedi di ferro non è soltanto il mentore della pianificazione quinquennale, dell’industrializzazione forzata, della corsa all’armamento, ma la casa comune di un popolo orgoglioso e creativo, dedito alla causa del Partito ma ancora capace di darci dentro con i lampi di genio.

Quel che ne risulta è l’agiografia di un Santo rosso e potente, capace di miracoli laici e produttivi e di scatti d’impeto. E come in ogni agiografia, quel che conta è lo stile accattivante, il guinzaglio retorico, l’affabulazione golosa, che Ernu maneggia in pieno. “Leggete, invidiate, sono cittadino dell’Unione Sovietica”

Vasile Ernu, “Nato in Urss”, Hacca 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Dorogoi Tovarišči!
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∞ Die hard: Satana duro a morire ∞
di Angela Catrani

La figura di Satana, quasi assente nell’Antico Testamento se non come emissario di un Dio supremamente buono e supremamente cattivo e dispotico, diventa necessaria nel Nuovo Testamento come avversario perfetto di Gesù Cristo, nella visione quasi manichea di un Dio buono contro un demone cattivo, il diavolo appunto.

Dalle ultime vicende narrate nell’Antico Testamento ai primi Vangeli trascorrono quasi tre secoli, tre secoli bui, di dominazione straniera per gli ebrei palestinesi, una dominazione che non impediva il culto ma limitava di fatto la libertà, in cui i Romani rappresentavano tutto ciò che era male, per i costumi sicuramente più liberi di quelli dei giudei dei primi secoli a.C. e per il modo di fare supponente dei dominatori, che ritenevano i conquistati dei barbari, chiunque essi fossero.

Da questa prigione della mente oltre che fisica nacquero delle sette millenaristiche e apocalittiche, in cui la figura dell’Angelo maledetto, dell’Oppositore (così significa la radice ebraica stn, da cui Satana) assurge a elemento dominante contrapposto a un Dio di infinita bontà.

Gesù Cristo molto probabilmente, almeno dai documenti emersi dai rotoli ritrovati a Qumran, faceva capo a una di queste sette, gli Esseni, che ritenendosi superiori ai giudei, li criticavano aspramente. Da qui, dalla fiera contrapposizione di Gesù al capo di tutti i demoni dell’Inferno, che sconfigge risorgendo da morte, nacque la figura del Diavolo, che ha dominato incontrastato per duemila anni.

Georges Minois, nella sua breve ma esaustiva Piccola storia del diavolo ripercorre l’evoluzione che ebbe Satana dai primi secoli dopo Cristo fino ai nostri giorni, in cui il mito del diavolo viene ripreso in contrapposizione ai costumi correnti soprattutto dagli adolescenti, nella musica Heavy Metal e in un certo tipo di filmologia o letteratura.

Ma può ancora il diavolo fare presa nella coscienza oggi? Ancora ne abbiamo paura? Satana rappresenta, nel nostro immaginario, il Male, quel sentimento che sporca i nostri pensieri, come l’invidia, o la perfidia, o il sospetto, ed è sicuramente più facile attribuirlo ad altro fuori di noi, in una giustificazione dei nostri comportamenti dettati solo dal “diavolo che ci tenta”.

La Chiesa, oggi, pur non potendo rinnegare il diavolo (anche se non è dogma credere nel diavolo dato che sarebbe teologicamente impossibile), pure è molto attenta a non palesarlo, a non parlarne, cercando nei comportamenti malvagi e malati degli uomini anche l’aiuto della psicologia e della medicina.


Eppure resta nell’immaginario collettivo la paura del diavolo, che è anche attrazione, proprio perché è negazione e tabù. Probabilmente, se riuscissimo a razionalizzare i nostri comportamenti e i nostri sentimenti e ridurli all’umano sentire, che è fatto di bene e di male, riusciremmo una volta per tutte a non avere più paura del diavolo, e nemmeno del lupo cattivo.

Georges Minois, “Piccola storia del diavolo”, il Mulino 1999
Giudizio: 3 / 5 – Didattico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laureana 2011
IL SAGGIO: Adriano Labbucci, “Camminare, una rivoluzione”, Donzelli 2011
IL CLASSICO: Salman Rushdie, “I figli della mezzanotte”, q.e.

L’HAI UCCISO TU, COL TUO SASSO. DIECI ANNI DOPO CARLO
Giuliano Giuliani, Haidi Giuliani, Antonella Marrone, “Un anno senza Carlo”, Dalai 2002
Simona Orlandi, “Carlo Giuliani. Anche se voi vi credete assolti”, Aliberti 2006
Paola Staccioli, “Per sempre ragazzo. Racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani”, Tropea 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008
3. Geronimo Stilton, “Vacanze per tutti”, Piemme 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Laura Esquivel, “Dolce come il cioccolato”, Garzanti 2008
La cucina fa parte delle magnifiche arti a cui l’umana specie ha la fortuna di accedere. E la cucina di Tita, sensuale protagonista del romanzo della Esquivel, è un’arte a tutti gli effetti e tra le più raffinate. Le sue ricette – grazie all’utilizzo di ingredienti ricercati e all’alchimia della loro unione – sono l’espressione più alta della passione nei confronti dell’uomo che le è stato negato.

La medesima metaforica passione che Tita manifesta nei confronti della magia dell’Esistenza tutta. Tita e Pedro si amano già da adolescenti ma, a causa delle regole sociali alle quali ancora agli inizi del secolo scorso le donne messicane erano sottoposte, a Tita non è concessa la possibilità di sposarlo. Pedro, pertanto, acconsentirà a sposare la sorella maggiore con il segreto intento di continuare a vedere la sua giovane amata. È nella consacrazione alla cucina, con la messa in opera di ricette intriganti e ricche di quegli ingredienti piccanti che danno l’accento ai sapori, attraverso un rito dal gusto magico, con l’aiuto di tecniche alchemiche che hanno il potere di cambiare i destini delle persone, che Tita riuscirà a raggiungere l’amato con tutta la sua sensuale dedizione. Ogni mese una ricetta nuova ed appetitosa andrà ad alimentare una passione calda e vergine, fino a culminare in un amore impetuoso impossibile da tenere a bada. Tita e Pedro iniziano così ad amarsi in clandestinità, mentre tutto intorno a loro nel corso degli anni si trasforma, tutto tranne la loro passione che, al pari delle ricette culinarie di Tita, rinnoverà puntualmente un appetito atavico e senza fine.

È il Messico delle rivoluzioni, delle tradizioni che cambiano perchè in continua trasformazione, di decadenti atmosfere borghesi che somigliano sempre più a quadri vuoti dalla cornice pomposa. È il Sud America impregnato di odori seducenti e di immagini surreali, di fantasmi che tornano a vagare nelle stanze in cui hanno vissuto vite falsate, quel continente caldo e trepidante dove tutto viene consumato attraverso una passione estrema e sensuale, fatta di fuoco.E sarà proprio il fuoco, che mai si era spento tra i due amanti, che renderà immortale il loro amore, proprio quando il destino sembra concedere loro una chance di vita. Un fuoco che nel cancellare il teatro di un’intera epoca di ingiustizie e spreco di sentimenti veri, dove gli uomini e le donne erano costretti a recitare parti assegnate loro da un destino crudele, spesso manipolato da esseri umani altrettanto crudeli, andrà a bonificare il palcoscenico di tanta passione in cattività, trasformandolo nel più fertile terreno di vita. La vita appassionata di Tita, donna dolce e forte che ha saputo canalizzare la sua passione attraverso il magico connubio di cibo e amore, che non smetterà mai di esistere nei nostri cuori con quella innata gioia di vivere che emana aromi e sapori inebrianti, sollecitando il senso più lusinghevole che possediamo: il gusto.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, Stato Quotidiano

Macondo, 9 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Madonne, piogge torrenziali e l’ispettore senza nome ∞
di Piero Ferrante

Alice Beltrame si è allontanata nella canicola di Ferragosto. Sono passati 10 anni dalla sua misteriosa dipartita e foglietti dal contenuto sibillino invadono la noiosità trevigiana. Sono i resoconti dettagliati delle avventure sentimentali di Alice, mancano i nomi dei personaggi, ma, le professioni, i vizi e le inesistenti virtù lasciano poco spazio agli indovinelli. La città bene trema, echeggia un rumore d’ossa che non porta nulla di buono, sarà lo scheletro che l’alluvione ha fatto venir a galla, quello che molti, tra cui la Madonna in persona, asseriscono essere della scomparsa.

L’ispettore Stucky è incerto, naviga senza boa nella pioggia che invade le strade, tra le certezze di una veggente quindicenne di nome Aisha e le reticenze delle Beltrame, è un mistero caliginoso, in cui si rischia di andare a fondo, non mancano infatti i depistaggi e le false piste raccolte sulla via degli amori di Alice, idrosolubili, liquidi, che scorrono via. L’Amore è idrosolubile è un giallo che sembra affacciarsi dal bianco e nero dei quotidiani locali, cronaca nera con quel po’di pruriginoso che tanto piace “alla gente”, ben amalgamato con lo scalpore suscitato dalle apparizioni mariane.

Fulvio Ervas conosce i tempi del giallo e quelli della notizia, sa sbattere il mostro in prima pagina, ma, lo fa con savoir faire narrativo, affidandosi a Stucky, alla sua flemma mezzo persiana e mezzo veneziana, e a personaggi di contorno che distraggono con le loro divagazioni sulla vita. Lo zio venditore di tappeti e le sue romantiche storie, Michelangelo, adolescente in fase ribellistica, destabilizzatore delle amene vite trevigiane, sovvertitore della quotidianità sonnolenta, Argo, cane beone e sorridente.

Come l’attesa di un treno in una stazione di periferia, una narrazione poco rumorosa, a sirene tutt’altro che spiegate, fino ad arrivare alla soluzione del giallo, crudele e non prevedibile. Il male si insinua nelle vite soddisfacenti, la quotidianità si svela meschina, la gelosia si trasforma in invidia feroce e distruttiva. La nebbia del nordest che lavora avvolge nel silenzio una tragedia non annunciata.

Fulvio Ervas, L’amore è idrosolubile, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male…
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∞ La testa per aria e negli occhi la luna ∞
di Roberta Paraggio

Moon ha diciannove anni, un viso pallido incorniciato dai capelli neri e un sorriso che disvela ancora tutti i denti sani, nonostante la vita grama. Il suo nome lo hanno inventato per lei i compagni di strada, per cancellare quello che è stata prima. A Place Saint Mitch ce l’hanno tutti un soprannome, tutti hanno un passato che non ci è dato sapere, e un futuro di cui non vogliono rendere conto. Volontari di una vita randagia, senza documenti né licenze per camminare sulla retta via, nessuno glielo ha insegnato a stare al mondo, e loro, ne hanno sgraffignato un piccolo angolo costruendolo cartone su cartone, straccio su straccio.

Moon ha tanta vita, dorme con il suo cane Comete in una grande scatola che era stata contenitore di un frigo, poi il frigo è finito in qualche confortevole appartamento, e, l’involucro, piantato davanti ad un negozio di fiori, è diventato la sua casa. Un monolocale panoramico, vista vita e vista luna. Moon ha un sorriso che vende ai passanti, col candore di un Amelie Poulain stracciona, munita di sogni sopiti e avvenire non pervenuto.

Ameliè affondava le dita nei legumi, Moon al massimo li sgraffigna, con la miseria a tracolla, scrive su un taccuino arancione, (fregato anche quello), prova a mettere insieme una storia da regalare al suo amore per Natale, ma Fidji se ne andrà, e le parole sconnesse resteranno sotto il suo cuscino freddo a guardare la luna tonda e sottile. Quelle sbavature di inchiostro diverranno lascia passare per la possibilità, veicolo di cambiamento, grazie a Slam, amico ed ex carcerato, che crede in lei, che prova a metterla per la prima volta nella sua vita dentro qualcosa, non fuori, non spettatrice, protagonista di una vita nuova con cui non sa confrontarsi.

Maud Lethielleux, in questo “Da qui vedo la luna”, descrive con leggerezza la crescita di una ragazzina che diventa donna in un contesto del tutto insolito, non indugia sui particolari del passato, Moon si presenta così com’è al lettore, senza traumi e sfaccettature psico-pedagogistiche, con la verità e il sarcasmo che la strada le ha insegnato, col rifiuto dell’omolagazione a tutti i costi, col suo ghignare sulla libertà dei lavoratori dipendenti, la paura di diventare altro e l’indolenza di chi non è abituato a scegliere. Moon è una piccola donna e lo sa, non si da arie, si sente vissuta ma non saggia, rischia di invecchiare senza crescere, non è un’eroina, non ci fa commuovere con i suoi fiammiferi da vendere, non esce da una fiaba strappalacrime, ha scelto la libertà, quella di essere una cometa che guarda la luna.

Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
Giudizio: 3 / 5 – Con le ali ai piedi
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∞ Una profonda linea d’ombra ∞
di Angela Catrani

Watanabe Toru ha 18 anni ed è appena arrivato a Tokio per frequentare l’Università. Ha lasciato la sua città, i suoi genitori e il suo migliore amico Kizuki, che si è ucciso pochi mesi prima. Questa morte improvvisa e sconvolgente lo ha lasciato solo, stranito, confuso, incerto, senza più gioia o voglia di andare avanti. Eppure il suo corpo continua a vivere, immerso nella lettura e nella musica.

L’incontro con Naoko, la fidanzata di Kizuki, è come un regalo a cui aggrapparsi con forza, è una risorsa, una speranza. Ma Naoko non sta bene, il suicidio di Kizuki pesa come un macigno nella sua psiche delicata e fragile, già devastata da precedenti lutti, ed episodi allucinatori la costringono al ricovero in una speciale clinica psichiatrica. E poi, nella vita di Toru, compare Midori, ragazza esuberante, infelice ma viva, calda, luminosa, nonostante debba affrontare appena vent’enne l’ennesimo lutto.

La morte. Questo libro è intriso di morte e di dolore, ma è un libro comunque aperto alla luce e alla speranza.Watanabe Toru è un giovane coraggioso, gentile, riflessivo, educato, e soprattutto sincero. Non cade nell’autocommiserazione o nell’autocompiacimento. Si dà una regola di vita, di studio, di lavoro. E’ metodico e preciso. Rappresenta l’ancora al quale aggrapparsi per gli amici che lo incontrano e forse proprio per questa sua attitudine gentile all’aiuto e all’ascolto attira gli infelici e gli irrisolti.

In una Tokio già super moderna, pur essendo il romanzo ambientato agli inizi degli anni ’70, gigantesca e caotica, Watanabe non si perde, rimane fedele a se stesso e sa amare, con forza e coraggiosamente. Non permette a se stesso di lasciarsi andare, non trascura di vivere, non concede nulla alla depressione strisciante e velenosa dei suoi amici.

Un “romanzo di formazione” incoraggiante e reale.

E poi c’è la questione della sessualità, che in Giappone è vissuta in maniera decisamente diversa dall’Occidente dominato dalla Chiesa, con le sue inspiegabili chiusure mentali. All’interno del romanzo la sessualità è onnipresente. I rapporti d’amore tra ragazzi e ragazze includono necessariamente il sesso, ed è lì che si incuneano le fratture, le incertezze, la difficoltà del vivere. Watanabe fa l’amore con Naoko solo una volta, e per la ragazza vivere la sessualità in modo reale e dolce scatena fantasmi e paure che la portano prima in una clinica psichiatrica e poi alla morte.

Il romanzo è incentrato esclusivamente su questi giovani, i genitori sono assenti o corpi dolenti in un letto di ospedale. Unica presenza matura è Reiko, donna dal passato travagliato ma capace di grandi sentimenti, l’unica che sa cogliere il senso di colpa generato dalla voglia di vivere di Watanabe e l’unica in grado di sapere trovare le parole per dirgli che la vita potrà andare avanti, che dovrà scegliere la felicità e non rimanere incastrato nelle profondità di morte dei suoi amici.

Un romanzo complesso, in cui riconoscersi e da cui allontanarsi. Un incontro con una cultura giapponese attratta dal mondo occidentale, ma ugualmente misteriosa e affascinante, con i suoi rituali, il cibo, gli usi e le tradizioni inconsuete e vorremmo quasi dire magiche.

Murakami Haruki, “Norwegian wood”, Einaudi 2006
Giudizio: 4 / 5 – Romantico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dante Maffia, “Milano non esiste”, Hacca 2011
IL SAGGIO: Miriam Giovanzana, “Il vento è cambiato”, Terre di Mezzo 2011
IL CLASSICO: Ernesto de Martino, “Sud e magia”, q.e.

IRRINUNCIABILE COME L’ARIA CHE RESPIRIAMO: LA LEGALITA’ OGGI
Mario Caligiuri, “Cultura della legalità. Come lo Stato sta combattendo la ‘ndrangheta”, Rubettino 2011
Flavio Tranquillo-Mario Conte, “I dieci passi. Piccolo breviario sulla legalità”, Add 2010
Roberto Luciani-Morgana Clinto, “Dalla parte giusta. La legalità, le mafie e noi”, Giunti Progetti Educativi 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “Le luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Stefano Bartezzaghi, “Sedia a sdraio”, Salani 2011
Come si gioca a Sedia a sdraio? Immobili sotto l’ombrellone, in campeggio, al fresco sotto un albero, o in macchina mentre aspettate speranzosi il diradarsi di una coda chilometrica al casello; in terrazzo, per non sentire la tv dei vostri figli, o in metropolitana, mentre andate al lavoro. Si può giocare ovunque: anche in poltrona, d’inverno, davanti al caminetto. Basta chiudere gli occhi. E se proprio non volete giocarci voi, potete sempre insegnare una Sedia a sdraio al vostro vicino di ombrellone, magari finalmente la smetterà di parlare a ruota libera!
Prendi le ferie, parti per il mare, trovi una spiaggia, ti spogli quasi del tutto, apri una sedia a sdraio, ti ci adagi, chiudi gli occhi. INCOMINCIA IL MISTERO. Cosa si fa quando non si sta facendo nulla? A che gioco giochiamo, mentre il sole ci abbronza? Il tempo che si passa sulla sedia a sdraio, immobili e taciturni, può essere utilmente dedicato ad allenamenti mentali.

“Le bocce e lo yo-yo, il ping pong e il calcio, il gioco dell’oca e i videogame in cui si spara agli alieni. Quasi ogni gioco e ogni sport di quelli che impegnano normalmente i muscoli ha un possibile equivalente da giocare solo tra sé e sé. Basta conoscere le regole e rassegnarsi all’impossibilità di vincere senza essere simultaneamente sconfitti”. Preferite giocare COL LEGO o COLL’EGO? Dimenticate carta e penna, chiudete gli occhi e preparatevi a giocare con niente e con nessuno. Tennis da sdraio, jogging mentale, anagrammi, canzoni – rovello, limerick, yo – yo verbale, logogrifi, meta grammi, lipogrammi, gioco dell’oca da sdraio, battaglia mentale, gratta e vinci, lego con le parole, “le dieci cose che”, genealogia enigmistica, sparare ai fosfeni… Per allenarsi senza muovere un dito!

“Sapete com’è fatto un logogrifo? Adesso è perfettamente inutile che vi allarmiate e vi rialzate dalla sedia a sdraio per scrutare il mare, si profilasse casomai al largo la coda del fratello del mostro di Loch Ness o la sagoma di un T – Rex giurassico. Vi siete fatti suggestionare dal nome, ma il logogrifo non ruggisce, non sputa fuoco, non morde, non sbrana, non abbatte case e alberi con la cosa rostrata. Il logogrifo è un gioco. In una scala di difficoltà da uno a dieci, se lo giocate con carta e penna vale quattro; scrivendo sulla sabbia, cinque; a mente e a occhi chiusi, sei. ”

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

Macondo, 18 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Con la penna nell’Inferno ∞
di Roberta Paraggio

Peppe Lanzetta è crudele. Vincent Profumo è cruento. E, Napoli, in questo ultimo romanzo di Lanzetta edito da Garzanti, “Infernapoli” (2011), è ancora più disperata e putrida.

Storia di un boss che si inonda di Guerlain come una ottuagenaria tenutaria, per non sentire la puzza di schifezza che lo rincorre fin negli incubi della notte partenopea. Volgare e cafonazzo, cerca redenzione nella voce di Maria Callas e se ne commuove. Ma lo fa in maniera sbracata, in slip leopardati, panza penzolante e orrendo riporto ingelatinato. Genuflesso davanti a un Padreppio formato famiglia. A Pietralcina una volta al mese con la prole, sembra proprio un bravo cristiano. Però lui no. Lui è Vincent Profumo, e i suoi scagnozzi hanno nomi rubati alla lirica e puntualmente declinati alla partenopea: Falstàff, Parsifàl…

Lanzetta come sempre è grande nel riportare la grettitudine e l’oscenità di un mondo infernale eppure quotidiano, creando personaggi come Vincent, Jonny Tarallo, Giggino o’ finanziamento che già sono imparentati con altri che bazzicano i mondi letterari dello scrittore, e consanguinei cinematografici figli di quel cinema napoletano che sa raccontare la tragedia senza straripare nella facile sceneggiata. Pensiamo a Pater Familias di Francesco Patierno, a Luna Rossa di Antonio Capuano all’ipnotico Imbalsamatore di Matteo Garrone.

Infernapoli è un libro lurido, nel linguaggio e nelle immagini evocate. Non fa sconti, non indulge, non ha amore ma solo sesso degradante e ululante. Neanche l’affetto di Vincent Profumo per le figlie Maria Sole, Maria Luna e Maria Stella riuscirà a farlo tornare sulla retta via che probabilmente non ha mai conosciuto.

Ci sono cinesi che vogliono rubargli la piazza della prostituzione, omicidi, tradimenti, vendette trasversali, preti pedofili, figlie ca’ panza annanz, mogli insoddisfatte che cornificano con idraulici nerboruti, in un‘oscena baraonda di corpi sudati ed ostentati, mollicci e caldi, freddi di morte violenta, sciolti nell’acido, sezionati per divertimento.
E c’è una puzza che appesta l’aria, di diossina, di merda, di monnezza e di paura, quella che di notte fa rigirare in un letto di sudore e capelli bianchi, è la puzza di una vita in un vicolo scuro scuro, che non ti fa scegliere, che ti strozza mentre Vincent Profumo si ingozza con le mani unte.

E c’è Donna Cuncetta del basso che non ha più il mare da guardare, ha affogato nel tuppo nero un altro dolore, un figlio sparato, un cravattaio che passa e spassa, un nuovo sfogo da tacere nel suo inferno di silenzio e terrore.
Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
Giudizio: 3, 5 / 5 – Realismo tragico
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∞ Disobbedienza di genere ∞
di Piero Ferrante

Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato
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∞ Simboli laici ∞
di Angela Catrani

Quando entro in luogo pubblico, sia esso una scuola o un tribunale, o un semplice ufficio delle imposte, l’occhio, spesso nolente, mi cade sul crocefisso, tristemente e solitariamente appeso in alto, vicino al soffitto. Una semplice croce di legno, per lo più. E non reputo il crocefisso un bel simbolo da apporre in un luogo che è di utile necessità per tutti i cittadini. Perché i cittadini possono anche essere per la stragrande maggioranza cristiani e dunque ritrovare nel crocefisso appeso un simbolo a loro caro, ma che significato potrà mai avere per un cittadino ebreo o mussulmano questo eterno simbolo di morte?

Dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il fatto che l’Italia è multiculturale e multireligiosa e non possiamo nasconderci con dietrologie patetiche in riferimento a un’identità culturale cristiana che investa l’Italia intera. Non sono nemmeno duemila anni che l’Italia è cristiana, prima aveva negli dei dell’antica Roma i suoi riferimenti e prima ancora altri dei e prima ancora fuoco acqua terra e aria.

Con una puntigliosa, sarcastica, incisiva disanima il professor Sergio Luzzatto, docente dell’Università degli studi di Torino, nel suo saggio “Il crocifisso di Stato” si scaglia, è davvero il caso di dirlo, contro quei politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, che dichiarano importante e fondamentale avere la croce affissa nei luoghi pubblici come simbolo identitario dell’Italia unita.

Dunque un crocefisso tricolore?

In realtà il crocefisso appeso nei luoghi pubblici ha origine nei decreti mussoliniani dopo la marcia su Roma, quando l’approvazione della Chiesa era necessaria a mascherare le nefandezze delle camicie nere. E nel ’48 non si ritenne di dover calare giù dai muri le croci dato che i tempi tristi del dopoguerra consigliavano prudenza. Arriviamo dunque al 1984 e alla netta separazione della Chiesa dallo Stato, che costituzionalmente è laico, tramite il Concordato. Ma il crocefisso è ancora là, dato che oramai è considerato simbolo dell’Italia Unita, dato che “in fondo non offende nessuno”, dato che “è simbolo di pace”.

E dunque due cittadini, due professori della scuola superiore, i coniugi Montagnana, si armano di buona volontà e partono alla carica contro questo uso simbolico distorto di una croce. Devono passare vent’anni di tribunale per avere ragione, perché alla fine e a seguito di ben altre vicende, e siamo nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dichiari fuori legge il crocefisso sulle pareti dei luoghi pubblici. Il parlamento italiano tutto si appella contro questa decisione e a tutt’oggi non abbiamo ancora un parere definitivo.

Eppure.

Eppure centocinquant’anni fa l’Italia fu unita contro il Vaticano, Roma fu presa attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si trattenne prigioniero volontario dentro le mura del Vaticano. Durante il Risorgimento la spaccatura era netta, e a cominciare dall’inno di Mameli, non si fa alcun riferimento a una Chiesa che non aveva alcun vantaggio né economico né sociale a uno stato interamente unificato. Ma oggi a queste cose non pensiamo, oggi è più scandaloso pensare di togliere una croce di legno da un muro bianco che alla moralità di uno stato, al decoro, all’integrazione reale tra cittadini, a un multiculturalismo che porta ricchezza e crescita umana.

Lo stato italiano secondo la sua Costituzione è laico e ciò non significa che è immorale, come forse paventa qualche ecclesiastico, ma che è aperto ad accogliere in maniera paritaria qualsiasi religione o filosofia di vita di ogni suo cittadino.
Non ci spaventi il muro bianco, afferma il professor Luzzatto, sia invece occasione di creatività, di possibilità, di scelta personale: si dia pertanto ai cittadini la scelta di un simbolo reale dell’Italia, scevro da qualsiasi implicazione religiosa che, sempre, lascerebbe scontenti gli uni o gli altri.
Sergio Luzzatto, “Il crocifisso di stato”, Einaudi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Riflessivo
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Seita Parkkola, “L’ultima possibilità”, San Paolo 2011
IL SAGGIO: Dario Piombino-Mascali, “Il maestro del sonno eterno”, La Zisa 2011
IL CLASSICO: Italo Calvino, “Giornata di uno scrutatore”, q. e.

DAL PALLONE A MACONDO, UNA VITA LATINAMERICANA – LIBRI PER GIANNI MINA’
Gianni Minà, “Politicamente scorretto”, Sperling & Kupfer 2009
Gianni Minà. “Fidel Castro”, Sperling & Kupfer
Gianni Minà, “Un continente desaparecido”, Sperling & Kupfer

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Serena Dandini, “Dai diamanti non nasce niente”, Rizzoli 2011
3. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Silvio Muccino – Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, Rizzoli 2006
Sasha, Nicole, Benedetta, Lorenzo. Sasha, un ragazzo con la tentazione di farla finita perché pensa che il suo passato, quelle che sono state le colpe dei suoi genitori, fanno parte del suo patrimonio genetico. Un ragazzo dai capelli impettinabili e tanta voglia di vivere accompagnata da tanta paura ed il rischio incombente di cadere nell’autodistruzione.

Nicole, quarant’anni, un armadio di tailleur e golf neri, un aria sicura, soluzioni e istruzioni per vivere ma che sa solo consigliare, un passato lasciato dietro questa maschera di sicurezza, una maschera fatta di creta però che in una notte di pioggia a causa di un tamponamento comincia a sgretolarsi…..

Benedetta un corpo che si presta alla vita, un anima corrotta dalla perversione.

Lorenzo un marito.

I capitoli si alternano mostrando di volta in volta i punti di vista di Nicole e di Sasha offendo un punto di vista sia maschile che femminile di una stessa vicenda. “Parlami d’amore” un titolo che, a mio avviso, forse va a sminuire quello che può essere il valore narrativo di questo libro, che d’amore parla sì, ma di amore per se stessi, di amore per la vita, di amore nell’affrontare con forza e dignità i propri fantasmi e riemergere più forti e soprattutto sereni. Un libro che ha bisogno di una certa predisposizione per cogliere appieno i “colori narrativi”, per me è stata una sorpresa dover accantonare il mio scetticismo nei confronti di Muccino, in quanto non vedevo di buon occhio questa idea di improvvisarsi scrittore (non a caso queste mie remore mi hanno fatto lasciare sullo scaffale questo libro per lungo tempo), una bella sorpresa insomma un bel libro che lascia molto riflettere su quanto siamo capaci di autoinfliggerci sofferenza e di come una volta toccato il fondo ci si renda conto che si può tornare a salire.

Macondo, Stato Quotidiano 18 giugno 2011

∞ Luminarie di luce ∞

Foggia, Chiesa di San Pasquale

Macondo, 11 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Enciclopedia di un massacro ∞
di Piero Ferrante

Se ci sono dei libri che posseggono occhi in cui guardare, allora “Palestina” è uno di quelli. Edito dalla casa italo-tedesca Zambon e racchiuso in una preziosa edizione che non metterla in mostra è un peccato, il testo non si limita soltanto a raccontare tutta la storia (attraverso un quadro completo e puntuale ed una narrazione articolata e corale) triste e rabbiosa di una terra rabbuiata dal grigiore delle bombe. Una striscia di mondo che appartiene più alla storia che alla geografia. Con tutto il suo carico di dolore, il suo portato di sofferenza, il suo fardello di pietre e di morti bambini. Ma fa di più: evoca.

“Palestina” è più di un libro, è l’enciclopedia di un massacro; è una rivelazione. Per quella sua capacità di tenere dentro, nelle sue pagine patinate, la cronologia lancinante di depurazione etnica, la crudeltà bestiale del sionismo nascente e la forza evocativa delle immagini. Quelle foto che, da sole, sarebbero bastevoli prove di un’ingiustizia in bilico fra crudeltà, sterminio programmato e principio politico. Emblemi di una violenza indiscriminata, macelleria etnica senza scrupoli, che rifiuta la sottomissione alla tenerezza verde dell’età. Bambini schiacciati e madri frantumate.

Soffia un vento funesto fra le dita di chi legge. Soffia comprensibilmente, parlando di guerre antiche e rivendicazioni divenute diritto. Soffia blaterazioni di vendetta e superiorità, nazismi mediorientali in note minori. Le epigrafi dei padri del sionismo, accostate agli scatti del popolo dei sottomessi, intonano un canto di morte. Il requiem del diritto alla terra è inno alla distruzione delle maggioranze. Ben Gurion e Ariel Sharon uniti in un unico progetto di sopraffazione, mentre mogli e madri vedono partire e morire i loro uomini: i “vermi” condannati svanire in una nuvola di sabbia e polvere da sparo si portano dietro il loro presente insieme con il loro futuro. Un progetto che, si smonta e si riassembra di volta in volta, di epoca in epoca, di governo in governo. Per finire, poi, ad avere sempre la stessa connotazione funerea di un ceppo cinerario. Sabra e Chatila, la prima e la seconda Intifada, Piombo Fuso.

Sono stelle di un’astrologia che non prospetta nulla di diverso dalla sventura. A farne le spese, anche Vittorio Arrigoni, di cui il testo riporta testimonianze di “Restiamo Umani”. Umani come gli adolescenti intubati colpiti dai proiettili di gomma dell’esercito più equipaggiato del pianeta; umani come i cuccioli di uomo sfigurati dal “napalm like”; umane come le schiere delle genti massacrate a botte di calci, pugni e pestaggi, tratte in arresto e scomparse nelle gole profonde delle carceri israeliane (dopo aver subito altri maltrattamenti al limite del bestiale).

Quel che rende “Palestina” degno di esser letto è la sua libertà di non scendere a compromessi con la storia recente, di non farsi abbagliare dal fulgido apparire dei meetings, degli incontri internazionali, dei finti trattati, delle dichiarazioni mediatiche. “Palestina” esce dagli schemi dicotomici delle culture contro. Cessa di parteggiare per la causa occidentale e di propagandare il modello euro-statunitense come l’unico possibile per la redenzione del dolore arabo. Semplicemente, “Palestina” narra la verità, spogliata dei gingilli ipocriti e falsificatori. Porta alla luce i veri sentimenti in circolo nella striscia di Gaza, ai posti di blocco, sulle torrette di controllo. Schegge di stupro territoriale e politico in cui i soldati masticano il gusto acidulo dell’odio commisto all’acre sapore del sangue.

Racconta una soldatessa di aver sputato su un palestinese: “Non mi aveva fatto niente, stava solo passando. Ma era approvato che io lo facessi, ed era la sola cosa che potevo fare: sai, mica potevo vantarmi di aver catturato un terrorista, però potevo sputare addosso a loro, degradarli, deriderli”. C’è chi la chiama esportazione democratica.
AA.VV, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2011
Giudizio: 4 / 5 – Resistente
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∞ La vecchiaia non è roba per femminucce ∞
di Roberta Paraggio

Un eccentrico trio canuto si concede una vacanza in una lussuosa spa croata; Beba ha i capelli scompigliati e sciupati dalle tinture fai da te, Pupa, la più incartapecorita, viaggia in carrozzella con le gambe infoderate in uno stivale pellicciato, a spingerla c’è l’altissima Kukla che al suo passaggio fa alzare una leggera ventata scombussolatrice.

Una scrittrice bulgara cerca colori propri per ridipingere le immagini sbiadite nella mente di sua madre, maniaca dell’ordine che accavalla ricordi a neologismi tutti suoi. Aba Bagay è una folklorista che sta scrivendo un compendio su Baba Jaga, strega protagonista delle fiabe slave, cattiva e bruttissima.

“Baba Jaga ha fatto l’uovo” è un iperromanzo, diviso in tre parti autonome eppure legate da un palpabile sentore fatto di donne dalla femminilità sui generis. Passaggi di parole che si slegano e poi si intrecciano, storie che sono continui rimandi, pretesti letterari che affondano le radici nell’ antropologia e nelle tradizioni di un paese, la Ex Jugoslavia, ormai smembrato.

Dubravka Ugrešić sa dosare con precisione gli ingredienti della fantasia e della realtà, in un pentolone ossimorico che è insieme quello della strega Baba Jaga e quello domestico delle nostre nonnine, creando una storia vista attraverso il filtro della vecchiaia, vera protagonista incarnata dalle attempate paladine. E’ la madre della scrittrice cui gli anni hanno permesso di purificare le cose sgradevoli, dai piccioni defecatori ai rapporti famigliari, tutto alterato, manipolato a proprio piacimento, ricordi come pupazzetti di plastilina. E’ Pupa sulla sua carrozzella, lapidaria nel definire la vita “una merda”, se ne andrà da questo mondo distesa su una sdraio, il braccio alzato, il pugno chiuso, in segno di vittoria, ce l’ha fatta finalmente ad 88 anni. Farà il suo ultimo viaggio chiusa in un uovo gulliveriano e pacchianissimo. Il guscio è lo stesso in cui vola Baba Jaga con la sua gamba d’osso e il naso adunco, lei, la strega, la dissidente, la cattiva perché non ha ceduto alle lusinghe del mondo.

Baba Jaga la ribelle, la brutta e pelosa, l’invisa, l’esempio da non seguire perché non corrisponde alla bellezza che altri hanno preteso di appioppare al gentil sesso. E lei di gentile ha ben poco, non si depila, lei non si è fatta abbagliare dai chirurghi plastici, i suoi seni sono lunghi e pendenti e con ostentata indifferenza se li butta alle spalle, non ha french manicure ma artigli, è un anti modello di femminilità che turba e va relegato ai margini del villaggio immaginario, non è controllabile né malleabile, quindi, conviene dipingerla come malvagia.

Baba Jaga è una legione di Babe Jage, è questo libro è scritto per loro, per tutte quelle donne cui non va giù un universo misogino, che parte dalla candida fiaba e arriva a secoli di genuflessioni al cospetto di dei maschi, vocaboli maschi ed eroi maschi. Un esercito ligio e silente che si muove nel buio dove balugina la spada della vecchia demonessa.
Dubravka Ugrešić, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Tremate tremate…
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∞ La sofferta ingiustizia ∞
di Angela Catrani

I cosiddetti romanzi vittoriani, che proliferano nel Regno Unito dall’inizio del diciannovesimo secolo, portatori consapevoli di moralità e ironia, sono caratterizzati da potenti, caustiche e incisive descrizioni di personaggi che rimangono memorabili nella memoria dei lettori, tanto da assurgere a tipizzazioni. Come non pensare a Pickwick quando, nelle trattorie suburbane, si incontrano rubicondi figuri con sigaro incorporato che mangiando a quattro palmenti lasagne e tortellini raccontano di vicende più o meno realistiche e avventure assolutamente improbabili?
O come non ravvisare in qualche astuto portaborse il ritratto del famoso maggiordomo Jeeves così genialmente raccontato dalla penna sagace di Woodhouse, che pur scrivendo tra le due Guerre Mondiali narra un mondo immutabile che arriva senza grandi cambiamenti direttamente dalla Regina Vittoria?

Anthony Trollope, il nostro autore, fu un contemporaneo di Charles Dickens e nei suoi libri prese in esame con indiscussa ironia il mondo ecclesiastico inglese. In particolare ne “L’amministratore”, primo volume di sei del cosiddetto “Ciclo di Barsetshire”, si racconta la vicenda di un ecclesiastico, amministratore di un pensionato per lavoratori a riposo, al quale viene contestata la rendita – esagerata – di 800 sterline annui.

Siamo a metà Ottocento, epoca di contestazioni e riforme sociali, di scioperi, di una rinnovata moralizzazione. La Chiesa Anglicana ripensa a se stessa, non più appannaggio di figli cadetti ai quali assicurare una rendita, ma come base per riforme sociali, come luogo necessario per rimettere in gioco virtù e costumi. Nel piccolo paese di Barchester della contea di Barset (località inventate) si consumano intrighi e piccole vendette per mettere alla gogna lo strapotere della ricchissima Chiesa Anglicana d’Inghilterra. Ma innocente e inconsapevole capro espiatorio è il signor Harding, mite primo cantore della diocesi di Barchester, suocero dell’arcigno Arcidiacono Grantly che è a sua volta figlio del Vescovo.
Il signor Harding, al quale la ricca rendita ha garantito per anni di dedicarsi alla sua vera passione, la musica, non ha mai prima di allora riflettuto sull’ingiustizia di tale ricchezza, dovuta a una donazione del 1400, a confronto con la povertà degli ospiti dell’ospizio che pur nutriti e accuditi, non ricevono praticamente nulla di quel che a loro era dovuto.

Se a livello legale la pia donazione poteva essere letta in modi diametralmente opposti e dunque avvalendosi di bravi avvocati si riusciva a non risultare inadempienti, l’opinione pubblica consacrata dallo “Jupiter” ( il “Times”) prende di mira il povero Harding, facendolo risultare un avido curato, senza sentimenti e considerazione per i poveri ospiti del ricovero Hiram. La gogna mediatica è troppo per l’amministratore che decide di dimettersi e lasciare la fortunata rendita.

Mirabile nelle descrizioni fisiognomiche, Trollope ci lascia almeno un paio di indimenticabili ritratti umani: uno è l’Arcidiacono Grantly, uomo austero, dispotico, nervoso, molto compreso nel suo ruolo, ma dominato dalla moglie che anche nell’intimità non ha trovato di meglio che chiamarlo “Arcidiacono”; costui vive nel rettorato di Plumstead Episcopi, casa quanto mai adeguata all’austera ricchezza di cui si vanta: “lo scopo apparente era stato spendere denaro senza ottenere splendore o sfarzo”. La vanità, che ha sempre reso ridicoli uomini e donne, non risparmia gli uomini di chiesa, descritti tutti come avidi e vanagloriosi. Anche il protagonista, il signor Harding pur nella sua mitezza e apparente bontà non ne esce meno buggerato e ironizzato, quando pretende che i dodici anziani ospiti dell’ospizio lo ascoltino suonare il violoncello per ore e quando viene colto nei momenti di maggior disagio suonare immaginari strumenti a corda che sopportino con lui imbarazzi e fatiche. Una lettura assolutamente godibile, rilassante, dissacrante, un viaggio in quella natura umana che non cambia mai, ma che sempre riesce a far sorridere e rallegrare.
Anthony Trollope, “L’amministratore”, Sellerio 2003
Giudizio: 4 / 5 – Da gustare con lentezza
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: John Stephens, “L’atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
IL SAGGIO: Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
IL CLASSICO: Julio Cortazar, “Il gioco del mondo”, q.e.

SPARIRE DALLA VITA, RICOMPARIRE NELLA STORIA. PER GIACOMO MATTEOTTI
Gianpaolo Romanato, “Un italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi 2011
Giuliano Capecelatro, “La banda del Viminale. Passione e morte di Giacomo Matteotti nelle carte del processo”, Net 2004
Giacomo Matteotti, “Contro il fascismo”, Avanti! 1954

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Giampaolo Pansa, “Carta straccia”, Rizzoli 2011
3. Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Alessandro Baricco, “Emmaus”, Feltrinelli 2009
Diciassette anni, che età terribile e difficile. Non sei più bambino, ma non puoi chiamarti nemmeno già un adulto. Ancora non sai cosa diventerai da grande, ma tutto ti sembra realizzabile. Basta volerlo. Basta crederci. La forza che li sostiene sono i valori che i genitori hanno inculcato loro, ma che allo stesso tempo mettono in discussione. Le figure di riferimento del mondo adulto non sono così comprensibili: non capiscono i loro tormenti, le loro ansie, pensandoli resistenti a tutto, senza paure, senza timori. Gli adolescenti peccano così, a volte, di arroganza, ritenendosi migliori se fossero stati al loro posto.

Bobby, Luca, il Santo e l’io narrante che non rende noto il suo nome in tutto il romanzo sono un gruppo d’amici molto uniti facenti parte della media borghesia di una città italiana non dichiarata (si pensa possa essere Torino). A saldare la loro unione un’educazione cattolica, che li porta a sentirsi migliori, fanno volontariato in un ricovero per anziani, suonano in chiesa tutte le domeniche e osservano il resto del mondo che li circonda con curiosità. Ad attirarli fuori dal loro mondo è Andre, il ruolo chiave, il perno di tutto, una ragazza molto diversa, figlia di una famiglia molto ricca che sembra vivere tutto con grande superficialità, ma anche lei ha i suoi dolori. Ha, infatti, tentato il suicidio con determinazione, muore ogni giorno, come tutti, ma con evidenza e dissipazione di sé, e assieme ad un fascino seducente e distruttivo, assente e privo di sentimenti coinvolge i quattro giovani. La contaminazione dei due mondi porta grandi cambiamenti nella vita dei quattro ragazzi e ognuno di loro si trova a smontare le proprie certezze per costruirsi un proprio futuro, ma non sempre chi si allontana riesce a ritrovare la strada di casa.

Copertina essenziale e minimalista, carta ruvida e senza quarte di copertina, trama e biografia dell’autore. Baricco si conferma pifferaio magico, stile misurato e ovattato, lingua calibratissima grazie all’attenta scelta delle parole senza far sconti a nulla.. Racconta il passaggio dall’età della leggerezza alla vita adulta con una profondità che sorprende, racconta senza reticenze fatti di sesso e riesce a descrivere lo smarrimento di questi ragazzi davanti alla vita senza più la rassicurante certezza che la fede riesce a dare. Che si sia credenti o atei poco importa, la nostra vulnerabilità non cambia. Un racconto che piacerà ma inquieterà i fedeli lettori di Baricco e non riuscirà allo stesso modo a rompere il guscio di diffidenza di chi da sempre non lo apprezza.

“Come abbiamo potuto non sapere, per così tanto tempo, nulla di ciò che era, e tuttavia sederci alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul cammino? Cuori piccoli – li nutriamo di grandi illusioni, e al termine del processo camminiamo come discepoli ad Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo – fidandoci di un Dio che non sa più di se stesso. Per questo conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva. Ci sarà forse un gesto che ci farà capire. Ma per adesso, noi viviamo, tutti”.

Macondo, 4 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Perché voglio i piedi se ho le ali per volare ∞
di Roberta Paraggio

L’immagine di Frida Khalo si nasconde tra le pagine di questo diario apocrifo che mette da parte pennelli le tele per schiarire invece i coni più ombrosi della pittrice messicana, nota autrice di autoritratti, ma anche indagatrice di se stessa, iconografa moderna della sua terra, gialla, arsa, dolorante eppure colorata dalle tinte di una vita straordinaria e piena.

Dalla malattia infantile all’incidente che le cambierà per sempre la vita, fino all’incontro col grande Diego Rivera. Olivia Casares, autrice di questo Ritratto in chiaroscuro, edito da Jacobelli, e arricchito dalle illustrazioni di Mariella Biglino, fa sue le parole immaginarie di Frida senza tralasciare nulla, insinuandosi negli anfratti celati e nei pensieri bui del dolore della Khalo.


Si viaggia per le descrizioni dei quadri, sui perché dei dettagli, ci si immerge in un mondo di colori e pensieri, cullati dalla dolce musica di un Messico polveroso, folle e sempre in tumulto, ci si sposta nella New York delle mostre e dei grandi artisti col passo claudicante ma sicuro di Frida, accompagnati dalla enorme mole di Diego. Si entra nelle stanze della Casa Azul, se ne sente l’odore dei colori ad olio, si percepiscono le ossessioni di Frida per la propria immagine che osserva muta e nuda dalle pareti.

C’è una costante e martellante altalena tra l’abbandonarsi al dolore e la voglia di vivere; c’è una maternità negata che diviene carnefice di ogni emozione, un piccolo Dieguito che non è mai nato e che rimarrà fino alla fine come una nota stonata in un’orchestra saltellante di mariachi. Un dolore salvifico che si trasforma in arte prendendo di volta in volta le sembianze di una nuova Frida. Il sangue versato oltrepassa quel corpo trafitto e spezzato in due da una colonna di ferro, va a sgorgare forte sulla tela, ad esorcizzare ogni potente emozione, Frida dipinge, sempre, la pittura è reazione, ai tormenti e ai tradimenti di Diego, è dichiarazione di amore e di rabbia, di autonomia e di solitudine, è esternazione di quel se che non riesce a comunicare con le sole parole, è quella immagine discordante che viene sbattuta con prepotenza in primo piano, il volto quasi mai sorridente, le sopracciglia unite a formare un’ala, pronta a volare lontana. E’ Frida Khalo, e chi l’ha creduta surrealista si è sbagliato, perché Frida non ha bisogno dei sogni, a Frida basta la realtà.
Olivia Casares, “Memoria in chiaroscuro”, Jacobelli 2010 (con 8 litografie)
Giudizio: 3 / 5 – Viva la vida!
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∞ Lui non perdona e tocca ∞
di Piero Ferrante

C’è un presupposto che fonda il breve trattato “L’umiltà del male”, di Franco Cassano (Laterza, 2011). Il male, nella lotta quotidiana contro il bene, parte da uno status di vantaggio. E’ come una corsa – il cui premio è la conquista dell’anima umana, la sua simpatia devozionale – in cui un atleta parte con centinaia di metri di vantaggio sugli avversari. Sono favori, certo, determinati da qualche cortese intermediazione. Il cui raggiungimento, comunque, presuppone un contatto umano, una relazione scevra dai condizionamenti ricorosi dell’etica filosofica. Comporta la discesa sul piano dell’umanità maggioritaria. Insomma, è la base del discorso di Cassano e, come ogni base, anche la materia che regge il tutto, il male, quali che siano le spoglie sotto le quale si presenta, ha la caparbietà del contatto. Non usa scudi, non si regge sulle spalle degli uomini. All’occorrenza, arriva a riverirli, per ammorbidirli. S’insinua nella zona grigia della debolezza, quella più debole e vulnerabile, depone le uova del dubbio, ne inficia la moralità. Tenta. Ecco, il male è tentatore. Ed è tentatore in quanto l’uomo non chiede che di essere tentato, di cedere alle lusinghe dell’offerta migliore. O anche solo di una qualunque offerta.

Il male è umile. Non si gonfia i muscoli di bei propositi, non si confronta con l’impossibile. Il male è semplice, tangibile, pronto ad ogni evenienza. E’ il telefono dell’arrendevolezza messo lì, a portata di mano. Basta allungare il braccio e scegliere con chi cedere. E su cosa. Il male è seducente, ammalia, conquista, arringa. Il male è riconoscibile, ma non per questo non ammissibile. Il male di Cassano non è la guerra ingiusta o l’affare misterioso, non è la mazzetta circolante o il controllore televisivo. Il male di Cassano è qualcosa in più. E’ la somma di tutte queste parti, amalgamate nell’emblema supremo del Grande Inquisitore di Fedor Dostojevskji. Lui, che condannò a morte Gesù Cristo obbligandolo al silenzio per non peggiorare la sua condizione. Lui, che vendette per buona la sua verità, elevandola a verità imposta, a giustizia dall’alto, a volontà popolare.

Piano e nemmeno troppo, Cassano valica il limite rosso che separa saggio e pamphlet. Lo fa con tutta la sua abile arte narrativa, con una disarmante e gradevole semplicità di linguaggio, cavalcando episodi letterari e teorie della Storia dell’umanità. E la lancetta del male si sposta, inevitabilmente, su quella del potere. I due elementi, argillosi e malleabili come creta bagnata, come pasticcio di terra, si mescolano irrimediabilmente. Il mare penetra il potere, vi s’accoppia. A lui s’avvinghia, s’aggrappa, si fonde. Male e potere, fusi, ottemperano ad un progetto unico di determinazione della Storia. Tutto, per Cassano, si fa bene e si fa, necessariamente, male. In mezzo, non resta che l’uomo. Che fra bene e male deve scegliere. Ora consapevole, ora inconsapevole, infine arreso, talora imberbe. Nella maggior parte dei casi, per quella sedizione di cui si diceva, cade nella rete a striscio del male. Perché il mare ed il potere sanno come e dove pescare. Conoscono le debolezze, dunque le esche per attrarre le prede. E, poi, perché sanno, all’occorrenza, sporcarsi nel fango degli ultimi, farsi piccoli per entrare fra i piccoli. Come uno specchio, il male riproduce l’uomo, si fa uomo, vive come l’uomo e mostra all’uomo di sapere e di poter soffrire come lui.

La superiorità del male è nella concretezza. Ogni sua azione assolve alla funzione annessoria. A differenza del bene, il male non ha incertezze e non ha remore, non conosce la vergogna. Di qui, la sua umiltà. Non scansa le maggioranze, le ammorbidisce, infine le asserve ai propri voleri. Come accaduto in occasione dello sterminio ebraico. “L’abiezione massima del nazionalsocialismo sta proprio nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole diventare carnefici a loro volta”, riflette Cassano rileggendo “I sommersi e i salvati di Levi”. Il riferimento è al controllo interno, alla sobillazione dell’uomo contro l’uomo, del misero contro il misero, dell’incatenato contro l’incatenato. Una lotta impari, in cui a salvarsi sono, paradossalmente, i reietti, le anime peggiori. Quelle che, con il male, scendono a patti, perché il ribelle, che è turbamento dell’ordine malefico ed insieme concretizzazione di un bene possibile, è eliminato fisicamente. Meglio se da un suo pari. Tramutandosi da esempio in ammonimento.

La chiave del testo è qui. Nella ricerca della soluzione giusta per combattere con efficacia la brutalità del male, senza finirne tentati. E, soprattutto, schiacciati.
Franco Cassano, “L’umiltà del male”, Laterza 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Cassanico

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∞ Il valore dell’amicizia ∞
di Nina Paraggio

Un gruppo di amiche riunite per festeggiare la guarigione di Kate, una di loro, da una terribile malattia decidono di farle un regalo speciale, una settimana di rafting su un fiume impetuoso che scorre in un profondo canyon. E’ in questo scenario naturale che si svolge il romanzo La casa dei destini incrociati di Erica Baurmeister.

Un dono che è una sfida e una prova di superamento dell’angoscia causata dal suo male, che Kate saprà accettare a patto che tutte le altre si cimentino nell’affrontare una prova simile di coraggio con se stesse. Nel racconto di come ognuna di loro affronta il compito assegnatole, si dipana la storia delle loro vite, della quotidianità che sembra serena e monotona, ma nel portare a termine la sfida assegnata loro le mette di fronte alle proprie debolezze. Affrontarle significa anche superarle e gettarsele alle spalle. In effetti sono piccoli gesti che però costano sacrificio, come quello assegnato a Caroline, di liberare la casa dai libri del marito che l’ha lasciata per un’altra. Oppure quello di Daria di imparare ad impastare il pane, cose all’apparenza insignificanti ma che riportano le protagoniste a rivedere la propria vita, a riflettere sugli errori e a rispolverare gli armadi dai fantasmi.

E’ strano leggere una storia di amicizia vera, di comprensione e complicità tra un gruppo di donne così diverse eppure con un comune sentire. C’è in questo libro una solidarietà vera che aiuta nell’affrontare e risolvere la quotidianità e l’eccezionalità della vita, nei momenti di buio e quelli irradiati da luci di speranza.
Erica Bauermeister, “La casa dei destini intrecciati”, Garzanti 2011
Giudizio: 3 / 5 – Piacevole

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
IL SAGGIO: Marc Augè, “Straniero a me stesso“, Bollati Boringhieri 2011
IL CLASSICO: Astrid Lindgren, “Pippicalzelunghe”, q.e.

“MO ME LO SEGNO PROPRIO”, IN RICORDO DI MASSIMO TROISI
Salvatore Aulicino-Salvatore Iorio, “Per Massimo Troisi. Saggi, ricordi, riletture”, Mephite 2010
Lello Arena-Enzo De Caro-Massimo Troisi, “La smorfia”(cofanetto con DVD), Einaudi Stile Libero 2006
Matilde Hochkofler, “Massimo Troisi. Comico per amore”, Marsilio 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Carlos Ruiz Zafon, “Gioco dell’angelo”, Mondadori 2010
2. Carlos Ruiz Zafon, “Luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Erri De Luca, “Le sante dello scandalo”, Giuntina 2011
Nel suo nuovo libro Erri De Luca rivisita il ruolo femminile nell’Antico Testamento. Mosè, Geremia e Giobbe, cercano di sottrarsi al compito divino che hanno ricevuto.
Eva esce con grandezza dalla conoscenza dell’albero del bene e del male.
Isaia dice di avere labbra impure, Geremia di essere troppo ragazzo per andare a parlare davanti agli anziani, Giona senza neanche opporre una scusa s’imbarca per la direzione opposta a quella della missione. Infine costretti o convinti accettano, perché l’unico sbaraglio salutare è l’obbedienza.

Le donne, queste donne, non vacillano in nessun punto. Nessuna di loro, che neanche hanno avuto il conforto di una profezia, di una voce diretta, esita. Vanno contro le regole e sacrificano la loro eccezione. Il loro slancio è più solido di quello dei profeti, sono le sante dello scandalo. Non hanno nessun potere, né rango, eppure governano il tempo. Sono belle, certo, ma per dote sottomessa a uno scopo solo appena intuito. Hanno il fascino insuperabile di chi porta la propria bellezza con modestia di pedina e non con vanto di reginetta da concorso. Hanno un traguardo, una missione in cuore e la perseguono inflessibili. La scrittura sacra dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera maschile, rende omaggio a loro. La bellezza femminile è un mistero che strugge il pensiero e i sensi. È scritto che Adàm conobbe Eva/Havvà. Attraverso l’esperienza fisica del contatto e dell’abbraccio raggiunge la conoscenza di lei, della sua perfezione. Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco. La natura maschile qui è fatta di materia inerte riscattata dal soffio della divinità. Eva/Havvà proviene da una lavorazione successiva, un secondo intervento della divinità. Esce dal fianco dell’uomo addormentato, ma non bell’e fatta come la dea Atena dal capoccione di Zeus. C’è il verbo costruire, opera che interviene a perfezionare la parte tolta all’uomo, per produrre Eva/Havvà. È la costruzione della bellezza. L’uomo è qui un semilavorato rispetto alla donna, il prodotto finito dell’alta chirurgia della divinità.

∞ Ho in me tutti i sogni del mondo ∞

Manfredonia

Il lunedì al mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura internazionale

“La Palestina è un luogo più della storia che della geografia” (Palestina. Pulizia etnica e resistenza)

Voci precedenti più vecchie

Macondo – La città dei libri

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