Macondo, 23 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ La Santa pedalata ∞
di Piero Ferrante

“Il Cammino di Santiago non è un posto difficile, per seguirlo occorre solo tempo e un po’ di volontà”. E, più concretamente, gambe buone ed un fedele accompagnatore. Come quello di Natalino Russo, ad esempio, partito alla volta della Galizia in compagnia della sua imprescindibile due ruote ed un carrettino da traino fai-da-te, il sollevamento dalle sue pene fisiche, il briciolo di rilassatezza per non finire schiacciato sotto il peso dello zaino.

Nella vita, Russo viaggia e scrive. Anzi, viaggia e poi ne scrive. Non è esattamente un giornalista. Piuttosto, una specie di voce narrante barra camminante a disposizione di varie riviste e testate. Durante uno di questi viaggi – una lunga luna di miele di sé con sé -, dieci tappe per dieci giorni di gestazione emotiva, è scaturito, ovvio e consequenziale, “Nel mezzo del cammino di Santiago”. Sottotitolo che è tutto un programma: “In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”. La casa Ediciclo l’ha chiesto, l’ha ottenuto, l’ha pubblicato.

Qualcosa a metà fra un manuale di viaggio (c’è un’appendice di utili informazioni su come viaggiare, dove dormire e dove informarsi per un viaggio in tranquillità) ed un diario di bordo, “Nel mezzo di cammino di Santiago” è un rintocco di suoni, una filastrocca di colori, un motivo di odori. E se Russo fa di tutto per esibire le sue emozioni, nello stesso tempo non si può dire che si batta strenuamente per non suscitare un rigurgito di gelosia. Pedalata dopo pedalata, con il sottofondo del frullare che riesce a sopraffare il caos urbano che attanaglia chi legge, sovrasta televisioni e cellulari, silenzia clacson ed urla vandaliche, si schiudono i panorami sterminati della meseta ed il verticistico splendore delle salite impervie.

Ogni tappa è un capitolo. Ogni capitolo, un inizio ed una fine. Ed ogni fine, la sottile barriera che sta in mezzo fra una notte di sonno ed una giornata di bicicletta. Le immagini, i paesaggi di quiete e pellegrini monopolizzano il testo, aprendo fronti inconsueti per le epoche di caos, fast food e tempi ristretti. Cellulari ed internet non meritano spazio, ridotte a menzioni en passant, giusto il tempo di ricordarne la vacuità nel corso del viaggio se non come appiglio d’emergenza ma in ogni caso eventuale. Al loro posto, il tempo è scandito dalle Cattedrali (bella la descrizione di quella di Burgos e le leggende che aleggiano nei pressi di quella di Leòn) e la socialità da bar, osterie ed ostelli. Non ci sono mediazioni per chi sceglie il Cammino. E’ un atto estremo e senza appello che incatena senza possibilità di fuga, rende schiavi di un progetto mobile e sempre nuovo, in cui tutto scorre con modalità identiche da secoli. Fino alla redenzione finale di Santiago. Quella che confonde tutto o schiarisce tutto.

Di questa pellicola ingiallita, Russo rappresenta lo schermo, il telo bianco che riceve le immagini e le proietta come il cervello fa con il sogno. E se un vizio c’è – e c’è – è la sfuggevolezza delle descrizioni, la velocità del viaggio. ma forse non è colpa dell’autore. Forse, semplicemente, è colpa dei giorni, del tempo che non si cristallizza adattandosi alle esigenze voluttuose di lettori taccagni di evocazioni. O, probabilmente, è un tiro birichino di Russo, pescatore sapiente che getta l’esca e lascia a noi pesce il gusto di approfondirne in sapore. Chiama Russo. Ci chiama a mollar tutto ed a partire. Ed a farlo non per un motivo, non per ascetismi o vani filosofeggiamenti. Solo, per il gusto di farlo. Per il cammino che è lì.

Natalino Russo, “Nel mezzo del Cammino di Santiago. In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”, Ediciclo 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Frullante
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∞ Storia di lotta, misteri e lacrimogeni ∞
di Roberta Paraggio

Radio Alice, come ogni sera stila il suo tragico bollettino di morti, feriti, attentati. Alessandro Bellezza la ascolta in macchina mentre va al lavoro. Una singolare professione inventata a bella posta per lui, quella di raccattare animali morti o feriti sulla statale che da Bologna va verso San Giovanni in Persiceto. Lavora di notte, dopo che la sua vita è andata a rotoli avendo scelto da che parte stare. Alessandro era un “chirurgo rosso”, uno di quelli che ha curato i compagni feriti. Fin tanto che la situazione gli è sfuggita di mano, quella mano tremante per il troppo alcol ingollato.

E’ il 1977, Bologna, lacrime, sangue e lacrimogeni segnano i tempi. Nelle sue peregrinazioni notturne, a caccia di bestioline da salvare e ricordi da scacciare, l’incontro che sconvolge tutto, il corpo di una donna che crede morta e che in realtà è solo gravemente ferita. E’ Francesca Mirri, poliziotta infiltrata in Ordine Nuovo, a caccia di un assassino ben camuffato nei meandri dell’insospettabile paesello. Il passato ritorna nella vita di Alessandro man mano che la memoria riaffiora alla mente di Francesca, storie troppo grandi, dolorose, misteri italiani mai risolti e apparenze ingannevoli.

Un’indagine complessa sullo sfondo della quale, la provincia sonnacchiosa e rubiconda diventa crogiolo di poteri occulti, il baretto di periferia crocevia per vecchie vendette e nuove trame eversive. “L’odore acido di quei giorni”, edito da Laurana, è un romanzo che sorprende per la perfetta amalgama di realtà storica recente e finzione narrativa, è insieme racconto di un’Italia più nera che misteriosa e romanzo giallo dai tempi perfetti e dai personaggi privi di sbavature spazio temporali.

L’epilogo è tragico, nella finzione narrativa e nella realtà storica. Bravo Grugni a raccontare l’epilogo di una speranza tramutata in minaccia che culmina in Piazza Maggiore nel marzo del ’77, i carrarmati inviati dal non ancora picconatore e poi “pluripremiato” e ipocritamente compianto Cossiga a calpestare ogni speranza. La fine di un’epoca che segna l’andazzo di un paese privo di memoria.

Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laurana 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Avete pagato caro… Non avete pagato. tutto!
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∞ Perseguitati ∞
di Angela Catrani

Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno fatto una operazione bella davvero. In lunghi anni di ricerca e con la collaborazione di tante persone hanno raccolto, in Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, lettere e diari di tanti ebrei perseguitati dalle leggi razziali italiane. Ne è venuto fuori un saggio che è quasi un romanzo, diviso in capitoli cronologici, dalle prime disposizioni razziali dell’estate del 1938 alla liberazione del 1945.

Un racconto organico con le voci dei perseguitati, prima assolutamente increduli e poi via via sempre più sconfortati, preoccupati, disperati.
Di ogni protagonista viene disposta in nota la vicenda, se ha avuto la ventura di salvarsi, e allora spontaneo giunge un sospiro di sollievo, oppure la tragica fine, e la commozione è ogni volta, per ogni persona uccisa.

Gli ebrei in Italia erano, come d’altronde in Germania, assolutamente integrati, i matrimoni cosiddetti misti erano frequenti e spesso e volentieri, prima delle leggi razziali, non si sapeva che la famiglia vicina di casa fosse ebrea, dato che a volte la conversione al cattolicesimo era pervenuta molti anni prima.

Nell’esauriente introduzione, necessaria per entrare appieno nelle vicende private raccontate, si spiega come le leggi del settembre del ’38 vennero precedute da infamanti campagne diffamatorie razziste a mezzo stampa contro gli ebrei, colpevoli, nel caso italiano, di “possedere” la cultura italiana. E infatti i primi a cadere sotto la scure fascista furono i professori universitari ebrei e gli insegnanti.

Questa idea di una “razza” intellettualmente superiore, idea pericolosamente falsata e deviante, ha permeato però tutto il pensiero successivo, fino a giungere, in positivo questa volta, ai nostri giorni, dove il compagno di scuola di famiglia ebraica deve essere bravo per forza, per forza è più brillante e dotato, non per una sua propria dote intellettiva, ma perché ebreo. Sono passati 65 anni ma ancora l’idea di “razza”, spesso nascostamente, invade la nostra cultura che pur si dichiara aperta e moderna, ancora l’uomo ha bisogno di confronti e di sapersi differente, come se l’Uomo non fosse organicamente e geneticamente uno.

Questo saggio aiuta a non dare per scontato le brutture che a volte si leggono sui giornali, i confronti razzisti tra “noi” e “loro”, dove a volte si confondono i “noi” e dove per lo più “loro” sono non ben identificati e raccolti nelle paure ataviche di persone ingenue dalla memoria troppo corta. Un saggio bellissimo, che racconta un’Italia che assomiglia in modo quasi drammatico a quella attuale, nelle corruzioni e nei buoni sentimenti, tra una Chiesa che non volle prendere nette posizioni e i tanti sacerdoti di piccole parrocchie che hanno rischiato la loro vita per salvare quella degli altri, tra la ricchezza di pochi e l’estrema indigenza di tutti gli altri.

Mario Avagliano, Marco Palmieri, “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Da leggere
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesca Duranti, “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Francesca Forno, “La spesa a pizzo zero. Consumo critico e agricoltura libera, le nuove frontiere di lotta alla mafia”, Altraeconomia 2011
IL CLASSICO: Federico Garcia Lorca, “La casa di Fernanda Alba” q.e

CONTRO IL “MUOVISMO”, SI ALLE VACANZE ECOSOSTENIBILI
Massimo Acanfora, Silvia Leone, “Guida all’Italia eco-solidale. Turismo responsabile in 20 città”, Altraeconomia 2011
Federica Brunini, “Il piccolo libro verde del viaggio. 250 consigli ecosostenibili”, Morellini 2010
Andrea Poggi, “Viaggiare leggeri”, Terre di Mezzo, 2011
Angela Maria Serracchiolo, “Con le ali ai piedi. Nei luoghi di San Francesco e dell’Arcangelo Michele”, Terre di Mezzo 2010
Alessandro Berruti, Silvia Pochettino, “Turisti responsabili dalle Alpi alla Sicilia”, Terre di Mezzo 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Elisabeth Gilbert, “Mangia, prega, ama”, Rizzoli 2011
3. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Ernest Hemingway, “Il vecchio e il mare”, Mondadori 2000
Il 21 Luglio 1899 nasce lo scrittore statunitense Ernest Hemingway. Consigliamo il racconto “Il vecchio e il mare” dalla trama molto semplice e forse proprio per questo arriva dritta al cuore. Santiago è un vecchio pescatore cubano ormai abbandonato dalla buona sorte. Sono diventati ottantaquattro i giorni in cui non è riuscito a prendere alcun pesce. Manolo, il ragazzo che fin da bambino lo ha accompagnato in barca, a cui ha insegnato ogni cosa del mestiere di pescatore e nei confronti del quale nutre un profondo affetto, è stato costretto dai genitori a pescare su un’altra barca. Ormai tutti ritengono Santiago un vecchio privo di risorse colpito dalla sfortuna. Vive solo nella capanna del suo piccolo villaggio abbandonato da tutti, deluso e sfiduciato, come colpito da una maledizione. Manolo ricambia però il suo affetto e non manca di far capire a Santiago che preferirebbe pescare con lui. Manolo lo va a trovare tutte le volte che può; cerca di aiutarlo trasportando le lenze o la fiocina o la vela; gli procura le esche. E vederlo arrivare a mani vuote lo rende infinitamente triste e impotente.

Santiago prende nuovamente il mare da solo e questa volta un enorme pesce abbocca all’amo trascinando al largo la sua piccola barca. E’ una lotta molto dura quella tra Santiago e quel pesce spada lungo più di cinque metri; dura tre giorni e tre notti durante le quali il vecchio avrebbe tanto desiderato l’aiuto e il conforto di Manolo. Il pensiero del ragazzo lo accompagna sempre e gli da forza quando sta per cedere; ma c’è anche un altro uomo che lo aiuta in questo suo estenuante percorso e che ritiene un impareggiabile esempio. E’ l’italo-americano Joe Di Maggio, imbattibile capitano della squadra di baseball di New York. Grazie a loro e alla sua perseveranza, Santiago vince la lotta contro il “nobile” pesce. Ma la sua piccola odissea non è conclusa. Durante il viaggio di ritorno Santiago è costretto a fare i conti con gli squali che non vogliono mollare quella preda e che man mano gli strappano. Il vecchio riesce ad avere la meglio su quei pescecani, ma al suo rientro nel porto, del suo enorme pesce è ormai rimasta solo la testa e la lisca, quasi un simbolo di ciò che ha dovuto affrontare. Una vanificazione delle grandi speranze e di tutti gli sforzi? No, piuttosto un elogio della forza e della perseveranza, ma anche del rispetto per la natura e del risentimento per l’uccisione di un animale in fondo simile a lui, forte e solo.

Il linguaggio adottato da Hemingway è semplice anche se molte pagine contengono termini tecnici riguardanti la pesca che qualcuno potrebbe trovare noiosi. Diversi sono i temi che emergono in questo racconto. Prima di tutto l’amicizia e l’affetto tra il vecchio pescatore Santiago e la giovane leva Manolo; poi la solitudine, l’abbandono e lo sconforto di chi è ormai vecchio e quasi emarginato da tutti; infine la sconfitta in qualche episodio di vita, ma certamente non la sconfitta nella vita. Un libro per chi voglia trovare un brillante esempio di tenacia e caparbia; per chi voglia lottare e non avere rimpianti; per chi voglia ritrovare le forze e affrontare la vita con determinazione. Un racconto indimenticabile come gli occhi di Santiago che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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Macondo, 9 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Madonne, piogge torrenziali e l’ispettore senza nome ∞
di Piero Ferrante

Alice Beltrame si è allontanata nella canicola di Ferragosto. Sono passati 10 anni dalla sua misteriosa dipartita e foglietti dal contenuto sibillino invadono la noiosità trevigiana. Sono i resoconti dettagliati delle avventure sentimentali di Alice, mancano i nomi dei personaggi, ma, le professioni, i vizi e le inesistenti virtù lasciano poco spazio agli indovinelli. La città bene trema, echeggia un rumore d’ossa che non porta nulla di buono, sarà lo scheletro che l’alluvione ha fatto venir a galla, quello che molti, tra cui la Madonna in persona, asseriscono essere della scomparsa.

L’ispettore Stucky è incerto, naviga senza boa nella pioggia che invade le strade, tra le certezze di una veggente quindicenne di nome Aisha e le reticenze delle Beltrame, è un mistero caliginoso, in cui si rischia di andare a fondo, non mancano infatti i depistaggi e le false piste raccolte sulla via degli amori di Alice, idrosolubili, liquidi, che scorrono via. L’Amore è idrosolubile è un giallo che sembra affacciarsi dal bianco e nero dei quotidiani locali, cronaca nera con quel po’di pruriginoso che tanto piace “alla gente”, ben amalgamato con lo scalpore suscitato dalle apparizioni mariane.

Fulvio Ervas conosce i tempi del giallo e quelli della notizia, sa sbattere il mostro in prima pagina, ma, lo fa con savoir faire narrativo, affidandosi a Stucky, alla sua flemma mezzo persiana e mezzo veneziana, e a personaggi di contorno che distraggono con le loro divagazioni sulla vita. Lo zio venditore di tappeti e le sue romantiche storie, Michelangelo, adolescente in fase ribellistica, destabilizzatore delle amene vite trevigiane, sovvertitore della quotidianità sonnolenta, Argo, cane beone e sorridente.

Come l’attesa di un treno in una stazione di periferia, una narrazione poco rumorosa, a sirene tutt’altro che spiegate, fino ad arrivare alla soluzione del giallo, crudele e non prevedibile. Il male si insinua nelle vite soddisfacenti, la quotidianità si svela meschina, la gelosia si trasforma in invidia feroce e distruttiva. La nebbia del nordest che lavora avvolge nel silenzio una tragedia non annunciata.

Fulvio Ervas, L’amore è idrosolubile, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male…
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∞ La testa per aria e negli occhi la luna ∞
di Roberta Paraggio

Moon ha diciannove anni, un viso pallido incorniciato dai capelli neri e un sorriso che disvela ancora tutti i denti sani, nonostante la vita grama. Il suo nome lo hanno inventato per lei i compagni di strada, per cancellare quello che è stata prima. A Place Saint Mitch ce l’hanno tutti un soprannome, tutti hanno un passato che non ci è dato sapere, e un futuro di cui non vogliono rendere conto. Volontari di una vita randagia, senza documenti né licenze per camminare sulla retta via, nessuno glielo ha insegnato a stare al mondo, e loro, ne hanno sgraffignato un piccolo angolo costruendolo cartone su cartone, straccio su straccio.

Moon ha tanta vita, dorme con il suo cane Comete in una grande scatola che era stata contenitore di un frigo, poi il frigo è finito in qualche confortevole appartamento, e, l’involucro, piantato davanti ad un negozio di fiori, è diventato la sua casa. Un monolocale panoramico, vista vita e vista luna. Moon ha un sorriso che vende ai passanti, col candore di un Amelie Poulain stracciona, munita di sogni sopiti e avvenire non pervenuto.

Ameliè affondava le dita nei legumi, Moon al massimo li sgraffigna, con la miseria a tracolla, scrive su un taccuino arancione, (fregato anche quello), prova a mettere insieme una storia da regalare al suo amore per Natale, ma Fidji se ne andrà, e le parole sconnesse resteranno sotto il suo cuscino freddo a guardare la luna tonda e sottile. Quelle sbavature di inchiostro diverranno lascia passare per la possibilità, veicolo di cambiamento, grazie a Slam, amico ed ex carcerato, che crede in lei, che prova a metterla per la prima volta nella sua vita dentro qualcosa, non fuori, non spettatrice, protagonista di una vita nuova con cui non sa confrontarsi.

Maud Lethielleux, in questo “Da qui vedo la luna”, descrive con leggerezza la crescita di una ragazzina che diventa donna in un contesto del tutto insolito, non indugia sui particolari del passato, Moon si presenta così com’è al lettore, senza traumi e sfaccettature psico-pedagogistiche, con la verità e il sarcasmo che la strada le ha insegnato, col rifiuto dell’omolagazione a tutti i costi, col suo ghignare sulla libertà dei lavoratori dipendenti, la paura di diventare altro e l’indolenza di chi non è abituato a scegliere. Moon è una piccola donna e lo sa, non si da arie, si sente vissuta ma non saggia, rischia di invecchiare senza crescere, non è un’eroina, non ci fa commuovere con i suoi fiammiferi da vendere, non esce da una fiaba strappalacrime, ha scelto la libertà, quella di essere una cometa che guarda la luna.

Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
Giudizio: 3 / 5 – Con le ali ai piedi
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∞ Una profonda linea d’ombra ∞
di Angela Catrani

Watanabe Toru ha 18 anni ed è appena arrivato a Tokio per frequentare l’Università. Ha lasciato la sua città, i suoi genitori e il suo migliore amico Kizuki, che si è ucciso pochi mesi prima. Questa morte improvvisa e sconvolgente lo ha lasciato solo, stranito, confuso, incerto, senza più gioia o voglia di andare avanti. Eppure il suo corpo continua a vivere, immerso nella lettura e nella musica.

L’incontro con Naoko, la fidanzata di Kizuki, è come un regalo a cui aggrapparsi con forza, è una risorsa, una speranza. Ma Naoko non sta bene, il suicidio di Kizuki pesa come un macigno nella sua psiche delicata e fragile, già devastata da precedenti lutti, ed episodi allucinatori la costringono al ricovero in una speciale clinica psichiatrica. E poi, nella vita di Toru, compare Midori, ragazza esuberante, infelice ma viva, calda, luminosa, nonostante debba affrontare appena vent’enne l’ennesimo lutto.

La morte. Questo libro è intriso di morte e di dolore, ma è un libro comunque aperto alla luce e alla speranza.Watanabe Toru è un giovane coraggioso, gentile, riflessivo, educato, e soprattutto sincero. Non cade nell’autocommiserazione o nell’autocompiacimento. Si dà una regola di vita, di studio, di lavoro. E’ metodico e preciso. Rappresenta l’ancora al quale aggrapparsi per gli amici che lo incontrano e forse proprio per questa sua attitudine gentile all’aiuto e all’ascolto attira gli infelici e gli irrisolti.

In una Tokio già super moderna, pur essendo il romanzo ambientato agli inizi degli anni ’70, gigantesca e caotica, Watanabe non si perde, rimane fedele a se stesso e sa amare, con forza e coraggiosamente. Non permette a se stesso di lasciarsi andare, non trascura di vivere, non concede nulla alla depressione strisciante e velenosa dei suoi amici.

Un “romanzo di formazione” incoraggiante e reale.

E poi c’è la questione della sessualità, che in Giappone è vissuta in maniera decisamente diversa dall’Occidente dominato dalla Chiesa, con le sue inspiegabili chiusure mentali. All’interno del romanzo la sessualità è onnipresente. I rapporti d’amore tra ragazzi e ragazze includono necessariamente il sesso, ed è lì che si incuneano le fratture, le incertezze, la difficoltà del vivere. Watanabe fa l’amore con Naoko solo una volta, e per la ragazza vivere la sessualità in modo reale e dolce scatena fantasmi e paure che la portano prima in una clinica psichiatrica e poi alla morte.

Il romanzo è incentrato esclusivamente su questi giovani, i genitori sono assenti o corpi dolenti in un letto di ospedale. Unica presenza matura è Reiko, donna dal passato travagliato ma capace di grandi sentimenti, l’unica che sa cogliere il senso di colpa generato dalla voglia di vivere di Watanabe e l’unica in grado di sapere trovare le parole per dirgli che la vita potrà andare avanti, che dovrà scegliere la felicità e non rimanere incastrato nelle profondità di morte dei suoi amici.

Un romanzo complesso, in cui riconoscersi e da cui allontanarsi. Un incontro con una cultura giapponese attratta dal mondo occidentale, ma ugualmente misteriosa e affascinante, con i suoi rituali, il cibo, gli usi e le tradizioni inconsuete e vorremmo quasi dire magiche.

Murakami Haruki, “Norwegian wood”, Einaudi 2006
Giudizio: 4 / 5 – Romantico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dante Maffia, “Milano non esiste”, Hacca 2011
IL SAGGIO: Miriam Giovanzana, “Il vento è cambiato”, Terre di Mezzo 2011
IL CLASSICO: Ernesto de Martino, “Sud e magia”, q.e.

IRRINUNCIABILE COME L’ARIA CHE RESPIRIAMO: LA LEGALITA’ OGGI
Mario Caligiuri, “Cultura della legalità. Come lo Stato sta combattendo la ‘ndrangheta”, Rubettino 2011
Flavio Tranquillo-Mario Conte, “I dieci passi. Piccolo breviario sulla legalità”, Add 2010
Roberto Luciani-Morgana Clinto, “Dalla parte giusta. La legalità, le mafie e noi”, Giunti Progetti Educativi 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “Le luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Stefano Bartezzaghi, “Sedia a sdraio”, Salani 2011
Come si gioca a Sedia a sdraio? Immobili sotto l’ombrellone, in campeggio, al fresco sotto un albero, o in macchina mentre aspettate speranzosi il diradarsi di una coda chilometrica al casello; in terrazzo, per non sentire la tv dei vostri figli, o in metropolitana, mentre andate al lavoro. Si può giocare ovunque: anche in poltrona, d’inverno, davanti al caminetto. Basta chiudere gli occhi. E se proprio non volete giocarci voi, potete sempre insegnare una Sedia a sdraio al vostro vicino di ombrellone, magari finalmente la smetterà di parlare a ruota libera!
Prendi le ferie, parti per il mare, trovi una spiaggia, ti spogli quasi del tutto, apri una sedia a sdraio, ti ci adagi, chiudi gli occhi. INCOMINCIA IL MISTERO. Cosa si fa quando non si sta facendo nulla? A che gioco giochiamo, mentre il sole ci abbronza? Il tempo che si passa sulla sedia a sdraio, immobili e taciturni, può essere utilmente dedicato ad allenamenti mentali.

“Le bocce e lo yo-yo, il ping pong e il calcio, il gioco dell’oca e i videogame in cui si spara agli alieni. Quasi ogni gioco e ogni sport di quelli che impegnano normalmente i muscoli ha un possibile equivalente da giocare solo tra sé e sé. Basta conoscere le regole e rassegnarsi all’impossibilità di vincere senza essere simultaneamente sconfitti”. Preferite giocare COL LEGO o COLL’EGO? Dimenticate carta e penna, chiudete gli occhi e preparatevi a giocare con niente e con nessuno. Tennis da sdraio, jogging mentale, anagrammi, canzoni – rovello, limerick, yo – yo verbale, logogrifi, meta grammi, lipogrammi, gioco dell’oca da sdraio, battaglia mentale, gratta e vinci, lego con le parole, “le dieci cose che”, genealogia enigmistica, sparare ai fosfeni… Per allenarsi senza muovere un dito!

“Sapete com’è fatto un logogrifo? Adesso è perfettamente inutile che vi allarmiate e vi rialzate dalla sedia a sdraio per scrutare il mare, si profilasse casomai al largo la coda del fratello del mostro di Loch Ness o la sagoma di un T – Rex giurassico. Vi siete fatti suggestionare dal nome, ma il logogrifo non ruggisce, non sputa fuoco, non morde, non sbrana, non abbatte case e alberi con la cosa rostrata. Il logogrifo è un gioco. In una scala di difficoltà da uno a dieci, se lo giocate con carta e penna vale quattro; scrivendo sulla sabbia, cinque; a mente e a occhi chiusi, sei. ”

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, 2 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Carlo Giuliani, ragazzo ∞
di Piero Ferrante

Non ci si può illudere di rimanere passivi rispetto alla Storia. Non ci si può illudere di lasciare che il flusso scorra senza ostacoli, sfiorandoci appena senza toccarci emotivamente. Le vicende genovesi del 2001, “i fatti di Genova” come li ha definiti la pubblicistica, hanno tirato l’affondo al Ventesimo secolo tramontato, spianando la strada, come ruspe sbuffanti, alla nuova era del potere. Da quelle giornate, ci dividono dieci anni. Già, luglio 2001 – luglio 2011. Il calendario, beato il suo inventore, è una cosa seria, matematica, certa.

Su questo segmento di tempo, da vertice a vertice, hanno corso lacrime, passeggiato guerre, imperversato stravolgimenti. Le primavere promesse e mai arrivate dell’Occidente e quelle inattese ma realizzate dell’Africa. In questo tempo, soprattutto, sono avanzati i processi. Dei responsabili della macelleria ligure, dell’azzeramento studiato dei diritti civili, quasi nessuno ha effettivamente pagato. Molti, i vertici, hanno fatto carriera. Soprattutto, delle tante inchieste aperte una, la più grave, non è giunta mai in porto: quella sulla morte di Carlo Giuliani.

Ecco perché la prospettiva di “Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova”, con la sua ricostruzione precisa e rapida, con i suoi fotogrammi da flash e l’essenzialità delle parole, può, due lustri dopo quel buco nero per la democrazia italica, aiutare a capire. O, almeno a ricordare. Appena edito da Becco Giallo (il 29 giugno, encomiabile lo sforzo della casa editrice diretta da Guido Ostanel e Federico Zaghis), nato per volere di Francesco Barilli e Manuel De Carli, la graphic novel sul ragazzo romano morto negli scontri anti G8 aggiunge un ulteriore tassello alla verità mai rivelata dell’omicidio Giuliani.

Compaiono i momenti acri delle giornate genovesi, la lotta, giocata metro per metro, fra resistenza e resa; ritorna quella frase atroce: “L’hai ucciso tu! Bastardo, tu l’hai ucciso, col tuo sasso!” che tante notti di sonno ha turbato (durante l’inchiesta è venuto a galla che il vice questore che pronunciò quelle frasi, durante le cariche in Via Caffa, pochi attimi prima che il corteo sbucasse in Piazza Alimonda, tirò un sasso contro i manifestanti). Nel fumo dei lacrimogeni, le lacrime di Carlo sono le lacrime di tutti. L’intifada del bel Paese, durata il tempo della visita di alcuni parlamentari dal passato poco democratico. A raccontarla sono i tratti grafici di De Carli. E le parole di Barilli. Affidate ad Haidi, mamma sofferente, a Giuliano, padre alla ricerca della giustizia, ad Elena, la sorellona adorata del giovane massacrato. Ognuno di loro, porta i segni di quel ragazzo tenace, dalla vita arricciata e senza compromessi. Haidi regge l’estintore che ha messo alla gogna il suo scricciolo, additato alla stregua di un Bin Laden in salsa genovese. Giuliano maneggia lo scotch che Carlo aveva ad un braccio al momento della morte, raccolto in terra come conseguenza del suo innato rigetto per lo spreco. Infine, il passamontagna (anche quello non di Carlo, ma donatogli come protezione contro i fumi dei lacrimogeni) lo indossa Elena.

Tutti insieme, fungono da deterrente contro l’oblio. In “Il ribelle di Genova”, il loro apporto è forte. Svolgono la matassa di un silenzio calato tutto d’improvviso, un nastro fatto vecchio, un disco rigato per il troppo ascolto. Ma è una cappa che la verità sconfigge. Basta una deflagrazione per produrre un’eco che rimbomba. Basta un disegno per riportare alla memoria le immagini del luglio genovese. Il corteo dei migranti, il mare a pochi passi. Carlo ci sarebbe dovuto andare. Lui, poetico e sognante, il mare come amico, non come destinazione fisica. 23 anni ed una gran voglia di vivere. Una zolla di terra con poca acqua, Carlo. Sarebbe bastato poco, una goccia di liquido, per condurla a germogliazione. Lo stivale dei Carabinieri l’ha calpestata, invece, lasciando nelle mani di una famiglia incredula, costretta a difendere la memoria astratta di un figlio morto per strada, senza nessun conforto se non quello dell’estate, solo granelli di polvere. Pulviscolo da rimettere insieme, di modo da compattarlo, trasformandolo in argilla e modellandolo in una nuovo bisogno civile.

Carlo sbuca fuori da questa novel travolgente e delicata in tutta la sua dolcezza. Fa capolino dalla tana delle parole come una lucertola dal buco ombroso nel sole cocente d’estate. Si staglia una tenerezza infinita, gesti da figlio e da innamorato. Messaggi e poesie. Gesti unici eppure umili, quotidiani. Ritanna Armeni, commentando il decennale del G8 ha scritto che l’errore è stato rendere Carlo un eroe, un martire. Vero, sarebbe bastato ricordarlo semplicemente per quel che era: un ragazzo alla ricerca tenace di una strada collettiva. Leggere questo testo non farà che bene alla causa.

Francesco Barilli-Manuel De Carli, “Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova”, Becco GIallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Un proiettile
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∞ Il condominio dei sogni dismessi ∞
di Roberta Paraggio

Interno 20, Piero si stende al buio e pensa alla sua vita, nell’oscurità della sua catapecchia sgangherata baluginano gli occhi a biglia di Peppino, gatto isterico e menefreghista che aspetta solo di abboffarsi con le solite frattaglie maleodoranti. Più tardi forse arriverà Gino con i suoi racconti erotico-fantascentifici, berranno insieme il Vov riscaldato sul fornelletto, e, per un momento l’esistenza gli sembrerà meno complessa.
Dietro le tapparelle abbassate dell’interno 18, proprio lì di fronte, c’è Maria che fa da vedetta, lei Piero lo amerebbe follemente, saprebbe scrollargli di dosso solitudine e polvere con lo stesso panno che, quattro volte al mese, usa per tirar a lucido la casa della sua ricca datrice di lavoro rumena.

Al primo piano, Carmen consuma la sua lucida follia pedalando sulla bici da corsa di suo marito Gianni, amorevole e solerte. Al terzo piano, le “sorelle cioccolattine”, Marion e Gessica, riposano dalle fatiche notturne sulla statale, i loro sederoni ondeggianti si rilassano, le voci gorgheggiano, tra un po’ bisogna andare in chiesa, ad animare il coro gospel della parrocchia. Ai piani alti gracchia Radio Ossessione, emittente condominiale tardo femminista. Al bar dell’angolo, Moira col suo toupè cotonato, gli occhi truccati come un’odalisca e i seni che furono prorompenti, guarda sconfortata le formiche che zampettano sulle paste stantie. Clienti neanche a pagarli in questo quartiere desolato. Piero ricorda il passato fatto di lotte politiche, Maria sogna ancora l’amore vero, e, i loro pensieri, le loro infinitesime disavventure fanno la storia di questo sfasciato condominio di periferia, di ringhiera e di frontiera. Quella che ha bloccato le loro vite in un ingorgo che ormai sa di stallo, l’età avanza e Piero è uno studente fuori sede da 30 anni, Maria è single e disincantata come una quindicenne.

Storie di sesso e di ringhiera, nelle sue 126 pagine riesce a condensare ironia, amarezza e poesia, Teresa Petruzzelli scrive una contemporanea Cronaca di poveri amanti, creando nel lettore una reazione ormai rara: l’empatia. Si chiude il libro e resta un pensiero: “che ne sarà adesso di Piero, di Maria, di Marion e Gessica? E Peppino, sopravviverà?” Non ci si riesce a distaccare dalla sensibilità un po’grossolana dei condomini, le mise improbabili di Maria, gli improperi solitari di Piero, le loro solitudini che stentano ad incontrarsi, la voglia di vivere di una che si scontra con la disillusione dell’altro.

Meravigliosi nella loro schiettezza, nell’esser arrivati tardi pur senza avere un orario prestabilito, malconci e arrabattati, poveri in canna e speranzosi, tanto realistici da riuscire ad esser bene individuabili, i personaggi di questo libro oltre alle storie hanno volti precisi, lineamenti segnati dagli anni e dai sogni che si sono dimenticati di loro. Speciali, buoni, ridicoli, frottolieri, rassegnati, chiudono le loro porte cigolanti, e ci fanno entrare nella semplicità della loro anima.

Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
Giudizio: 4.5 / 5 – In via dei matti n° 0
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∞ Tanti fiori per essere felici ∞
di Angela Catrani

Serena Dandini è una inguaribile e inesausta appassionata di giardini, di piante, fiori, di balconi ricamati e puntati da colori e forme, di giardini ombrosi e rigogliosi, di spazi aperti ricchi di verde di tutti i tipi. Certo non l’avremmo mai sospettato sotto i panni della presentatrice televisiva, alle prese con bravi (bravissimi) attori comici, in orari via via sempre più scomodi. Ho sempre ammirato la Dandini per questa sua bravura a condurre i giochi in maniera lesta e mai volgare, portandoti alla risata insieme a lei, che in certi casi era tale da dover interrompere il filo dei discorsi, per lasciare, anche a noi spettatori, il tempo di calmare i sussulti.

Dai diamanti non nasce niente è il suo primo libro, la sua prima prova pubblica come scrittrice. Il tono ironico è quello della interlocutrice, che intrattiene con il lettore il medesimo lieve contatto, sempre con il sorriso, con la battuta pronta a cui siamo abituati dalla TV. Nel libro, coloratissimo, di un formato grande e ampio, che ricorda i cataloghi dei fiorai, trovano spazio tantissimi fiori, e molti consigli per appassionati e neofiti. Ma soprattutto ci troviamo lei, il personaggio pubblico in una veste privata, come amante dei viaggi, come giardiniera con le mani nella terra, mentre scala montagne e “ruba” talee arrampicata in posti inverosimili. Ha visitato tutto il mondo, la Dandini, sempre con lo sguardo rivolto a giardini e parchi, in un giro del mondo colorato e allegro.

La passione giardineria, la passione per la “verdure”, parola francese che può voler dire sia verde che verdura nel senso più ortofrutticolo, ha coinvolto scrittori, musicisti, letterati, pittori che nei secoli ne hanno lasciato tracce sia nei romanzi, quadri o musiche, sia nei giardini, che rimangono a eterna memoria di una gioia di vivere che solo un arcobaleno di colori circondati da prati e alberi può dare. Come e meglio di una analisi psicoanalitica, ritrovarsi con le mani nella terra calda per mettere a ricovero semi e bulbi, prendersi cura di piantine appena nate, assicurare l’acqua a una natura fiduciosa e tenera, può confortare e allietare. C’è chi alle sue piantine racconta gli avvenimenti di una giornata, chi si confida e chi passa acqua e lacrime sulla sua pianticella di limone alloggiata sul balconcino. E mentre con trepidazione si aspetta lo sbocciare di un bulbo, nascita festeggiata e annunciata al mondo come quella di un bambino, si pensa inevitabilmente anche al pianeta, torturato e stressato, manipolato, distrutto dall’avidità e dalla rapacità di pochi. Desiderare il verde riduce altre esigenze meno sane, nella speranza di una decrescita che porti meno consumismo e più consapevolezza colorata e fiorita.

Serena Dandini, Dai diamanti non nasce niente, Rizzoli 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Un bel bouquet di fiori rosa
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Fulvio Ervas, “L’amore è idrosolubile”, Marcos y Marcos 2011
IL SAGGIO: Marani Diego, “Sentieri partigiani in Italia. A piedi su alcuni dei più bei percorsi della Resistenza”, Terre di mezzo 2006
IL CLASSICO: Georges Simenon, “L’uomo che guardava passare i treni”, q.e.

INFORCA LA TUA BICI E PEDALA: LODE E GLORIA AL CAVALLO MECCANICO
Peter Zheutlin, “Il giro del mondo in bicicletta. La straordinaria avventura di una donna alla ricerca della libertà”, Elliot 2011
DidierTronchet, “Piccolo trattato di ciclosofia. Il mondo visto dal sellino”, Il Saggiatore 2009
Mempo Giardinelli, “La rivoluzione in bicicletta”, Guanda 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri

Roberto Vecchioni (ph: Andrea De Meo)

Roberto Vecchioni, “Il libraio di Salinunte”, Einaudi 2007
Quando si dà poca importanza a qualcosa, accade che inevitabilmente questa lentamente scompaia. Succede con le persone, con gli eventi, con gli amori. Capita anche con le parole che cadono nel dimenticatoio, logorate dal tempo, dal nuovo che avanza e da leggi poco attente alla conservazione del patrimonio linguistico. I primi a farne le spese sono i dialetti, relegati ad idiomi di scarso valore di cui qualcuno spesso si vergogna. Così che diventa più facile possedere un vocabolario ricco di inglesismi, ripetuti come litanie, e neanche una parola che profuma di casa, viottoli e terra brulla.

A Selinunte la gente ha fretta, come in ogni altra parte del mondo. La vita scorre veloce e tutti si affannano per acciuffarla per farsi trascinare e non perdere nessuna occasione. Panta rei: tutto scorre. Tranne un corpo goffo, inerte, brutto da vedere, che se ne sta lì immobile, nascosto dietro i suoi occhiali, una patina di nostalgia e una pila di libri. Un corpo estraneo inserito in un contesto poco avvezzo alle novità: a Selinunte non succede mai niente di nuovo, è un paese ricoperto da un velo di gesti e suoni ripetuti all’infinito. L’arrivo del libraio non desta curiosità né sorpresa, ma solo sospetti.

Vero è che un libraio che non vende i libri risulta piuttosto bizzarro, ma a Selinunte ciò che è eccentrico viene scambiato per pericoloso e le malelingue si mettono immediatamente all’opera per attribuire gesti malvagi allo ‘straniero’. I suoi spostamenti – rarissimi – sono accompagnati da sguardi indagatori, indici puntati e sentenze definitive. Un libraio che, anziché vendere libri li legge a voce alta ogni sera, a beneficio della gente, qualche segreto dovrà pur nasconderlo. E così, il clima di sospetto si fa sempre più incandescente, tanto da dare ormai per scontato che qualche crimine, il libraio di Selinunte deve averlo commesso: rapire una bambina, per esempio.

Ospite indesiderato di una città che lo vorrebbe depennare, il libraio continua, zelante, ad aprire le porte della sua libreria a possibili lettori ed ascoltatori. Ma nessuno si presenta, tutti lo rifuggono. Tranne un bambino, che, come tutti i bambini, non ha preconcetti e, incuriosito, spaventato ed eccitato, scappa da casa ogni sera per andare a sentire le letture del libraio. La scoperta di mondi altri (quelli dei libri e quello del libraio) fa scaturire in lui una passione immediata per i libri, fino a quando, nella immota seppur frenetica Selinunte, le parole alle quali non si dava la giusta attenzione, inevitabilmente, scompaiono.

Una favola per i grandi, quella del cantautore Roberto Vecchioni, che ci invita a riflettere sull’accoglienza dell’altro e sull’importanza delle parole: sulla bellezza dei suoni che pronunciamo continuamente in modo più o meno conscio, senza attribuire loro la rilevanza e l’attenzione che meritano. Un libro di parole che appaiono e scompaiono, una piccola storia che rimane incisa nella memoria. Perché per fortuna in tutti i luoghi, tranne che a Selinunte, scripta manent.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

Macondo, 4 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Perché voglio i piedi se ho le ali per volare ∞
di Roberta Paraggio

L’immagine di Frida Khalo si nasconde tra le pagine di questo diario apocrifo che mette da parte pennelli le tele per schiarire invece i coni più ombrosi della pittrice messicana, nota autrice di autoritratti, ma anche indagatrice di se stessa, iconografa moderna della sua terra, gialla, arsa, dolorante eppure colorata dalle tinte di una vita straordinaria e piena.

Dalla malattia infantile all’incidente che le cambierà per sempre la vita, fino all’incontro col grande Diego Rivera. Olivia Casares, autrice di questo Ritratto in chiaroscuro, edito da Jacobelli, e arricchito dalle illustrazioni di Mariella Biglino, fa sue le parole immaginarie di Frida senza tralasciare nulla, insinuandosi negli anfratti celati e nei pensieri bui del dolore della Khalo.


Si viaggia per le descrizioni dei quadri, sui perché dei dettagli, ci si immerge in un mondo di colori e pensieri, cullati dalla dolce musica di un Messico polveroso, folle e sempre in tumulto, ci si sposta nella New York delle mostre e dei grandi artisti col passo claudicante ma sicuro di Frida, accompagnati dalla enorme mole di Diego. Si entra nelle stanze della Casa Azul, se ne sente l’odore dei colori ad olio, si percepiscono le ossessioni di Frida per la propria immagine che osserva muta e nuda dalle pareti.

C’è una costante e martellante altalena tra l’abbandonarsi al dolore e la voglia di vivere; c’è una maternità negata che diviene carnefice di ogni emozione, un piccolo Dieguito che non è mai nato e che rimarrà fino alla fine come una nota stonata in un’orchestra saltellante di mariachi. Un dolore salvifico che si trasforma in arte prendendo di volta in volta le sembianze di una nuova Frida. Il sangue versato oltrepassa quel corpo trafitto e spezzato in due da una colonna di ferro, va a sgorgare forte sulla tela, ad esorcizzare ogni potente emozione, Frida dipinge, sempre, la pittura è reazione, ai tormenti e ai tradimenti di Diego, è dichiarazione di amore e di rabbia, di autonomia e di solitudine, è esternazione di quel se che non riesce a comunicare con le sole parole, è quella immagine discordante che viene sbattuta con prepotenza in primo piano, il volto quasi mai sorridente, le sopracciglia unite a formare un’ala, pronta a volare lontana. E’ Frida Khalo, e chi l’ha creduta surrealista si è sbagliato, perché Frida non ha bisogno dei sogni, a Frida basta la realtà.
Olivia Casares, “Memoria in chiaroscuro”, Jacobelli 2010 (con 8 litografie)
Giudizio: 3 / 5 – Viva la vida!
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∞ Lui non perdona e tocca ∞
di Piero Ferrante

C’è un presupposto che fonda il breve trattato “L’umiltà del male”, di Franco Cassano (Laterza, 2011). Il male, nella lotta quotidiana contro il bene, parte da uno status di vantaggio. E’ come una corsa – il cui premio è la conquista dell’anima umana, la sua simpatia devozionale – in cui un atleta parte con centinaia di metri di vantaggio sugli avversari. Sono favori, certo, determinati da qualche cortese intermediazione. Il cui raggiungimento, comunque, presuppone un contatto umano, una relazione scevra dai condizionamenti ricorosi dell’etica filosofica. Comporta la discesa sul piano dell’umanità maggioritaria. Insomma, è la base del discorso di Cassano e, come ogni base, anche la materia che regge il tutto, il male, quali che siano le spoglie sotto le quale si presenta, ha la caparbietà del contatto. Non usa scudi, non si regge sulle spalle degli uomini. All’occorrenza, arriva a riverirli, per ammorbidirli. S’insinua nella zona grigia della debolezza, quella più debole e vulnerabile, depone le uova del dubbio, ne inficia la moralità. Tenta. Ecco, il male è tentatore. Ed è tentatore in quanto l’uomo non chiede che di essere tentato, di cedere alle lusinghe dell’offerta migliore. O anche solo di una qualunque offerta.

Il male è umile. Non si gonfia i muscoli di bei propositi, non si confronta con l’impossibile. Il male è semplice, tangibile, pronto ad ogni evenienza. E’ il telefono dell’arrendevolezza messo lì, a portata di mano. Basta allungare il braccio e scegliere con chi cedere. E su cosa. Il male è seducente, ammalia, conquista, arringa. Il male è riconoscibile, ma non per questo non ammissibile. Il male di Cassano non è la guerra ingiusta o l’affare misterioso, non è la mazzetta circolante o il controllore televisivo. Il male di Cassano è qualcosa in più. E’ la somma di tutte queste parti, amalgamate nell’emblema supremo del Grande Inquisitore di Fedor Dostojevskji. Lui, che condannò a morte Gesù Cristo obbligandolo al silenzio per non peggiorare la sua condizione. Lui, che vendette per buona la sua verità, elevandola a verità imposta, a giustizia dall’alto, a volontà popolare.

Piano e nemmeno troppo, Cassano valica il limite rosso che separa saggio e pamphlet. Lo fa con tutta la sua abile arte narrativa, con una disarmante e gradevole semplicità di linguaggio, cavalcando episodi letterari e teorie della Storia dell’umanità. E la lancetta del male si sposta, inevitabilmente, su quella del potere. I due elementi, argillosi e malleabili come creta bagnata, come pasticcio di terra, si mescolano irrimediabilmente. Il mare penetra il potere, vi s’accoppia. A lui s’avvinghia, s’aggrappa, si fonde. Male e potere, fusi, ottemperano ad un progetto unico di determinazione della Storia. Tutto, per Cassano, si fa bene e si fa, necessariamente, male. In mezzo, non resta che l’uomo. Che fra bene e male deve scegliere. Ora consapevole, ora inconsapevole, infine arreso, talora imberbe. Nella maggior parte dei casi, per quella sedizione di cui si diceva, cade nella rete a striscio del male. Perché il mare ed il potere sanno come e dove pescare. Conoscono le debolezze, dunque le esche per attrarre le prede. E, poi, perché sanno, all’occorrenza, sporcarsi nel fango degli ultimi, farsi piccoli per entrare fra i piccoli. Come uno specchio, il male riproduce l’uomo, si fa uomo, vive come l’uomo e mostra all’uomo di sapere e di poter soffrire come lui.

La superiorità del male è nella concretezza. Ogni sua azione assolve alla funzione annessoria. A differenza del bene, il male non ha incertezze e non ha remore, non conosce la vergogna. Di qui, la sua umiltà. Non scansa le maggioranze, le ammorbidisce, infine le asserve ai propri voleri. Come accaduto in occasione dello sterminio ebraico. “L’abiezione massima del nazionalsocialismo sta proprio nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole diventare carnefici a loro volta”, riflette Cassano rileggendo “I sommersi e i salvati di Levi”. Il riferimento è al controllo interno, alla sobillazione dell’uomo contro l’uomo, del misero contro il misero, dell’incatenato contro l’incatenato. Una lotta impari, in cui a salvarsi sono, paradossalmente, i reietti, le anime peggiori. Quelle che, con il male, scendono a patti, perché il ribelle, che è turbamento dell’ordine malefico ed insieme concretizzazione di un bene possibile, è eliminato fisicamente. Meglio se da un suo pari. Tramutandosi da esempio in ammonimento.

La chiave del testo è qui. Nella ricerca della soluzione giusta per combattere con efficacia la brutalità del male, senza finirne tentati. E, soprattutto, schiacciati.
Franco Cassano, “L’umiltà del male”, Laterza 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Cassanico

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∞ Il valore dell’amicizia ∞
di Nina Paraggio

Un gruppo di amiche riunite per festeggiare la guarigione di Kate, una di loro, da una terribile malattia decidono di farle un regalo speciale, una settimana di rafting su un fiume impetuoso che scorre in un profondo canyon. E’ in questo scenario naturale che si svolge il romanzo La casa dei destini incrociati di Erica Baurmeister.

Un dono che è una sfida e una prova di superamento dell’angoscia causata dal suo male, che Kate saprà accettare a patto che tutte le altre si cimentino nell’affrontare una prova simile di coraggio con se stesse. Nel racconto di come ognuna di loro affronta il compito assegnatole, si dipana la storia delle loro vite, della quotidianità che sembra serena e monotona, ma nel portare a termine la sfida assegnata loro le mette di fronte alle proprie debolezze. Affrontarle significa anche superarle e gettarsele alle spalle. In effetti sono piccoli gesti che però costano sacrificio, come quello assegnato a Caroline, di liberare la casa dai libri del marito che l’ha lasciata per un’altra. Oppure quello di Daria di imparare ad impastare il pane, cose all’apparenza insignificanti ma che riportano le protagoniste a rivedere la propria vita, a riflettere sugli errori e a rispolverare gli armadi dai fantasmi.

E’ strano leggere una storia di amicizia vera, di comprensione e complicità tra un gruppo di donne così diverse eppure con un comune sentire. C’è in questo libro una solidarietà vera che aiuta nell’affrontare e risolvere la quotidianità e l’eccezionalità della vita, nei momenti di buio e quelli irradiati da luci di speranza.
Erica Bauermeister, “La casa dei destini intrecciati”, Garzanti 2011
Giudizio: 3 / 5 – Piacevole

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
IL SAGGIO: Marc Augè, “Straniero a me stesso“, Bollati Boringhieri 2011
IL CLASSICO: Astrid Lindgren, “Pippicalzelunghe”, q.e.

“MO ME LO SEGNO PROPRIO”, IN RICORDO DI MASSIMO TROISI
Salvatore Aulicino-Salvatore Iorio, “Per Massimo Troisi. Saggi, ricordi, riletture”, Mephite 2010
Lello Arena-Enzo De Caro-Massimo Troisi, “La smorfia”(cofanetto con DVD), Einaudi Stile Libero 2006
Matilde Hochkofler, “Massimo Troisi. Comico per amore”, Marsilio 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Carlos Ruiz Zafon, “Gioco dell’angelo”, Mondadori 2010
2. Carlos Ruiz Zafon, “Luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Erri De Luca, “Le sante dello scandalo”, Giuntina 2011
Nel suo nuovo libro Erri De Luca rivisita il ruolo femminile nell’Antico Testamento. Mosè, Geremia e Giobbe, cercano di sottrarsi al compito divino che hanno ricevuto.
Eva esce con grandezza dalla conoscenza dell’albero del bene e del male.
Isaia dice di avere labbra impure, Geremia di essere troppo ragazzo per andare a parlare davanti agli anziani, Giona senza neanche opporre una scusa s’imbarca per la direzione opposta a quella della missione. Infine costretti o convinti accettano, perché l’unico sbaraglio salutare è l’obbedienza.

Le donne, queste donne, non vacillano in nessun punto. Nessuna di loro, che neanche hanno avuto il conforto di una profezia, di una voce diretta, esita. Vanno contro le regole e sacrificano la loro eccezione. Il loro slancio è più solido di quello dei profeti, sono le sante dello scandalo. Non hanno nessun potere, né rango, eppure governano il tempo. Sono belle, certo, ma per dote sottomessa a uno scopo solo appena intuito. Hanno il fascino insuperabile di chi porta la propria bellezza con modestia di pedina e non con vanto di reginetta da concorso. Hanno un traguardo, una missione in cuore e la perseguono inflessibili. La scrittura sacra dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera maschile, rende omaggio a loro. La bellezza femminile è un mistero che strugge il pensiero e i sensi. È scritto che Adàm conobbe Eva/Havvà. Attraverso l’esperienza fisica del contatto e dell’abbraccio raggiunge la conoscenza di lei, della sua perfezione. Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco. La natura maschile qui è fatta di materia inerte riscattata dal soffio della divinità. Eva/Havvà proviene da una lavorazione successiva, un secondo intervento della divinità. Esce dal fianco dell’uomo addormentato, ma non bell’e fatta come la dea Atena dal capoccione di Zeus. C’è il verbo costruire, opera che interviene a perfezionare la parte tolta all’uomo, per produrre Eva/Havvà. È la costruzione della bellezza. L’uomo è qui un semilavorato rispetto alla donna, il prodotto finito dell’alta chirurgia della divinità.

Macondo, 21 maggio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Cosa fanno le parole ∞
di Roberta Paraggio

C’ è un silenzio di fondo che accompagna quest’opera seconda di Susanna Bissoli; poche parole con cui se ne possono dire tante altre fanno da fil rouge ad un romanzo che parla al cuore prima che agli occhi e arriva, senza passare per strade sconnesse e labirinti laddove è diretto, alla sensibilità di chi si ritrova a leggerlo. Le parole che cambiano tutto (Terre di mezzo) è cheto e dimesso come le mamme di una volta, silenzioso e pure presente, mai urlato, è un racconto modulato sui non detti, sugli sguardi timidi e torvi di un padre vedovo, su occhi che si riempiono di lacrime al ricordo di una moglie scomparsa, di un vecchio segreto, di un senso di colpa, di un sogno costante ma mai realizzato.

Una storia che narra di ciò che scorre dentro, di quella invisibilità palese che è la famiglia, quella che si vuol mettere sottosopra, riunire, da cui si torna, da cui ci si allontana quando soffoca, quando le chiavi di lettura della comprensione non coincidono più con le serrature e le porte anziché aprirsi vengono sbattute. Dietro resta il silenzio interrotto da un fruscio di ciabatte sformate e ciondolanti nei corridoi solitari, il rumore catodico che accompagna le cene, il brusio che fanno i ricordi quando arrivano e si siedono li ad ascoltare, e le conversazioni scarne tra un padre protagonista di un’altra vita e una figlia da troppo tempo lontana, quasi avulsa, che torna nelle stanze di un passato non rimpianto ma nemmeno rimosso.

Susanna Bissoli riesce a mescolare e modellare dall’informe calderone dell’inchiostro immagini e parole che restano a lungo, commovente quella della madre ormai scomparsa che torna sull’uscio a guardare padre e figlia intenti ad osservare un temporale, intenso il ricordo di lei che cuce con a tracolla il metro da sarta. Semplice ed immediato, il segreto di questo romanzo non è ciò che narra ma il modo in cui lo fa, con malinconia ma mai struggente, con introspezione ma senza complessità da psicoanalista, riesce a parlare di lutto e mancanze, di quello che non torna e di nuova vita che sta per arrivare, esplorando le conseguenze e i risvolti di vite che si credono libri letti e consunti non cede però al sensazionalismo dl dolore, al fiume iperbolico e in piena, una scrittura che non lascia spazio a ghirigori e virtuosismi letterari, che è fatta di sensazioni e legami…poi di parole.
Susanna Bissoli, “Le parole che cambiano tutto”, Terre di mezzo 2011
Giudizio: 3 / 5 Fruscio di ricordi

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∞ Autobiografia inconsapevole ∞
di Piero Ferrante

Senza Raymond Chandler, oggi, la letteratura avrebbe un grosso buco. Una lacuna indiscutibile proprio nel centro della parola “giallo”. Lui che questa parola l’ha rivoltata come una tasca stracolma di ciarpame, epurandola e liberandola dai fronzoli inutili e cucendovi attorno, a foderarla, un impenetrabile strato di colore multiforme. Tale e tanta da sfociare nella sovrabbondanza noir e pulp. Con il pulp, Chandler ha iniziato. Nel pulp Chandler si è specchiato. Ben prima di approdare all’universo Marlowe.

Per leggere Chandler è necessario conoscere Chandler. Non necessariamente averne contezza bibliografica. Piuttosto, trattarlo come un amico, un conoscente, un buon vicino. Sapere del suo odio per lo schematismo e per le convenzioni, accertarsi dei vezzi e dei vizi, scrutare senza remore nei suoi amori travagliati e nell’ammirazione passionale per i gatti.

Ecco perché il lavoro di raccolta di Dorothy Gardiner e Kathrine Sorley Walker acquisisce un valore postumo immane. Le frasi estrapolate dalle lettere private dello scrittore, parole espulse a calci in culo dall’angoscia, buttafuori nerboruta che staziona alla soglia dell’anima, come fossero ospiti indesiderati e quasi sgraditi, sono indicatori inequivocabili della complessità di Chandler. Satirico, spietato, caustico, mortificante, lucido, freddo, calcolatore, innamorato, disperato: nel mondo del quotidiano Chandler è tutto questo. Un mondo amalgamato con feste, successo e convenzione, ma anche composto con malattie miste al dolore e condito di un suicidio non riuscito di cui lui stesso si burla definendolo “un patetico spettacolino da due soldi”.

Tradurre l’intimità è difficile, ma possibile; lo dimostra, con “Parola di Chandler”, edito da Coconino Press (parente della Fandango) Sandro Veronesi; testo riportato alla luce dopo oltre 30 anni di assenza dai cataloghi italiani. Nasce così un mattoncino di verità umana, un esempio di realtà nuda e cruda. 350 pagine di riflessioni e saggi, inediti e lettere. 350 pagine che, come in un orologio appeso al muro dell’esistenza, ticchettano sentimenti, battono lacrime, segnano esperienze. Pagine che ci dicono che non esiste un solo Chandler e che, nel contempo, ogni uomo è uomo come tanti, come tutti. E’ uomo con la sua umana debolezza e con la sua forza rude ed a volte solo inscenata per la collettività.

Nella vita di Chandler e nella scrittura epistolare di Chandler c’è uno spartitraffico: un evento che lo segna, lo distrugge, lo crepa come cemento ancora troppo fresco per apporvi un chiodo. E’ la morte della moglie Cissy Pascal. da quel momento, chicchessia il destinatario del suo scrivere, Chandler lo inchioda ad una dolcezza nostalgica e quasi ossessiva, per anni segretamente covata. Arde il fuoco dell’urlo di dolore, s’infiamma nella morte la vita. E, come ogni fuoco, anche quello di Chandler è sottoposto ai venti. Il primo, quello della depressione che, come detto, appena due mesi dopo il lutto, lo indurrà a puntarsi una pistola contro. Eppure Raymond è un pupillo della beffa. Di lui si serve per svilire e strombazzare cinismo. A lui riserva il giochino stridente del fallimento. Commenterà un suo amico: “il più fallimentare tentativo di suicidio di tutti i tempi”.

Ma la scrittura gli resta attaccata indosso come un vestito inzuppato di colla vinilica e sudore acido. Chandler la intende come sfogo e come mestiere. Ma, soprattutto, come elemento di contraddistinzione; come rottura della banalità scribacchina, come strumento di maturazione, di perfezionamento, come una consequenzialità logica, raziocinante e rotolante, nulla abbandonato al caso. L’opposto della sua esistenza, insomma. Di quella sconvolgente e preziosa vita indolenzita ma senza la quale, oggi, saremmo inconsapevolmente più poveri.
Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino 2011
Giudizio: 3 / 5 – Antologia

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∞ Matrimoni alternativi ∞
di Angela Catrani

Cosa conosciamo noi degli immigrati che arrivano in Italia, nella speranza di una vita migliore, nell’illusione di una ricchezza che diventi favola agli occhi di chi rimane nel paese d’origine, esattamente come il famoso Zio d’America che spesso e volentieri non era altro che un ambulante nei quartieri più poveri di New York, ma che diventava un personaggio mitico nei racconti dei nonni?

Cosa sappiamo delle loro difficoltà, dei loro sogni, della incessante ricerca di un lavoro regolare, del continuo stress provocato da un permesso di soggiorno che non arriva mai?

Ebbene “Divorzio all’islamica a viale Marconi” (Amara Lakhous) ci porta dentro a una famiglia islamica, con un matrimonio combinato, con la moglie obbligata a portare il velo, con tutta una serie di riflessioni tra il serio e il faceto, smontando una serie di luoghi comuni di cui noi italiani siamo infarciti ma soprattutto riflettendo quello che gli immigrati pensano di noi.

Un arabista siciliano dalle fattezze tipicamente mediterranee viene ingaggiato dai servizi segreti italiani per sventare un attentato terroristico imminente. Una ragazza egiziana racconta della sua insoddisfatta vita matrimoniale e del pericolo reale di un divorzio che per la legge islamica è non solo molto fattibile, ma anche facilmente realizzabile: è infatti sufficiente che il marito ripudi per tre volte la moglie perché il divorzio sia valido. Il loro incontro provocherà tutta una serie di vicende in rapida successione, fino al finale a sorpresa.

Ho letto questo romanzo molto incuriosita, perché scritto da un immigrato, perché il titolo mi intrigava, perché giro per strada chiedendomi come effettivamente vivano queste persone. Mi piacerebbe conoscere una donna islamica, mi piacerebbe avere un altro punto di vista sul matrimonio, sulla religione, su usanze e tradizioni molto differenti dalla nostra.

Ma non mi ha interamente soddisfatto, perché l’autore si preoccupa troppo di dimostrare che è un fine conoscitore della lingua italiana, che sa gestire anche un dialetto, che in fondo siamo tutti uguali. La qual cosa, naturalmente, mi vede d’accordo, ma come avrei preferito che avesse messo l’accento invece sulle differenze reali, sul modo diverso di vivere una vita complicata e difficile, sul modo di tirare su i figli, sulle difficoltà di reperire il cibo tipico del proprio paese, sulle reali e bellissime diversità tra chi vive in un paese a nord dell’equatore e chi invece è sempre vissuto al caldo! Perché quando io sono stata sul Mar Rosso ho patito un caldo terribile, ho avuto una paura folle nei mercati caotici, mi sono trovata davvero spaesata a causa della lingua e nonostante l’attrazione fortissima che questo paese mi ha suscitato, il ritorno a casa è stato un vero sollievo. Dunque come posso non mettermi nei loro panni, non pensare allo stupore del primo inverno, con la brina ghiacciata alle finestre, con il brivido che penetra i loro vestiti di cotone adatti a ben altre temperature, oppure nelle caldi estate allo scandalo suscitato dalle donne quasi nude, che non offrono alcuna illusione all’immaginazione, al fastidio di avere vicini di casa impenetrabili e scostanti quando si è abituati a una solidarietà profonda, e invadente.

E anche quando Safia/Sofia, la protagonista, parla del tabù della circoncisione femminile, pratica aborrita dagli occidentali che non la capiscono e non la vogliono accettare, si percepisce quasi solo uno sguardo di denuncia, ma mai di comprensione profonda della pratica, quasi come se l’autore volesse farsi accettare da chi legge, che nel suo pensiero non può che essere italiano, cattolico e moralista.
E’ tutto troppo facile, in questo libro. Gli immigrati vivono in undici in un piccolo appartamento, ma non è molto diverso da come vive uno studente universitario fuori sede. Gli immigrati lavorano in nero come lavapiatti o pizzaioli, ma lo fanno anche tanti ragazzi italiani nei mesi estivi. E dunque? No, questo non è quello di cui si racconta nelle vere denunce, con uomini costretti a dormire all’addiaccio, o nei capannoni, senza servizi igienici, senza mangiare, costretti all’elemosina.

Forse è anche così come ci racconta Lakhous, anzi io me lo auguro, perché l’integrazione sarebbe sicuramente più facile, però la sensazione è di un voler piacere a tutti i costi, di voler creare personaggi solo positivi, di voler dare un’immagine degli immigrati come personaggi belli, piacenti, affascinanti. E allora mi dico: che differenza c’è rispetto a tanta spazzatura spacciata per letteratura italiana e americana? Che differenza c’è tra la ragazza cool vestita Armani e la ragazza egiziana con il velo, bellissima e dal fisico strabiliante?

Davvero tutto il mondo è paese? Davvero è questo che l’occidente esporta nel resto del mondo? Solo l’apparenza?
Amara Lakhous, “Divorzio all’islamica a viale Marconi”, Edizioni e/o 2010
Giudizio: 2,5 / 5 – Incompiuto?

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Salvatore Scibona, “La fine”, 66th and 2nd 2011
IL SAGGIO: Claudia Carabini-Dina De Rosa-Cristina Zaremba, “Voci di donne migranti”, Ediesse 2011
IL CLASSICO: Guy de Maupassant, “Boul de suif”, q.e.

LA NOVITA’: C’E’ UN MIRACOLO A MILANO
Giuseppe Caruso-Davide Carlucci, “A Milano comanda la ‘Ndrangheta”, Ponte alle Grazie 2009
Marta Zacchigna, “Milano da bare”, Bianca e Volta 2010
Doninelli Luca (a cura di), “Milano è una cozza”, Guerini 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. John Stephens, “Atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
Carlo Fruttero-Massimo Gramellini, “La patria, bene o male”, Mondadori
di Libreria Equilibri
“Non sembra il caso di suggerire ai nostri lettori di non aspettarsi i grandiosi affreschi di Tucidide o Tacito, di Machiavelli o Gibbon. Tutti sanno che non siamo storici e non avremmo comunque il mestiere e il genio per guardare a tali altezze. Ma da quei maestri una lezione l’abbiamo pur appresa: la Storia obiettiva, la Storia imparziale, la Storia definitivamente veritiera non esiste, può essere soltanto un’aspirazione, una meta intravista e irraggiungibile. Ogni pagina di questo libro è arbitraria e contestabile. Abbiamo scelto 150 giornate a nostro avviso significative, distribuendole equamente fra i quindici decenni dell’Italia Unita. Ma cosa vuol dire significative? Alcune erano obbligatorie, ma molte altre, non senza lunghe discussioni tra di noi, sono state incluse o escluse, con intendimenti ragionevoli e tuttavia opinabili. A ogni capitoletto di questa ormai lunga vicenda abbiamo cercato di dare un taglio narrativo, di partire da un particolare più vivido per evitare ai nostri lettori la triste impressione del grigiore scolastico. Sono 150 racconti contratti, ridotti all’essenziale e dolorosamente privi di infiniti risvolti, sacrifici dettati dalle necessità grafiche del quotidiano torinese “La Stampa” che ha avuto l’idea e che ha pubblicato nei mesi scorsi queste pagine. Il nostro intento era di offrire un’infarinatura di storia d’Italia a tutti coloro che ne hanno perso memoria o non l’hanno mai avuta.

“L’unità d’Italia e i suoi eroi”, Touring junior
di Libreria Equilibri
In occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, un volume di giochi, quiz e attività spiega ai bambini che cosa è stato il Risorgimento, quali i suoi obiettivi e i suoi grandi personaggi. In occasione della riapertura al pubblico del Museo del Risorgimento di Torino, un divertente percorso mostra ai più piccoli una grande varietà di opere d’arte e di oggetti curiosi, inusuali e interessanti legati al periodo forse più appassionante della storia italiana. Grazie al susseguirsi di racconti, giochi, disegni, cruciverba, curiosità, indovinelli e due puzzle dell’Italia prima e dopo l’unità da comporre, i piccoli lettori “visitano” la Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino, i mobili dello studio di Camillo Cavour, la ricostruzione della cella dove fu rinchiuso Silvio Pellico allo Spielberg e i dipinti spettacolari che illustrano i grandi fatti risorgimentali. Un volume colorato e divertente per comprendere il senso dell’identità nazionale attraverso la conoscenza diretta e guidata ai più importanti simboli dell’Italia unita. È parte di una collana di guide vivaci e divertenti che accompagna i bambini alla scoperta di protagonisti, musei e temi della cultura italiana, aiutandoli ad apprendere giocando.
Età di lettura: da 8 anni.

Macondo, 14 maggio 2011

∞ La sostenibile leggerezza della felicità ∞
di Roberta Paraggio

Ma i nostri nonni erano più felici di noi?

Questa la domanda che sorge di primo acchito leggendo questo Manifesto per la felicità scritto per Donzelli da Stefano Bartolini. Risposta: sembrerebbe proprio di sì. E dunque, come curarsi? L’autore fa un’analisi del disagio contemporaneo per rispondere a questo interrogativo, tenendosi a distanza dalle facili derive bucolico-post hippy. Per conoscere le causa del male che ci attanaglia, infatti, bisogna scoprirne le cause e Bartolini, come un medico provetto, ne fa una precisa anamnesi, avvertendoci sui pericoli, mettendoci in guardia sulla sintomatologia, proponendo infine cure e terapie per evitare possibili recrudescenze.

Prendendo come esempio record di “infelicità procapite” gli Stati Uniti, spiega le cause che hanno portato questo paese a quello che lui chiama paradosso della felicità . Vale a dire allo strano binomio ricchezza-incapacità relazionale. Portafogli pieno e vita vuota, esistenze incastrate nelle insicurezze e nei bisogni indotti che tentano di colmarsi a dismisura dando valore solo ed esclusivamente a ciò che può essere comprato, amicizia, amore, scambi sociali e culturali di ogni tipo… non pervenuti.

Facile il collegamento con i fotogrammi di un vecchio film di George Romero, gli zombie vaganti nel non luogo allora rappresentato dal supermarket, oggi meglio definibile con l’icona dei grandi centri commerciali, attorno a cui gravita il surrogato di socialità degli infelici cittadini del nuovo continente.

Un tempo libero privato, programmato in spazi asettici di identità se non quella consumistica; luoghi che provano ad essere di inclusione ma che finiscono per essere di esclusione. Ed allora, che cosa ha portato un paese che per molti è ancora esemplare a ridursi in questo stato di degenza permanete, ospedalizzato cronico ed intubato ad una flebo mortifera?

Per dare una spiegazione, Bartolini parte da lontano, analizzando la forma delle città americane, prive di spazi di socialità pubblici, dove anche il diritto alla mobilità può essere acquistato, dove le periferie hanno sostituito la piazza con spazi privati ed elitari, passa per la scuola sempre più palestra (de)formatrice di soggetti ad alto rischio di instabilità emotiva, altamente competitivi e stressati, portatori insani di quello che sarà l’ideale consumistico. Il tapis roulant che portava alla felicità si è incagliato, e a guadagnarci sembra essere solamente l’indotto dell’evasione che si affila gli artigli sulle carcasse della pochezza relazionale, abbuffandosi al banchetto di una resistente industria della solitudine.

In stretta correlazione con il progetto di decrescita di Serge Latouche e con la sobrietà dei consumi proposta da Franco Gesualdi, Bartolini ci parla di insostenibilità relazionale, accomunandosi alla critica della crescita ad ogni costo e alla logica euristica che ci vede più ricchi e quindi più felici, lo fa partendo dall’ America e approdando all’Europa dove forse non è ancora troppo tardi, lontano da utopie, palesando gli esempi positivi e virtuosi, avallando soluzioni semplici e partecipative che vanno dalla riduzione dei consumi privati al maggiore accesso agli spazi pubblici e gratuiti. Ricordandoci qualcosa che spesso, presi da inconsulto filo americanismo e dall’oramai cantilenante leitmotiv della crisi dimentichiamo: le politiche relazionali non costano nulla.
Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, Donzelli 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Fortemente sostenibile

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∞ Un giallo rosso come il vino ∞
di Piero Ferrante

Un solletico alle papille gustative, una continua sollecitazione per lo stomaco. “Il collezionista di Marsiglia” oltre a leggerlo, bisognerebbe mangiarlo. Entra con calma nelle voluttà, penetra impunemente nei sensi, striscia silenzioso e lussureggiante. Con tutte quelle sue descrizioni, con quei suoi vini pregiati che non fossero stati rubati, allora verrebbe voglia di invocare l’anima di Maurice Leblanc, pregarlo spudoratamente di disegnarti indosso gli abiti furtivi di Lupin; supplicarlo di effonderti, come dote la sagacia, la furbizia, la sgusciante abilità sinaptica e fisica dell’inafferrabile Arsenio.

“Il collezionista di Marsiglia” è un giallo, certo. Anzi, è soprattutto un giallo. Costruito con discreta sapienza dalla penna gustosa di Peter Mayle, una delle migliori rivelazioni letterarie degli ultimi anni. Cucinato con una buona interconnessioni dei fatti, mai sporcato con contraddizioni, non risolto nella classica bolla di sapone del solo colpo di scena finale, epifania di lungaggini inutilmente sovrabbonadanti. Non già Simenon, ma neppure in odore di trama da libercolo da bancarella, il testo edito da Garzanti appena due mesi fa, e divenuto in tutta Europa un vero e proprio caso editoriale, è il perfetto esempio di creatura da fruizione letteraria svagante ma per nulla banale.

Tanto poco banale da invertire la consequenzialità del binomio causa-effetto. Fino ad affiancare questi due termini, a renderli unanimi parti d’un gioco che si rivelerà meno interessato di quanto supposto e presupposto, finanche giustificabile. Un gioco le cui regole le detta Sam Levitt, un ex truffatore che ha travalicato il ponte della legalità pur mantenendosi con cura sul limite. Scaltro e rocambolesco, scattante ma con il forte ed indissolubile ideale della tavola, del cibo da gustare, del vino da scegliere, Levitt è come una palla da ping pong sul tavolo di una polisportiva cinese che, necessariamente, a volte indugia a riposare a contatto con la delicatezza della rete. Le sue deduzioni, ed una parte del suo cuore, primo lo indurranno ad accettare lo spinoso caso dei vini sottratti al cafone d’alto rango Danny Roth, poi a seguire la rotta francese. È così che gli odori ed i sapori assumono un viso, uno sfondo, un contorno paesaggistico, una poetica pennellatura. E dalla mano dell’artista Mayle vengon fuori Bordeaux, Parigi, Marsiglia, i filari di viti transalpini, gli chateau più notori. Un’opera dove il verde della natura, il grigio dell’asfalto si fondono con il rosso del vino che corre nel sangue e rende spigliati e coraggiosi.

In questo trionfo cromatico, colante comme chocolat à coquer, diffuso come una melodia delicata nel pieno di un giorno di sole, Levitt deve fare i conti con l’enigmatico monsieur Reboul, un ricco collezionista di Marsiglia. È la sua nemesi. Sagace come lui, sfuggente come lui, intuitivo come lui. I due ingaggiano una sfida ad armi pari popolata di personaggi intermedi. Funzionali satelliti. Come tante piccole lune, tocca contentarsi della luce riflessa. Ma allo stesso modo, emanando intelligenza gli attori principali, non possono che riflettere altrettanto acume i comprimari. Gregari ma non pedine, chiavi di porte chiuse con tanto di catenelle e spranghe. Ed in questo sfondo, in questo ribollire di campi e controcampi, l’epilogo giunge con la rapidità di una bordata, come una cannonata attesa ma per il quale ritardo si prega, d’allontanare la fine.

Insomma, “Il collezionista di Marsiglia” non lascia a bocca asciutta. Ma sa nutrire, alimentare, sfamare con estrema ed indubbia dote di madre procace chi vi s’incolla. Diffidate degli omogeneizzati. C’è ancora speranza per la letteratura.
Peter Mayle, “Il collezionista di Marsiglia”, Garzanti 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Slurp
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∞ La bellezza di un’anima ∞
di Angela Catrani

Rebecca è brutta. Rebecca è nata brutta, povero piccolo ragnetto peloso, con la bocca storta, gli occhietti sbilenchi, mortificati. Rebecca è nata brutta, quindi è colpevole, colpevole della malattia della madre, della tristezza del padre, colpevole degli eccessi della zia Erminia. Colpevole anche del ribrezzo che prova la gente a guardarla. Colpevole perché brutta.

Una infanzia nascosta in casa, tra mura silenziose, soffocata dalle lacrime copiose della governante, nei silenzi della madre, nelle urla della zia Erminia, pianista isterica fuori controllo emotivo.

E Rebecca, cuore spezzato dalla consapevolezza della sua colpa, cresce sapendo, cogliendo, amando come può, negli spazi minimi lasciati dall’ingombro degli altri.

Ma Rebecca ha un dono, ha le mani lunghe, sottili, del padre, della zia, e dunque presto la mettono al pianoforte, perché abbia un futuro, forse una speranza; la musica è speranza, è un tuffo nel mare blu della non esistenza, la musica porta fuori dalla vita disordinata, crea architetture, fa volare, dona emozioni.

E grazie alla musica Rebecca potrà creare un suo percorso fuori casa, andrà dove sente suonare, dove incontrerà un’altra anima ferita ma reale, ma giusta, ma buona.

Rebecca è brutta, certamente. Ma la sua anima pura vibra lontano dalle vere sozzure, dalle vere schifezze di chi pur di apparire si pone nella vetrina di chiunque, di chi si trasforma in altro, di chi è tutto fuori e nulla dentro

Mariapia Veladiano, “La vita accanto”, Einaudi 2011
Giudizio: 5 / 5 – Prezioso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
IL SAGGIO: Manconi Luigi, Calderone Valentina,“Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri”, Il Saggiatore 2011
IL CLASSICO: Pier Paolo Pasolini, “Passione e ideologia”, q.e.

PROVERBIALE MACONDO
Giuseppe Interesse, “Puglia mitica dei proverbi, dei guaritori, dei soprannomi, degli scongiuri, del campanilismo, del tarantolismo, della licantropia, del pane fatto in casa”, Schena 1994
Gianna Ferretti, “Il Mangiar Saggio. Un viaggio attraverso l’Italia dei detti, dei proverbi e della vecchia saggezza popolare”, Aiep
AA.VV., “Mamma d’ ‘e fesse è sempre prena-La mamma degli imbecilli è sempre incinta. Proverbi & modi di dire: Campania”, Simonelli

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Paulo Coelhho, “Undici minuti”, Bompiani 2006
2. Dyer Wayne, “Vostre zone erronee”, Rizzoli 2000
3. Eva Cantarella, “Dammi mille baci”, Feltrinelli 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Marta X-Piero Y, “Quello che le donne dicono degli uomini e quello che gli uomini dicono delle donne”, Barbera Editore
Le mogli, i mariti, l’amore, la vita di coppia, il divorzio, il sesso, i figli, le suocere in più di 650 irresistibili e caustiche citazioni. Da Socrate a Woody Allen, da Agatha Christie a Carrie Bradshaw di “Sex and the City”, non manca nessuno: filosofi, comici, scrittori, cantanti, teologi, personaggi del cinema e della tv. Tutti a dibattere sul tema che fa dannare l’umanità dai tempi di Adamo ed Eva: l’assoluta, irrisolvibile inconciliabilità fra gli uomini e le donne!

Che altro aggiungere alla quarta di copertina?? Una citazione! Sicuramente quella che per me ha in se il perché uomini e donne si prendano costantemente la briga di “commentarsi” a vicenda.

“E io pensai a quella vecchia barzelletta, quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina”. E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”. E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti-donna, e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi… ha bisogno di uova.”
Woody Allen – Io e Annie

Macondo, 7 maggio 2011

∞ Una storia da raccontare ∞
di Piero Ferrante

Moni Ovadia, di “Etenesh”, ha scritto: “La storia di Etenesh, nelle tavole, si fa affresco dell’infamia del nostro mondo che sacrifica all’egoismo dei nostri privilegi le vite di nostri simili”. Mente e mano di quelle tavole che fanno fremere Ovadia, è Paolo Castaldi, illustratore nemmeno trentenne, che ha sfruttato il megafono della Becco Giallo per dare voce ad uno dei tanti drammi del mare che si tramutano in drammi della vita. Ed Etenesh, la donna di cui il fumettista racconta, è una di quelle anime purgatoriali che non sfiorano mai la terra se non per cadervi stremate dalla fatica e dagli stenti. Una traccia nera, ebano come d’ebano è la sua pelle, marcata con il peso della fatica ed impressa sul fangoso sentiero dell’umanità. Passo dopo passo, dalla depressione colonizzata dell’Etiopia al miraggio di futuro della Libia, fino alla proiezione che si estende al di là dell’Adriatico. Dritto, fin nel cuore dell’Italia.

Così Etenesh si fa emblema di una miriade di viaggi, sunto triste dello sfruttamento e della violenza. I convogli attraverso il deserto, soffrire la sete per un tozzo di pane in più. Magari nero, alla meglio rancido. Un sorso di acqua calda che imprime a fuoco ancor di più il significato della sete. E sulla carta, nelle sembianze tratteggiate su sfondi preminentemente scuri, Castaldi rende il dolore ancor più vivo e bruciante. Un marchio d’infamia impresso sulla storia contemporanea come nuova forma di schiavitù, una tratta gestita da uomini senza morale e con scrupoli ben al di sotto del consentito. Criminali e militari, tutti insieme, tutti coalizzati. Tutti elementi della stessa cordata di sofferenza opportunistica che fa leva sui soldi, sulla corruzione, sulla palese violazione di ogni forma di diritto umano.

Visto in quest’ottica, il testo di Castaldi ha il merito di divenire un manuale, capace di rendere, attraverso la personalizzazione di una sola storia, l’epopea di migliaia di persone. Una feroce traversata condita di violenza, dignità stuprata, umiliazione, morte. Di esseri umani ridotti all’osso dal calore del sole e dall’impietoso gelo della notte desertica. Le cicatrici sono la loro forma di resistenza vissuta, la dimostrazione di un dolore sovrastato con la sola forza della tenacia. Etenesh, quindi, è una di loro. Lei, novella Ulisse, in fuga per aspirare al sogno di una vita migliore, sacco in spalla con tanto di foto di famiglia, ammansita dalla bieca crudeltà, sull’orlo della follia e sempre costretta a recuperare quando tutto pare rovesciarsi in peggio. Clandestina per scelta. Clandestina ovunque, clandestina sempre. Prigioniera di un sogno che non sembra mai arrivare. Schiava del futuro, scintilla di un incendio divampa mai nei cuori chi tenta di avvamparlo. “Etenesh” è la verità mai raccontata, è il mistero rivelato e cautamente nascosto agli occhi dei bambini per non turbarne i sogni. “Etenesh” è come un predatore felino che ti rincorre e t’agguanta e t’aggredisce i sensi, li imprigiona e li fagocita a punto tale da fare di te un solo corpo con la sua essenza vitale, con le sue recondite ragioni, con i suoi istinti primordiali. “Etenesh” è rivincita, è vittoria dell’universalità, della fratellanza. In fondo basta tradurlo, quel nome vagamente esotico: “Tu sei mia sorella”. Un’invocazione, un’aspirazione, un reclamo.
Paolo Castaldi, “Etenesh. L’odissea di una migrante”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Come una frustata
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∞ Delitti in Costa Assurda ∞
di Roberta Paraggio

Mettiamo in chiaro immediatamente una cosa: Rosa Mogliasso è una geniale narratrice e L’amore si nutre d’amore, suo secondo romanzo, edito da Salani è di quelli da restare incollati alle pagine, con gli occhi sbarrati, come il kubrickiano Alex nel bel mezzo della Cura Ludovico. Pupilla attenta e risata inaspettatamente pronta, perché col commissario Barbara Gillo ci si diverte in maniera sagace e intelligente, cosa che capita di rado al bistrattato lettore oramai emotivamente provato dalle soventi fregature da quarta di copertina.

Con questo libro invece si va sul sicuro, l’autrice non sbaglia un colpo in questo noir ambientato tra Torino e la Costa Azzurra, dove nuovi ricchi, ex poveri, fashion victims e consumiste stakanoviste sfilano sul red carpet della mondanità ostentata e delle meningi decervellizzate, tra status symbol imprestati da Sex and the City e felicità griffate, dove la vita è un bagaglio coordinato alle scarpe e una suite con vista.

Tutt’altra storia se ci si sposta nella vita di Barbara Gillo, commissario di polizia in odor di zitellaggio innamorata di tal Zuccalà in puzza di adulterio, alle prese con un collega zelante in letteratura, un paio di sandali scomodi, una sorella che spara scempiaggini e un’indagine che si va complicando di pari passo con la sua vita pseudo sentimentale.

Perché è scomparso Tanzio Accardi? C’entra qualcosa con la morte della sgallinata moglie di..? E Filippa, imbrogliona d’alto bordo, chi è davvero? Barbara Gillo saprà dare una risposta a tutti questi interrogativi e Rosa Mogliasso ne approfitterà per darci una divertentissima ed irresistibile descrizione del cafonal-chic imperante, stupende le telefonate con la starnazzante sorella Meri e le sue lezioni di vita, la sua saggezza tutta rotocalco, “shampismo” ed estetista sotto casa, i suoi consigli frutto di approfonditi studi su rivistucole femminili.

Tra colpi di scena che non lasciano nulla al caso, protagonisti iperdopati da smanie di ricchezza, Lexotan e Tavor come cocktail, assassini insospettabili come in ogni giallo che si rispetti, ci si diverte un sacco, si legge di omicidi e truffe, di capitali traslati a Montecarlo ma si continua a sorridere, a concentrarsi e soprattutto ad appassionarsi. Perfetto nel dosare giallo, sospetto e distensione, nei dialoghi brillanti, nelle battute fulminanti, abile nello sdrammatizzare e ridicolizzare al punto giusto i personaggi, privo di tempi morti, un romanzo che va letto, anzi, che si è piacevolmente costretti a leggere in meno di 24 ore…
Rosa Mogliasso, L’amore si nutre d’amore, Salani 2011
Giudizio: 4,5 / 5 – Giallo sgargiante
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∞ Christofer, il matematico ∞
di Angela Catrani

Non si può leggere questo libro come un romanzo qualunque. Non si può leggere la straordinaria avventura di Christopher pensando a un adolescente qualunque. Perché Christopher è eccezionale, è speciale. Christopher, infatti, è portatore di una forma di autismo chiamata Sindrome di Asperger, la medesima patologia che gravò, pare, su persone geniali che hanno contribuito all’avanzamento scientifico e culturale del Pianeta, che però sul lato umano erano incapaci di qualunque tipo di relazione sociale, o più semplicemente la forma di autismo del protagonista del film Rain Man con il magnifico Dustin Hoffman.

Ecco, questo quindicenne dalla mente matematica, con capacità logiche strabilianti, è incapace però di capire se una persona è felice o triste e dunque non la guarda mai in viso, perché il non sapere genera confusione nel suo cervello, tale da portarlo al tracollo fisico. Non ama essere toccato, non parla con gli sconosciuti, non entra in posti che non ha mai visto prima, non è mai andato da solo oltre al negozio posto in fondo alla sua via del minuscolo paesino immerso nella campagna inglese, qualunque novità è paragonata a un sisma. Poi un evento Unico e Irripetibile sconvolge e sovverte il suo fragile equilibrio, e lo conduce ai confini di se stesso: prende un treno, arriva a Londra, affronta la metropolitana.

Sono tutte cose che sarebbero normalissime per chiunque di noi, ma il cervello di Christopher agisce come un computer, in cui tutto va come deve andare se le informazioni che gli arrivano attraverso i sensi sono poche per volte. La folla di persone, i posti nuovi, le immagini che vede non sono filtrate e dunque arrivano con violenza e tali da mandare in tilt, in stallo, il suo cervello computerizzato.

Questo libro è scritto in prima persona, è scritto da Christopher, e questa visione distorta eppure efficacissima ha messo in tilt il mio, di cervello. Perché siamo troppo abituati a vedere gli oggetti che ci circondano, noi e gli altri, secondo codifiche standard e rassicuranti.
E mi è venuto in mente il cervello vergine di un neonato, bombardato da luci suoni voci odori, esperienze traumatiche e traumatizzanti. E come l’accudimento di un neonato prevede luci basse e suoni soft, la medesima attenzione richiedono queste persone che non hanno filtri adeguati alla realtà caotica e multiforme.

Io penso che un po’ più di empatia, a questo mondo, non ci farebbe male, penso che a volte ragionare come Christopher in questo bel romanzo potrebbe aiutare a ridimensionare i confini di noi stessi, così apparentemente capaci di relazioni a tutto tondo e così sostanzialmente lontani da tutto ciò che non siamo noi.
Mark Haddon, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, Einaudi 2003
Giudizio: 4 / 5 – Mai banale
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dubravka Ugresic, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Giacomo Galeazzi, Ferruccio Pinotti, “Wojtyla segreto. La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II”, Chiarelettere 2011
IL CLASSICO: Danilo Dolci, “Non esiste il silenzio”, q.e.

UNA VOLTA ERA DP. OMAGGIO A MARIO CAPANNA
Mario Capanna, “Per ragionare. Sessanta domande sul nostro futuro e alcune proposte”, q.e.
Mario Capanna, “Lettera a mio figlio sul Sessantotto”, q.e.
Mario Capanna, “Coscienza globale. Oltre l’irrazionalità moderna”, q.e. I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
John Stephens, “Atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011
Clara Sanchez, “Il profumo delle foglie di limone”, Garzanti 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
di Libreria Equilibri
Albert Cohen, “Il libro di mia madre”, Rizzoli 2008
“Le nostre madri ci amano sdentati o no, forti o deboli, giovani o vecchi che siamo. E più siamo deboli, più loro ci amano. Amore delle nostre madri a nessun altro uguale”. Questo, il pezzo più significativo di tutto il canto d’amore di Cohen dedicato alla propria madre ormai scomparsa per cercare di sottrarla all’oblio che scorre inesorabile. L’amore di una madre, “a nessun altro uguale”, è un amore incondizionato, fatto di gioie e dolori, sorrisetti furbi e pianti notturni, compleanni e vaccinazioni…, pronte ad accompagnarci in ogni occasione della nostra vita al punto da non avvertire alcun bisogno di sentirsi responsabili. E’ l’amore degli amori, quello sempre disposto ad esserci prima di tutto e di tutti, quello pronto a leggere nei nostri occhi e ascoltare la nostra parte più nascosta, quello disponibile a rimboccarci le coperte, a guardarci andar via e ad aspettarci sveglie al ritorno; è forza e coraggio in queste persone sovrumane, consapevoli del fatto che non verremo mai e poi mai traditi e sulle quali, sappiamo, potremo sempre contarci, anche dopo una parola di troppo.

L’autore che, ormai ha perso questo dono speciale si sente un frutto senza l’albero, un pulcino senza la chioccia, un leoncino solo nel deserto e ha freddo, ma contemporaneamente dimora in lui un buon pensiero, quello di risparmiarle il dolore per la morte di un figlio, sì, perché lei non ci sarà fisicamente, seppure nell’invocazione del suo sacro nome, solo il suo e non quello dei vivi amati, né quello di Dio, solo il suo.
E se pensasse che lei è viva in qualche posto meraviglioso e sconosciuto? Ebbene sì, lo pensa e butta giù frasi con strane rime, canzoncine assurde, falsi proverbi fino a sentirsi “Perduto, perdito, perdoto, perdato”.

Il suo ricordo è ancora vivo, a momenti la vede lì, fare i suoi due gesti che la distinguono da tutte le altre, ne ricorda i viaggi per andare a trovarlo e il suo tenerci tanto a fare bella figura con suo figlio e gli ambienti che frequentava, la sua valigia che sfornava dolci e marmellate a poco alla volta (sapeva come farlo felice), e il suo ultimo incontro con lei, non sapeva fosse stato l’ultimo.

Ritratto caratterizzato da toni teneri ed, allo stesso tempo, infelici; guarnito da un’infinità di aggettivi e tanta, tanta punteggiatura al punto da amalgamare il respiro di te che stai leggendo con quello dello scrittore che sta buttando giù i suoi pensieri. Ricco di descrizioni particolareggiate, così ben dettagliate da riferire, addirittura, il pensiero di un uccellino nel suo cielo azzurro e una riflessione di uno scoiattolo sul suo albero; e tutto questo per rendere migliore l’inquadratura della madre in scene rimaste impresse nella sua mente.
“Nei suoi occhi c’è una follia di tenerezza, una divina follia. E’ la maternità. E’ la maestà dell’amore, la legge sublime, uno sguardo di Dio. All’improvviso lei mi appare come la prova di Dio”.

Macondo 9 aprile 2011

∞ In mammese si dice così ∞
di Roberta Paraggio

Bruno Osimo fa il traduttore, dà voce e sfumatura alle parole altrui. Ne dipana il mistero, quando arrivano al suo sguardo attento. Scandisce fonemi altrimenti astrusi. Meticoloso e timido, nevrotico ed empatico, Bruno Osimo, l’autore del “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, testo edito dalla Marcos y Marcos, è un geniale narratore di disarmonie affettive e familiari.
Abituato sin da bambino a tradurre dal mammese tamponico, un linguaggio del tutto intimo e domestico che usa le parole come scudo contro le brutture della realtà, generando al tempo stesso paure e dipendenze, il povero Bruno, bambino diversamente figlio, ha fatto della traduzione il senso unico della propria vita, il modo di relazionarsi al mondo che non ha saputo interpretarlo e che adesso lui cataloga in parole e adattamenti. Non più il mammese attenuato, ma parole piene; non più interpretazioni falsate e filtrate del mondo, ma una serie di racconti divertiti che formano questo ironico dizionario, composto dal Bruno-Osimo-adulto che guarda il Bruno-Osimo-bambino timido e solo, provetto agente segreto affetto da un incolmabile bisogno di certezze affettive, di amore senza attenuazioni.

Le parole scelte e tradotte, da papà a maschi, fino ad abbandono e clandestino, sono un pretesto per ricostruire la storia della sua famiglia di ebrei atipici, di parenti emigrati e nonne affettuose, di ricette paterne che affogano nell’olio e vacanze in montagna, di calzini mai rammendati e mutande smollate.

Pungente e a volte caustico, il suo sguardo senza filtro se non affettivo minimo, è quello di chi paga le conseguenze di essersi sentito fuori luogo per tutta la vita, in una bambagia stranamente pungente ed inospitale, che stringe ma non avvolge, spettatore delle cose taciute e mai spiegate e adesso compilatore pignolo di uno screening della vita di figlio fardello.

Ha aperto i libri e gli occhi Bruno, ha cercato nella lingua ebraica un posto dove mettere radici, un luogo che sia di pace con sè, dove le parole significano esattamente ciò che sono e non ciò che sembrano; ha fatto scendere sua madre dal piedistallo lucente di eroina dell’abnegazione, le ha fatto a distanza un ritratto impietoso, lasciando aperto quel piccolo spioncino chiamato comprensione; ha incasellato i personaggi rendendoli innocui, ha sedimentato il mammese ma lo ha aggirato, fino a lasciarlo in un angolo, utile ai ricordi privi di commozione e alla narrazione oramai divertita e affettiva.
Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Meticoloso
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∞ Tutta la notte che c’è ∞
di Piero Ferrante

Tutte le favole e tutte le fiabe incominciano con “C’era una volta”. Ed anche “Accendi la notte” (Gallucci 2011), incomincia con “C’era una volta”. E davvero c’era una volta “questo bambino non ancora grande non più piccino” cui non piacevano la notte ed il buio. C’era fin tanto che incontra Buia, una bambina che lo prende per mano e lo porta nei sogni più sogni. Nella notte di gioia e di giochi, nella notte che non conosce le paure e che vince i timori. C’era soltanto, per lui, una notte diversa. Una notte insicura, attenuata nella convinzione di doverla vincere con l’artificialità di quattro mura e con lo spaventapasseri elettrico delle lampade e dei lampadari, di luci e di lucine, di torce e di lumini.

Una notte meno notte. Una notte addirittura senza notte, con le stelle spente dagli interruttori domestici. Una notte solitaria ed infelice. Una notte in cui i bambini vivevano la loro vita senza paura, sotto il cielo degli astri ed inondati dal buio e non dal sole. Tutti i bambini, ma non quel bambino. E quel bambino non più bambino e non ancora ragazzo avrebbe voluto star con loro, giocare con loro, correre con loro, saltare con loro. Ma ad imprigionarlo era la luce, il suo rassicurante calore, la certezza delle cose che si possono vedere e toccare senza chiedersi cosa fosse. Era la luce ad inchiodarlo alla croce della sua solitudine. Fino all’arrivo di Buia: occhi di notte, capelli corvini, vesti e scarpe di buio. Nera come solo la notte sa essere nera.

E’ lei a prenderlo senza indugi. E senza indugi gli fa vincere le resistenze, spegnendo le lampade ed accendendogli le stelle, chiudendo le persiane fanciullesche sul presente ed spalancando le finestre verso l’orizzonte infinito del domani, dove non tutto è come pareva, scuro e spaventevole come un mostro d’inchiostro che ostruisce la vista, ma sono grilli e luna e stelle. E giochi diversi e rassicuranti, carezzevoli come una piuma che sfiora le gote.

Un delicatissimo Ray Bradbury, quello di “Accendi la Notte”, nell’unica sua prestazione da Gianni Rodari d’oltremanica; cantore di lode alla speranza, tenore d’un Osanna altissimo che perfora l’aspettativa e si adagia nella sorpresa. Una bella favola dei nostri giorni, che aiuta a ritrovare il piccolo senso nelle cose terrene, scevra di furori antimodernisti ma comunque fuori dai canoni. Morale si, ma non moraleggiante.
Ray Bradbury, Accendi la notte, Gallucci 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Alza lo sguardo e guarda le stelle
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino-Fandango 2011
IL SAGGIO: Giuse Alemanno-Fulvio Colucci, “Invisibili”, Kurumuny 2011
IL CLASSICO: Roland Barthes, “La camera chiara”, q.e.

AVEVI GIURATO DI NON AVERE UN’ARMA. PREGHIERA DI CARTA ED INCHIOSTRO PER KURT
Richard Steep, “Kurt Cobin. Breviario”, Blues Brothers 2011
Charles Cross, “Cobain. Più pesante del cielo”, Arcana 2010
Kurt Cobain, “Diari”, Mondadori 2004

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Marco Demarco, “Terronismo”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Emmanuel Carrere, “Facciamo un gioco”, Einaudi 2004
di Libreria Equilibri

“Non ricordo di aver provato il benché minimo senso d’inquietudine, nel comporre queste pagine: mi sembrava un’ idea irresistibile, e soprattutto perfettamente innocente.”
Questa la frase che mi ha colpita maggiormente in questo libro e che si trova nella nota finale dell’autore. Perché mi ha colpita? Perché mi ha fatto riflettere sul significato di “innocenza”, così sono andata a cercare sul dizionario il suo significato e ho trovato queste parole:
INNOCENZA: 1. Condizione morale e giuridica di chi non ha fatto del male a nessuno ed è quindi senza colpa; 2. Condizione spirituale di chi è ignaro del male, senza peccato; 3. Semplicità d’animo, ingenuità.

Perché questa premessa? Forse per scusarmi della scelta di questo libro che per genere e per gusti non ha nulla di “innocente”, almeno secondo la mia opinione, dato che si tratta di un libro della categoria “erotico”, ma non è la mancanza di innocenza in sé dell’erotismo che voglio recensire, ma bensì la mancanza di “innocenza” che c’è nella pianificazione e nelle parole. Guardando in modo obiettivo al genere letterario, sicuramente occorre una certa predisposizione mentale e perché no anche un po’ morale per poterlo leggere senza tante “seghe mentali” (giusto per restare in tema), mettendo da parte il mero aspetto fisico della questione, indiscutibilmente c’è chi ne trae piacere da questo tipo di lettura, così come è riportato da alcune testimonianze riportate dall’autore nella sua nota finale, in cui trascrive mail ricevute in seguito alla lettura del racconto, ora Carrere consensi o no ha aperto una polemica e di ciò ne era pienamente consapevole, dunque non vedo dove sta l’ “innocenza di composizione” da lui menzionata, la scrittura ha una forza non indifferente, e come dice una famosa canzone “ciò che è scritto può ferire per morire” ora qui non c’è caso di morte ma sicuramente c’è stata una pianificazione per “colpire” l’amata, nello specifico, ed i lettori nel quadro più generale.

“Facciamo un gioco” nasce come racconto pubblicato sulla rivista Le Monde “E’ una lettera per lei, una lettera così intima da poter finire in mano ai 600000 lettori di Le Monde”, così dice la quarta di copertina, ed effettivamente il tutto comincia con l’acquisto della rivista che “Lei” deve leggere durante il tragitto in treno per raggiungere lui, ed in questo tragitto, che lui ha calcolato meticolosamente, organizza questo esperimento di controllo a distanza, dove “ordina” passo passo tutto ciò che chi sta leggendo deve fare, in un accattivante gioco di seduzione in cui l’unica regola è non darsi regole.

Macondo, 2 aprile 2011

∞ Limoni e nonnetti aguzzini ∞
di Roberta Paraggio

“Quel che nasconde il tuo nome” Questo il titolo originale de Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez, edito da Garzanti sulla scorta del successo di critica e lettori riscosso in Spagna, dove è ambientato questo romanzo che di cose nascoste ne cela però ben poche sin dall’inizio.

Una storia narrata a due voci, quella di Sandra, ragazza dalla vita incasinata in cerca di non si sa cosa e quella di Julian, uomo ormai anziano che dall’Argentina piomba in Costa Blanca per chiudere i conti con i demoni del passato.

Nemici che si nascondono dietro le sembianze di innocui vecchietti in vacanza, che portano però i nomi indelebili dell’orrore per chi come Julian ha vissuto l’estrema esperienza del campo di concentramento, Katrin e Frederick Christensen, l’incarnazione della vecchiaia serena, le piccole abitudini di una coppia ben consolidata che celano un passato di carnefici nazisti senza pietà.
Sandra, svagata e confusa si ritrova senza saperlo a fargli da nipote adottiva, si lascia coccolare da quelle mani che hanno ucciso e torturato, da quei nonnetti aguzzini tanto convincenti e affettuosi da arrivare persino a volergli bene.

Julian li spia, l’odio che prova ha tolto spazio all’amore nella sua vita che sta per terminare, un’esistenza che è stata tutta un rincorrere il passato e il nemico nell’illusione di poter cancellare il male portando allo scoperto i mostri che hanno trovato una scappatoia, una feritoia nella storia che gli ha permesso di rifarsi una vita.

Il quadretto mediterraneo aulente di limoni e salsedine cozza con i protagonisti che fanno da sfondo, i raccapriccianti nonnetti in spiaggia vivono un paradiso che non è loro, hanno avuto una possibilità privando gli altri, i sommersi, della gioia o solo dell’oblio.
Cosa nasconde il nome di questi vetusti gerarchi in bermuda Julian lo sa, e lo lascia scoprire a Sandra sua complice nel tentativo ultimo di trovare pace per sé e per chi non ce l’ha fatta.

Un romanzo sulle apparenze e sulla crudeltà, sulle solide certezze che crollano e sulla banalità del male che eccede forse in lunghezza, rischiando a volte la ripetizione se non addirittura l’ovvietà nel tratteggiare i personaggi che restano incompleti, bidimensionali, presi dal fiume della narrazione i protagonisti purtroppo non evolvono se non in direzioni prevedibili, al limite della più patinata fiction televisiva da prima serata.
Clara Sanchez, Il profumo delle foglie di limone, Garzanti 2010
Giudizio: 2.5 / 5 – Si può fare di più
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∞ Ronzii in Val Pellice ∞
di Piero Ferrante

Un omicidio, due omicidi, un commissario dell’antimafia, un questore in pensione. Un ecosistema protetto quale quello della Val Pellice. L’abbecedario de “La rivoluzione delle api”, ultimo romanzo del giornalista Serge Quadruppani (edito dalla casa editrice Verdenero) è semplice come un sussidiario. Come semplice è l’antefatto, la vacanza in montagna dei due poliziotti. E semplici sono le trovate, dal Comitato apicoltori alla multinazionale Sacropiano (chiara allusione letteraria, in un gioco semantico effervescente, alla Monsanto), dalla purezza del mondo pastorale e montano alla descrizione dei prototipi affermati di carabinieri e poliziotti.

Serge Quadruppani, dunque, usa l’arma della semplicità per dare alla luce un giallo appassionante ed insieme esilarante. Un romanzo agile, tutto sommato breve, mai tedioso e che non si perde in tecnicismi. Un romanzo che sa essere anche fitto di messaggi. Come una foresta del bene, in cui pendono liane della verità e dell’informazione. Quadruppani non esita, attraverso la costruzione valoriale della commissario Simona Tavianello, non titolare del caso, ma in esso totalmente coinvolta, a materializzare i pericoli di certo progresso, le pretese superiorità di una tecnologia che dimentica la vita nel nome del guadagno, della pecunia, dell’affare.

Ed è così che, nel libro, si materializzano complotti sovrarregionali, interessi superiori, servizi segreti. Ed è così che un omicidio esce dalla dimensione comunitaria per tracimare in quella nazionale, affisso nelle cronache maggiori. Ed è così che, inevitabilmente, l’autore si immedesima nel gorgo dei sentimenti e delle paure dei vari protagonisti, partecipa alle loro vicende, alle loro situazioni quotidiane. Evidenzia con i toni della condanna la brutalità dell’agro-alimentare. Che non è più alimentare e men che meno agro.

E Quadruppani si serve del linguaggio come un’arma elementare ma letale. Con questa impartisce lezioni di combattimento; al punto che, leggerlo ed ammirarlo, finiscono per essere due facce della medesima medaglia. Azione e ripercussione. Leggi e godi, sballotto lato fra azione, pathos, sussulti e spari. Un teso, questa “La Rivoluzione della api”, di un tessuto solido: militante e giallesco, rabbioso e riflessivo, uno scontro fra mondi, descrizioni e situations che travalicano le barriere del letterario per imbellettarsi della polvere della politica e dell’attualità. Complotti e complottasti, servizi segretissimi, indagini insabbiate, manovre a piovra. Scorrere il libro è illuminante come una luce nel buio, soddisfacente come l’odore del caffè nella cucina al mattino: il plot è l’acqua, i personaggi il nero sapore dell’aroma. Una miscela mai soporifera e sempre stimolante. Quadruppani è un colpo piazzato in mezzo ai sensi.
Serge Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
Giudizio: 4 / 5 – Pistolettata
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Natalino Russo, “Nel mezzo del cammino di Santiago”, Ediciclo 2011
IL SAGGIO: Hannah Arendt, “La banalità del male”, Feltrinelli 2003
IL CLASSICO: Fedor Dostoevskij, “Le notti bianche”, q.e.

CHE I NOSTRI SOGNI DIVENTINO RESPONSABILITA’. STATO PER LA LEGALITA’
Don Luigi Ciotti, “Dialogo sulla legalità”, Manni 2005
Lupoli, Matteuzzi (a cura di) “Don Peppe Diana. Per amore del mio popolo”, Round Robin 2009
Antonella Mascali, “Lotta civile”, Chiarelettere 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
Jonathan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Massimo Tirinelli, “Col tempo”, Progetto Cultura 2010
di Libreria Equilibri

A renderci le persone che siamo sono le misteriose alchimie della vita: la miscela, spesso casuale, di amori e separazioni, di sogni e delusioni, di risate e pianto, di tutto quello che abbiamo avuto in sorte. E di tutto quello che abbiamo perduto

“Col tempo” di Massimo Tirinelli è una raccolta di brevi racconti che ha come tema centrale il tempo visto nelle sue varie sfumature. Il tempo che costruisce, modella, che forma, ma disgrega anche, il tempo che si disperde, quello dei ricordi, quello che in fondo annienta.

Tutte le storie del libro “Col tempo” vogliono raccontare uno spaccato di vita comune, i personaggi infatti sono molto semplici, simili a noi stessi e agli altri, e vengono catturati o sfiorati dal tempo.

Ognuno di loro, proprio come ognuno di noi, vive la sua quotidianità preso da sentimenti contrastanti e ragiona su quello che è passato, si proietta nel futuro o semplicemente si lascia andare agli eventi contemporanei e a tutto ciò che fa parte del presente. “Col tempo” è un libro ben scritto, con riflessioni molto profonde che parlano attraverso la voce dei protagonisti delle storie o semplicemente attraverso descrizioni fatte dallo stesso scrittore Tirinelli.

Il linguaggio utilizzato nel libro è diretto, non utilizza termini complicati per spiegare la vita in relazione al tempo, ma frasi che puntano al centro del bersaglio, con parole che spesso riecheggiano nell’aria per essere meglio comprese o approfondite. E assieme al concetto del tempo che scorre, che rallenta, che si arresta o assale con ventate di ricordi, c’è un altro tema ricorrente: l’immancabile amore, quello puro e inarrestabile, quello che viene negato, l’amore tradito, quello geloso.

Massimo Tirinelli scrive quindi un libro sui sentimenti, sui dubbi che attanagliano le persone nei loro rapporti, sulle difficoltà, le rinunce a cui si è sottoposti, sulle relazioni che si recuperano. “Col tempo” un libro per tutti, poche pagine che vogliono raccontare e lasciare un messaggio al lettore.

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