Macondo, 18 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Con la penna nell’Inferno ∞
di Roberta Paraggio

Peppe Lanzetta è crudele. Vincent Profumo è cruento. E, Napoli, in questo ultimo romanzo di Lanzetta edito da Garzanti, “Infernapoli” (2011), è ancora più disperata e putrida.

Storia di un boss che si inonda di Guerlain come una ottuagenaria tenutaria, per non sentire la puzza di schifezza che lo rincorre fin negli incubi della notte partenopea. Volgare e cafonazzo, cerca redenzione nella voce di Maria Callas e se ne commuove. Ma lo fa in maniera sbracata, in slip leopardati, panza penzolante e orrendo riporto ingelatinato. Genuflesso davanti a un Padreppio formato famiglia. A Pietralcina una volta al mese con la prole, sembra proprio un bravo cristiano. Però lui no. Lui è Vincent Profumo, e i suoi scagnozzi hanno nomi rubati alla lirica e puntualmente declinati alla partenopea: Falstàff, Parsifàl…

Lanzetta come sempre è grande nel riportare la grettitudine e l’oscenità di un mondo infernale eppure quotidiano, creando personaggi come Vincent, Jonny Tarallo, Giggino o’ finanziamento che già sono imparentati con altri che bazzicano i mondi letterari dello scrittore, e consanguinei cinematografici figli di quel cinema napoletano che sa raccontare la tragedia senza straripare nella facile sceneggiata. Pensiamo a Pater Familias di Francesco Patierno, a Luna Rossa di Antonio Capuano all’ipnotico Imbalsamatore di Matteo Garrone.

Infernapoli è un libro lurido, nel linguaggio e nelle immagini evocate. Non fa sconti, non indulge, non ha amore ma solo sesso degradante e ululante. Neanche l’affetto di Vincent Profumo per le figlie Maria Sole, Maria Luna e Maria Stella riuscirà a farlo tornare sulla retta via che probabilmente non ha mai conosciuto.

Ci sono cinesi che vogliono rubargli la piazza della prostituzione, omicidi, tradimenti, vendette trasversali, preti pedofili, figlie ca’ panza annanz, mogli insoddisfatte che cornificano con idraulici nerboruti, in un‘oscena baraonda di corpi sudati ed ostentati, mollicci e caldi, freddi di morte violenta, sciolti nell’acido, sezionati per divertimento.
E c’è una puzza che appesta l’aria, di diossina, di merda, di monnezza e di paura, quella che di notte fa rigirare in un letto di sudore e capelli bianchi, è la puzza di una vita in un vicolo scuro scuro, che non ti fa scegliere, che ti strozza mentre Vincent Profumo si ingozza con le mani unte.

E c’è Donna Cuncetta del basso che non ha più il mare da guardare, ha affogato nel tuppo nero un altro dolore, un figlio sparato, un cravattaio che passa e spassa, un nuovo sfogo da tacere nel suo inferno di silenzio e terrore.
Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
Giudizio: 3, 5 / 5 – Realismo tragico
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∞ Disobbedienza di genere ∞
di Piero Ferrante

Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato
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∞ Simboli laici ∞
di Angela Catrani

Quando entro in luogo pubblico, sia esso una scuola o un tribunale, o un semplice ufficio delle imposte, l’occhio, spesso nolente, mi cade sul crocefisso, tristemente e solitariamente appeso in alto, vicino al soffitto. Una semplice croce di legno, per lo più. E non reputo il crocefisso un bel simbolo da apporre in un luogo che è di utile necessità per tutti i cittadini. Perché i cittadini possono anche essere per la stragrande maggioranza cristiani e dunque ritrovare nel crocefisso appeso un simbolo a loro caro, ma che significato potrà mai avere per un cittadino ebreo o mussulmano questo eterno simbolo di morte?

Dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il fatto che l’Italia è multiculturale e multireligiosa e non possiamo nasconderci con dietrologie patetiche in riferimento a un’identità culturale cristiana che investa l’Italia intera. Non sono nemmeno duemila anni che l’Italia è cristiana, prima aveva negli dei dell’antica Roma i suoi riferimenti e prima ancora altri dei e prima ancora fuoco acqua terra e aria.

Con una puntigliosa, sarcastica, incisiva disanima il professor Sergio Luzzatto, docente dell’Università degli studi di Torino, nel suo saggio “Il crocifisso di Stato” si scaglia, è davvero il caso di dirlo, contro quei politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, che dichiarano importante e fondamentale avere la croce affissa nei luoghi pubblici come simbolo identitario dell’Italia unita.

Dunque un crocefisso tricolore?

In realtà il crocefisso appeso nei luoghi pubblici ha origine nei decreti mussoliniani dopo la marcia su Roma, quando l’approvazione della Chiesa era necessaria a mascherare le nefandezze delle camicie nere. E nel ’48 non si ritenne di dover calare giù dai muri le croci dato che i tempi tristi del dopoguerra consigliavano prudenza. Arriviamo dunque al 1984 e alla netta separazione della Chiesa dallo Stato, che costituzionalmente è laico, tramite il Concordato. Ma il crocefisso è ancora là, dato che oramai è considerato simbolo dell’Italia Unita, dato che “in fondo non offende nessuno”, dato che “è simbolo di pace”.

E dunque due cittadini, due professori della scuola superiore, i coniugi Montagnana, si armano di buona volontà e partono alla carica contro questo uso simbolico distorto di una croce. Devono passare vent’anni di tribunale per avere ragione, perché alla fine e a seguito di ben altre vicende, e siamo nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dichiari fuori legge il crocefisso sulle pareti dei luoghi pubblici. Il parlamento italiano tutto si appella contro questa decisione e a tutt’oggi non abbiamo ancora un parere definitivo.

Eppure.

Eppure centocinquant’anni fa l’Italia fu unita contro il Vaticano, Roma fu presa attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si trattenne prigioniero volontario dentro le mura del Vaticano. Durante il Risorgimento la spaccatura era netta, e a cominciare dall’inno di Mameli, non si fa alcun riferimento a una Chiesa che non aveva alcun vantaggio né economico né sociale a uno stato interamente unificato. Ma oggi a queste cose non pensiamo, oggi è più scandaloso pensare di togliere una croce di legno da un muro bianco che alla moralità di uno stato, al decoro, all’integrazione reale tra cittadini, a un multiculturalismo che porta ricchezza e crescita umana.

Lo stato italiano secondo la sua Costituzione è laico e ciò non significa che è immorale, come forse paventa qualche ecclesiastico, ma che è aperto ad accogliere in maniera paritaria qualsiasi religione o filosofia di vita di ogni suo cittadino.
Non ci spaventi il muro bianco, afferma il professor Luzzatto, sia invece occasione di creatività, di possibilità, di scelta personale: si dia pertanto ai cittadini la scelta di un simbolo reale dell’Italia, scevro da qualsiasi implicazione religiosa che, sempre, lascerebbe scontenti gli uni o gli altri.
Sergio Luzzatto, “Il crocifisso di stato”, Einaudi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Riflessivo
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Seita Parkkola, “L’ultima possibilità”, San Paolo 2011
IL SAGGIO: Dario Piombino-Mascali, “Il maestro del sonno eterno”, La Zisa 2011
IL CLASSICO: Italo Calvino, “Giornata di uno scrutatore”, q. e.

DAL PALLONE A MACONDO, UNA VITA LATINAMERICANA – LIBRI PER GIANNI MINA’
Gianni Minà, “Politicamente scorretto”, Sperling & Kupfer 2009
Gianni Minà. “Fidel Castro”, Sperling & Kupfer
Gianni Minà, “Un continente desaparecido”, Sperling & Kupfer

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Serena Dandini, “Dai diamanti non nasce niente”, Rizzoli 2011
3. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Silvio Muccino – Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, Rizzoli 2006
Sasha, Nicole, Benedetta, Lorenzo. Sasha, un ragazzo con la tentazione di farla finita perché pensa che il suo passato, quelle che sono state le colpe dei suoi genitori, fanno parte del suo patrimonio genetico. Un ragazzo dai capelli impettinabili e tanta voglia di vivere accompagnata da tanta paura ed il rischio incombente di cadere nell’autodistruzione.

Nicole, quarant’anni, un armadio di tailleur e golf neri, un aria sicura, soluzioni e istruzioni per vivere ma che sa solo consigliare, un passato lasciato dietro questa maschera di sicurezza, una maschera fatta di creta però che in una notte di pioggia a causa di un tamponamento comincia a sgretolarsi…..

Benedetta un corpo che si presta alla vita, un anima corrotta dalla perversione.

Lorenzo un marito.

I capitoli si alternano mostrando di volta in volta i punti di vista di Nicole e di Sasha offendo un punto di vista sia maschile che femminile di una stessa vicenda. “Parlami d’amore” un titolo che, a mio avviso, forse va a sminuire quello che può essere il valore narrativo di questo libro, che d’amore parla sì, ma di amore per se stessi, di amore per la vita, di amore nell’affrontare con forza e dignità i propri fantasmi e riemergere più forti e soprattutto sereni. Un libro che ha bisogno di una certa predisposizione per cogliere appieno i “colori narrativi”, per me è stata una sorpresa dover accantonare il mio scetticismo nei confronti di Muccino, in quanto non vedevo di buon occhio questa idea di improvvisarsi scrittore (non a caso queste mie remore mi hanno fatto lasciare sullo scaffale questo libro per lungo tempo), una bella sorpresa insomma un bel libro che lascia molto riflettere su quanto siamo capaci di autoinfliggerci sofferenza e di come una volta toccato il fondo ci si renda conto che si può tornare a salire.

Macondo, Stato Quotidiano 18 giugno 2011

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Macondo, 14 maggio 2011

∞ La sostenibile leggerezza della felicità ∞
di Roberta Paraggio

Ma i nostri nonni erano più felici di noi?

Questa la domanda che sorge di primo acchito leggendo questo Manifesto per la felicità scritto per Donzelli da Stefano Bartolini. Risposta: sembrerebbe proprio di sì. E dunque, come curarsi? L’autore fa un’analisi del disagio contemporaneo per rispondere a questo interrogativo, tenendosi a distanza dalle facili derive bucolico-post hippy. Per conoscere le causa del male che ci attanaglia, infatti, bisogna scoprirne le cause e Bartolini, come un medico provetto, ne fa una precisa anamnesi, avvertendoci sui pericoli, mettendoci in guardia sulla sintomatologia, proponendo infine cure e terapie per evitare possibili recrudescenze.

Prendendo come esempio record di “infelicità procapite” gli Stati Uniti, spiega le cause che hanno portato questo paese a quello che lui chiama paradosso della felicità . Vale a dire allo strano binomio ricchezza-incapacità relazionale. Portafogli pieno e vita vuota, esistenze incastrate nelle insicurezze e nei bisogni indotti che tentano di colmarsi a dismisura dando valore solo ed esclusivamente a ciò che può essere comprato, amicizia, amore, scambi sociali e culturali di ogni tipo… non pervenuti.

Facile il collegamento con i fotogrammi di un vecchio film di George Romero, gli zombie vaganti nel non luogo allora rappresentato dal supermarket, oggi meglio definibile con l’icona dei grandi centri commerciali, attorno a cui gravita il surrogato di socialità degli infelici cittadini del nuovo continente.

Un tempo libero privato, programmato in spazi asettici di identità se non quella consumistica; luoghi che provano ad essere di inclusione ma che finiscono per essere di esclusione. Ed allora, che cosa ha portato un paese che per molti è ancora esemplare a ridursi in questo stato di degenza permanete, ospedalizzato cronico ed intubato ad una flebo mortifera?

Per dare una spiegazione, Bartolini parte da lontano, analizzando la forma delle città americane, prive di spazi di socialità pubblici, dove anche il diritto alla mobilità può essere acquistato, dove le periferie hanno sostituito la piazza con spazi privati ed elitari, passa per la scuola sempre più palestra (de)formatrice di soggetti ad alto rischio di instabilità emotiva, altamente competitivi e stressati, portatori insani di quello che sarà l’ideale consumistico. Il tapis roulant che portava alla felicità si è incagliato, e a guadagnarci sembra essere solamente l’indotto dell’evasione che si affila gli artigli sulle carcasse della pochezza relazionale, abbuffandosi al banchetto di una resistente industria della solitudine.

In stretta correlazione con il progetto di decrescita di Serge Latouche e con la sobrietà dei consumi proposta da Franco Gesualdi, Bartolini ci parla di insostenibilità relazionale, accomunandosi alla critica della crescita ad ogni costo e alla logica euristica che ci vede più ricchi e quindi più felici, lo fa partendo dall’ America e approdando all’Europa dove forse non è ancora troppo tardi, lontano da utopie, palesando gli esempi positivi e virtuosi, avallando soluzioni semplici e partecipative che vanno dalla riduzione dei consumi privati al maggiore accesso agli spazi pubblici e gratuiti. Ricordandoci qualcosa che spesso, presi da inconsulto filo americanismo e dall’oramai cantilenante leitmotiv della crisi dimentichiamo: le politiche relazionali non costano nulla.
Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, Donzelli 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Fortemente sostenibile

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∞ Un giallo rosso come il vino ∞
di Piero Ferrante

Un solletico alle papille gustative, una continua sollecitazione per lo stomaco. “Il collezionista di Marsiglia” oltre a leggerlo, bisognerebbe mangiarlo. Entra con calma nelle voluttà, penetra impunemente nei sensi, striscia silenzioso e lussureggiante. Con tutte quelle sue descrizioni, con quei suoi vini pregiati che non fossero stati rubati, allora verrebbe voglia di invocare l’anima di Maurice Leblanc, pregarlo spudoratamente di disegnarti indosso gli abiti furtivi di Lupin; supplicarlo di effonderti, come dote la sagacia, la furbizia, la sgusciante abilità sinaptica e fisica dell’inafferrabile Arsenio.

“Il collezionista di Marsiglia” è un giallo, certo. Anzi, è soprattutto un giallo. Costruito con discreta sapienza dalla penna gustosa di Peter Mayle, una delle migliori rivelazioni letterarie degli ultimi anni. Cucinato con una buona interconnessioni dei fatti, mai sporcato con contraddizioni, non risolto nella classica bolla di sapone del solo colpo di scena finale, epifania di lungaggini inutilmente sovrabbonadanti. Non già Simenon, ma neppure in odore di trama da libercolo da bancarella, il testo edito da Garzanti appena due mesi fa, e divenuto in tutta Europa un vero e proprio caso editoriale, è il perfetto esempio di creatura da fruizione letteraria svagante ma per nulla banale.

Tanto poco banale da invertire la consequenzialità del binomio causa-effetto. Fino ad affiancare questi due termini, a renderli unanimi parti d’un gioco che si rivelerà meno interessato di quanto supposto e presupposto, finanche giustificabile. Un gioco le cui regole le detta Sam Levitt, un ex truffatore che ha travalicato il ponte della legalità pur mantenendosi con cura sul limite. Scaltro e rocambolesco, scattante ma con il forte ed indissolubile ideale della tavola, del cibo da gustare, del vino da scegliere, Levitt è come una palla da ping pong sul tavolo di una polisportiva cinese che, necessariamente, a volte indugia a riposare a contatto con la delicatezza della rete. Le sue deduzioni, ed una parte del suo cuore, primo lo indurranno ad accettare lo spinoso caso dei vini sottratti al cafone d’alto rango Danny Roth, poi a seguire la rotta francese. È così che gli odori ed i sapori assumono un viso, uno sfondo, un contorno paesaggistico, una poetica pennellatura. E dalla mano dell’artista Mayle vengon fuori Bordeaux, Parigi, Marsiglia, i filari di viti transalpini, gli chateau più notori. Un’opera dove il verde della natura, il grigio dell’asfalto si fondono con il rosso del vino che corre nel sangue e rende spigliati e coraggiosi.

In questo trionfo cromatico, colante comme chocolat à coquer, diffuso come una melodia delicata nel pieno di un giorno di sole, Levitt deve fare i conti con l’enigmatico monsieur Reboul, un ricco collezionista di Marsiglia. È la sua nemesi. Sagace come lui, sfuggente come lui, intuitivo come lui. I due ingaggiano una sfida ad armi pari popolata di personaggi intermedi. Funzionali satelliti. Come tante piccole lune, tocca contentarsi della luce riflessa. Ma allo stesso modo, emanando intelligenza gli attori principali, non possono che riflettere altrettanto acume i comprimari. Gregari ma non pedine, chiavi di porte chiuse con tanto di catenelle e spranghe. Ed in questo sfondo, in questo ribollire di campi e controcampi, l’epilogo giunge con la rapidità di una bordata, come una cannonata attesa ma per il quale ritardo si prega, d’allontanare la fine.

Insomma, “Il collezionista di Marsiglia” non lascia a bocca asciutta. Ma sa nutrire, alimentare, sfamare con estrema ed indubbia dote di madre procace chi vi s’incolla. Diffidate degli omogeneizzati. C’è ancora speranza per la letteratura.
Peter Mayle, “Il collezionista di Marsiglia”, Garzanti 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Slurp
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∞ La bellezza di un’anima ∞
di Angela Catrani

Rebecca è brutta. Rebecca è nata brutta, povero piccolo ragnetto peloso, con la bocca storta, gli occhietti sbilenchi, mortificati. Rebecca è nata brutta, quindi è colpevole, colpevole della malattia della madre, della tristezza del padre, colpevole degli eccessi della zia Erminia. Colpevole anche del ribrezzo che prova la gente a guardarla. Colpevole perché brutta.

Una infanzia nascosta in casa, tra mura silenziose, soffocata dalle lacrime copiose della governante, nei silenzi della madre, nelle urla della zia Erminia, pianista isterica fuori controllo emotivo.

E Rebecca, cuore spezzato dalla consapevolezza della sua colpa, cresce sapendo, cogliendo, amando come può, negli spazi minimi lasciati dall’ingombro degli altri.

Ma Rebecca ha un dono, ha le mani lunghe, sottili, del padre, della zia, e dunque presto la mettono al pianoforte, perché abbia un futuro, forse una speranza; la musica è speranza, è un tuffo nel mare blu della non esistenza, la musica porta fuori dalla vita disordinata, crea architetture, fa volare, dona emozioni.

E grazie alla musica Rebecca potrà creare un suo percorso fuori casa, andrà dove sente suonare, dove incontrerà un’altra anima ferita ma reale, ma giusta, ma buona.

Rebecca è brutta, certamente. Ma la sua anima pura vibra lontano dalle vere sozzure, dalle vere schifezze di chi pur di apparire si pone nella vetrina di chiunque, di chi si trasforma in altro, di chi è tutto fuori e nulla dentro

Mariapia Veladiano, “La vita accanto”, Einaudi 2011
Giudizio: 5 / 5 – Prezioso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
IL SAGGIO: Manconi Luigi, Calderone Valentina,“Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri”, Il Saggiatore 2011
IL CLASSICO: Pier Paolo Pasolini, “Passione e ideologia”, q.e.

PROVERBIALE MACONDO
Giuseppe Interesse, “Puglia mitica dei proverbi, dei guaritori, dei soprannomi, degli scongiuri, del campanilismo, del tarantolismo, della licantropia, del pane fatto in casa”, Schena 1994
Gianna Ferretti, “Il Mangiar Saggio. Un viaggio attraverso l’Italia dei detti, dei proverbi e della vecchia saggezza popolare”, Aiep
AA.VV., “Mamma d’ ‘e fesse è sempre prena-La mamma degli imbecilli è sempre incinta. Proverbi & modi di dire: Campania”, Simonelli

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Paulo Coelhho, “Undici minuti”, Bompiani 2006
2. Dyer Wayne, “Vostre zone erronee”, Rizzoli 2000
3. Eva Cantarella, “Dammi mille baci”, Feltrinelli 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Marta X-Piero Y, “Quello che le donne dicono degli uomini e quello che gli uomini dicono delle donne”, Barbera Editore
Le mogli, i mariti, l’amore, la vita di coppia, il divorzio, il sesso, i figli, le suocere in più di 650 irresistibili e caustiche citazioni. Da Socrate a Woody Allen, da Agatha Christie a Carrie Bradshaw di “Sex and the City”, non manca nessuno: filosofi, comici, scrittori, cantanti, teologi, personaggi del cinema e della tv. Tutti a dibattere sul tema che fa dannare l’umanità dai tempi di Adamo ed Eva: l’assoluta, irrisolvibile inconciliabilità fra gli uomini e le donne!

Che altro aggiungere alla quarta di copertina?? Una citazione! Sicuramente quella che per me ha in se il perché uomini e donne si prendano costantemente la briga di “commentarsi” a vicenda.

“E io pensai a quella vecchia barzelletta, quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina”. E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”. E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti-donna, e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi… ha bisogno di uova.”
Woody Allen – Io e Annie

Macondo, 2 aprile 2011

∞ Limoni e nonnetti aguzzini ∞
di Roberta Paraggio

“Quel che nasconde il tuo nome” Questo il titolo originale de Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez, edito da Garzanti sulla scorta del successo di critica e lettori riscosso in Spagna, dove è ambientato questo romanzo che di cose nascoste ne cela però ben poche sin dall’inizio.

Una storia narrata a due voci, quella di Sandra, ragazza dalla vita incasinata in cerca di non si sa cosa e quella di Julian, uomo ormai anziano che dall’Argentina piomba in Costa Blanca per chiudere i conti con i demoni del passato.

Nemici che si nascondono dietro le sembianze di innocui vecchietti in vacanza, che portano però i nomi indelebili dell’orrore per chi come Julian ha vissuto l’estrema esperienza del campo di concentramento, Katrin e Frederick Christensen, l’incarnazione della vecchiaia serena, le piccole abitudini di una coppia ben consolidata che celano un passato di carnefici nazisti senza pietà.
Sandra, svagata e confusa si ritrova senza saperlo a fargli da nipote adottiva, si lascia coccolare da quelle mani che hanno ucciso e torturato, da quei nonnetti aguzzini tanto convincenti e affettuosi da arrivare persino a volergli bene.

Julian li spia, l’odio che prova ha tolto spazio all’amore nella sua vita che sta per terminare, un’esistenza che è stata tutta un rincorrere il passato e il nemico nell’illusione di poter cancellare il male portando allo scoperto i mostri che hanno trovato una scappatoia, una feritoia nella storia che gli ha permesso di rifarsi una vita.

Il quadretto mediterraneo aulente di limoni e salsedine cozza con i protagonisti che fanno da sfondo, i raccapriccianti nonnetti in spiaggia vivono un paradiso che non è loro, hanno avuto una possibilità privando gli altri, i sommersi, della gioia o solo dell’oblio.
Cosa nasconde il nome di questi vetusti gerarchi in bermuda Julian lo sa, e lo lascia scoprire a Sandra sua complice nel tentativo ultimo di trovare pace per sé e per chi non ce l’ha fatta.

Un romanzo sulle apparenze e sulla crudeltà, sulle solide certezze che crollano e sulla banalità del male che eccede forse in lunghezza, rischiando a volte la ripetizione se non addirittura l’ovvietà nel tratteggiare i personaggi che restano incompleti, bidimensionali, presi dal fiume della narrazione i protagonisti purtroppo non evolvono se non in direzioni prevedibili, al limite della più patinata fiction televisiva da prima serata.
Clara Sanchez, Il profumo delle foglie di limone, Garzanti 2010
Giudizio: 2.5 / 5 – Si può fare di più
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∞ Ronzii in Val Pellice ∞
di Piero Ferrante

Un omicidio, due omicidi, un commissario dell’antimafia, un questore in pensione. Un ecosistema protetto quale quello della Val Pellice. L’abbecedario de “La rivoluzione delle api”, ultimo romanzo del giornalista Serge Quadruppani (edito dalla casa editrice Verdenero) è semplice come un sussidiario. Come semplice è l’antefatto, la vacanza in montagna dei due poliziotti. E semplici sono le trovate, dal Comitato apicoltori alla multinazionale Sacropiano (chiara allusione letteraria, in un gioco semantico effervescente, alla Monsanto), dalla purezza del mondo pastorale e montano alla descrizione dei prototipi affermati di carabinieri e poliziotti.

Serge Quadruppani, dunque, usa l’arma della semplicità per dare alla luce un giallo appassionante ed insieme esilarante. Un romanzo agile, tutto sommato breve, mai tedioso e che non si perde in tecnicismi. Un romanzo che sa essere anche fitto di messaggi. Come una foresta del bene, in cui pendono liane della verità e dell’informazione. Quadruppani non esita, attraverso la costruzione valoriale della commissario Simona Tavianello, non titolare del caso, ma in esso totalmente coinvolta, a materializzare i pericoli di certo progresso, le pretese superiorità di una tecnologia che dimentica la vita nel nome del guadagno, della pecunia, dell’affare.

Ed è così che, nel libro, si materializzano complotti sovrarregionali, interessi superiori, servizi segreti. Ed è così che un omicidio esce dalla dimensione comunitaria per tracimare in quella nazionale, affisso nelle cronache maggiori. Ed è così che, inevitabilmente, l’autore si immedesima nel gorgo dei sentimenti e delle paure dei vari protagonisti, partecipa alle loro vicende, alle loro situazioni quotidiane. Evidenzia con i toni della condanna la brutalità dell’agro-alimentare. Che non è più alimentare e men che meno agro.

E Quadruppani si serve del linguaggio come un’arma elementare ma letale. Con questa impartisce lezioni di combattimento; al punto che, leggerlo ed ammirarlo, finiscono per essere due facce della medesima medaglia. Azione e ripercussione. Leggi e godi, sballotto lato fra azione, pathos, sussulti e spari. Un teso, questa “La Rivoluzione della api”, di un tessuto solido: militante e giallesco, rabbioso e riflessivo, uno scontro fra mondi, descrizioni e situations che travalicano le barriere del letterario per imbellettarsi della polvere della politica e dell’attualità. Complotti e complottasti, servizi segretissimi, indagini insabbiate, manovre a piovra. Scorrere il libro è illuminante come una luce nel buio, soddisfacente come l’odore del caffè nella cucina al mattino: il plot è l’acqua, i personaggi il nero sapore dell’aroma. Una miscela mai soporifera e sempre stimolante. Quadruppani è un colpo piazzato in mezzo ai sensi.
Serge Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
Giudizio: 4 / 5 – Pistolettata
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Natalino Russo, “Nel mezzo del cammino di Santiago”, Ediciclo 2011
IL SAGGIO: Hannah Arendt, “La banalità del male”, Feltrinelli 2003
IL CLASSICO: Fedor Dostoevskij, “Le notti bianche”, q.e.

CHE I NOSTRI SOGNI DIVENTINO RESPONSABILITA’. STATO PER LA LEGALITA’
Don Luigi Ciotti, “Dialogo sulla legalità”, Manni 2005
Lupoli, Matteuzzi (a cura di) “Don Peppe Diana. Per amore del mio popolo”, Round Robin 2009
Antonella Mascali, “Lotta civile”, Chiarelettere 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
Jonathan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Massimo Tirinelli, “Col tempo”, Progetto Cultura 2010
di Libreria Equilibri

A renderci le persone che siamo sono le misteriose alchimie della vita: la miscela, spesso casuale, di amori e separazioni, di sogni e delusioni, di risate e pianto, di tutto quello che abbiamo avuto in sorte. E di tutto quello che abbiamo perduto

“Col tempo” di Massimo Tirinelli è una raccolta di brevi racconti che ha come tema centrale il tempo visto nelle sue varie sfumature. Il tempo che costruisce, modella, che forma, ma disgrega anche, il tempo che si disperde, quello dei ricordi, quello che in fondo annienta.

Tutte le storie del libro “Col tempo” vogliono raccontare uno spaccato di vita comune, i personaggi infatti sono molto semplici, simili a noi stessi e agli altri, e vengono catturati o sfiorati dal tempo.

Ognuno di loro, proprio come ognuno di noi, vive la sua quotidianità preso da sentimenti contrastanti e ragiona su quello che è passato, si proietta nel futuro o semplicemente si lascia andare agli eventi contemporanei e a tutto ciò che fa parte del presente. “Col tempo” è un libro ben scritto, con riflessioni molto profonde che parlano attraverso la voce dei protagonisti delle storie o semplicemente attraverso descrizioni fatte dallo stesso scrittore Tirinelli.

Il linguaggio utilizzato nel libro è diretto, non utilizza termini complicati per spiegare la vita in relazione al tempo, ma frasi che puntano al centro del bersaglio, con parole che spesso riecheggiano nell’aria per essere meglio comprese o approfondite. E assieme al concetto del tempo che scorre, che rallenta, che si arresta o assale con ventate di ricordi, c’è un altro tema ricorrente: l’immancabile amore, quello puro e inarrestabile, quello che viene negato, l’amore tradito, quello geloso.

Massimo Tirinelli scrive quindi un libro sui sentimenti, sui dubbi che attanagliano le persone nei loro rapporti, sulle difficoltà, le rinunce a cui si è sottoposti, sulle relazioni che si recuperano. “Col tempo” un libro per tutti, poche pagine che vogliono raccontare e lasciare un messaggio al lettore.

Macondo – 12 marzo 2011 (scusate l’assenza)

∞ Pane, fragranza del mondo ∞
di Piero Ferrante

Un titolo che è come una preghiera. A recitarla, Predrag Matvejević. “Pane nostro” che sei nei libri, vien subito da continuare. Merito alla Garzanti, per aver captato, ancora una volta, la grandezza dello scrittore bosniaco dopo il salato “Breviario Mediterraneo”. Sotto la lente analitica di Matvejević, qui, è il pane. Come lì lo era stato il mare. Pure, un filo non interrotto: pane e mare finiscono per essere complementari, per scambiarsi gli odori; vicendevolmente si regalano l’uno all’altro, si influenzano, si accoppiano in un grumo storico indissolubile. Ma anche pane e strade, pane e deserto, pane e monti. In quanto, il vero contrattare antropologico è quello fra pane e mondo. Perché facendosi cibo nelle case, nei forni, nei fuochi, nel forni, nelle strade, sulle pietre, il pane introietta i gusti che sono gusti collettivi. La mollica s’impossessa delle nenie arabeggianti del Medio Oriente, si impregna della sacralità dei conventi umbri, ellenici, cirenaici, si impana nella sabbia africana.

Seguendo le rotte del pane, seguendo la sua storia, Matvejević, in “Pane Nostro”, narra leggende umane e divine, miti e civiltà. Il pane, in tutte le sue forme, diventa un eroe pulsante, coraggioso, errante. Come Ulisse, viaggia di sponda in sponda, senza sosta. Perigliosi viaggi e soste in Terre lontane gli danno nuovi sapori e nuovi odori. E di fronte a questo mitico zingaro, l’autore si spoglia di ogni superbia e si fa umile. La sua preghiera rimbomba fra le pareti del tempo e dello spazio, rimbalza fra lirismo ed enciclopedismo. Come un Dio, come Dio, come ogni Dio, anche il pane si fa trascendente ed al tempo stesso carnale, vero, vivo. E come un Dio, il pane ha la sua storia che si perde nella coltre del tempo, nelle spire fumose del dubbio, dell’incerto, quasi fosse proibito saperne troppo. Come un Dio ha i suoi accoliti, i suoi seguaci, i suoi discepoli, i suoi credenti. L’uomo che lo crea e lo plasma dalla terra nera al seme, dal seme alla spiga, dalla spiga al frutto, dal frutto alla farina, dal farina al forno, in fondo non è altro che un ossequioso credente. Un concentrato di speranza legato indissolubilmente all’atmosfera ed alle bizze della meteorologia, costretto dal governo degli elementi naturali ad ottenere il massimo prodotto dalla fatica del lavoro nei campi. E come un Dio, il pane ha anche i suoi tempi. La panetteria è cattedrale laica. E, come quella sacra, punto di raccordo di voci ed incontro di viandanti e cittadini, di viandanti e pellegrini, di straccioni e notabili. Che, prima di assaporane il gusto, ne possono già godere l’odore.

Leggere “Pane nostro” è fare un continuo sforzo masticante. Esplode nelle narici un tripudio profumoso, sotto i denti la sensazione autentica di essere in preda ad un’estasi sensoriale che rasenta la lussuria. E, nella tensione al pane, in questo continuo desiderio di averlo e di addentarlo, si torna bambini. Finanche, ci si fa altri bambini, corpicini di altre epoche e di altri luoghi. E di queste esperienze, il pane è consustanziazione, minimo comun denominatore dei ricordi, pratico facimento. Così, suscitandoci con il pungolo lettarario, Matvejević ci racconta il “dramma” del pane, copione di fatiche e di dolore. Che, nonostante questo, lenisce ciò che tocca. Che sia nero o fragrante, che sia rancido o fresco, è toccasana per le pance.

E la storia che ci racconta, del pane, del frumento, della farina, è storia plasmata di leggenda, narrazione, viaggio, vita, pace e guerra, scontri e incontri; è storia impressa nella fede e nella fame; è storia divina, beata, santa, magistrale, simbolica, numerica, esemplare; storia fisica, tattile, di lavoro, sudore, genti, strumenti, stagioni, sfruttamento; è la storia che si affigge alle porte del tempo, si immerge nelle epoche , si incammina per le vie di Damasco e della Giordania, nei monasteri copti di Grecia ed Egitto, si in scrive alla Bibbia ed al Corano come al Talmud; storia declinata al maschile ed al femminile, interdetta ai meschini, schiusa invece alla schiera degli ultimi; storia identitaria ed insieme egualitaria. Insomma, una storia infinita, narrata con tutta la pazienza di cui solo Predrag Matvejević è capace.

Predrag Matvejević, “Pane nostro”, Garzanti 2010
Giudizio: 4 / 5 – Gustarlo con cura
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∞ Con gli occhi di Caterina ∞
di Roberta Paraggio

Caterina ha gli occhi belli, sono quelli dei Giovagnoli, una famiglia che da anni vive in un borgo della Maremma toscana dove si incrociano eventi e aneddoti della vita di campagna. Tracce di Storia che fanno da sfondo a quest’ultimo romanzo di Alessia Niccolucci e che chiude la serie di ritratti di donne che parlano con gli alberi.

Quello di Caterina, di ritratto, è una quercia che un fulmine lontano ha ridotto ad un tizzone, che la lega alla sua casa e alla sua gente, a figure maschili materne e dolci, suo padre, suo nonno, suo zio, solitario e schivo, che soccorrono alla sua mancanza d’affetto, sostituendo l’assenza di Irene, sua madre, una donna aspra e anticonformista, lavoratrice che segue il marito nei campi, ostinata contro la maledizione di esser nata donna. Come il fulmine che si è abbattuto sulla quercia, così Irene si scaglia sulla figlia, col livore della sua presenza/assenza con la sua forza matrigna e generatrice di ogni angoscia, provocando inquietudini e ribellione, lacrime soffocate e piante di nascosto.

Ma Caterina non vuole diventare come sua madre; sogna l’amore e al tempo stesso lo rifiuta; tanto che, quando questo arriverà, il mondo che le gira intorno la stringerà nelle convenzioni sociali, nei ruoli rigidi e imposti dalla società rurale in cui un nobile signorotto non sposerà mai una ragazza sia pure rispettabile ma sempre e comunque di umili origini contadine.

E così Caterina sposerà un uomo che non ama, rimarrà presto vedova e diverrà più amara di sua madre, accompagnata dalle coltri luttuose dei suoi abiti e da una bellezza che è solo un ricordo, a macerarsi nel rancore per ciò che non è stato. Un romanzo sottile ed insieme complesso, che si serve di schemi abbondantemente sfruttati dalla letteratura (se vogliamo, un pò Ermanno Olmi, un pò Pupi Avati), personaggi sbiaditi, vagamente Ottocenteschi, maschere di un modo che fu e di una scrittura andata. A tratti sbadiglievole, a tratti piacevole, certaltre volte stimolante, infine non propositivo. Più applicazione, insomma.

Alessia Niccolucci, “Caterina. Donne che parlavano con gli alberi”, Pendragon 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – Feuilleton anacronistico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Serge Latouche, “Breve trattato sulla decrescita serena”, Bollati Boringhieri 2008
IL ROMANZO: Bruno Osimo, “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, Marcos y Marcos 2011
IL CLASSICO Emile Zola, “Germinal”, q.e.

C’E’ CHI DICE NO: L’ ACQUA BENE COMUNE
Luca Martinelli, “Imbrocchiamola! Dalle minerali al rubinetto. Piccola guida al consumo critico dell’acqua”, Altreconomia 2010.
Danilo Dolci, “Il potere e l’acqua. Scritti inediti”, Melampo 2010
AA.VV., “Acqua controcorrente. Il viaggio di Ingegneria Senza Frontiere”, T.S.A. 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Livio Fanzaga, “La fede insegnata ai figli”, Sugarco 2011
Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Sant’Agostino, De Beata vita
Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro,
di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-
la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa.
(Cesare Ripa)

Brutta compagna la superbia. Tutti amiamo la bella donna vestita di rosso, desideriamo specchiarci nei riflessi delle sue lodi, cogliamo dalla sua corona d’oro tempestata di gemme preziosissime un po’ di autocompiacimento.
L’inizio della Quaresima è il periodo migliore per fuggire dalle lusinghe della vanagloria e rivestirci di abiti umili. Dobbiamo fuggire ogni forma di autocompiacimento, rompere lo specchio che incornicia il nostro io e deporre la corona che ci rende alteri e presuntuosi. E’ il periodo che ci fa rendere conto di quanta poca cosa siamo di fronte alle meraviglie della natura: la maestosità di un cielo stellato, la semplicità di una piccola margherita in fiore, il calore visivo che ti dà un tramonto, l’ondeggiare di un campo di grano…

La superbia affonda le sue radici nel profondo di ogni uomo perché ognuno è teso all’affermazione della propria identità che non si elabora all’interno, ma si negozia nel rapporto con gli altri, dai quali si attende riconoscimento al punto tale che il suo bisogno sia tanto forte quanto gli altri bisogni esistenziali. Anche S. Agostino in “La vita felice” mette in guardia tutti coloro che aspirano alla vita beata perché ostacolati, prima o poi, da un altissimo monte, quello della vanagloria, posto proprio lì, per rendere arduo il passaggio. Questo monte, proprio come la donna vestita di rosso, è da evitare con gran cura e da temere, ma è così splendente e intriso di luce da presentarsi come luogo di dimora sicura per quelli che si avvicinano, promettendo loro, in maniera allettante, di raggiungere ciò che più desiderano, salendoci. Coloro i quali non lo evitano e raggiungono la vetta, vogliono dimostrare agli altri che sono capaci di ottenere ciò che si sono prefissati, sono altezzosi, con eccessiva fiducia in sé e nelle loro forze e, purtroppo, il monte, “vuoto e instabile”, crolla al suolo e li ingloba nelle tenebre, sottraendoli alle certezze a cui miravano da giù, scoprendosi, poi, deboli, limitati ed impotenti.

Si dice che la superbia sia la radice di tutti i vizi, ma Agostino racconta come anch’egli, inizialmente, abbia ceduto alle sue lusinghe, abbia lasciato che la “caligine” obnubilasse il passaggio negandogli di vedere chiaramente la realtà, deformandola. Anche il Sommo Poeta, non posiziona questo tipo di persone all’Inferno e domanda loro come mai abbiano dimenticato di essere creature imperfette e appena abbozzate. Siamo come bruchi che non riusciamo a giungere alla loro compiutezza e quindi diventare farfalle convinti di procedere, senza accorgerci di regredire e restare vermi.

[A cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

Macondo – La città dei libri

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