Macondo, 4 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Perché voglio i piedi se ho le ali per volare ∞
di Roberta Paraggio

L’immagine di Frida Khalo si nasconde tra le pagine di questo diario apocrifo che mette da parte pennelli le tele per schiarire invece i coni più ombrosi della pittrice messicana, nota autrice di autoritratti, ma anche indagatrice di se stessa, iconografa moderna della sua terra, gialla, arsa, dolorante eppure colorata dalle tinte di una vita straordinaria e piena.

Dalla malattia infantile all’incidente che le cambierà per sempre la vita, fino all’incontro col grande Diego Rivera. Olivia Casares, autrice di questo Ritratto in chiaroscuro, edito da Jacobelli, e arricchito dalle illustrazioni di Mariella Biglino, fa sue le parole immaginarie di Frida senza tralasciare nulla, insinuandosi negli anfratti celati e nei pensieri bui del dolore della Khalo.


Si viaggia per le descrizioni dei quadri, sui perché dei dettagli, ci si immerge in un mondo di colori e pensieri, cullati dalla dolce musica di un Messico polveroso, folle e sempre in tumulto, ci si sposta nella New York delle mostre e dei grandi artisti col passo claudicante ma sicuro di Frida, accompagnati dalla enorme mole di Diego. Si entra nelle stanze della Casa Azul, se ne sente l’odore dei colori ad olio, si percepiscono le ossessioni di Frida per la propria immagine che osserva muta e nuda dalle pareti.

C’è una costante e martellante altalena tra l’abbandonarsi al dolore e la voglia di vivere; c’è una maternità negata che diviene carnefice di ogni emozione, un piccolo Dieguito che non è mai nato e che rimarrà fino alla fine come una nota stonata in un’orchestra saltellante di mariachi. Un dolore salvifico che si trasforma in arte prendendo di volta in volta le sembianze di una nuova Frida. Il sangue versato oltrepassa quel corpo trafitto e spezzato in due da una colonna di ferro, va a sgorgare forte sulla tela, ad esorcizzare ogni potente emozione, Frida dipinge, sempre, la pittura è reazione, ai tormenti e ai tradimenti di Diego, è dichiarazione di amore e di rabbia, di autonomia e di solitudine, è esternazione di quel se che non riesce a comunicare con le sole parole, è quella immagine discordante che viene sbattuta con prepotenza in primo piano, il volto quasi mai sorridente, le sopracciglia unite a formare un’ala, pronta a volare lontana. E’ Frida Khalo, e chi l’ha creduta surrealista si è sbagliato, perché Frida non ha bisogno dei sogni, a Frida basta la realtà.
Olivia Casares, “Memoria in chiaroscuro”, Jacobelli 2010 (con 8 litografie)
Giudizio: 3 / 5 – Viva la vida!
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∞ Lui non perdona e tocca ∞
di Piero Ferrante

C’è un presupposto che fonda il breve trattato “L’umiltà del male”, di Franco Cassano (Laterza, 2011). Il male, nella lotta quotidiana contro il bene, parte da uno status di vantaggio. E’ come una corsa – il cui premio è la conquista dell’anima umana, la sua simpatia devozionale – in cui un atleta parte con centinaia di metri di vantaggio sugli avversari. Sono favori, certo, determinati da qualche cortese intermediazione. Il cui raggiungimento, comunque, presuppone un contatto umano, una relazione scevra dai condizionamenti ricorosi dell’etica filosofica. Comporta la discesa sul piano dell’umanità maggioritaria. Insomma, è la base del discorso di Cassano e, come ogni base, anche la materia che regge il tutto, il male, quali che siano le spoglie sotto le quale si presenta, ha la caparbietà del contatto. Non usa scudi, non si regge sulle spalle degli uomini. All’occorrenza, arriva a riverirli, per ammorbidirli. S’insinua nella zona grigia della debolezza, quella più debole e vulnerabile, depone le uova del dubbio, ne inficia la moralità. Tenta. Ecco, il male è tentatore. Ed è tentatore in quanto l’uomo non chiede che di essere tentato, di cedere alle lusinghe dell’offerta migliore. O anche solo di una qualunque offerta.

Il male è umile. Non si gonfia i muscoli di bei propositi, non si confronta con l’impossibile. Il male è semplice, tangibile, pronto ad ogni evenienza. E’ il telefono dell’arrendevolezza messo lì, a portata di mano. Basta allungare il braccio e scegliere con chi cedere. E su cosa. Il male è seducente, ammalia, conquista, arringa. Il male è riconoscibile, ma non per questo non ammissibile. Il male di Cassano non è la guerra ingiusta o l’affare misterioso, non è la mazzetta circolante o il controllore televisivo. Il male di Cassano è qualcosa in più. E’ la somma di tutte queste parti, amalgamate nell’emblema supremo del Grande Inquisitore di Fedor Dostojevskji. Lui, che condannò a morte Gesù Cristo obbligandolo al silenzio per non peggiorare la sua condizione. Lui, che vendette per buona la sua verità, elevandola a verità imposta, a giustizia dall’alto, a volontà popolare.

Piano e nemmeno troppo, Cassano valica il limite rosso che separa saggio e pamphlet. Lo fa con tutta la sua abile arte narrativa, con una disarmante e gradevole semplicità di linguaggio, cavalcando episodi letterari e teorie della Storia dell’umanità. E la lancetta del male si sposta, inevitabilmente, su quella del potere. I due elementi, argillosi e malleabili come creta bagnata, come pasticcio di terra, si mescolano irrimediabilmente. Il mare penetra il potere, vi s’accoppia. A lui s’avvinghia, s’aggrappa, si fonde. Male e potere, fusi, ottemperano ad un progetto unico di determinazione della Storia. Tutto, per Cassano, si fa bene e si fa, necessariamente, male. In mezzo, non resta che l’uomo. Che fra bene e male deve scegliere. Ora consapevole, ora inconsapevole, infine arreso, talora imberbe. Nella maggior parte dei casi, per quella sedizione di cui si diceva, cade nella rete a striscio del male. Perché il mare ed il potere sanno come e dove pescare. Conoscono le debolezze, dunque le esche per attrarre le prede. E, poi, perché sanno, all’occorrenza, sporcarsi nel fango degli ultimi, farsi piccoli per entrare fra i piccoli. Come uno specchio, il male riproduce l’uomo, si fa uomo, vive come l’uomo e mostra all’uomo di sapere e di poter soffrire come lui.

La superiorità del male è nella concretezza. Ogni sua azione assolve alla funzione annessoria. A differenza del bene, il male non ha incertezze e non ha remore, non conosce la vergogna. Di qui, la sua umiltà. Non scansa le maggioranze, le ammorbidisce, infine le asserve ai propri voleri. Come accaduto in occasione dello sterminio ebraico. “L’abiezione massima del nazionalsocialismo sta proprio nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole diventare carnefici a loro volta”, riflette Cassano rileggendo “I sommersi e i salvati di Levi”. Il riferimento è al controllo interno, alla sobillazione dell’uomo contro l’uomo, del misero contro il misero, dell’incatenato contro l’incatenato. Una lotta impari, in cui a salvarsi sono, paradossalmente, i reietti, le anime peggiori. Quelle che, con il male, scendono a patti, perché il ribelle, che è turbamento dell’ordine malefico ed insieme concretizzazione di un bene possibile, è eliminato fisicamente. Meglio se da un suo pari. Tramutandosi da esempio in ammonimento.

La chiave del testo è qui. Nella ricerca della soluzione giusta per combattere con efficacia la brutalità del male, senza finirne tentati. E, soprattutto, schiacciati.
Franco Cassano, “L’umiltà del male”, Laterza 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Cassanico

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∞ Il valore dell’amicizia ∞
di Nina Paraggio

Un gruppo di amiche riunite per festeggiare la guarigione di Kate, una di loro, da una terribile malattia decidono di farle un regalo speciale, una settimana di rafting su un fiume impetuoso che scorre in un profondo canyon. E’ in questo scenario naturale che si svolge il romanzo La casa dei destini incrociati di Erica Baurmeister.

Un dono che è una sfida e una prova di superamento dell’angoscia causata dal suo male, che Kate saprà accettare a patto che tutte le altre si cimentino nell’affrontare una prova simile di coraggio con se stesse. Nel racconto di come ognuna di loro affronta il compito assegnatole, si dipana la storia delle loro vite, della quotidianità che sembra serena e monotona, ma nel portare a termine la sfida assegnata loro le mette di fronte alle proprie debolezze. Affrontarle significa anche superarle e gettarsele alle spalle. In effetti sono piccoli gesti che però costano sacrificio, come quello assegnato a Caroline, di liberare la casa dai libri del marito che l’ha lasciata per un’altra. Oppure quello di Daria di imparare ad impastare il pane, cose all’apparenza insignificanti ma che riportano le protagoniste a rivedere la propria vita, a riflettere sugli errori e a rispolverare gli armadi dai fantasmi.

E’ strano leggere una storia di amicizia vera, di comprensione e complicità tra un gruppo di donne così diverse eppure con un comune sentire. C’è in questo libro una solidarietà vera che aiuta nell’affrontare e risolvere la quotidianità e l’eccezionalità della vita, nei momenti di buio e quelli irradiati da luci di speranza.
Erica Bauermeister, “La casa dei destini intrecciati”, Garzanti 2011
Giudizio: 3 / 5 – Piacevole

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
IL SAGGIO: Marc Augè, “Straniero a me stesso“, Bollati Boringhieri 2011
IL CLASSICO: Astrid Lindgren, “Pippicalzelunghe”, q.e.

“MO ME LO SEGNO PROPRIO”, IN RICORDO DI MASSIMO TROISI
Salvatore Aulicino-Salvatore Iorio, “Per Massimo Troisi. Saggi, ricordi, riletture”, Mephite 2010
Lello Arena-Enzo De Caro-Massimo Troisi, “La smorfia”(cofanetto con DVD), Einaudi Stile Libero 2006
Matilde Hochkofler, “Massimo Troisi. Comico per amore”, Marsilio 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Carlos Ruiz Zafon, “Gioco dell’angelo”, Mondadori 2010
2. Carlos Ruiz Zafon, “Luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Erri De Luca, “Le sante dello scandalo”, Giuntina 2011
Nel suo nuovo libro Erri De Luca rivisita il ruolo femminile nell’Antico Testamento. Mosè, Geremia e Giobbe, cercano di sottrarsi al compito divino che hanno ricevuto.
Eva esce con grandezza dalla conoscenza dell’albero del bene e del male.
Isaia dice di avere labbra impure, Geremia di essere troppo ragazzo per andare a parlare davanti agli anziani, Giona senza neanche opporre una scusa s’imbarca per la direzione opposta a quella della missione. Infine costretti o convinti accettano, perché l’unico sbaraglio salutare è l’obbedienza.

Le donne, queste donne, non vacillano in nessun punto. Nessuna di loro, che neanche hanno avuto il conforto di una profezia, di una voce diretta, esita. Vanno contro le regole e sacrificano la loro eccezione. Il loro slancio è più solido di quello dei profeti, sono le sante dello scandalo. Non hanno nessun potere, né rango, eppure governano il tempo. Sono belle, certo, ma per dote sottomessa a uno scopo solo appena intuito. Hanno il fascino insuperabile di chi porta la propria bellezza con modestia di pedina e non con vanto di reginetta da concorso. Hanno un traguardo, una missione in cuore e la perseguono inflessibili. La scrittura sacra dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera maschile, rende omaggio a loro. La bellezza femminile è un mistero che strugge il pensiero e i sensi. È scritto che Adàm conobbe Eva/Havvà. Attraverso l’esperienza fisica del contatto e dell’abbraccio raggiunge la conoscenza di lei, della sua perfezione. Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco. La natura maschile qui è fatta di materia inerte riscattata dal soffio della divinità. Eva/Havvà proviene da una lavorazione successiva, un secondo intervento della divinità. Esce dal fianco dell’uomo addormentato, ma non bell’e fatta come la dea Atena dal capoccione di Zeus. C’è il verbo costruire, opera che interviene a perfezionare la parte tolta all’uomo, per produrre Eva/Havvà. È la costruzione della bellezza. L’uomo è qui un semilavorato rispetto alla donna, il prodotto finito dell’alta chirurgia della divinità.

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∞Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore e pronti ad esplodere oppure puntati sul cielo perché stretti da mille interdetti.∞

 

Il lunedì, a mezzogiorno. Frasi di verità della letteratura mondiale

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