Macondo, 2 aprile 2011

∞ Limoni e nonnetti aguzzini ∞
di Roberta Paraggio

“Quel che nasconde il tuo nome” Questo il titolo originale de Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez, edito da Garzanti sulla scorta del successo di critica e lettori riscosso in Spagna, dove è ambientato questo romanzo che di cose nascoste ne cela però ben poche sin dall’inizio.

Una storia narrata a due voci, quella di Sandra, ragazza dalla vita incasinata in cerca di non si sa cosa e quella di Julian, uomo ormai anziano che dall’Argentina piomba in Costa Blanca per chiudere i conti con i demoni del passato.

Nemici che si nascondono dietro le sembianze di innocui vecchietti in vacanza, che portano però i nomi indelebili dell’orrore per chi come Julian ha vissuto l’estrema esperienza del campo di concentramento, Katrin e Frederick Christensen, l’incarnazione della vecchiaia serena, le piccole abitudini di una coppia ben consolidata che celano un passato di carnefici nazisti senza pietà.
Sandra, svagata e confusa si ritrova senza saperlo a fargli da nipote adottiva, si lascia coccolare da quelle mani che hanno ucciso e torturato, da quei nonnetti aguzzini tanto convincenti e affettuosi da arrivare persino a volergli bene.

Julian li spia, l’odio che prova ha tolto spazio all’amore nella sua vita che sta per terminare, un’esistenza che è stata tutta un rincorrere il passato e il nemico nell’illusione di poter cancellare il male portando allo scoperto i mostri che hanno trovato una scappatoia, una feritoia nella storia che gli ha permesso di rifarsi una vita.

Il quadretto mediterraneo aulente di limoni e salsedine cozza con i protagonisti che fanno da sfondo, i raccapriccianti nonnetti in spiaggia vivono un paradiso che non è loro, hanno avuto una possibilità privando gli altri, i sommersi, della gioia o solo dell’oblio.
Cosa nasconde il nome di questi vetusti gerarchi in bermuda Julian lo sa, e lo lascia scoprire a Sandra sua complice nel tentativo ultimo di trovare pace per sé e per chi non ce l’ha fatta.

Un romanzo sulle apparenze e sulla crudeltà, sulle solide certezze che crollano e sulla banalità del male che eccede forse in lunghezza, rischiando a volte la ripetizione se non addirittura l’ovvietà nel tratteggiare i personaggi che restano incompleti, bidimensionali, presi dal fiume della narrazione i protagonisti purtroppo non evolvono se non in direzioni prevedibili, al limite della più patinata fiction televisiva da prima serata.
Clara Sanchez, Il profumo delle foglie di limone, Garzanti 2010
Giudizio: 2.5 / 5 – Si può fare di più
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∞ Ronzii in Val Pellice ∞
di Piero Ferrante

Un omicidio, due omicidi, un commissario dell’antimafia, un questore in pensione. Un ecosistema protetto quale quello della Val Pellice. L’abbecedario de “La rivoluzione delle api”, ultimo romanzo del giornalista Serge Quadruppani (edito dalla casa editrice Verdenero) è semplice come un sussidiario. Come semplice è l’antefatto, la vacanza in montagna dei due poliziotti. E semplici sono le trovate, dal Comitato apicoltori alla multinazionale Sacropiano (chiara allusione letteraria, in un gioco semantico effervescente, alla Monsanto), dalla purezza del mondo pastorale e montano alla descrizione dei prototipi affermati di carabinieri e poliziotti.

Serge Quadruppani, dunque, usa l’arma della semplicità per dare alla luce un giallo appassionante ed insieme esilarante. Un romanzo agile, tutto sommato breve, mai tedioso e che non si perde in tecnicismi. Un romanzo che sa essere anche fitto di messaggi. Come una foresta del bene, in cui pendono liane della verità e dell’informazione. Quadruppani non esita, attraverso la costruzione valoriale della commissario Simona Tavianello, non titolare del caso, ma in esso totalmente coinvolta, a materializzare i pericoli di certo progresso, le pretese superiorità di una tecnologia che dimentica la vita nel nome del guadagno, della pecunia, dell’affare.

Ed è così che, nel libro, si materializzano complotti sovrarregionali, interessi superiori, servizi segreti. Ed è così che un omicidio esce dalla dimensione comunitaria per tracimare in quella nazionale, affisso nelle cronache maggiori. Ed è così che, inevitabilmente, l’autore si immedesima nel gorgo dei sentimenti e delle paure dei vari protagonisti, partecipa alle loro vicende, alle loro situazioni quotidiane. Evidenzia con i toni della condanna la brutalità dell’agro-alimentare. Che non è più alimentare e men che meno agro.

E Quadruppani si serve del linguaggio come un’arma elementare ma letale. Con questa impartisce lezioni di combattimento; al punto che, leggerlo ed ammirarlo, finiscono per essere due facce della medesima medaglia. Azione e ripercussione. Leggi e godi, sballotto lato fra azione, pathos, sussulti e spari. Un teso, questa “La Rivoluzione della api”, di un tessuto solido: militante e giallesco, rabbioso e riflessivo, uno scontro fra mondi, descrizioni e situations che travalicano le barriere del letterario per imbellettarsi della polvere della politica e dell’attualità. Complotti e complottasti, servizi segretissimi, indagini insabbiate, manovre a piovra. Scorrere il libro è illuminante come una luce nel buio, soddisfacente come l’odore del caffè nella cucina al mattino: il plot è l’acqua, i personaggi il nero sapore dell’aroma. Una miscela mai soporifera e sempre stimolante. Quadruppani è un colpo piazzato in mezzo ai sensi.
Serge Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
Giudizio: 4 / 5 – Pistolettata
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Natalino Russo, “Nel mezzo del cammino di Santiago”, Ediciclo 2011
IL SAGGIO: Hannah Arendt, “La banalità del male”, Feltrinelli 2003
IL CLASSICO: Fedor Dostoevskij, “Le notti bianche”, q.e.

CHE I NOSTRI SOGNI DIVENTINO RESPONSABILITA’. STATO PER LA LEGALITA’
Don Luigi Ciotti, “Dialogo sulla legalità”, Manni 2005
Lupoli, Matteuzzi (a cura di) “Don Peppe Diana. Per amore del mio popolo”, Round Robin 2009
Antonella Mascali, “Lotta civile”, Chiarelettere 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
Jonathan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Massimo Tirinelli, “Col tempo”, Progetto Cultura 2010
di Libreria Equilibri

A renderci le persone che siamo sono le misteriose alchimie della vita: la miscela, spesso casuale, di amori e separazioni, di sogni e delusioni, di risate e pianto, di tutto quello che abbiamo avuto in sorte. E di tutto quello che abbiamo perduto

“Col tempo” di Massimo Tirinelli è una raccolta di brevi racconti che ha come tema centrale il tempo visto nelle sue varie sfumature. Il tempo che costruisce, modella, che forma, ma disgrega anche, il tempo che si disperde, quello dei ricordi, quello che in fondo annienta.

Tutte le storie del libro “Col tempo” vogliono raccontare uno spaccato di vita comune, i personaggi infatti sono molto semplici, simili a noi stessi e agli altri, e vengono catturati o sfiorati dal tempo.

Ognuno di loro, proprio come ognuno di noi, vive la sua quotidianità preso da sentimenti contrastanti e ragiona su quello che è passato, si proietta nel futuro o semplicemente si lascia andare agli eventi contemporanei e a tutto ciò che fa parte del presente. “Col tempo” è un libro ben scritto, con riflessioni molto profonde che parlano attraverso la voce dei protagonisti delle storie o semplicemente attraverso descrizioni fatte dallo stesso scrittore Tirinelli.

Il linguaggio utilizzato nel libro è diretto, non utilizza termini complicati per spiegare la vita in relazione al tempo, ma frasi che puntano al centro del bersaglio, con parole che spesso riecheggiano nell’aria per essere meglio comprese o approfondite. E assieme al concetto del tempo che scorre, che rallenta, che si arresta o assale con ventate di ricordi, c’è un altro tema ricorrente: l’immancabile amore, quello puro e inarrestabile, quello che viene negato, l’amore tradito, quello geloso.

Massimo Tirinelli scrive quindi un libro sui sentimenti, sui dubbi che attanagliano le persone nei loro rapporti, sulle difficoltà, le rinunce a cui si è sottoposti, sulle relazioni che si recuperano. “Col tempo” un libro per tutti, poche pagine che vogliono raccontare e lasciare un messaggio al lettore.

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Macondo – 12 marzo 2011 (scusate l’assenza)

∞ Pane, fragranza del mondo ∞
di Piero Ferrante

Un titolo che è come una preghiera. A recitarla, Predrag Matvejević. “Pane nostro” che sei nei libri, vien subito da continuare. Merito alla Garzanti, per aver captato, ancora una volta, la grandezza dello scrittore bosniaco dopo il salato “Breviario Mediterraneo”. Sotto la lente analitica di Matvejević, qui, è il pane. Come lì lo era stato il mare. Pure, un filo non interrotto: pane e mare finiscono per essere complementari, per scambiarsi gli odori; vicendevolmente si regalano l’uno all’altro, si influenzano, si accoppiano in un grumo storico indissolubile. Ma anche pane e strade, pane e deserto, pane e monti. In quanto, il vero contrattare antropologico è quello fra pane e mondo. Perché facendosi cibo nelle case, nei forni, nei fuochi, nel forni, nelle strade, sulle pietre, il pane introietta i gusti che sono gusti collettivi. La mollica s’impossessa delle nenie arabeggianti del Medio Oriente, si impregna della sacralità dei conventi umbri, ellenici, cirenaici, si impana nella sabbia africana.

Seguendo le rotte del pane, seguendo la sua storia, Matvejević, in “Pane Nostro”, narra leggende umane e divine, miti e civiltà. Il pane, in tutte le sue forme, diventa un eroe pulsante, coraggioso, errante. Come Ulisse, viaggia di sponda in sponda, senza sosta. Perigliosi viaggi e soste in Terre lontane gli danno nuovi sapori e nuovi odori. E di fronte a questo mitico zingaro, l’autore si spoglia di ogni superbia e si fa umile. La sua preghiera rimbomba fra le pareti del tempo e dello spazio, rimbalza fra lirismo ed enciclopedismo. Come un Dio, come Dio, come ogni Dio, anche il pane si fa trascendente ed al tempo stesso carnale, vero, vivo. E come un Dio, il pane ha la sua storia che si perde nella coltre del tempo, nelle spire fumose del dubbio, dell’incerto, quasi fosse proibito saperne troppo. Come un Dio ha i suoi accoliti, i suoi seguaci, i suoi discepoli, i suoi credenti. L’uomo che lo crea e lo plasma dalla terra nera al seme, dal seme alla spiga, dalla spiga al frutto, dal frutto alla farina, dal farina al forno, in fondo non è altro che un ossequioso credente. Un concentrato di speranza legato indissolubilmente all’atmosfera ed alle bizze della meteorologia, costretto dal governo degli elementi naturali ad ottenere il massimo prodotto dalla fatica del lavoro nei campi. E come un Dio, il pane ha anche i suoi tempi. La panetteria è cattedrale laica. E, come quella sacra, punto di raccordo di voci ed incontro di viandanti e cittadini, di viandanti e pellegrini, di straccioni e notabili. Che, prima di assaporane il gusto, ne possono già godere l’odore.

Leggere “Pane nostro” è fare un continuo sforzo masticante. Esplode nelle narici un tripudio profumoso, sotto i denti la sensazione autentica di essere in preda ad un’estasi sensoriale che rasenta la lussuria. E, nella tensione al pane, in questo continuo desiderio di averlo e di addentarlo, si torna bambini. Finanche, ci si fa altri bambini, corpicini di altre epoche e di altri luoghi. E di queste esperienze, il pane è consustanziazione, minimo comun denominatore dei ricordi, pratico facimento. Così, suscitandoci con il pungolo lettarario, Matvejević ci racconta il “dramma” del pane, copione di fatiche e di dolore. Che, nonostante questo, lenisce ciò che tocca. Che sia nero o fragrante, che sia rancido o fresco, è toccasana per le pance.

E la storia che ci racconta, del pane, del frumento, della farina, è storia plasmata di leggenda, narrazione, viaggio, vita, pace e guerra, scontri e incontri; è storia impressa nella fede e nella fame; è storia divina, beata, santa, magistrale, simbolica, numerica, esemplare; storia fisica, tattile, di lavoro, sudore, genti, strumenti, stagioni, sfruttamento; è la storia che si affigge alle porte del tempo, si immerge nelle epoche , si incammina per le vie di Damasco e della Giordania, nei monasteri copti di Grecia ed Egitto, si in scrive alla Bibbia ed al Corano come al Talmud; storia declinata al maschile ed al femminile, interdetta ai meschini, schiusa invece alla schiera degli ultimi; storia identitaria ed insieme egualitaria. Insomma, una storia infinita, narrata con tutta la pazienza di cui solo Predrag Matvejević è capace.

Predrag Matvejević, “Pane nostro”, Garzanti 2010
Giudizio: 4 / 5 – Gustarlo con cura
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∞ Con gli occhi di Caterina ∞
di Roberta Paraggio

Caterina ha gli occhi belli, sono quelli dei Giovagnoli, una famiglia che da anni vive in un borgo della Maremma toscana dove si incrociano eventi e aneddoti della vita di campagna. Tracce di Storia che fanno da sfondo a quest’ultimo romanzo di Alessia Niccolucci e che chiude la serie di ritratti di donne che parlano con gli alberi.

Quello di Caterina, di ritratto, è una quercia che un fulmine lontano ha ridotto ad un tizzone, che la lega alla sua casa e alla sua gente, a figure maschili materne e dolci, suo padre, suo nonno, suo zio, solitario e schivo, che soccorrono alla sua mancanza d’affetto, sostituendo l’assenza di Irene, sua madre, una donna aspra e anticonformista, lavoratrice che segue il marito nei campi, ostinata contro la maledizione di esser nata donna. Come il fulmine che si è abbattuto sulla quercia, così Irene si scaglia sulla figlia, col livore della sua presenza/assenza con la sua forza matrigna e generatrice di ogni angoscia, provocando inquietudini e ribellione, lacrime soffocate e piante di nascosto.

Ma Caterina non vuole diventare come sua madre; sogna l’amore e al tempo stesso lo rifiuta; tanto che, quando questo arriverà, il mondo che le gira intorno la stringerà nelle convenzioni sociali, nei ruoli rigidi e imposti dalla società rurale in cui un nobile signorotto non sposerà mai una ragazza sia pure rispettabile ma sempre e comunque di umili origini contadine.

E così Caterina sposerà un uomo che non ama, rimarrà presto vedova e diverrà più amara di sua madre, accompagnata dalle coltri luttuose dei suoi abiti e da una bellezza che è solo un ricordo, a macerarsi nel rancore per ciò che non è stato. Un romanzo sottile ed insieme complesso, che si serve di schemi abbondantemente sfruttati dalla letteratura (se vogliamo, un pò Ermanno Olmi, un pò Pupi Avati), personaggi sbiaditi, vagamente Ottocenteschi, maschere di un modo che fu e di una scrittura andata. A tratti sbadiglievole, a tratti piacevole, certaltre volte stimolante, infine non propositivo. Più applicazione, insomma.

Alessia Niccolucci, “Caterina. Donne che parlavano con gli alberi”, Pendragon 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – Feuilleton anacronistico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Serge Latouche, “Breve trattato sulla decrescita serena”, Bollati Boringhieri 2008
IL ROMANZO: Bruno Osimo, “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, Marcos y Marcos 2011
IL CLASSICO Emile Zola, “Germinal”, q.e.

C’E’ CHI DICE NO: L’ ACQUA BENE COMUNE
Luca Martinelli, “Imbrocchiamola! Dalle minerali al rubinetto. Piccola guida al consumo critico dell’acqua”, Altreconomia 2010.
Danilo Dolci, “Il potere e l’acqua. Scritti inediti”, Melampo 2010
AA.VV., “Acqua controcorrente. Il viaggio di Ingegneria Senza Frontiere”, T.S.A. 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Livio Fanzaga, “La fede insegnata ai figli”, Sugarco 2011
Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Sant’Agostino, De Beata vita
Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro,
di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-
la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa.
(Cesare Ripa)

Brutta compagna la superbia. Tutti amiamo la bella donna vestita di rosso, desideriamo specchiarci nei riflessi delle sue lodi, cogliamo dalla sua corona d’oro tempestata di gemme preziosissime un po’ di autocompiacimento.
L’inizio della Quaresima è il periodo migliore per fuggire dalle lusinghe della vanagloria e rivestirci di abiti umili. Dobbiamo fuggire ogni forma di autocompiacimento, rompere lo specchio che incornicia il nostro io e deporre la corona che ci rende alteri e presuntuosi. E’ il periodo che ci fa rendere conto di quanta poca cosa siamo di fronte alle meraviglie della natura: la maestosità di un cielo stellato, la semplicità di una piccola margherita in fiore, il calore visivo che ti dà un tramonto, l’ondeggiare di un campo di grano…

La superbia affonda le sue radici nel profondo di ogni uomo perché ognuno è teso all’affermazione della propria identità che non si elabora all’interno, ma si negozia nel rapporto con gli altri, dai quali si attende riconoscimento al punto tale che il suo bisogno sia tanto forte quanto gli altri bisogni esistenziali. Anche S. Agostino in “La vita felice” mette in guardia tutti coloro che aspirano alla vita beata perché ostacolati, prima o poi, da un altissimo monte, quello della vanagloria, posto proprio lì, per rendere arduo il passaggio. Questo monte, proprio come la donna vestita di rosso, è da evitare con gran cura e da temere, ma è così splendente e intriso di luce da presentarsi come luogo di dimora sicura per quelli che si avvicinano, promettendo loro, in maniera allettante, di raggiungere ciò che più desiderano, salendoci. Coloro i quali non lo evitano e raggiungono la vetta, vogliono dimostrare agli altri che sono capaci di ottenere ciò che si sono prefissati, sono altezzosi, con eccessiva fiducia in sé e nelle loro forze e, purtroppo, il monte, “vuoto e instabile”, crolla al suolo e li ingloba nelle tenebre, sottraendoli alle certezze a cui miravano da giù, scoprendosi, poi, deboli, limitati ed impotenti.

Si dice che la superbia sia la radice di tutti i vizi, ma Agostino racconta come anch’egli, inizialmente, abbia ceduto alle sue lusinghe, abbia lasciato che la “caligine” obnubilasse il passaggio negandogli di vedere chiaramente la realtà, deformandola. Anche il Sommo Poeta, non posiziona questo tipo di persone all’Inferno e domanda loro come mai abbiano dimenticato di essere creature imperfette e appena abbozzate. Siamo come bruchi che non riusciamo a giungere alla loro compiutezza e quindi diventare farfalle convinti di procedere, senza accorgerci di regredire e restare vermi.

[A cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

Macondo – 22 gennaio 2011

∞ Narrativamente abita Nichi ∞

di Piero Ferrante

Nel nuovo dizionario vendolese-italiano, italiano-vendolese – che è uno e, da sempre, si aggiorna, si ravvede e si corregge in modo automatico a seconda dell’impiego ricoperto da Nikita – c’è una parola che acquista più significato di altre. Preliminarmente, va detto che, questo dizionario, è in realtà un enorme tomo che include paroline e paroloni, esemplificazioni e locuzioni, in quantità vasta e sfaccettata. Questa parola, che in fondo non è nemmeno una parola ma un modus vivendi, una carne viva, è “narrazione”. Nichi non dice, narra. Nichi non parla, narra. Nichi non arringa, narra. Nichi non comizia, narra. Nichi non vive, narra. Riflessivamente, Nichi non si fa votare, si fa narrare.

La narrazione vendoliana è pensiero individuale spinto alla dimensione collettiva. È l’imposizione dolce di un sentire intimista. È l’osmosi emozionale, la comunicazione intellettiva del leader-amico nei confronti del suo popolo. È, gramscianamente, l’intima connessione con la gente. La narrazione di Vendola diventa, in questo modo, narrazione di popolo. Perché è nelle parole e nello stesso tempo si serve delle parole, vive nelle parole. Ma non è solo parole. È la capacità di trasporre nei palazzi quel sentire comune, di realizzare i desideri di qualcuno degli ultimi. È la parte buona del populismo, sempre che di populismo vero si tratti. La narrazione di Vendola è sapore di entroterra murgiano, odore di forno al mattino, stallatico del Salento, salsedine del Gargano. Nessuno come Nichi, il puer Terlicii, lo stupor Apuliae – tanto per miscere fra loro, adattandoli, gli epiteti federiciani –, è stato capace, prima, di annoverare in sé tutte le caratteristiche di tutte le zone della regione del tacco. Riassumere antropologie diverse e distanti, spesso in conflitto fra di loro.

Vale una cifra quello che Luca Telese, in una a tratti commovente analisi, scrive in “Nichi Vendola. Comizi d’amore” (Aliberti, 2010): “Se c’è un leader di cui vale la pena di vivisezionare, collezionare e raccogliere le parole, quello è Vendola. A pochi uomini politici vengono concessi la fortuna e il talento di potersi costruire una lingua propria, un repertorio di immagini, di stilemi, di capacità di evocare visioni ”. Vero. Telese Vendola l’ha conosciuto, l’ha scrutato, ha vissuto con lui spiccioli di giornate lunghe, metropolitane romane e comizi. Di quel Nichi, che si oppose alla scissione del Pci vivendo il momento con dolore immane; di quel Nichi che si intuiva essere non diverso, ma il più diverso di tutti, nella sua eterodossia militante che deve rendere conto soltanto alla fantasia; di quel Nichi che sfangava la giornata dividendo un’umile casa con Franco Giordano, Luca Telese ha un ricordo vivido. Di quel Nichi conserva un discorso, il primo, l’unico non tenuto a braccio, ma scritto. Annus domini 1984. In appendice al testo, Telese lo pubblica per intero. Come fa con altre decine di frasi vendoliane, divise per argomento.

Ne viene fuori un tripudio di colori, una deflagrazione di sentimento e di ironia di un uomo fatto politico, poi leader, poi presidente, poi ancora leader ma non per questo meno presidente, politico, uomo. Nelle parole di Telese si legge tutta la sorpresa di un sogno realizzato, la scoperta del senso della “narrazione”. Narrazione come quella penna immateriale di inchiostro rosso che verga, capitolo dopo capitolo, in un rutilare rigurgitante di parole composte, una grande storia politica. Una storia destinata, determinata. Ineluttabilmente diretta alla vittoria perché ricca di sconfitte. Nichi ha vinto – ci dice Telese in un’analisi lucida – perché, da sempre, ha perso. E perché, man mano che perdeva, andava scegliendo sfide sempre maggiori, salite sempre più impervie, avversari sempre più potenti.

E perdeva in modo propedeutico, didattico. Perdendo irrobustiva l’animo e rassodava i muscoli. Mica come D’Alema, eterno sconfitto e, a livello di realpolitik spiccia, fuori dai giochi. “Se si legge la carriera di D’Alema con gli occhi della realpolitik che lui voleva imporre alla Puglia, si dovrebbero registrare un cumulo di fiaschi. Ciò che resterà del dalemismo reale, paradossalmente, è la scrittura quasi letteraria di un personaggio affascinante e drammatico, un carisma algido ma innegabile, un combattente indefesso, oppure molto vicino alla dimensione fantastica del Don Chisciotte”. Così Telese sul baffo più celebre di Montecitorio e dintorni. D’Alema che è le sue sconfitte. Al contrario, Nichi ha le sue sconfitte. Poi riparate. La sintesi suprema di una narrazione appena iniziata.

Luca Telese (a cura di), “Nichi Vendola. Comizi d’amore”, Aliberti 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Narrazione di narrazione

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∞ Il rabdomante dei pensieri tristi ∞

di Roberta Paraggio

Ha gli occhi perennemente spalancati, verdi, di un verde trasparente e inquietante che sa di solitudini passate, di un’infanzia trascorsa con amici immaginari e fantasmi che giungono improvvisi, ognuno col suo dolore, con la sua crescente nostalgia di vivere e con la malinconia di un futuro che non è stato.
Sono le anime che il protagonista de “Il giorno dei morti” (Maurizio De Giovanni, Fandango 2010), il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, riesce vedere nelle strade in cui cammina, sentendone l’ultimo e a volte futile pensiero.
Con la sua solitudine congenita, si aggira per una Napoli plumbea e piovosa, e i morti gli appaiono come solo lui può vederli, sentirli… Amanti suicidi che si scambiano le ultime, disperate parole d’amore; bambine uccise da un auto in corsa il cui ultimo pensiero è il giocattolo appena perduto; guappi che fino alla fine mostrano la propria sbruffoneria, andandosene da questa vita con uno sfottò e uno sguardo di scherno.

Il commissario Ricciardi se li vede passare accanto e pensa alla morte, in una città da sempre devota ai defunti e che pure, nel 1931, mentre la visita del Duce si avvicina, sembra disattenta, dimentica di ogni umana pietà.
E’ un moderno Dante nel girone partenopeo con al fianco il suo Virgilio, il corpulento brigadiere Maione, ma non c’è paradiso ne purgatorio a Napoli, solo l’inferno e la fame, e un bambino, Tettè, trovato morto per strada fradicio di pioggia.
C’è un piccolo cadavere accudito da un cane rognoso, c’è una morte che appare naturale, di fame, di stenti, ci sono tutti gli elementi per archiviarla coma morte accidentale di scugnizzo, figlio di madre ignota che nessuno cercherà, di cui nessuno parlerà, ad accoglierlo ci sarà la fossa comune del camposanto di Poggioreale.
E la morte qui non scherza, la morte qui non è “‘na livella“, perchè un bambino così non ha nemmeno il lusso di un nome vero, ma solo quello di trovatello, Diotallevi Matteo.
Un fardello solo e muto. Già perchè il commissario Ricciardi non riesce questa volta a captarne l’ultimo straziante pensiero.

Dov’è morto Tettè? Com’è morto Tettè?

Queste le domande che porteranno Ricciardi alla sua indagine privata, tra le anime ingrigite dalla pioggia e dalla vita grama, tra preti affaristi, dame di carità piagnucolose, femminielli altruisti e sagrestani laidi.
Mentre il giorno dei morti si avvicina, il commissario prosegue col suo sguardo vitreo cercando giustizia e verità, si muove nel silenzio caotico di Napoli che sotto la pioggia, sembra acquietarsi in maniera surreale.
Cupa, silenziosa e disperata, spalancata sulla sua stessa miseria senza nobiltà, lontana dai fasti teatrali del varietà, dallo stucco e dai belletti, è una maitresse esausta, struccata e incattivita.
E’ la Napoli di Ricciardi che scruta nella parte ambigua che nessuno sa di avere, nei gesti inconsulti e nel dolore privato, nell’infimo che i più credono di aver ben celato dietro perbenismo e ruoli sociali.
Un romanzo coinvolgente, che strattona il lettore nei vicoli bui, laddove le ombre diventano lunghe e fanno più paura, in un percorso che si spera vivamente continui, in attesa di una nuova stagione.

Maurizio de Giovanni,”Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi”, Fandango 2010
Giudizio: 4,5 / 5 – Semplicemente sorprendente

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Benedetto XVI, “Luce del mondo”, Libreria Editrice Vaticana 2010
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Italo Magno, “Un giorno mio padre”, Guida edizioni 2010
Non so cosa mi prese quel giorno. Mi armai di tanta voglia di sapere e le mie intenzioni erano le stesse che deve provare il figlio che va alla ricerca del padre, dopo lungo peregrinare finalmente lo trova e gli chiede subito perché lo ha messo al mondo e per quale motivo lo ha poi abbandonato.
IL SAGGIO: Robin Norwoord, “Donne che amano troppo”, Feltrinelli 2010
Perchè amare diviene “amare troppo”, e quando questo accade? Perchè le donne a volte pur riconoscendo il loro partener come inadeguato o non disponibile non riescono a liberarsene? Mentre sperano o desiderano che “lui” cambi, di fatto si coinvolgono sempre più profondamente in un meccanismo di assuefazione. Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti.
UN REGALO PER SAN VALENTINO: Alejandro Jodorowsky, “Solo de Amor”, Giunti 2006
Solo de amor è l’ultima raccolta poetica di Alejandro Jodorowsky e contiene i versi dedicati dallo scrittore al tema dell’amore. La poesia di Jodorowsky parla dell’amore concreto, reale, che tutti viviamo: le nevrosi, le ossessioni, la gelosia, le incomprensioni, gli enormi sforzi che si compiono per sfrondare e ”pulire” il rapporto d’amore dalle scorie che tendono invece a demolirlo. In questi versi sembra racchiudersi il grande sforzo creativo e il senso del rapporto d’amore contenuto in questa raccolta poetica, che comprende una corposa sezione completamente inedita in Italia (Solo de amor e Pietre del cammino) e alcune poesie tratte da Di ciò di cui non si può parlare, La scala degli angeli e No basta decir.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO
IL ROMANZO: Ken Calfus, “Il compagno Astapov”, Fandango 2010
IL SAGGIO: Giovanni Rinaldi, “La memoria che resta”, Aramiré 2004
IL CLASSICO: Heinrich Boll, “Opinioni di un clown”, q.e.

NOVANTA VOLTE PARTITO COMUNISTA ITALIANO: CONOSCERLO PER CAPIRLO
Paolo Spriano, “Storia del Partito Comunista”, Einaudi
Eduardo Novelli, “C’era una volta il Pci”, Editori Riuniti
Mario Pio Patruno, “Storia del Pci di Capitanata (1944-1964)”, Sud Est

Macondo – La città dei libri

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