Macondo, 11 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Enciclopedia di un massacro ∞
di Piero Ferrante

Se ci sono dei libri che posseggono occhi in cui guardare, allora “Palestina” è uno di quelli. Edito dalla casa italo-tedesca Zambon e racchiuso in una preziosa edizione che non metterla in mostra è un peccato, il testo non si limita soltanto a raccontare tutta la storia (attraverso un quadro completo e puntuale ed una narrazione articolata e corale) triste e rabbiosa di una terra rabbuiata dal grigiore delle bombe. Una striscia di mondo che appartiene più alla storia che alla geografia. Con tutto il suo carico di dolore, il suo portato di sofferenza, il suo fardello di pietre e di morti bambini. Ma fa di più: evoca.

“Palestina” è più di un libro, è l’enciclopedia di un massacro; è una rivelazione. Per quella sua capacità di tenere dentro, nelle sue pagine patinate, la cronologia lancinante di depurazione etnica, la crudeltà bestiale del sionismo nascente e la forza evocativa delle immagini. Quelle foto che, da sole, sarebbero bastevoli prove di un’ingiustizia in bilico fra crudeltà, sterminio programmato e principio politico. Emblemi di una violenza indiscriminata, macelleria etnica senza scrupoli, che rifiuta la sottomissione alla tenerezza verde dell’età. Bambini schiacciati e madri frantumate.

Soffia un vento funesto fra le dita di chi legge. Soffia comprensibilmente, parlando di guerre antiche e rivendicazioni divenute diritto. Soffia blaterazioni di vendetta e superiorità, nazismi mediorientali in note minori. Le epigrafi dei padri del sionismo, accostate agli scatti del popolo dei sottomessi, intonano un canto di morte. Il requiem del diritto alla terra è inno alla distruzione delle maggioranze. Ben Gurion e Ariel Sharon uniti in un unico progetto di sopraffazione, mentre mogli e madri vedono partire e morire i loro uomini: i “vermi” condannati svanire in una nuvola di sabbia e polvere da sparo si portano dietro il loro presente insieme con il loro futuro. Un progetto che, si smonta e si riassembra di volta in volta, di epoca in epoca, di governo in governo. Per finire, poi, ad avere sempre la stessa connotazione funerea di un ceppo cinerario. Sabra e Chatila, la prima e la seconda Intifada, Piombo Fuso.

Sono stelle di un’astrologia che non prospetta nulla di diverso dalla sventura. A farne le spese, anche Vittorio Arrigoni, di cui il testo riporta testimonianze di “Restiamo Umani”. Umani come gli adolescenti intubati colpiti dai proiettili di gomma dell’esercito più equipaggiato del pianeta; umani come i cuccioli di uomo sfigurati dal “napalm like”; umane come le schiere delle genti massacrate a botte di calci, pugni e pestaggi, tratte in arresto e scomparse nelle gole profonde delle carceri israeliane (dopo aver subito altri maltrattamenti al limite del bestiale).

Quel che rende “Palestina” degno di esser letto è la sua libertà di non scendere a compromessi con la storia recente, di non farsi abbagliare dal fulgido apparire dei meetings, degli incontri internazionali, dei finti trattati, delle dichiarazioni mediatiche. “Palestina” esce dagli schemi dicotomici delle culture contro. Cessa di parteggiare per la causa occidentale e di propagandare il modello euro-statunitense come l’unico possibile per la redenzione del dolore arabo. Semplicemente, “Palestina” narra la verità, spogliata dei gingilli ipocriti e falsificatori. Porta alla luce i veri sentimenti in circolo nella striscia di Gaza, ai posti di blocco, sulle torrette di controllo. Schegge di stupro territoriale e politico in cui i soldati masticano il gusto acidulo dell’odio commisto all’acre sapore del sangue.

Racconta una soldatessa di aver sputato su un palestinese: “Non mi aveva fatto niente, stava solo passando. Ma era approvato che io lo facessi, ed era la sola cosa che potevo fare: sai, mica potevo vantarmi di aver catturato un terrorista, però potevo sputare addosso a loro, degradarli, deriderli”. C’è chi la chiama esportazione democratica.
AA.VV, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2011
Giudizio: 4 / 5 – Resistente
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∞ La vecchiaia non è roba per femminucce ∞
di Roberta Paraggio

Un eccentrico trio canuto si concede una vacanza in una lussuosa spa croata; Beba ha i capelli scompigliati e sciupati dalle tinture fai da te, Pupa, la più incartapecorita, viaggia in carrozzella con le gambe infoderate in uno stivale pellicciato, a spingerla c’è l’altissima Kukla che al suo passaggio fa alzare una leggera ventata scombussolatrice.

Una scrittrice bulgara cerca colori propri per ridipingere le immagini sbiadite nella mente di sua madre, maniaca dell’ordine che accavalla ricordi a neologismi tutti suoi. Aba Bagay è una folklorista che sta scrivendo un compendio su Baba Jaga, strega protagonista delle fiabe slave, cattiva e bruttissima.

“Baba Jaga ha fatto l’uovo” è un iperromanzo, diviso in tre parti autonome eppure legate da un palpabile sentore fatto di donne dalla femminilità sui generis. Passaggi di parole che si slegano e poi si intrecciano, storie che sono continui rimandi, pretesti letterari che affondano le radici nell’ antropologia e nelle tradizioni di un paese, la Ex Jugoslavia, ormai smembrato.

Dubravka Ugrešić sa dosare con precisione gli ingredienti della fantasia e della realtà, in un pentolone ossimorico che è insieme quello della strega Baba Jaga e quello domestico delle nostre nonnine, creando una storia vista attraverso il filtro della vecchiaia, vera protagonista incarnata dalle attempate paladine. E’ la madre della scrittrice cui gli anni hanno permesso di purificare le cose sgradevoli, dai piccioni defecatori ai rapporti famigliari, tutto alterato, manipolato a proprio piacimento, ricordi come pupazzetti di plastilina. E’ Pupa sulla sua carrozzella, lapidaria nel definire la vita “una merda”, se ne andrà da questo mondo distesa su una sdraio, il braccio alzato, il pugno chiuso, in segno di vittoria, ce l’ha fatta finalmente ad 88 anni. Farà il suo ultimo viaggio chiusa in un uovo gulliveriano e pacchianissimo. Il guscio è lo stesso in cui vola Baba Jaga con la sua gamba d’osso e il naso adunco, lei, la strega, la dissidente, la cattiva perché non ha ceduto alle lusinghe del mondo.

Baba Jaga la ribelle, la brutta e pelosa, l’invisa, l’esempio da non seguire perché non corrisponde alla bellezza che altri hanno preteso di appioppare al gentil sesso. E lei di gentile ha ben poco, non si depila, lei non si è fatta abbagliare dai chirurghi plastici, i suoi seni sono lunghi e pendenti e con ostentata indifferenza se li butta alle spalle, non ha french manicure ma artigli, è un anti modello di femminilità che turba e va relegato ai margini del villaggio immaginario, non è controllabile né malleabile, quindi, conviene dipingerla come malvagia.

Baba Jaga è una legione di Babe Jage, è questo libro è scritto per loro, per tutte quelle donne cui non va giù un universo misogino, che parte dalla candida fiaba e arriva a secoli di genuflessioni al cospetto di dei maschi, vocaboli maschi ed eroi maschi. Un esercito ligio e silente che si muove nel buio dove balugina la spada della vecchia demonessa.
Dubravka Ugrešić, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Tremate tremate…
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∞ La sofferta ingiustizia ∞
di Angela Catrani

I cosiddetti romanzi vittoriani, che proliferano nel Regno Unito dall’inizio del diciannovesimo secolo, portatori consapevoli di moralità e ironia, sono caratterizzati da potenti, caustiche e incisive descrizioni di personaggi che rimangono memorabili nella memoria dei lettori, tanto da assurgere a tipizzazioni. Come non pensare a Pickwick quando, nelle trattorie suburbane, si incontrano rubicondi figuri con sigaro incorporato che mangiando a quattro palmenti lasagne e tortellini raccontano di vicende più o meno realistiche e avventure assolutamente improbabili?
O come non ravvisare in qualche astuto portaborse il ritratto del famoso maggiordomo Jeeves così genialmente raccontato dalla penna sagace di Woodhouse, che pur scrivendo tra le due Guerre Mondiali narra un mondo immutabile che arriva senza grandi cambiamenti direttamente dalla Regina Vittoria?

Anthony Trollope, il nostro autore, fu un contemporaneo di Charles Dickens e nei suoi libri prese in esame con indiscussa ironia il mondo ecclesiastico inglese. In particolare ne “L’amministratore”, primo volume di sei del cosiddetto “Ciclo di Barsetshire”, si racconta la vicenda di un ecclesiastico, amministratore di un pensionato per lavoratori a riposo, al quale viene contestata la rendita – esagerata – di 800 sterline annui.

Siamo a metà Ottocento, epoca di contestazioni e riforme sociali, di scioperi, di una rinnovata moralizzazione. La Chiesa Anglicana ripensa a se stessa, non più appannaggio di figli cadetti ai quali assicurare una rendita, ma come base per riforme sociali, come luogo necessario per rimettere in gioco virtù e costumi. Nel piccolo paese di Barchester della contea di Barset (località inventate) si consumano intrighi e piccole vendette per mettere alla gogna lo strapotere della ricchissima Chiesa Anglicana d’Inghilterra. Ma innocente e inconsapevole capro espiatorio è il signor Harding, mite primo cantore della diocesi di Barchester, suocero dell’arcigno Arcidiacono Grantly che è a sua volta figlio del Vescovo.
Il signor Harding, al quale la ricca rendita ha garantito per anni di dedicarsi alla sua vera passione, la musica, non ha mai prima di allora riflettuto sull’ingiustizia di tale ricchezza, dovuta a una donazione del 1400, a confronto con la povertà degli ospiti dell’ospizio che pur nutriti e accuditi, non ricevono praticamente nulla di quel che a loro era dovuto.

Se a livello legale la pia donazione poteva essere letta in modi diametralmente opposti e dunque avvalendosi di bravi avvocati si riusciva a non risultare inadempienti, l’opinione pubblica consacrata dallo “Jupiter” ( il “Times”) prende di mira il povero Harding, facendolo risultare un avido curato, senza sentimenti e considerazione per i poveri ospiti del ricovero Hiram. La gogna mediatica è troppo per l’amministratore che decide di dimettersi e lasciare la fortunata rendita.

Mirabile nelle descrizioni fisiognomiche, Trollope ci lascia almeno un paio di indimenticabili ritratti umani: uno è l’Arcidiacono Grantly, uomo austero, dispotico, nervoso, molto compreso nel suo ruolo, ma dominato dalla moglie che anche nell’intimità non ha trovato di meglio che chiamarlo “Arcidiacono”; costui vive nel rettorato di Plumstead Episcopi, casa quanto mai adeguata all’austera ricchezza di cui si vanta: “lo scopo apparente era stato spendere denaro senza ottenere splendore o sfarzo”. La vanità, che ha sempre reso ridicoli uomini e donne, non risparmia gli uomini di chiesa, descritti tutti come avidi e vanagloriosi. Anche il protagonista, il signor Harding pur nella sua mitezza e apparente bontà non ne esce meno buggerato e ironizzato, quando pretende che i dodici anziani ospiti dell’ospizio lo ascoltino suonare il violoncello per ore e quando viene colto nei momenti di maggior disagio suonare immaginari strumenti a corda che sopportino con lui imbarazzi e fatiche. Una lettura assolutamente godibile, rilassante, dissacrante, un viaggio in quella natura umana che non cambia mai, ma che sempre riesce a far sorridere e rallegrare.
Anthony Trollope, “L’amministratore”, Sellerio 2003
Giudizio: 4 / 5 – Da gustare con lentezza
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: John Stephens, “L’atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
IL SAGGIO: Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
IL CLASSICO: Julio Cortazar, “Il gioco del mondo”, q.e.

SPARIRE DALLA VITA, RICOMPARIRE NELLA STORIA. PER GIACOMO MATTEOTTI
Gianpaolo Romanato, “Un italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi 2011
Giuliano Capecelatro, “La banda del Viminale. Passione e morte di Giacomo Matteotti nelle carte del processo”, Net 2004
Giacomo Matteotti, “Contro il fascismo”, Avanti! 1954

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Giampaolo Pansa, “Carta straccia”, Rizzoli 2011
3. Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Alessandro Baricco, “Emmaus”, Feltrinelli 2009
Diciassette anni, che età terribile e difficile. Non sei più bambino, ma non puoi chiamarti nemmeno già un adulto. Ancora non sai cosa diventerai da grande, ma tutto ti sembra realizzabile. Basta volerlo. Basta crederci. La forza che li sostiene sono i valori che i genitori hanno inculcato loro, ma che allo stesso tempo mettono in discussione. Le figure di riferimento del mondo adulto non sono così comprensibili: non capiscono i loro tormenti, le loro ansie, pensandoli resistenti a tutto, senza paure, senza timori. Gli adolescenti peccano così, a volte, di arroganza, ritenendosi migliori se fossero stati al loro posto.

Bobby, Luca, il Santo e l’io narrante che non rende noto il suo nome in tutto il romanzo sono un gruppo d’amici molto uniti facenti parte della media borghesia di una città italiana non dichiarata (si pensa possa essere Torino). A saldare la loro unione un’educazione cattolica, che li porta a sentirsi migliori, fanno volontariato in un ricovero per anziani, suonano in chiesa tutte le domeniche e osservano il resto del mondo che li circonda con curiosità. Ad attirarli fuori dal loro mondo è Andre, il ruolo chiave, il perno di tutto, una ragazza molto diversa, figlia di una famiglia molto ricca che sembra vivere tutto con grande superficialità, ma anche lei ha i suoi dolori. Ha, infatti, tentato il suicidio con determinazione, muore ogni giorno, come tutti, ma con evidenza e dissipazione di sé, e assieme ad un fascino seducente e distruttivo, assente e privo di sentimenti coinvolge i quattro giovani. La contaminazione dei due mondi porta grandi cambiamenti nella vita dei quattro ragazzi e ognuno di loro si trova a smontare le proprie certezze per costruirsi un proprio futuro, ma non sempre chi si allontana riesce a ritrovare la strada di casa.

Copertina essenziale e minimalista, carta ruvida e senza quarte di copertina, trama e biografia dell’autore. Baricco si conferma pifferaio magico, stile misurato e ovattato, lingua calibratissima grazie all’attenta scelta delle parole senza far sconti a nulla.. Racconta il passaggio dall’età della leggerezza alla vita adulta con una profondità che sorprende, racconta senza reticenze fatti di sesso e riesce a descrivere lo smarrimento di questi ragazzi davanti alla vita senza più la rassicurante certezza che la fede riesce a dare. Che si sia credenti o atei poco importa, la nostra vulnerabilità non cambia. Un racconto che piacerà ma inquieterà i fedeli lettori di Baricco e non riuscirà allo stesso modo a rompere il guscio di diffidenza di chi da sempre non lo apprezza.

“Come abbiamo potuto non sapere, per così tanto tempo, nulla di ciò che era, e tuttavia sederci alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul cammino? Cuori piccoli – li nutriamo di grandi illusioni, e al termine del processo camminiamo come discepoli ad Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo – fidandoci di un Dio che non sa più di se stesso. Per questo conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva. Ci sarà forse un gesto che ci farà capire. Ma per adesso, noi viviamo, tutti”.

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Macondo, 4 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Perché voglio i piedi se ho le ali per volare ∞
di Roberta Paraggio

L’immagine di Frida Khalo si nasconde tra le pagine di questo diario apocrifo che mette da parte pennelli le tele per schiarire invece i coni più ombrosi della pittrice messicana, nota autrice di autoritratti, ma anche indagatrice di se stessa, iconografa moderna della sua terra, gialla, arsa, dolorante eppure colorata dalle tinte di una vita straordinaria e piena.

Dalla malattia infantile all’incidente che le cambierà per sempre la vita, fino all’incontro col grande Diego Rivera. Olivia Casares, autrice di questo Ritratto in chiaroscuro, edito da Jacobelli, e arricchito dalle illustrazioni di Mariella Biglino, fa sue le parole immaginarie di Frida senza tralasciare nulla, insinuandosi negli anfratti celati e nei pensieri bui del dolore della Khalo.


Si viaggia per le descrizioni dei quadri, sui perché dei dettagli, ci si immerge in un mondo di colori e pensieri, cullati dalla dolce musica di un Messico polveroso, folle e sempre in tumulto, ci si sposta nella New York delle mostre e dei grandi artisti col passo claudicante ma sicuro di Frida, accompagnati dalla enorme mole di Diego. Si entra nelle stanze della Casa Azul, se ne sente l’odore dei colori ad olio, si percepiscono le ossessioni di Frida per la propria immagine che osserva muta e nuda dalle pareti.

C’è una costante e martellante altalena tra l’abbandonarsi al dolore e la voglia di vivere; c’è una maternità negata che diviene carnefice di ogni emozione, un piccolo Dieguito che non è mai nato e che rimarrà fino alla fine come una nota stonata in un’orchestra saltellante di mariachi. Un dolore salvifico che si trasforma in arte prendendo di volta in volta le sembianze di una nuova Frida. Il sangue versato oltrepassa quel corpo trafitto e spezzato in due da una colonna di ferro, va a sgorgare forte sulla tela, ad esorcizzare ogni potente emozione, Frida dipinge, sempre, la pittura è reazione, ai tormenti e ai tradimenti di Diego, è dichiarazione di amore e di rabbia, di autonomia e di solitudine, è esternazione di quel se che non riesce a comunicare con le sole parole, è quella immagine discordante che viene sbattuta con prepotenza in primo piano, il volto quasi mai sorridente, le sopracciglia unite a formare un’ala, pronta a volare lontana. E’ Frida Khalo, e chi l’ha creduta surrealista si è sbagliato, perché Frida non ha bisogno dei sogni, a Frida basta la realtà.
Olivia Casares, “Memoria in chiaroscuro”, Jacobelli 2010 (con 8 litografie)
Giudizio: 3 / 5 – Viva la vida!
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∞ Lui non perdona e tocca ∞
di Piero Ferrante

C’è un presupposto che fonda il breve trattato “L’umiltà del male”, di Franco Cassano (Laterza, 2011). Il male, nella lotta quotidiana contro il bene, parte da uno status di vantaggio. E’ come una corsa – il cui premio è la conquista dell’anima umana, la sua simpatia devozionale – in cui un atleta parte con centinaia di metri di vantaggio sugli avversari. Sono favori, certo, determinati da qualche cortese intermediazione. Il cui raggiungimento, comunque, presuppone un contatto umano, una relazione scevra dai condizionamenti ricorosi dell’etica filosofica. Comporta la discesa sul piano dell’umanità maggioritaria. Insomma, è la base del discorso di Cassano e, come ogni base, anche la materia che regge il tutto, il male, quali che siano le spoglie sotto le quale si presenta, ha la caparbietà del contatto. Non usa scudi, non si regge sulle spalle degli uomini. All’occorrenza, arriva a riverirli, per ammorbidirli. S’insinua nella zona grigia della debolezza, quella più debole e vulnerabile, depone le uova del dubbio, ne inficia la moralità. Tenta. Ecco, il male è tentatore. Ed è tentatore in quanto l’uomo non chiede che di essere tentato, di cedere alle lusinghe dell’offerta migliore. O anche solo di una qualunque offerta.

Il male è umile. Non si gonfia i muscoli di bei propositi, non si confronta con l’impossibile. Il male è semplice, tangibile, pronto ad ogni evenienza. E’ il telefono dell’arrendevolezza messo lì, a portata di mano. Basta allungare il braccio e scegliere con chi cedere. E su cosa. Il male è seducente, ammalia, conquista, arringa. Il male è riconoscibile, ma non per questo non ammissibile. Il male di Cassano non è la guerra ingiusta o l’affare misterioso, non è la mazzetta circolante o il controllore televisivo. Il male di Cassano è qualcosa in più. E’ la somma di tutte queste parti, amalgamate nell’emblema supremo del Grande Inquisitore di Fedor Dostojevskji. Lui, che condannò a morte Gesù Cristo obbligandolo al silenzio per non peggiorare la sua condizione. Lui, che vendette per buona la sua verità, elevandola a verità imposta, a giustizia dall’alto, a volontà popolare.

Piano e nemmeno troppo, Cassano valica il limite rosso che separa saggio e pamphlet. Lo fa con tutta la sua abile arte narrativa, con una disarmante e gradevole semplicità di linguaggio, cavalcando episodi letterari e teorie della Storia dell’umanità. E la lancetta del male si sposta, inevitabilmente, su quella del potere. I due elementi, argillosi e malleabili come creta bagnata, come pasticcio di terra, si mescolano irrimediabilmente. Il mare penetra il potere, vi s’accoppia. A lui s’avvinghia, s’aggrappa, si fonde. Male e potere, fusi, ottemperano ad un progetto unico di determinazione della Storia. Tutto, per Cassano, si fa bene e si fa, necessariamente, male. In mezzo, non resta che l’uomo. Che fra bene e male deve scegliere. Ora consapevole, ora inconsapevole, infine arreso, talora imberbe. Nella maggior parte dei casi, per quella sedizione di cui si diceva, cade nella rete a striscio del male. Perché il mare ed il potere sanno come e dove pescare. Conoscono le debolezze, dunque le esche per attrarre le prede. E, poi, perché sanno, all’occorrenza, sporcarsi nel fango degli ultimi, farsi piccoli per entrare fra i piccoli. Come uno specchio, il male riproduce l’uomo, si fa uomo, vive come l’uomo e mostra all’uomo di sapere e di poter soffrire come lui.

La superiorità del male è nella concretezza. Ogni sua azione assolve alla funzione annessoria. A differenza del bene, il male non ha incertezze e non ha remore, non conosce la vergogna. Di qui, la sua umiltà. Non scansa le maggioranze, le ammorbidisce, infine le asserve ai propri voleri. Come accaduto in occasione dello sterminio ebraico. “L’abiezione massima del nazionalsocialismo sta proprio nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole diventare carnefici a loro volta”, riflette Cassano rileggendo “I sommersi e i salvati di Levi”. Il riferimento è al controllo interno, alla sobillazione dell’uomo contro l’uomo, del misero contro il misero, dell’incatenato contro l’incatenato. Una lotta impari, in cui a salvarsi sono, paradossalmente, i reietti, le anime peggiori. Quelle che, con il male, scendono a patti, perché il ribelle, che è turbamento dell’ordine malefico ed insieme concretizzazione di un bene possibile, è eliminato fisicamente. Meglio se da un suo pari. Tramutandosi da esempio in ammonimento.

La chiave del testo è qui. Nella ricerca della soluzione giusta per combattere con efficacia la brutalità del male, senza finirne tentati. E, soprattutto, schiacciati.
Franco Cassano, “L’umiltà del male”, Laterza 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Cassanico

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∞ Il valore dell’amicizia ∞
di Nina Paraggio

Un gruppo di amiche riunite per festeggiare la guarigione di Kate, una di loro, da una terribile malattia decidono di farle un regalo speciale, una settimana di rafting su un fiume impetuoso che scorre in un profondo canyon. E’ in questo scenario naturale che si svolge il romanzo La casa dei destini incrociati di Erica Baurmeister.

Un dono che è una sfida e una prova di superamento dell’angoscia causata dal suo male, che Kate saprà accettare a patto che tutte le altre si cimentino nell’affrontare una prova simile di coraggio con se stesse. Nel racconto di come ognuna di loro affronta il compito assegnatole, si dipana la storia delle loro vite, della quotidianità che sembra serena e monotona, ma nel portare a termine la sfida assegnata loro le mette di fronte alle proprie debolezze. Affrontarle significa anche superarle e gettarsele alle spalle. In effetti sono piccoli gesti che però costano sacrificio, come quello assegnato a Caroline, di liberare la casa dai libri del marito che l’ha lasciata per un’altra. Oppure quello di Daria di imparare ad impastare il pane, cose all’apparenza insignificanti ma che riportano le protagoniste a rivedere la propria vita, a riflettere sugli errori e a rispolverare gli armadi dai fantasmi.

E’ strano leggere una storia di amicizia vera, di comprensione e complicità tra un gruppo di donne così diverse eppure con un comune sentire. C’è in questo libro una solidarietà vera che aiuta nell’affrontare e risolvere la quotidianità e l’eccezionalità della vita, nei momenti di buio e quelli irradiati da luci di speranza.
Erica Bauermeister, “La casa dei destini intrecciati”, Garzanti 2011
Giudizio: 3 / 5 – Piacevole

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
IL SAGGIO: Marc Augè, “Straniero a me stesso“, Bollati Boringhieri 2011
IL CLASSICO: Astrid Lindgren, “Pippicalzelunghe”, q.e.

“MO ME LO SEGNO PROPRIO”, IN RICORDO DI MASSIMO TROISI
Salvatore Aulicino-Salvatore Iorio, “Per Massimo Troisi. Saggi, ricordi, riletture”, Mephite 2010
Lello Arena-Enzo De Caro-Massimo Troisi, “La smorfia”(cofanetto con DVD), Einaudi Stile Libero 2006
Matilde Hochkofler, “Massimo Troisi. Comico per amore”, Marsilio 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Carlos Ruiz Zafon, “Gioco dell’angelo”, Mondadori 2010
2. Carlos Ruiz Zafon, “Luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Erri De Luca, “Le sante dello scandalo”, Giuntina 2011
Nel suo nuovo libro Erri De Luca rivisita il ruolo femminile nell’Antico Testamento. Mosè, Geremia e Giobbe, cercano di sottrarsi al compito divino che hanno ricevuto.
Eva esce con grandezza dalla conoscenza dell’albero del bene e del male.
Isaia dice di avere labbra impure, Geremia di essere troppo ragazzo per andare a parlare davanti agli anziani, Giona senza neanche opporre una scusa s’imbarca per la direzione opposta a quella della missione. Infine costretti o convinti accettano, perché l’unico sbaraglio salutare è l’obbedienza.

Le donne, queste donne, non vacillano in nessun punto. Nessuna di loro, che neanche hanno avuto il conforto di una profezia, di una voce diretta, esita. Vanno contro le regole e sacrificano la loro eccezione. Il loro slancio è più solido di quello dei profeti, sono le sante dello scandalo. Non hanno nessun potere, né rango, eppure governano il tempo. Sono belle, certo, ma per dote sottomessa a uno scopo solo appena intuito. Hanno il fascino insuperabile di chi porta la propria bellezza con modestia di pedina e non con vanto di reginetta da concorso. Hanno un traguardo, una missione in cuore e la perseguono inflessibili. La scrittura sacra dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera maschile, rende omaggio a loro. La bellezza femminile è un mistero che strugge il pensiero e i sensi. È scritto che Adàm conobbe Eva/Havvà. Attraverso l’esperienza fisica del contatto e dell’abbraccio raggiunge la conoscenza di lei, della sua perfezione. Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco. La natura maschile qui è fatta di materia inerte riscattata dal soffio della divinità. Eva/Havvà proviene da una lavorazione successiva, un secondo intervento della divinità. Esce dal fianco dell’uomo addormentato, ma non bell’e fatta come la dea Atena dal capoccione di Zeus. C’è il verbo costruire, opera che interviene a perfezionare la parte tolta all’uomo, per produrre Eva/Havvà. È la costruzione della bellezza. L’uomo è qui un semilavorato rispetto alla donna, il prodotto finito dell’alta chirurgia della divinità.

Macondo, 2 aprile 2011

∞ Limoni e nonnetti aguzzini ∞
di Roberta Paraggio

“Quel che nasconde il tuo nome” Questo il titolo originale de Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez, edito da Garzanti sulla scorta del successo di critica e lettori riscosso in Spagna, dove è ambientato questo romanzo che di cose nascoste ne cela però ben poche sin dall’inizio.

Una storia narrata a due voci, quella di Sandra, ragazza dalla vita incasinata in cerca di non si sa cosa e quella di Julian, uomo ormai anziano che dall’Argentina piomba in Costa Blanca per chiudere i conti con i demoni del passato.

Nemici che si nascondono dietro le sembianze di innocui vecchietti in vacanza, che portano però i nomi indelebili dell’orrore per chi come Julian ha vissuto l’estrema esperienza del campo di concentramento, Katrin e Frederick Christensen, l’incarnazione della vecchiaia serena, le piccole abitudini di una coppia ben consolidata che celano un passato di carnefici nazisti senza pietà.
Sandra, svagata e confusa si ritrova senza saperlo a fargli da nipote adottiva, si lascia coccolare da quelle mani che hanno ucciso e torturato, da quei nonnetti aguzzini tanto convincenti e affettuosi da arrivare persino a volergli bene.

Julian li spia, l’odio che prova ha tolto spazio all’amore nella sua vita che sta per terminare, un’esistenza che è stata tutta un rincorrere il passato e il nemico nell’illusione di poter cancellare il male portando allo scoperto i mostri che hanno trovato una scappatoia, una feritoia nella storia che gli ha permesso di rifarsi una vita.

Il quadretto mediterraneo aulente di limoni e salsedine cozza con i protagonisti che fanno da sfondo, i raccapriccianti nonnetti in spiaggia vivono un paradiso che non è loro, hanno avuto una possibilità privando gli altri, i sommersi, della gioia o solo dell’oblio.
Cosa nasconde il nome di questi vetusti gerarchi in bermuda Julian lo sa, e lo lascia scoprire a Sandra sua complice nel tentativo ultimo di trovare pace per sé e per chi non ce l’ha fatta.

Un romanzo sulle apparenze e sulla crudeltà, sulle solide certezze che crollano e sulla banalità del male che eccede forse in lunghezza, rischiando a volte la ripetizione se non addirittura l’ovvietà nel tratteggiare i personaggi che restano incompleti, bidimensionali, presi dal fiume della narrazione i protagonisti purtroppo non evolvono se non in direzioni prevedibili, al limite della più patinata fiction televisiva da prima serata.
Clara Sanchez, Il profumo delle foglie di limone, Garzanti 2010
Giudizio: 2.5 / 5 – Si può fare di più
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∞ Ronzii in Val Pellice ∞
di Piero Ferrante

Un omicidio, due omicidi, un commissario dell’antimafia, un questore in pensione. Un ecosistema protetto quale quello della Val Pellice. L’abbecedario de “La rivoluzione delle api”, ultimo romanzo del giornalista Serge Quadruppani (edito dalla casa editrice Verdenero) è semplice come un sussidiario. Come semplice è l’antefatto, la vacanza in montagna dei due poliziotti. E semplici sono le trovate, dal Comitato apicoltori alla multinazionale Sacropiano (chiara allusione letteraria, in un gioco semantico effervescente, alla Monsanto), dalla purezza del mondo pastorale e montano alla descrizione dei prototipi affermati di carabinieri e poliziotti.

Serge Quadruppani, dunque, usa l’arma della semplicità per dare alla luce un giallo appassionante ed insieme esilarante. Un romanzo agile, tutto sommato breve, mai tedioso e che non si perde in tecnicismi. Un romanzo che sa essere anche fitto di messaggi. Come una foresta del bene, in cui pendono liane della verità e dell’informazione. Quadruppani non esita, attraverso la costruzione valoriale della commissario Simona Tavianello, non titolare del caso, ma in esso totalmente coinvolta, a materializzare i pericoli di certo progresso, le pretese superiorità di una tecnologia che dimentica la vita nel nome del guadagno, della pecunia, dell’affare.

Ed è così che, nel libro, si materializzano complotti sovrarregionali, interessi superiori, servizi segreti. Ed è così che un omicidio esce dalla dimensione comunitaria per tracimare in quella nazionale, affisso nelle cronache maggiori. Ed è così che, inevitabilmente, l’autore si immedesima nel gorgo dei sentimenti e delle paure dei vari protagonisti, partecipa alle loro vicende, alle loro situazioni quotidiane. Evidenzia con i toni della condanna la brutalità dell’agro-alimentare. Che non è più alimentare e men che meno agro.

E Quadruppani si serve del linguaggio come un’arma elementare ma letale. Con questa impartisce lezioni di combattimento; al punto che, leggerlo ed ammirarlo, finiscono per essere due facce della medesima medaglia. Azione e ripercussione. Leggi e godi, sballotto lato fra azione, pathos, sussulti e spari. Un teso, questa “La Rivoluzione della api”, di un tessuto solido: militante e giallesco, rabbioso e riflessivo, uno scontro fra mondi, descrizioni e situations che travalicano le barriere del letterario per imbellettarsi della polvere della politica e dell’attualità. Complotti e complottasti, servizi segretissimi, indagini insabbiate, manovre a piovra. Scorrere il libro è illuminante come una luce nel buio, soddisfacente come l’odore del caffè nella cucina al mattino: il plot è l’acqua, i personaggi il nero sapore dell’aroma. Una miscela mai soporifera e sempre stimolante. Quadruppani è un colpo piazzato in mezzo ai sensi.
Serge Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
Giudizio: 4 / 5 – Pistolettata
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Natalino Russo, “Nel mezzo del cammino di Santiago”, Ediciclo 2011
IL SAGGIO: Hannah Arendt, “La banalità del male”, Feltrinelli 2003
IL CLASSICO: Fedor Dostoevskij, “Le notti bianche”, q.e.

CHE I NOSTRI SOGNI DIVENTINO RESPONSABILITA’. STATO PER LA LEGALITA’
Don Luigi Ciotti, “Dialogo sulla legalità”, Manni 2005
Lupoli, Matteuzzi (a cura di) “Don Peppe Diana. Per amore del mio popolo”, Round Robin 2009
Antonella Mascali, “Lotta civile”, Chiarelettere 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
Jonathan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Massimo Tirinelli, “Col tempo”, Progetto Cultura 2010
di Libreria Equilibri

A renderci le persone che siamo sono le misteriose alchimie della vita: la miscela, spesso casuale, di amori e separazioni, di sogni e delusioni, di risate e pianto, di tutto quello che abbiamo avuto in sorte. E di tutto quello che abbiamo perduto

“Col tempo” di Massimo Tirinelli è una raccolta di brevi racconti che ha come tema centrale il tempo visto nelle sue varie sfumature. Il tempo che costruisce, modella, che forma, ma disgrega anche, il tempo che si disperde, quello dei ricordi, quello che in fondo annienta.

Tutte le storie del libro “Col tempo” vogliono raccontare uno spaccato di vita comune, i personaggi infatti sono molto semplici, simili a noi stessi e agli altri, e vengono catturati o sfiorati dal tempo.

Ognuno di loro, proprio come ognuno di noi, vive la sua quotidianità preso da sentimenti contrastanti e ragiona su quello che è passato, si proietta nel futuro o semplicemente si lascia andare agli eventi contemporanei e a tutto ciò che fa parte del presente. “Col tempo” è un libro ben scritto, con riflessioni molto profonde che parlano attraverso la voce dei protagonisti delle storie o semplicemente attraverso descrizioni fatte dallo stesso scrittore Tirinelli.

Il linguaggio utilizzato nel libro è diretto, non utilizza termini complicati per spiegare la vita in relazione al tempo, ma frasi che puntano al centro del bersaglio, con parole che spesso riecheggiano nell’aria per essere meglio comprese o approfondite. E assieme al concetto del tempo che scorre, che rallenta, che si arresta o assale con ventate di ricordi, c’è un altro tema ricorrente: l’immancabile amore, quello puro e inarrestabile, quello che viene negato, l’amore tradito, quello geloso.

Massimo Tirinelli scrive quindi un libro sui sentimenti, sui dubbi che attanagliano le persone nei loro rapporti, sulle difficoltà, le rinunce a cui si è sottoposti, sulle relazioni che si recuperano. “Col tempo” un libro per tutti, poche pagine che vogliono raccontare e lasciare un messaggio al lettore.

Macondo – 26 marzo 2010

∞ Storia (vera) di feudalesimo, orchi e Moratti ∞
di Piero Ferrante

Il Paese dei Moratti è il Paese in cui la fabbrica gioca il ruolo di un Geppetto spietato, creatore di illusioni e facitore di blasfemi sinonimi di quella grande storia in salita che è da considerarsi l’esistenza umana. Il Paese dei Moratti è popolato di Lucignoli e Mangiafuochi, attraenti imbonitori rivestiti di patine griffate ma contundenti. Il Paese dei Moratti è il locus dei tanti, piccoli, meravigliosi, innocenti Pinocchi costretti a mentire a se stessi nell’estremo tentativo di ripetersi che, da quelle morti, da quei tumori, da quello smog, transiti l’unica possibilità di liberazione, la verà libertà. E loro, lignei fanciulli protesi nello slancio verso la carnificazione; e loro, anime intorbidite e sogni seppelliti da cumuli annuali di scorie e liquami, loro sì, non posso fare altro che credervi. Non hanno soluzione diversa che donare il proprio tronco povero di clorofilla, sradicato di botto all’adolescenza, nelle mani di presidenti eleganti e compiti.

Nel Paese dei Moratti, però, ci sono anche bui anfratti, parti di mondo dimenticate dall’uomo e da Dio, dove il sole non giunge ed il cielo non è che un’immaginazione ardita. Nel Paese dei Moratti ci sono spose bambine piangenti, salici costretti a seccare in tutta fretta da un dolore che azzera la linfa. Sono le lande popolate da lacrime, parenti vicini costretti alla lontananza, morte invece della vita, tombe al posto delle barche, cenere in sostituzione del mare.

E “Nel paese dei Moratti”, autore il giornalista Giorgio Meletti (edizioni Chiarelettere, anno 2010), è una favola ruvida. Spoglia di etica. Inutile, in fondo, cercare la morale dove la morale non c’è. Una fiaba lucida ed impietosa raccontata con gli occhi di un cronista. Tanti pezzi che si completano l’un l’altro come trame composite e complementari. Meletti scrive ed è come se parlasse di null’altro che d’una storia povera, semplice. Quella di un giorno come gli altri, fatica, orari, lavoro, stringenze. Una narrazione triste del secolo che corre verso la desolazione della precarietà. E’ la storia di Daniele Melis, Bruno Muntoni e Gigi Salinas, innanzitutto. 29 anni, 27 anni, 58 anni. Ma è anche la storia di un minuscolo ecosistema chiamato Sarroch, 5 mila anime arroccate nella provincia di Cagliari, e di un ecosistema nell’ecosistema: la Saras, gioiello di famiglia della scuderia industriale dei fratelli Gianmarco e Massimo Moratti.

Il 26 maggio 2009, mentre il primo tratta di un ingente prestito (190 milioni di euro) con la banca Intesa San Paolo, ed il secondo asseconda le lamentele dell’allenatore dell’Inter José Mourinho, i tre operai, uomini cacciavite delle ditte esterne che lavorano in condizioni a dir poco disastrate nella Saras, muoiono in una cisterna della raffineria. A catena di reazione macabra. Prima Gigi, poi Bruno, infine Daniele. Tutti e tre immolati sull’altare dell’insicurezza sul lavoro. Muoiono asfissiati per inalazioni di azoto, una sostanza che è capace di azzerare, praticamente, le condizioni di vita attraverso una radicale riduzione dell’ossigeno. Alla Saras lo usano per pulire alcune cisterne.

Un bocchettone infilato, una carta non firmata, una distrazione. Tre vite stroncate.

Quella della Saras è una storia come poche. Contrariamente ad altri impianti industriali, non conosce mezze misure. Determina i rapporti intimi, permea la familiarità. A Sarroch, i cittadini la amano e la odiano. Rende, insieme, la vita e la morte. E’ capace di dare stabilità ed incertezza. Ma chi la ama sa anche odiarla. E chi la odia sa anche di doverle gratitudine. La Saras è un pezzo di mondo, un appezzamento di terra. E’ ciò che attiva rapporti di atavica dipendenza coloniale, addirittura feudale. Un abitante sardo, parlando con l’autore, sintetizza: “Il mio primo giocattolo mi è stato regalato dalla Saras all’asilo. Il mio primo panettone (mignon Alemagna) mi è stato dato dalla Saras alle elementari. I libri di scuola sino alle medie mi sono stati pagati dalla Saras. I piedi di catrame me li ha sporcati la Saras. Il fumo acre all’odore di cavolfiore arrivava dalla Saras. Il primo suono di sirena alle 8 del mattino l’ho sentito alla Saras”.

Nessuno passa immune dalla Saras. Da quell’inferno che rigurgita malattie, ma sa inondare di soldi i suoi padroni. Loro, in perenne perdenza eppure abili a sfruttare le nefandezze finanziare di un mercato forte con i deboli e debole con i forti. Con i soldi sfilati alle banche, di quegli stessi istituti che non hanno fatto fronte ai debiti dei piccoli imprenditori onde, poi, pronarsi alle magagne azionarie dei fratelli milanesi, i Moratti hanno innalzato i dividendi. Ben consci di essere buona parte dell’azionariato Saras. E, in una sola manovra finanziaria, spalmata nell’arco triennale, sono stati capaci di sottrarre al mercato oltre un miliardo di euro, per convogliarlo nelle proprie tasche, giocandolo nell’azzardo pallonesco tinto di nerazzurro.

Sarroch ed il suo dolore, Sarroch e le sue promesse mai mantenute, Sarroch ed i processi senza colpevoli, Sarroch e la perfidia spiacevole di un liberismo rapace sono la cima di un sistema ampio e consolidato. Un sistema popolato di orchi e uomini neri, di Tronchetti Provera e di Marchionne. Perché nel paese dei Moratti c’è davvero posto per tutti.
Giorgio Meletti, “Nel Paese dei Moratti. Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 4 / 5 – Crudo
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∞ Umorismo russo ∞
di Roberta Paraggio

Prendete il mondo surreale dei racconti di Gogol, Kovalev che si sveglia al mattino e si trova la faccia senza il naso. Dov’è? Dove potrebbe essere se non in un caldo panino apena sfornato? Ammirate un dipinto di Marc Chagall, la malinconia sgargiante dei colori fluttuanti, il piacevole ripetersi di atmosfere sospese fra il sogno e la fase rem. Ora, aprite “Disastri” di Daniil Charms, appena riedito dalla Marcos y Marcos, e vi ritroverete tutto quanto elencato. Ed anche di più.

Il linguaggio appena più colorito rispetto alla compostezza gogoliana ed alle pennellate sfumate di Chagall e l’insieme regala al lettore un’incredibile e grottesca carrellata di personaggi. Privi di un filo conduttore che non sia l’assurdità delle situazioni, i protagonisti, talora che anonimi, si muovono nello spazio angusto del non sense e dell’ineluttabilità del gesto inconsulto. S’insultano, si schiaffeggiano, si prendono a morsi le orecchi, si sputano in faccia, sono incapaci a comunicare. Brandiscono cetrioli come armi di difesa. A colpi di assurdo, muoiono per un nonnulla: un marinaio che mangia troppo salato crepa d’insonnia con una scarpa alla mano contro i topi; una vecchia ficcanaso cade sporgendosi da un balcone, altre sei anziane la seguono sino a formare un obelisco geriatrico. E poi sequele di vite strampalate: un uomo riesce a pesare sulla bilancia la sua fede; un altro trascorre un’intera giornata al ristorante nel vano tentativo di farsi ascoltare dal cameriere; un terzo, nascosto sotto il letto, ascolta sua moglie sparlare di lui.

Scorci della vita dei maggiori scrittori russi, Puskin e Tolstoj, presi nei momenti impensati, nei dettagli che sfuggono perchè poco atti alla biografia. Iracondi, scansafatiche, dubbiosi, imorali, strampalati. Un circo russo della scrittura senza rete e senza gabbie. Piccoli episodi di vite qualunque dipinte di umorismo sottile e rcambolesco, a tratti venato di cattiveria, spesso irresistibilmente comico. Né grave, né greve. Un piacevole divertissement.
Daniil Charms, “Disastri”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Spassoso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Aldo Eduardo Carra, “Oltre il PIL, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere”, Ediesse 2011
IL ROMANZO: Sergio Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
IL CLASSICO: Vladimir Majakovskji, Poesie, q.e.

ADDIO PROFESSORE. STATO PER ALBERTO GRANADO
Alberto Granado, “Il gitano sedentario”, Sperling & Kupfer 2005
Alberto Granado, Ernesto Guevara, “Latinoamericana”, Feltrinelli 1998
DVD: Walter Salles, “I diari della motocicletta”

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Einaudi 2011
3. Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
di Libreria Equilibri
Otto capitoli, otto storie, un ritratto unico dell’Italia di oggi firmato Roberto Saviano. Come? Scavando dentro alcune delle ferite vecchie e nuove che affliggono il nostro Paese: il mancato riconoscimento del valore dell’Unità nazionale, il subdolo meccanismo della macchina del fango, l’espansione della criminalità organizzata al Nord, l’infinita emergenza rifiuti a Napoli, le troppe tragedie annunciate. Accanto alla denuncia c’è anche il racconto di vite vissute con onestà e coraggio: la sfida senz’armi di don Giacomo Panizza alla ’ndrangheta calabrese, la lotta di Piergiorgio Welby in nome della vita e del diritto, la difesa della Costituzione di Piero Calamandrei. Esempi su cui possiamo ancora contare per risollevarci e costruire un’Italia diversa. “Vieni via con me” è diventato un libro che rende accessibili al pubblico che non ha seguito la trasmissione, queste storie in forma rivista e arricchita facendole diventare, ancora una volta, storie di tutti.
Saviano, nella presentazione ci pone una sfida: un elenco di cose per cui vale la pena vivere, un elenco leggero che valga più di una guida morale, un antidoto ai problemi universali. Prende spunto da Woody Allen e dalle sue citazioni (Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento di una sinfonia di Mozart, Louis Armstrong, un’opera di Flaubert, i film svedesi, Marlon Brando, Frank Sinatra, mele e pere di Cezanne e granchi e viso rispettivamente di Sam Wo e Tracy), per scriverne il suo: la mozzarella di bufala aversana, un brano di Bill Evans, andare con la persona che ami a leggere l’epitaffio di Raffaello, un gol di Maradona ai mondiali ’86, l’Iliade, l’ascolto di una canzone di Bob Marley mentre passeggi libero, tuffarsi nel profondo, sognare di tornare a casa dopo un lungo periodo di esilio, fare l’amore in un pomeriggio d’estate al Sud e trovare una email con scritto “Sono fiero di te” dopo una giornata in cui hanno raccolto firme contro di te.
Credo sia un esercizio fondamentale per ricordarsi ciò di cui siamo fatti, ciò che ci spinge ad andare avanti nonostante le difficoltà e essere sempre migliori, è un modo per mettere nero su bianco i nostri pensieri, a denudare la nostra anima. Sarebbe bello passare il tempo a leggerli e ad ascoltare gli altri, a trovare ciò che dà senso alla vita di chi ci sta a cuore riscoprendo tante cose sotto un altro punto di vista, sotto altri aspetti. Sono dell’opinione che quando si parla si potrebbero risparmiare tante parole da usare poi, nei momenti opportuni, ma quando si scrive si ha un compito, un impegno verso la carta che riposa sotto le tue “grinfie” a cui non puoi sottrarti, perciò, buttate giù quello che pensate, senza limitazioni, perché la carta aspetta solo voi per raggiungere la sua completezza.

Macondo – 12 marzo 2011 (scusate l’assenza)

∞ Pane, fragranza del mondo ∞
di Piero Ferrante

Un titolo che è come una preghiera. A recitarla, Predrag Matvejević. “Pane nostro” che sei nei libri, vien subito da continuare. Merito alla Garzanti, per aver captato, ancora una volta, la grandezza dello scrittore bosniaco dopo il salato “Breviario Mediterraneo”. Sotto la lente analitica di Matvejević, qui, è il pane. Come lì lo era stato il mare. Pure, un filo non interrotto: pane e mare finiscono per essere complementari, per scambiarsi gli odori; vicendevolmente si regalano l’uno all’altro, si influenzano, si accoppiano in un grumo storico indissolubile. Ma anche pane e strade, pane e deserto, pane e monti. In quanto, il vero contrattare antropologico è quello fra pane e mondo. Perché facendosi cibo nelle case, nei forni, nei fuochi, nel forni, nelle strade, sulle pietre, il pane introietta i gusti che sono gusti collettivi. La mollica s’impossessa delle nenie arabeggianti del Medio Oriente, si impregna della sacralità dei conventi umbri, ellenici, cirenaici, si impana nella sabbia africana.

Seguendo le rotte del pane, seguendo la sua storia, Matvejević, in “Pane Nostro”, narra leggende umane e divine, miti e civiltà. Il pane, in tutte le sue forme, diventa un eroe pulsante, coraggioso, errante. Come Ulisse, viaggia di sponda in sponda, senza sosta. Perigliosi viaggi e soste in Terre lontane gli danno nuovi sapori e nuovi odori. E di fronte a questo mitico zingaro, l’autore si spoglia di ogni superbia e si fa umile. La sua preghiera rimbomba fra le pareti del tempo e dello spazio, rimbalza fra lirismo ed enciclopedismo. Come un Dio, come Dio, come ogni Dio, anche il pane si fa trascendente ed al tempo stesso carnale, vero, vivo. E come un Dio, il pane ha la sua storia che si perde nella coltre del tempo, nelle spire fumose del dubbio, dell’incerto, quasi fosse proibito saperne troppo. Come un Dio ha i suoi accoliti, i suoi seguaci, i suoi discepoli, i suoi credenti. L’uomo che lo crea e lo plasma dalla terra nera al seme, dal seme alla spiga, dalla spiga al frutto, dal frutto alla farina, dal farina al forno, in fondo non è altro che un ossequioso credente. Un concentrato di speranza legato indissolubilmente all’atmosfera ed alle bizze della meteorologia, costretto dal governo degli elementi naturali ad ottenere il massimo prodotto dalla fatica del lavoro nei campi. E come un Dio, il pane ha anche i suoi tempi. La panetteria è cattedrale laica. E, come quella sacra, punto di raccordo di voci ed incontro di viandanti e cittadini, di viandanti e pellegrini, di straccioni e notabili. Che, prima di assaporane il gusto, ne possono già godere l’odore.

Leggere “Pane nostro” è fare un continuo sforzo masticante. Esplode nelle narici un tripudio profumoso, sotto i denti la sensazione autentica di essere in preda ad un’estasi sensoriale che rasenta la lussuria. E, nella tensione al pane, in questo continuo desiderio di averlo e di addentarlo, si torna bambini. Finanche, ci si fa altri bambini, corpicini di altre epoche e di altri luoghi. E di queste esperienze, il pane è consustanziazione, minimo comun denominatore dei ricordi, pratico facimento. Così, suscitandoci con il pungolo lettarario, Matvejević ci racconta il “dramma” del pane, copione di fatiche e di dolore. Che, nonostante questo, lenisce ciò che tocca. Che sia nero o fragrante, che sia rancido o fresco, è toccasana per le pance.

E la storia che ci racconta, del pane, del frumento, della farina, è storia plasmata di leggenda, narrazione, viaggio, vita, pace e guerra, scontri e incontri; è storia impressa nella fede e nella fame; è storia divina, beata, santa, magistrale, simbolica, numerica, esemplare; storia fisica, tattile, di lavoro, sudore, genti, strumenti, stagioni, sfruttamento; è la storia che si affigge alle porte del tempo, si immerge nelle epoche , si incammina per le vie di Damasco e della Giordania, nei monasteri copti di Grecia ed Egitto, si in scrive alla Bibbia ed al Corano come al Talmud; storia declinata al maschile ed al femminile, interdetta ai meschini, schiusa invece alla schiera degli ultimi; storia identitaria ed insieme egualitaria. Insomma, una storia infinita, narrata con tutta la pazienza di cui solo Predrag Matvejević è capace.

Predrag Matvejević, “Pane nostro”, Garzanti 2010
Giudizio: 4 / 5 – Gustarlo con cura
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∞ Con gli occhi di Caterina ∞
di Roberta Paraggio

Caterina ha gli occhi belli, sono quelli dei Giovagnoli, una famiglia che da anni vive in un borgo della Maremma toscana dove si incrociano eventi e aneddoti della vita di campagna. Tracce di Storia che fanno da sfondo a quest’ultimo romanzo di Alessia Niccolucci e che chiude la serie di ritratti di donne che parlano con gli alberi.

Quello di Caterina, di ritratto, è una quercia che un fulmine lontano ha ridotto ad un tizzone, che la lega alla sua casa e alla sua gente, a figure maschili materne e dolci, suo padre, suo nonno, suo zio, solitario e schivo, che soccorrono alla sua mancanza d’affetto, sostituendo l’assenza di Irene, sua madre, una donna aspra e anticonformista, lavoratrice che segue il marito nei campi, ostinata contro la maledizione di esser nata donna. Come il fulmine che si è abbattuto sulla quercia, così Irene si scaglia sulla figlia, col livore della sua presenza/assenza con la sua forza matrigna e generatrice di ogni angoscia, provocando inquietudini e ribellione, lacrime soffocate e piante di nascosto.

Ma Caterina non vuole diventare come sua madre; sogna l’amore e al tempo stesso lo rifiuta; tanto che, quando questo arriverà, il mondo che le gira intorno la stringerà nelle convenzioni sociali, nei ruoli rigidi e imposti dalla società rurale in cui un nobile signorotto non sposerà mai una ragazza sia pure rispettabile ma sempre e comunque di umili origini contadine.

E così Caterina sposerà un uomo che non ama, rimarrà presto vedova e diverrà più amara di sua madre, accompagnata dalle coltri luttuose dei suoi abiti e da una bellezza che è solo un ricordo, a macerarsi nel rancore per ciò che non è stato. Un romanzo sottile ed insieme complesso, che si serve di schemi abbondantemente sfruttati dalla letteratura (se vogliamo, un pò Ermanno Olmi, un pò Pupi Avati), personaggi sbiaditi, vagamente Ottocenteschi, maschere di un modo che fu e di una scrittura andata. A tratti sbadiglievole, a tratti piacevole, certaltre volte stimolante, infine non propositivo. Più applicazione, insomma.

Alessia Niccolucci, “Caterina. Donne che parlavano con gli alberi”, Pendragon 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – Feuilleton anacronistico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Serge Latouche, “Breve trattato sulla decrescita serena”, Bollati Boringhieri 2008
IL ROMANZO: Bruno Osimo, “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, Marcos y Marcos 2011
IL CLASSICO Emile Zola, “Germinal”, q.e.

C’E’ CHI DICE NO: L’ ACQUA BENE COMUNE
Luca Martinelli, “Imbrocchiamola! Dalle minerali al rubinetto. Piccola guida al consumo critico dell’acqua”, Altreconomia 2010.
Danilo Dolci, “Il potere e l’acqua. Scritti inediti”, Melampo 2010
AA.VV., “Acqua controcorrente. Il viaggio di Ingegneria Senza Frontiere”, T.S.A. 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Livio Fanzaga, “La fede insegnata ai figli”, Sugarco 2011
Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Sant’Agostino, De Beata vita
Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro,
di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-
la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa.
(Cesare Ripa)

Brutta compagna la superbia. Tutti amiamo la bella donna vestita di rosso, desideriamo specchiarci nei riflessi delle sue lodi, cogliamo dalla sua corona d’oro tempestata di gemme preziosissime un po’ di autocompiacimento.
L’inizio della Quaresima è il periodo migliore per fuggire dalle lusinghe della vanagloria e rivestirci di abiti umili. Dobbiamo fuggire ogni forma di autocompiacimento, rompere lo specchio che incornicia il nostro io e deporre la corona che ci rende alteri e presuntuosi. E’ il periodo che ci fa rendere conto di quanta poca cosa siamo di fronte alle meraviglie della natura: la maestosità di un cielo stellato, la semplicità di una piccola margherita in fiore, il calore visivo che ti dà un tramonto, l’ondeggiare di un campo di grano…

La superbia affonda le sue radici nel profondo di ogni uomo perché ognuno è teso all’affermazione della propria identità che non si elabora all’interno, ma si negozia nel rapporto con gli altri, dai quali si attende riconoscimento al punto tale che il suo bisogno sia tanto forte quanto gli altri bisogni esistenziali. Anche S. Agostino in “La vita felice” mette in guardia tutti coloro che aspirano alla vita beata perché ostacolati, prima o poi, da un altissimo monte, quello della vanagloria, posto proprio lì, per rendere arduo il passaggio. Questo monte, proprio come la donna vestita di rosso, è da evitare con gran cura e da temere, ma è così splendente e intriso di luce da presentarsi come luogo di dimora sicura per quelli che si avvicinano, promettendo loro, in maniera allettante, di raggiungere ciò che più desiderano, salendoci. Coloro i quali non lo evitano e raggiungono la vetta, vogliono dimostrare agli altri che sono capaci di ottenere ciò che si sono prefissati, sono altezzosi, con eccessiva fiducia in sé e nelle loro forze e, purtroppo, il monte, “vuoto e instabile”, crolla al suolo e li ingloba nelle tenebre, sottraendoli alle certezze a cui miravano da giù, scoprendosi, poi, deboli, limitati ed impotenti.

Si dice che la superbia sia la radice di tutti i vizi, ma Agostino racconta come anch’egli, inizialmente, abbia ceduto alle sue lusinghe, abbia lasciato che la “caligine” obnubilasse il passaggio negandogli di vedere chiaramente la realtà, deformandola. Anche il Sommo Poeta, non posiziona questo tipo di persone all’Inferno e domanda loro come mai abbiano dimenticato di essere creature imperfette e appena abbozzate. Siamo come bruchi che non riusciamo a giungere alla loro compiutezza e quindi diventare farfalle convinti di procedere, senza accorgerci di regredire e restare vermi.

[A cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

Macondo – 26 febbraio 2011

∞ L’Italia di Giorgio ∞
di Piero Ferrante

Immaginate un armadio. Chiuso, sbarrato, ante contro una parete romana. Immaginate che quell’armadio serri molti dei segreti peggiori delle stragi naziste. Immaginate che le carte ivi contenute contengano la chiave per leggere le fucilazioni, le tribolazioni dei liberatori, i nomi dei loro aguzzini. Immaginate che, lì dentro, si accorpino storie fra di loro opposte e diverse, afflati di giustizia da un lato, di vendette dall’altro. Immaginate che ci vogliano decenni perché, finalmente, quelle carte escano fuori. Immaginate tribunali, processi, torturati e torturatori, mandati internazionali.

L’armadio della vergogna è la base di partenza del lavoro di due studiosi, Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Che, interrogando le carte, hanno tratto fuori una storia. Quella di Giorgio Marincola, l’unico “mulatto” della guerra di liberazione italiana, combattente azionista. Un’esperienza dalle fortissime connotazioni romanzesche, quella di Giorgio, alias tenente Mercurio, alias Renato Marino. Una vita di flash accecanti. Nato a Mahadei Uen, Somalia Italiana, da padre militare e mamma somala. L’Italia, appena bambino. Pizzo Calabro e l’infanzia. Il mare, il pianoforte, le corse con i bambini di pelle diversa. Poi Roma, la maturità, l’insegnamento di Pilo Albertelli (giustiziato alle Fosse Ardeatine), la scelta antifascista, Giustizia e Libertà, il Partito d’Azione, la resistenza. Viterbo, Roma liberata, ancora addestramento in Puglia, partigiano a Biella. Il rastrellamento della Serra, l’arresto a Zimone nel gennaio 1945, ed una nuova avventura: Biella, Torino, il campo di concentramento di Bolzano. Compagni torturati ed uccisi. La liberazione dal lager, la liberazione dell’Italia dal nazismo, la voglia di non arrendersi, la Brigata Cesare Battisti di Molina di Fiemme, la morte a Strementizzo, in un bosco, nell’ultima strage tedesca in territorio italiano. Colpito alle spalle. “Alla scapola sinistra”, reciteranno i verbali immediatamente successivi a quel 4 maggio. Esecuzione.

Una narrazione di vita tenuta a riparo dagli occhi della gente per decenni di Storia del Novecento. Quasi tutto ciò, questa sede di emozioni, sentimenti e valori di speranza, fosse il potenziale generatore di una caterva di virus capaci di rodere il sistema dall’interno, senza timori, senza paure. Quasi fosse troppo destabilizzante diffondere la voce di una verità storica che parla di italiani venduti allo straniero e somali dediti all’onore di Patria.

Per questo e per altri motivi, non è facile reperire fra gli accordi della sinfonia italica la storia di Giorgio. Nell’Italia imbellettata di trucco e rumori assordanti, nell’Italia che si è rifatta il naso per non sentire il tanfo di rancido che il suo corpo sprigiona da ogni poro, da ogni fiume inquinato, da ogni terra svenduta, da tutto il sangue contadino versato, laddove si preferisce una marocchina che riproduce il solito gioco di assuefazione piuttosto che un somalo che, per questo paese, per la sua libertà, ha dato la vita, non c’è spazio per i sogni (Isabella, sorella di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, è stata ripudiata dalla famiglia e costretta a dormire nelle stazioni. Suo figlio, nipote di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, ha dovuto caritare il permesso di soggiorno nella gabbia delle Questure).
In questa Italia puntellata di sepolcri imbiancati, in cui si vende a basso costo, giorno dopo giorno, il rito del consumo e dello squallore politico, si celebra un compleanno un po’ più netto di quelli precedenti a suon di nuovi eroi: divise violente, personaggi subdoli, mercenari caduti per un guadagno netto di qualche decina di migliaia di euro, gentaglia con tacchi e spalline. Che, ineluttabilmente, ripudiano e scacciano dal rovello della storia e dal pantheon nazionale quegli esempi altrimenti totalizzanti per la purezza dei valori.

E così li si scaccia, li si annienta, si incenerisce anche la loro memoria, si seppelliscono i loro nomi sotto ondate infuocate di proclami e di celebrative parate. Per fortuna che c’è ancora gente come Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Loro, capaci di estrarre dalle macerie di noi stessi, quello che di buono è insito nelle vene del Paese. Con la grande siringa della Storia hanno saputo trarre in provetta quel Dna resistente di nome Giorgio e di cognome Marincola.

Carlo Costa-Lorenzo Teodonio, “Razza Partigiana. Storia di Giorgio Marincola”, Iacobelli 2008
Giudizio: 5 / 5 – Auguri Italia

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∞ In fuga dallo spettinatore ∞
di Roberta Paraggio

“Meglio calvo che biondo”recitava uno slogan da maglietta vacanziera qualche anno fa. “Meglio riportato che calvo” risponderebbe Arduino Gherarducci il supponente io narrante dell’ultimo romanzo di Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, edito da Nottetempo.

Ricercatore universitario, esperto in formati di scambio dei dati bibliografici, il protagonista è un mago dell’acconciatura riportata, coiffeur equilibrista dall’improbabile messa in piega frangettata che vive delle sue piccole certezze tricologighe, tenendosi a distanza di sicurezza da venti e brezzoline, spifferi e condizionatori, avanzando sprezzante col suo prezioso riporto ammantato dell’aura rispettosa della tradizione di famiglia. Riportati con destrezza erano i peli del bisnonno, del nonno e del padre. Tutti, a seconda delle generazioni, sapientemente armati di gel, brillantina o colla di pesce. Il capello cresciuto e risvoltato, acchiocciolato, schiacciato con fierezza e abnegazione non ammette fretta o arrabattamenti, rasature indegne, incontri casuali con ferini barbieri baresi o peggio ancora divertiti e alquanto imprevedibili scappellotti.

Sarà proprio quest’ultimo tragicomico evento a dare una svolta alla vita di Arduino, lo scapaccione spettinante ricevuto da uno studente metterà a repentaglio le sue certezze denudando senza pudore la sua misera testa, esponendola alla mercé degli impietosi studenti divertiti di fronte a cotanta stempiatura. Non resta che la fuga, via, in Lapponia o sui monti marchigiani, via da una moglie cretina, da una suocera ladra di libri che non è in grado di leggere, via dal ricordo di un fratello prepotente e soprattutto ipercapelluto,a vivere in una grotta, via col suo capello incompreso. Mutato in un anacoreta dalla strana chioma taumaturgica, passerà dalla bibliografia alla calvomanzia, da una platea di studenti irrispettosi e ridanciani a una pletora di infermi pronti ad inginocchiarsi al cospetto del riporto.

Tra strambi miracolati, riflessioni sull’ sull’Ethica di Spinoza e lezioni sull’arte magistrale dell’acconciatura, questo romanzo scivola via in qualche ora, strappa qualche sorriso e soprattutto riesce a non creare empatia tra lettore e protagonista, riportato o meno Arduino Gherarducci suscita antipatia, chissà, sarà questione di (hair)styling.

Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, Nottetempo 2011
Giudizio: 3 / 5 – Semi-esilarante
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Emilio Rigatti, “Se la scuola avesse le ruote”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: Scott Simon, “Il mio nome è Jackie Robinson”, 66th and 2nd 2011
IL CLASSICO: Luis Sepulveda, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegno a volare”, q.e.

LIBIA, IL NOSTRO ORTO DI CASA?
Antonio Schiavulli (a cura di), “La guerra lirica. Il dibattito dei letterati italiani sull’impresa si Libia (1911-1912)”, Giorgio Pozzi 2009
Eric Salerno, “«Uccideteli tutti». Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana”, Il Saggiatore 2008
Angelo Del Boca, “A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini”, Baldini Castoldi Dalai 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Wilbur Smith, “La legge del deserto”, Longanesi 2011
Glenn Cooper, “La mappa del destino”, Nord 2011
James Patterson, “Il regista degli inganni”, Longanesi 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Alessandro Baricco, “Oceano Mare”, Feltrinelli 2007
“Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia,
e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia
e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte.
La marea nasconde. E’ come se non fosse mai passato nessuno.
E’ come se noi non fossimo mai esistiti.
Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi non pensare a nulla, quel luogo è qui.
Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera.
E’ tempo. Tempo che passa. E basta…”


Il mare può assumere ogni aspetto: triste, sorridente, trasparente o tenebroso, brulicante di vita o deserto, increspato dalla brezza o piatto come una tavola. Il mare è l’incertezza, l’imprevedibilità. Il mare può ingrandirsi fino a diventare Oceano o rimpicciolirsi fino a diventare un’onda piccola che si infrange sulle rive di una spiaggia.
Il mare ti guarda, ti ascolta, lascia tutto al tuo brusio interiore, alla trama dei tuoi pensieri e, di notte, cancella, nasconde, dimentica ciò che gli hai detto e chiesto, come se non lo avessi mai incontrato. I tuoi occhi si fondono con i suoi quando, con fare affettuoso, senti una carezza sfiorarti il viso, una mano asciugarti le lacrime; il suo profumo, il suo sapore faranno sempre parte di te, non ti lasceranno mai sola, nemmeno quando avrai bisogno di “un gancio in mezzo al cielo”. E quando ti viene quella pazzesca voglia di piangere, beh, chi meglio di lui può ascoltare i tuoi singhiozzi trascurando quel ticchettio continuo di lacrime che cadono e si dilatano a formare cerchi concentrici? E ti perdona, quando hai una maledetta voglia di parlare, di urlare, di cacciar fuori tutto quello che hai dentro a cui nemmeno hai voglia di dar una forma, e, maledizione!, non ne esce fuori niente.

E’ “Oceano Mare” il padrone dell’esistenza di sette persone, anime perdute che sentono il bisogno di fuggire al loro destino e che nel mare troveranno salvezza.

Il luogo principale in cui si svolge la vicenda è la Locanda Almayer, che Baricco prende in prestito dallo scrittore Joseph Conrad, molto probabilmente in la “Follia di Almayer”; siamo innanzitutto in un non-luogo, in un non-tempo, vivendo, attendendo, la non-vita dell’inizio-fine del mare, i personaggi vagano sulla striscia di terra bagnata dal mare (che non è terra e non è mare) e Baricco li racconta in un’altalena di lotte quotidiane alle proprie insicurezze, alle paure a sentirsi vivi per essere diversi e salvarsi.
Elisewin, “troppo viva per morire e troppo morta per vivere” ha paura del mondo, ha il mal di vivere e si limita a vegetare. E’ un guscio vuoto che ha bisogno di entrare nel mondo.
Padre Pluche è il prete accompagnatore di Elisewin, un prete strano che ha la particolarità di pensare ad una frase razionale da dare come risposta ad una domanda, ma di dirne un’altra dettata dall’istinto, a testimoniare che l’istinto prevale sulla ragione. Non sa qual è il suo scopo nel disegno divino.
Ann Deverià, la femme fatale, donna bellissima mandata alla locanda dal marito, per guarire dalla sua malattia: l’infedeltà. Qui prende congedo dall’amante, anche se quest’ultimo riuscirà a trovarla.

Plasson, il pittore che passa intere giornate a dipingere il mare con il mare, con il risultato che i suoi capolavori sono soltanto tele bianche. E’ il simbolo dell’uomo contemporaneo, il quale per quanto possa sforzarsi di cercarlo, non troverà mai Dio o una risposta razionale alla Sua esistenza.

Il prof. Bartleboom rappresenta la scienza moderna. Cerca di misurare con i suoi strumenti il punto dove finisce il mare e ogni giorno esamina sulla spiaggia dove va a fermarsi un’onda. Bartleboom rappresenta colui che ha disegnato la propria vita in un certo modo solo che il destino si fa beffe di lui gettando al vento i suoi piani preparati con cura. Come reagisce? Ridendo, ridendo, ridendo a più non posso.
Savigny, il dottore, è l’incarnazione dell’indole diabolica dell’essere umano, la sua voglia di sangue, la sua ferocia e violenza; alla fine però, pagherà le sue colpe, e lo farà a livello morale.

Thomas o Adams, incarna genericamente l’uomo, il quale dovendo fare la scelta estrema tra vendetta o perdono, sceglie la prima macchiando così il Paradiso, provocando una crepa nel tessuto dell’Infinito.

Infine è presente anche un signore avvolto nel mistero rinchiuso nella sua stanza-prigione, precisamente nella settima stanza, il quale uscirà fuori soltanto alla fine con il proposito di dire il Mare con una sola parola.
La caratteristica fondamentale di questo scritto, a mio riguardo, è quella della complementarietà, che fa capolino in due situazioni in particolare; quella di Elisewin in cui farà l’amore con Thomas, esatto opposto della ragazza, ma pieno di esperienze che, da un lato, gli hanno fatto perdere il lume della ragione, dall’altro saranno indispensabili al completamento dei due amanti; e il rapporto tra il pittore Plasson e il professore Bartleboom che hanno studiato due punti opposti di un medesimo argomento, il primo si è dedicato a cercare una locazione agli occhi del mare, quindi al suo inizio, il secondo al punto in cui termina.

Macondo – 19 febbraio 2011

∞ I ricordi di una luna dolorosa ∞

di Roberta Paraggio

Esperina Viola porta il nome di una farfalla ma non sa più volare; nel cognome un colore che si va sbiadendo di giorno in giorno. È una falena cieca che ha perso il controllo e va sbattendo le ali contro la luce incandescente dei ricordi. Le è rimasto un lumicino lontano e intermittente al quale si attacca a volte con forza altre con rassegnazione; ha una memoria plasmata sui racconti, tasselli aneddotici di una vita che non le sembra sua, una favoletta narrata dalla figlia che la accudisce mettendo ordine nei pensieri che si atrofizzano, nelle domande che si ripetono consuete come una nenia.

Mia madre è un fiume, romanzo d’esordio di Donatella Di Pietrantonio, affronta con delicatezza estrema, ma senza remore, il tema del rapporto più profondo e ancestrale, quello tra madre e figlia, lo fa parlando di anaffettività e mancanza, di vita contadina e gesti distratti, costruendo un lessico famigliare abruzzese intessuto coi lemmi dei ricordi e delle tradizioni, delle cose che scottano ancora, della cicatrici lasciate dalle parole non dette, dalle carezze non ricevute.

Adesso che è troppo tardi, adesso che Esperina è un fiume in secca per colpa dell’Alzheimer, sua figlia è una pioggia battente di parole che prova a riempire un alveo riarso, senza arrendersi, scacciando indietro il rancore, con un senso di colpa misto al perdono che stenta a venire.
Esterina è stata una madre assente ed inaccessibile, di un affettività scarna ed utilitaristica, e adesso che la sua memoria è un vortice disordinato torna un po’ ad esser la bambina che non è stata, troppo presa dai lavori contadini, insidiata dal lupo cattivo in una famiglia numerosa in cui fatica e vita coincidono senza eccezioni per nessuno, adesso che tutto è lontano si lascia cullare dalla figlia mai cullata, ascolta stordita una ninnananna affabulatoria, quella che nessuno aveva sussurrato per lei.

Una figlia che per tutta la vita l’ha cercata invano la ritrova ora solo a metà, l’amore che le è stato negato quando ne aveva un bisogno disperato, adesso si nasconde dietro la malattia che fagocita sentimenti e memorie, che rende impossibili gesti di tenerezza e faccende domestiche.

C’è in questo romanzo un rapporto privo di buonismo, la figlia narrante non chiede perdono né lo cerca in sé, si sente sufficientemente buona ma non riesce a rinsaldare un rapporto che si è invertito pur essendo privo di una controparte, non risparmia alla madre i racconti che l’atrofia dei ricordi è riuscita a gettare nel fondo buio, non le perdona quelle lacrime che son rimaste zitte e che invece avrebbero dovuto squarciare il silenzio dimesso di tutta una vita, quel mettersi da parte e non disubbidire in nome dell’amore filiale.

C’è un cordone ombelicale ritorto che percorre tutta la narrazione e che a tratti sembra sciogliersi nel ricordo di infinitesime complicità, dei momenti di tenerezza rubati nel sonno, poi, improvviso, il cordone si restringe, rende cianotiche le parole, è l’amore che non si sente ricambiato, un senso di ingiustizia che monta e si prepara ad esplodere in una vendetta senza senso nè compimento.
Perchè vince ciò che resta, il fiume in piena che vuol rompere gli argini e gettarsi implacabile alla foce di tutti i desideri nel mare infinito, laddove ci sarà un nuovo racconto che le onde porteranno via ancora una volta.

Donatella Di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Elliot, 2011

Giudizio: 3.5 / 5 – Delicato

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∞ Centodieci volte Wilde ∞

di Piero Ferrante

Centodieci anni dopo, quasi a ribadire il concetto che non è mai tardi per la buona letteratura. Centodieci anni dopo, dunque. Il tempo necessario, in dobloni cronologici, per percorrere le impervie zone della storia per giungere all’oggi dall’anno del Signore 1900. Quello della morte di Oscar Wilde.

Come atto supremo della celebrazione dello scrittore irlandese, la casa editrice Piano B, ha, alla fine dell’anno scorso, dato alle stampe “La disciplina del dandy“. Tre saggi brevi più tre appendici contenenti una rassegna di pillole wildiane.
Una scorsa, ed è come se la patina del tempo non avesse mai intaccato la potenza delle opinioni dello scrittore irlandese. I panorami sono quelli in veloce evoluzione del tardo Ottocento, quando il progresso entrava prepotente sulla scena senza chieder permesso, solo invocando e pretendendo spazio. Scienza, tecnica, fabbrica, lavoro. Socialità dettata dal suono delle sirene. Intimità e relazione ridotte a brandelli, ammassate nell’angolo dell’inutile. Evoluzione della rivoluzione industriale. Involuzione della rivoluzione industriale.
Nel tempo della corsa, Wilde non cessa di ammirare con occhio attento i capitomboli sociali che condizionano l’intero sistema mondo, che alterano l’individuo fino a drenarne il talento, che arrecano danni irreparabili al diritto individuale e collettivo, che picconano l’autonomia. Alla ribalta s’impongono le nuove povertà. Che sono, in fondo, le vecchie povertà inasprite ed incattivite dall’esasperazione del concetto della proprietà privata. È la società degli steccati, dei cancelli dei recinti, quella che “il dandy” racconta.

Dal contesto si astrae. Ed il suo occhio è parte dello sguardo privilegiato di colui il quale ha scelto di non dar conto a quelle barriere indotte. Eccolo criticare amenamente l’american style nascente, esordio di una malattia megalomane poi esplosa a distanza di tre, quattro decenni. Rimbrottare contro “le smisurate dimensioni di ogni cosa” attraverso cui gli Stati Uniti provano “ad intimidirvi, a costringervi a credere nella [loro] forza”. Ammonire quanti cadono nelle reti della fretta, della necessità incombente, nelle fitte maglie della scadenza.

È in questo tempo privo della poesia (“Se Romeo e Giulietta fossero stati continuamente in preda all’ansia […] Shakespeare non avrebbe potuto darci quelle incantevoli scene dal balcone), spogliato miseramente della Fantasia che tutto trasforma al solo evocarla, che l’Arte si svilisce. Si svilisce fino a correre il rischio di smarrirsi compressa sotto il macigno della materialità.

Oscar Wilde esprime imbarazzo, disagio, dolore. Tanto che, quello contenuto in “Impressioni dall’America”, “La decadenza della menzogna” e “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, per chi è in grado di leggerlo al di sotto della posa ironica, è un argentino atto di confessione. Wilde prende di peso pensieri, teorizzazioni, emozioni, parole e le scaglia bellamente nel campo percettivo del lettore. Un gioco ginnico sfrigolante, creato apposta per pungolare e per non soccombere alla stasi della scienza, del definito, dell’immobile. È un urlo alla ribellione, una presa di posizione tanto aperta quanto sincera per mondi all’apparenza contrapposti: per il povero e per l’arte, per lo sfruttato e por l’intellettuale, per l’operaio e per il giovane.
È un Wilde inedito ma non troppo, cha scaglia le convinzioni politiche senza mai nasconderle dietro paraventi di perbenismo. Una lezione dal passato per il presente. E per il futuro.

Oscar Wilde, “La disciplina del dandy”, Piano B 2010

Giudizio: 3.5 / 5 – Dogma

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Emilio Rigatti, “Se la scuola avesse le ruote”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: David Storey, “Il campione”, 66th and 2nd 2010
IL CLASSICO: Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny“, q.e.

IL NOSTRO ANTI SANREMO. PER CHI CANTA SENZA LA CRAVATTA
Ignazio Delogu (a cura di), “Inti-Illimani – canti di lotta, d’amore e di lavoro”, Newton Compton 1977
Massimo Cotto, “Dove si va”, Aliberti 2006
Francesco Guccini, “Non so che viso avesse”, Mondadori 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Clara Sànchez, “Il profumo delle foglie di limone”, Garzanti 2011
Carlo Maria Martini, “Il comune sentire”, Rizzoli 2011
Jacques Charmelot, “Kerbala”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Paolo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2003
C’era una volta una prostituta di nome Maria. Un momento. “C’era una volta” è la frase migliore con cui cominciare una storia per bambini, mentre “prostituta” è una parola da adulti. Come posso scrivere un libro che rivela questa apparente contraddizione iniziale? Comunque, visto che in ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso, manterrò questo incipit.

Nella vita ci capita spesso di sognare e desiderare tanto qualcosa da arrivare a qualsiasi compromesso pur di ottenerlo, e allo stesso tempo perderne interesse una volta ottenuto. Eraclito affermava: “Dura è la lotta contro il desiderio, che ciò che vuole lo compra a prezzo dell’anima”. L’amore per Paolo Coelho non deve realizzarsi perché perderebbe la sua magia ma rimanere quel qualcosa di irraggiungibile. La protagonista, Maria, è una giovane ragazza brasiliana che, cercando una vita più facile, si trasferisce a Ginevra e, dopo il tentativo di lavorare come modella, finisce per esercitare il mestiere più antico del mondo. Il suo obiettivo è quello di comprendere l’amore e cercherà di farlo sforzandosi di coglierne l’essenza attraverso fugaci appuntamenti che la sua attività le impone di fare e che solo il pittore Ralf riuscirà a farle comprendere a fondo.
Gli “undici minuti” del titolo sono il limitato arco di tempo che Maria si concede per entrare a contatto con l’anima di ciascun cliente.
Indagatore dei segreti dell’anima, l’autore affronta il tema del sesso in tutti i suoi aspetti senza tralasciare la psicologia della protagonista, mettendo in evidenza, attraverso il punto di vista di Maria, quelle che potrebbero essere i conflitti e le contraddizioni dell’animo umano e utilizzando una narrazione scorrevole e piacevole ti spinge a riflettere e ad immedesimarti.
Il romanzo, sottile introspezione del lato più oscuro di noi, è il desiderio di ciò che si è perduto, è la ricerca di un ideale di amore, di un’ignota felicità che arriva, di un’anima prima trascurata, sminuita, mortificata e poi trovata, amata e rispettata, di corpi che si toccano, si esplorano, si assaporano, si desiderano, si attendono, di un dolore “naturale” che non porta al piacere ma all’elevazione di sue anime verso Dio che usano il sesso prima come mezzo poi come esperimento a testimoniare l’incontro tra mondi diversi che si fondono fino a diventare uguali rimanendo fiduciosi all’Amore per l’eternità.
Mettere nero su bianco o comunque raccontare è sempre stato un mio neo ed, anche in questo caso, esprimere altro riguardo il contenuto del libro lo ridurrebbe ai minimi termini da disperdere l’insieme di quelle riflessioni scaturite dalla lettura e che sono nascoste là dove tutto ciò che è custodito è difficile esternare.

Macondo – 5 febbraio 2011

∞Tutti i vizi del Papalagi∞

di Piero Ferrante

“Se parlate a un Europeo del Dio dell’amore, questi torce il suo viso e sorride. Sorride della semplicità del vostro pensiero. Portategli però un pezzo rotondo e lucente di metallo, o un pezzo di carta grande e pesante, vedrete immediatamente brillare i suoi occhi, e salire molta saliva alla sua bocca. Il denaro è il suo amore. Il denaro è il suo Dio. Tutti i bianchi ci pensano, anche quando dormono”.
Agli inizi del Novecento, durante un viaggio compiuto nell’Europa liberale e liberista, Tuavii, capo tribù delle isole Samoa, ebbe modo entrare in contatto con l’Occidente “civilizzato”, con usi e costumi, vizi (tanti) e virtù (poche o nulle) dell’altra parte di mondo.
“Papalagi” è il risultato di questo viaggio. Un discorso, lungo articolato, mai tenuto in Europa. In effetti più nato per catechizzare la propria popolazione che per finire nelle librerie della media borghesia occidentale.

Uno sguardo non da studioso, né da esperto, svuotato dei contenuti volutamente tronfi dell’intellettualismo etnocentrista. Non un antropologo, Tuavii. I “Papalagi”, gli Europei appunto, sono per lui una curiosità ed una caterva di incomprensioni. Meglio di qualsiasi monografia, più impietoso di pampleth politici, lo sguardo del campo samoano sul mondo occidentale è calibrato alla perfezione.
Il suo occhio è una lente d’ingrandimento impietosa. Che non nasconde astigmaticamente i limiti empirici dell’organizzazione sociale: convenzioni in aperto contrasto l’una con l’altra, atteggiamenti che cozzano con i pensieri, gap incolmabile fra teoria e prassi. Anzi, li accentua a tinte brillanti. Con parole pacate ma crudelmente chirurgiche, attraverso esemplificazioni che si susseguono in maniera ripetuta.

Dio da un lato, il danaro dall’altra. Morale sottomessa alla moneta. Dio e Mammona con la netta prevalenza del secondo sul primo e l’assuefazione conseguente dell’uno sull’altro. Già, perché Tuavii vomita giudizi senza scampo e senza appello. Sorpreso del fatto che chi “è ricco” venga invidiato: “Gli fanno complimenti, gli dicono cose altisonanti. Perché l’importanza di un uomo nel mondo dei Bianchi non è data dalla sua nobiltà o dal suo coraggio o dalla brillantezza della sua mente, ma dalla quantità del suo denaro, da quanto ne può fare ogni giorno, da quanto ne tiene rinchiuso nella sua pesante cassa di ferro che nessun terremoto può distruggere”.

Il capo samoano non comprende questo modus cogitandi. Lo rigetta. Lo sconvolge. Parla di “impoverimento del Papalagi” morale ed economico, dello sconvolgimento che ne deriva, degli scossoni che la perdita di denaro comportano nella vita dell’Uomo Bianco, della distruzione “delle cose del Grande Spirito” per il mero interesse di accumulazione. È per questo che, di fronte al lusso apparente, Tuavii, all’opposto dell’uomo moderno, ripudia la falsa ricchezza. L’aleatorietà del possesso aureo. “Gli uomini bianchi ci vogliono portare i loro tesori in modo che diventiamo ricchi anche noi. Ma queste cose non sono altre che frecce avvelenate, che causano la morte di chi colpiscono in petto”.

Tuavii ha in dote una radicalità spirituale incorruttibile, che barrica dietro una corazza infrangibile. È questa radicalità che ha toccato un altro grande radicale come Fabrizio De Andrè, più che affascinato, innamorato del libello edito da Stampa Alternativa.
Nulla viene risparmiato alla furia emozionale del capo tribù. Tutta l’arte europea (cinema e informazione comprese) è derubricata alla voce “finta vita”. L’impettimento della ragione illuministicamente intesa come una forma di stoltezza, il lavoro come una serie di azioni confuse ed alienanti. E tutto il suo mondo è “oscuramento”. Senza amore.
“Papalagi. Discorso del capo Tuavii di Tiavea delle isole Samoa”, Stampa Alternativa 2002
Giudizio: 5 / 5 – Più che attuale. Vero. Purtroppo.

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∞Fabrizio De André, l’evangelista anarchico∞

di Roberta Paraggio

C’è chi trova Dio nell‘antro di una chiesa e nella preghiera, nella retta via da seguire con abnegazione e fervore, c’è chi crede nella giustizia divina prima di quella umana. E poi, c’è il Fabrizio De Andrè che emerge dalle pagine di questo libro.
Un poeta cercatore di Dio che forse non lo ha mai trovato per davvero, almeno non nelle chiese, non piegandosi alla legge divina come astuta arma di repressione, contestando gli stessi comandamenti in nome di un Dio che è nella croce dei disperati senza aureola.

Per ogni peccatore, per ogni “servo disobbediente”, per ogni Pescatore, Marinella, Bocca di Rosa, per ogni Michè, Fannullone, Princesa, Tito, moglie di Anselmo, ha lasciato una sua speciale preghiera di libertà e amore, un ritratto e una parola che vanno a comporre quella che anche Don Andrea Gallo nella presentazione di questo libro di Paolo Ghezzi (“Il vangelo secondo De Andrè”, Ancora 2010) indica come l’Antologia dell’Amore. Il che non si traduce in un “battesimo” fuori tempo massimo, né in una semplice analisi dei testi, ma in un ritratto fatto senza alcuna presunzione, lontano dall’agiografia e dalle forzature di chi vuole un’anarchia deandreiana ammantata di santità.

Fabrizio de André è ben lontano dalla santità e dalla retta via e molto più vicino alle incertezze e alle domande, tormentato e complesso e non semplicemente per rispondere al clichè dell’artista maledetto sempre in voga. Lui lancia un messaggio che è insieme di amore e di indignazione, rivoluzionario come quello di Gesù, “il più grande filosofo dell’amore che donna mai riuscì a mettere al mondo”.

E fa suo il principio tra i più semplici e più belli, “ama il tuo prossimo come te stesso”. Lo fa suo raccontando gli ultimi e i diversi, lo sguardo senza ipocrisia impresso sul volto degli altri; lo fa, soprattutto, col punto di vista di chi si interroga sul significato della vita, sulla presenza di un entità misteriosa, e soprattutto di chi sente l’esigenza di desacralizzare la figura di Gesù, per renderlo più umano e più tangibile. Tra i tanti, resta impressa il disegno che Faber ha tratteggiato, dolcemente, di Maria: prima bambina nel tempio e poi madre piangente e inconsolabile sotto la croce, nelle sue parole “Se non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio”, l’umanissima e straziante disperazione di mamma, di tutte le mamme del mondo di fronte alla morte filiale.

L’indignazione deandreiana che da molti potrebbe esser scambiata e liquidata come semplice e puro ribellismo, come ci dimostra Ghezzi, non fa da contraltare al messaggio cristiano rivoluzionario delle origini. È anzi forte e veritiera, senza blasfemia; è messaggio di amore e com-passione,di redenzione e solidarietà, di umana quanto speciale verità.
Le “anime salve” hanno voce, ci parlano. Finalmente si fanno sentire, qualcuno le ha riscattate, ed ha scritto per loro una meravigliosa e smisurata preghiera.
Paolo Ghezzi, “Il Vangelo secondo De Andrè”, Ancora 2006
Giudizio: 3,5 / 5 Profondo
I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Luca Conti, “Manuale di resistenza del ciclista urbano”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, Nottetempo 2011
IL CLASSICO: Antonio Gramsci, “Lettere dal carcere”, q.e.

CON IL PENSIERO A CHI COMBATTE PER LA LIBERTA’. STATO PER GLI EGIZIANI
Radwa Ashur, “Atyàf. Fantasmi dell’Egitto e della Palestina”, Ilisso 2008
Gennaro Gervasio, “Da Nasser a Sadat. Il dissenso laico in Egitto”, Jouvence 2008
Jean Marc Durou, “L’Egitto raccontato ai ragazzi”, L’Ippocampo 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
Gordon Reece, “Topi”, Giunti 2011
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Michael Faber, “Petalo crimisi e il bianco”, Einaudi 2005
Quando leggo il titolo di un libro quasi sempre mi faccio il così detto “film”, conosco perfettamente il detto “l’abito non fa il monaco” ma di sicuro la prima impressione condiziona molte scelte. Perché questa premessa? Semplice, fosse stato per il titolo non l’avrei neppure tenuto in considerazione (naturalmente questione di gusti) ma la cosa che mi ha colpito di questo libro, è stata la sua “voluminosità”, insomma, un bel “mattone” di un migliaio di pagine, ed in quel periodo ero in cerca di un bel “forato” da portarmi in giro. Il colpo di grazia me lo diede il venire a conoscenza che l’autore avesse impiegato più di 20 anni per scriverlo, insomma, uno se impiega quasi un quarto di secolo per arrivare alla stesura definitiva di un romanzo di tale “stazza fisica” di sicuro ci teneva molto a ciò di cui ha raccontato e mi pareva un delitto non premiare così tanto lavoro….
La storia si svolge a fine ‘800, la protagonista è Sugar una giovane prostituta, non particolarmente bella ma molto intelligente e affascinante per la sua spregiudicatezza fisica ed intellettuale tanto da renderla una delle prostitute più richieste dai maschietti londinesi dell’epoca.
Di lei si innamora un facoltoso industriale, certo penso sia superfluo precisare che quest’uomo oltre ad essere molto facoltoso è anche molto sposato, proseguendo in questo breve quadro generale della storia c’è da aggiungere che lui la porta via da quella vita squallida “sistemandola”, poi per tutta una serie di eventi Sugar si ritrova a lavorare presso la casa dell’industriale e da qui comincia l’inevitabile, un INEVITABILE per niente scontato…
Raccontata così mi rendo conto che non sembra nulla di eccezionale, quindi mi pare doveroso spiegare il perché questo romanzo mi ha colpita e mi ha presa non poco durante la sua lettura e a distanza di tempo guardando i tg mi è tornato in mente.
Sugar è una ragazza che per forza di cose HA DOVUTO prostituirsi, ma nonostante la misera realtà in cui viveva non si è arresa, ha coltivato la sua passione, lo studio e la scrittura, ha curato il suo cervello ed ha fatto di questo la sua arma di seduzione, ha usato l’intelligenza per migliorare la sua condizione sociale, per cercare di arrivare ad un discreto livello di dignità e nel corso della storia ha unito oltre alla crescita intellettuale anche quella emotiva, in un contesto dove dilagava un perbenismo solo di facciata, farcito da pregiudizi morali che si predicano con facilità con gli altri ma in realtà non li si applica su se stessi. Infondo non c’è molta divario con i giorni nostri con l’unica differenza che le ragazze oggi (quantomeno una discreta quantità) per forza di cose studiano, ma nonostante le maggiori possibilità rispetto al passato, di emergere intellettualmente, preferiscono “PROSTITUIRSI” per salire i gradini più alti della scala sociale.
Faber ha raccontato con dovizia di particolari, luoghi, personaggi, situazione economica e sociale di quel tempo e storie, già storie, perché attorno a Sugar si muovono tante altre piccole realtà che non si lasciano offuscare da questo personaggio principale ma si uniscono ad esso per dar vita ad un epoca.

Macondo – 29 gennaio 2011

∞ Sentenze metalliche ∞

di Roberta Paraggio

Nei parcheggi isolati, nelle cantine ammuffite, nei bagni di casa pieni di fumo e cicche spente, mentre fuori piove, nell’alienante schermo di un pc, negli armadi stracolmi di vestiti inutilizzati, in tutti i non luoghi della coscienza. Qui arrivano gli Intervistatori. Hanno voci metalliche e irriconoscibili, falsetti violenti e domande incalzanti sulle cose della vita in apparenza più banali. A loro non sfugge niente, vengono dal nulla e parlano da non si sa dove. Ma colpiscono senza pietà, con questioni ingenue e tuttavia deflagranti come mine potenti per chieder conto delle proprie mancanze.

Catturano ostaggi e bersagli in apparenza casuali: un vecchio professore stile De Andrè, impotente, rispettabilissimo e fedifrago; uno scrittore non più giovane ma giovanilistico, semi Foster Wallace, semi splatter, semi tutto; donne forzate della palestra a tutti i costi, sgallettate de “noantri”, ex nipotine di Boncompagni dal successo casereccio e cotonato, uomini d’affari un po bugiardi, e Ivano, poliziotto mancato per assenza di raccomandazione, l’unico che si mette alla ricerca degli Intervistatori, e lo fa attraversando un sud Italia stanco e piovoso, muto e surreale, alla ricerca di chi lo ha fatto morire su youtube..
Gli Intervistatori vanno a colpire sul rimosso, sbattono in faccia il freudiano Es ma senza intenzione di analisi o di cura, colpiscono senza rimedio, con le immagini dell’infanzia, di madri rancorose, mogli insoddisfatte, amiche false, piccole ipocrisie che si accumulano,nella vita di tutti i protagonisti come la polvere sotto il tappeto delle casalinghe sciatte.

Artefici di domande imbarazzanti e remote, coltelli affilati in ferite che si credevano chiuse, gli Intervistatori colpiscono per la loro perfidia e violenza, per una implacabile volontà di fare del male, di far affiorare un rimosso inutile, lontano dalle vite apparentemente ben costruite dei protagonisti,non vogliono aiutare, vogliono sapere.
Non manca nessuno all’appello in questo fulmineo romanzo (“Gli intervistatori”, appunto – Ponte Alle Grazie 2010) di Fabio Viola, abile a descrivere l”Italia in modalità reality, l’indifferenza, la demenza lampadata, i valori inesistenti di un paese filtrato attraverso la tv, una realtà trasfigurata dalla pubblicità, dal regresso catodico, un racconto fatto di personaggi ostaggi prima di tutto del proprio “format” di vita e poi degli Intervistatori, moderni inquisitori della coscienza sporca.

Fabio Viola, “Gli Intervistatori”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 3 / 5 – Rapido

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∞ L’Italia secondo Camilleri ∞

di Piero Ferrante

Proviamo a leggere il mondo dagli occhi di Andrea Camilleri. Con quegli occhiali spessi, l’accento rauco siciliano, la voglia di dire no un giorno fisso e l’altro pure. Proviamo a dire no con le parole più semplici che conosciamo, in maniera non volgare, sempre giocando tra un lato e l’altro del filo che può farci cadere nel baratro del’incertezza e del dubbio. Dovremmo avere 86 anni ed una storia di lavoro e scrittura alle spalle, una serie di delusioni grandi così. Ma, soprattutto, tanto coraggio grande almeno quanto l’energia che abbiamo in corpo.

Non deve essere semplice essere nei panni di Camilleri, circondato di lettori che implorano di dar seguito alle avventure di Salvo Montalbano. Quel commissario che nei libri ha in dotazione una bella chioma grigia ma che tutti ormai vedono con la pelata di Luca Zingaretti. Non deve essere facile essere radicale in un mondo che, pur presentandosi spigliato sino al fastidio e sboccato da censura con bollino, sottende vaste oasi di pensiero benpensante.

Lui, figlio di un fascista della prima ora, partecipe attivo della Marcia su Roma. Lui, un diploma ottenuto senza esame per lo sbarco Alleato. Lui, scacciato da un collegio per aver tirato uova contro un crocifisso, in questo paese deve sentirsi stretto, disagiato. Forse anche un tantino sconfitto. Non tanto per la storia del clericalismo, sia chiaro. Quanto più per la costanza con cui il mondo che lo circonda s’impegna a rinnegare se stesso.

2009 e 2010 di Andrea Camilleri sono racchiusi nel testo edito da Chiarelettere intitolato “Di testa nostra”. Laddove, quell’attributo possessivo ha senso vigente in quanto espressione della zucca anche di Saverio Lodato, giornalista de l’Unità, complice dei peggiori di Camilleri nonché curatore del libro. Due anni di Lodato-provocazioni e di Camilleri-pensiero racchiusi in circa duecento pagine. Pagine dure, ironiche, talora addirittura blasfeme nei confronti di un modus cogitandi diffuso. Un manuale della libertà di pensiero e dell’indipendenza contenente tutte le tematiche più in voga, tutti gli argomenti scottanti, sotto la lente d’ingrandimento camilleriana.

Indiscusso protagonista, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, maciullato verbalmente e bastonato con sagacia spietata. E, attraverso lo specchio di Arcore, come in quello fatato del regno della strega di Biancaneve, si possono vedere tutte le magagne di un sistema al tracollo, tutti i sintomi da crollo dell’impero: Noemi Letizia e L’Aquila, Gheddafi ed i processi per corruzione, la guerra in Iraq e le leggi ad personam. È il Cavaliere il bersaglio favorito dello scrittore sicilano. Lodato lo sa e martella. Camilleri ringrazia, prende la rincorsa e parte ventre a terra. Colpendo direttamente: “Demonizzando Berlusconi si fa il suo gioco? Credo, al contrario, che sia il tacere a fare il suo gioco” o “Il problema si fa grosso quando un nano si crede Dio”. Ed indirettamente: “Quando Riina manifestò il proposito delle stragi, Provenzano fece un sondaggio fra imprenditori, politici e massoni. Ma i risultati non li divulgò. Il pentito Giuffrè riuscì a sapere che alcuni industriali del Nord si erano dichiarati favorevoli all’uccisione di Falcone e Borsellino”.

Capitolo dopo capitolo, che sarebbe come dire colloquio dopo colloquio, prende corpo tutta la vasta prosopopea delle vulnerabilità del sistema politico italiano, tutto l’andazzo zoppicante della società dello Stivale, adagiata miseramente su un letto fatato della cui inesistenza potrebbe venire a conoscenza in maniera brusca, capitombolando. Un libro che potrebbe essere utile per gli studiosi avvenire. Chiudiamolo in un baule e mandiamolo in orbita. Fra due, trecento anni, qualcuno lo troverà.

Andrea Camilleri-Saverio Lodato, “Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009-2010”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3 / 5 – Impietoso

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Furio Jesi-Daniele Luzzati, “La casa incantata”, Salani 2011
IL SAGGIO: Noam Chomsky, “Ultima fermata Gaza”, Ponte alle Grazie 2010
IL CLASSICO: Ignazio Silone, “Vino e pane”, q.e.

LA SETTIMANA DELLA MEMORIA. OMAGGIO A BORIS PAHOR
Boris Pahor, “Necropoli”, Fazi 2008
Boris Pahor, “Qui è proibito parlare”, Fazi 2009
Boris Pahor, “Una primavera difficile”, Zandonai 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Alberto Angela, “Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta”, Mondadori 2010
J.K. Rowling, “Animali fantastici: dove trovarli”, Salani 2010
J.K. Rowling, “Fiabe di Beda il Bardo”, Salani 2008

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
Giovanni Marinaro, “Due anime in un solo respiro”, Il mio libro 2010
Intreccio decisamente scorrevole da poter leggere tutto d’un fiato. Nella prima parte vengono trattati diversi argomenti: le difficoltà economiche, l’amicizia, la famiglia, il lavoro… tutti caratterizzati da periodi brevi che danno un ritmo incalzante alla scrittura, da spingerti a leggere sempre oltre. Nella seconda parte una serie di lettere rimaste ignote al destinatario ma che vengono raccolte in un libro che attende di essere pubblicato. Un’unione di “DUE ANIME IN UN SOLO RESPIRO” che finiranno per incontrarsi grazie ad uno strano scherzo del destino descritta in un romanzo magico che sa ben coniugare realtà e fantasia di due giovani con un passato tormentato alle spalle e che hanno una gran voglia di dimenticare.
La realtà è parte integrante della nostra vita, è tutto quello che facciamo, è tutto quello che viviamo, è quello che siamo diventati col tempo portandoci sulle spalle il nostro baule di conoscenze e, soprattutto, di esperienze; la fantasia, invece, è tutto ciò che desideriamo, è il meglio che vogliamo per noi, è il futuro, è fatta di sogni inespressi, speranze, paure, ideali, passioni, certezze e incertezze… che Giovanni Marinaro, il sipontino autore di quest’opera, sa ben mettere insieme le due cose fondendo poesia e prosa, amore e odio, realtà e sogni, lasciandoci col fiato sospeso fino all’ultima parola regalandoci un finale per niente scontato sull’Amore con la A maiuscola.

INCIPIT: “Era notte fonda. Gabriel venne destato nel sonno dalla fine di un sogno inaspettato. Seduto sul letto ed ancora assonnato, volse il suo sguardo verso quella finestra che guardava a sud.”
Giovanni Marinaro, “L’attesa della verità”, Il mio libro 2010
Sicuramente sarà capitato ad ogni lettore che si rispetti di immedesimarsi nel protagonista o in uno dei personaggi del romanzo di turno, di perdersi con l’immaginazione tra posti esotici e viaggiare in luoghi lontani, IMMAGINANDO, scenari, colori, odori e perché no, anche sensazioni. Personalmente mi è capitato molte volte, ma oggi posso dire di aver sperimentato un nuovo tipo di lettura, dove l’immaginazione si fonde con la realtà, dove i personaggi vivono, passeggiano, amano e osservano nel paese e nei luoghi dove anche io faccio pressappoco le stesse cose. Lo ammetto, fa uno strano effetto leggere ad esempio di una passeggiata e sapere e visualizzare esattamente dove i protagonisti muovono i loro passi, con l’esatta percezione di ciò che stanno ammirando, e magari riscoprire con occhi nuovi luoghi che distrattamente guardo ogni giorno.
Questo è l’effetto che mi ha sortito la lettura di “L’ATTESA DELLA VERITA’”, opera di un giovane sipontino: GIOVANNI MARINARO, che in questo suo secondo lavoro si è cimentato in un giallo, dalla trama incalzante, con un intreccio ricco di suspance, unito a quel tanto di romanticismo che sotto sotto è riuscito a scaldare il cuore di una scettica come me. Ancora una cosa: “NOIR”, solo questa parola per descrivere l’inatteso risvolto del…
Ma penso che di più non posso dirvi.
INCIPIT: “Erano trascorse le 14:00 da qualche minuto. La strada era deserta, in quel pomeriggio di fine Ottobre. La pioggia dirompente destava la tranquillità di quel luogo addormentato, distogliendone il rumoroso silenzio. Ancora qualche minuto e quel lungo viaggio sarebbe giunto al termine.”
ITE MISSA EST: “Voltatosi ad osservare il mare, dopo un lungo respiro, salì su una lussuosa Mercedes nera dai vetri oscurati e, con un cenno della mano, ordinò al suo autista di partire.”

Macondo – 22 gennaio 2011

∞ Narrativamente abita Nichi ∞

di Piero Ferrante

Nel nuovo dizionario vendolese-italiano, italiano-vendolese – che è uno e, da sempre, si aggiorna, si ravvede e si corregge in modo automatico a seconda dell’impiego ricoperto da Nikita – c’è una parola che acquista più significato di altre. Preliminarmente, va detto che, questo dizionario, è in realtà un enorme tomo che include paroline e paroloni, esemplificazioni e locuzioni, in quantità vasta e sfaccettata. Questa parola, che in fondo non è nemmeno una parola ma un modus vivendi, una carne viva, è “narrazione”. Nichi non dice, narra. Nichi non parla, narra. Nichi non arringa, narra. Nichi non comizia, narra. Nichi non vive, narra. Riflessivamente, Nichi non si fa votare, si fa narrare.

La narrazione vendoliana è pensiero individuale spinto alla dimensione collettiva. È l’imposizione dolce di un sentire intimista. È l’osmosi emozionale, la comunicazione intellettiva del leader-amico nei confronti del suo popolo. È, gramscianamente, l’intima connessione con la gente. La narrazione di Vendola diventa, in questo modo, narrazione di popolo. Perché è nelle parole e nello stesso tempo si serve delle parole, vive nelle parole. Ma non è solo parole. È la capacità di trasporre nei palazzi quel sentire comune, di realizzare i desideri di qualcuno degli ultimi. È la parte buona del populismo, sempre che di populismo vero si tratti. La narrazione di Vendola è sapore di entroterra murgiano, odore di forno al mattino, stallatico del Salento, salsedine del Gargano. Nessuno come Nichi, il puer Terlicii, lo stupor Apuliae – tanto per miscere fra loro, adattandoli, gli epiteti federiciani –, è stato capace, prima, di annoverare in sé tutte le caratteristiche di tutte le zone della regione del tacco. Riassumere antropologie diverse e distanti, spesso in conflitto fra di loro.

Vale una cifra quello che Luca Telese, in una a tratti commovente analisi, scrive in “Nichi Vendola. Comizi d’amore” (Aliberti, 2010): “Se c’è un leader di cui vale la pena di vivisezionare, collezionare e raccogliere le parole, quello è Vendola. A pochi uomini politici vengono concessi la fortuna e il talento di potersi costruire una lingua propria, un repertorio di immagini, di stilemi, di capacità di evocare visioni ”. Vero. Telese Vendola l’ha conosciuto, l’ha scrutato, ha vissuto con lui spiccioli di giornate lunghe, metropolitane romane e comizi. Di quel Nichi, che si oppose alla scissione del Pci vivendo il momento con dolore immane; di quel Nichi che si intuiva essere non diverso, ma il più diverso di tutti, nella sua eterodossia militante che deve rendere conto soltanto alla fantasia; di quel Nichi che sfangava la giornata dividendo un’umile casa con Franco Giordano, Luca Telese ha un ricordo vivido. Di quel Nichi conserva un discorso, il primo, l’unico non tenuto a braccio, ma scritto. Annus domini 1984. In appendice al testo, Telese lo pubblica per intero. Come fa con altre decine di frasi vendoliane, divise per argomento.

Ne viene fuori un tripudio di colori, una deflagrazione di sentimento e di ironia di un uomo fatto politico, poi leader, poi presidente, poi ancora leader ma non per questo meno presidente, politico, uomo. Nelle parole di Telese si legge tutta la sorpresa di un sogno realizzato, la scoperta del senso della “narrazione”. Narrazione come quella penna immateriale di inchiostro rosso che verga, capitolo dopo capitolo, in un rutilare rigurgitante di parole composte, una grande storia politica. Una storia destinata, determinata. Ineluttabilmente diretta alla vittoria perché ricca di sconfitte. Nichi ha vinto – ci dice Telese in un’analisi lucida – perché, da sempre, ha perso. E perché, man mano che perdeva, andava scegliendo sfide sempre maggiori, salite sempre più impervie, avversari sempre più potenti.

E perdeva in modo propedeutico, didattico. Perdendo irrobustiva l’animo e rassodava i muscoli. Mica come D’Alema, eterno sconfitto e, a livello di realpolitik spiccia, fuori dai giochi. “Se si legge la carriera di D’Alema con gli occhi della realpolitik che lui voleva imporre alla Puglia, si dovrebbero registrare un cumulo di fiaschi. Ciò che resterà del dalemismo reale, paradossalmente, è la scrittura quasi letteraria di un personaggio affascinante e drammatico, un carisma algido ma innegabile, un combattente indefesso, oppure molto vicino alla dimensione fantastica del Don Chisciotte”. Così Telese sul baffo più celebre di Montecitorio e dintorni. D’Alema che è le sue sconfitte. Al contrario, Nichi ha le sue sconfitte. Poi riparate. La sintesi suprema di una narrazione appena iniziata.

Luca Telese (a cura di), “Nichi Vendola. Comizi d’amore”, Aliberti 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Narrazione di narrazione

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∞ Il rabdomante dei pensieri tristi ∞

di Roberta Paraggio

Ha gli occhi perennemente spalancati, verdi, di un verde trasparente e inquietante che sa di solitudini passate, di un’infanzia trascorsa con amici immaginari e fantasmi che giungono improvvisi, ognuno col suo dolore, con la sua crescente nostalgia di vivere e con la malinconia di un futuro che non è stato.
Sono le anime che il protagonista de “Il giorno dei morti” (Maurizio De Giovanni, Fandango 2010), il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, riesce vedere nelle strade in cui cammina, sentendone l’ultimo e a volte futile pensiero.
Con la sua solitudine congenita, si aggira per una Napoli plumbea e piovosa, e i morti gli appaiono come solo lui può vederli, sentirli… Amanti suicidi che si scambiano le ultime, disperate parole d’amore; bambine uccise da un auto in corsa il cui ultimo pensiero è il giocattolo appena perduto; guappi che fino alla fine mostrano la propria sbruffoneria, andandosene da questa vita con uno sfottò e uno sguardo di scherno.

Il commissario Ricciardi se li vede passare accanto e pensa alla morte, in una città da sempre devota ai defunti e che pure, nel 1931, mentre la visita del Duce si avvicina, sembra disattenta, dimentica di ogni umana pietà.
E’ un moderno Dante nel girone partenopeo con al fianco il suo Virgilio, il corpulento brigadiere Maione, ma non c’è paradiso ne purgatorio a Napoli, solo l’inferno e la fame, e un bambino, Tettè, trovato morto per strada fradicio di pioggia.
C’è un piccolo cadavere accudito da un cane rognoso, c’è una morte che appare naturale, di fame, di stenti, ci sono tutti gli elementi per archiviarla coma morte accidentale di scugnizzo, figlio di madre ignota che nessuno cercherà, di cui nessuno parlerà, ad accoglierlo ci sarà la fossa comune del camposanto di Poggioreale.
E la morte qui non scherza, la morte qui non è “‘na livella“, perchè un bambino così non ha nemmeno il lusso di un nome vero, ma solo quello di trovatello, Diotallevi Matteo.
Un fardello solo e muto. Già perchè il commissario Ricciardi non riesce questa volta a captarne l’ultimo straziante pensiero.

Dov’è morto Tettè? Com’è morto Tettè?

Queste le domande che porteranno Ricciardi alla sua indagine privata, tra le anime ingrigite dalla pioggia e dalla vita grama, tra preti affaristi, dame di carità piagnucolose, femminielli altruisti e sagrestani laidi.
Mentre il giorno dei morti si avvicina, il commissario prosegue col suo sguardo vitreo cercando giustizia e verità, si muove nel silenzio caotico di Napoli che sotto la pioggia, sembra acquietarsi in maniera surreale.
Cupa, silenziosa e disperata, spalancata sulla sua stessa miseria senza nobiltà, lontana dai fasti teatrali del varietà, dallo stucco e dai belletti, è una maitresse esausta, struccata e incattivita.
E’ la Napoli di Ricciardi che scruta nella parte ambigua che nessuno sa di avere, nei gesti inconsulti e nel dolore privato, nell’infimo che i più credono di aver ben celato dietro perbenismo e ruoli sociali.
Un romanzo coinvolgente, che strattona il lettore nei vicoli bui, laddove le ombre diventano lunghe e fanno più paura, in un percorso che si spera vivamente continui, in attesa di una nuova stagione.

Maurizio de Giovanni,”Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi”, Fandango 2010
Giudizio: 4,5 / 5 – Semplicemente sorprendente

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Benedetto XVI, “Luce del mondo”, Libreria Editrice Vaticana 2010
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Italo Magno, “Un giorno mio padre”, Guida edizioni 2010
Non so cosa mi prese quel giorno. Mi armai di tanta voglia di sapere e le mie intenzioni erano le stesse che deve provare il figlio che va alla ricerca del padre, dopo lungo peregrinare finalmente lo trova e gli chiede subito perché lo ha messo al mondo e per quale motivo lo ha poi abbandonato.
IL SAGGIO: Robin Norwoord, “Donne che amano troppo”, Feltrinelli 2010
Perchè amare diviene “amare troppo”, e quando questo accade? Perchè le donne a volte pur riconoscendo il loro partener come inadeguato o non disponibile non riescono a liberarsene? Mentre sperano o desiderano che “lui” cambi, di fatto si coinvolgono sempre più profondamente in un meccanismo di assuefazione. Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti.
UN REGALO PER SAN VALENTINO: Alejandro Jodorowsky, “Solo de Amor”, Giunti 2006
Solo de amor è l’ultima raccolta poetica di Alejandro Jodorowsky e contiene i versi dedicati dallo scrittore al tema dell’amore. La poesia di Jodorowsky parla dell’amore concreto, reale, che tutti viviamo: le nevrosi, le ossessioni, la gelosia, le incomprensioni, gli enormi sforzi che si compiono per sfrondare e ”pulire” il rapporto d’amore dalle scorie che tendono invece a demolirlo. In questi versi sembra racchiudersi il grande sforzo creativo e il senso del rapporto d’amore contenuto in questa raccolta poetica, che comprende una corposa sezione completamente inedita in Italia (Solo de amor e Pietre del cammino) e alcune poesie tratte da Di ciò di cui non si può parlare, La scala degli angeli e No basta decir.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO
IL ROMANZO: Ken Calfus, “Il compagno Astapov”, Fandango 2010
IL SAGGIO: Giovanni Rinaldi, “La memoria che resta”, Aramiré 2004
IL CLASSICO: Heinrich Boll, “Opinioni di un clown”, q.e.

NOVANTA VOLTE PARTITO COMUNISTA ITALIANO: CONOSCERLO PER CAPIRLO
Paolo Spriano, “Storia del Partito Comunista”, Einaudi
Eduardo Novelli, “C’era una volta il Pci”, Editori Riuniti
Mario Pio Patruno, “Storia del Pci di Capitanata (1944-1964)”, Sud Est

Macondo – La città dei libri

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