Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

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Macondo – 19 febbraio 2011

∞ I ricordi di una luna dolorosa ∞

di Roberta Paraggio

Esperina Viola porta il nome di una farfalla ma non sa più volare; nel cognome un colore che si va sbiadendo di giorno in giorno. È una falena cieca che ha perso il controllo e va sbattendo le ali contro la luce incandescente dei ricordi. Le è rimasto un lumicino lontano e intermittente al quale si attacca a volte con forza altre con rassegnazione; ha una memoria plasmata sui racconti, tasselli aneddotici di una vita che non le sembra sua, una favoletta narrata dalla figlia che la accudisce mettendo ordine nei pensieri che si atrofizzano, nelle domande che si ripetono consuete come una nenia.

Mia madre è un fiume, romanzo d’esordio di Donatella Di Pietrantonio, affronta con delicatezza estrema, ma senza remore, il tema del rapporto più profondo e ancestrale, quello tra madre e figlia, lo fa parlando di anaffettività e mancanza, di vita contadina e gesti distratti, costruendo un lessico famigliare abruzzese intessuto coi lemmi dei ricordi e delle tradizioni, delle cose che scottano ancora, della cicatrici lasciate dalle parole non dette, dalle carezze non ricevute.

Adesso che è troppo tardi, adesso che Esperina è un fiume in secca per colpa dell’Alzheimer, sua figlia è una pioggia battente di parole che prova a riempire un alveo riarso, senza arrendersi, scacciando indietro il rancore, con un senso di colpa misto al perdono che stenta a venire.
Esterina è stata una madre assente ed inaccessibile, di un affettività scarna ed utilitaristica, e adesso che la sua memoria è un vortice disordinato torna un po’ ad esser la bambina che non è stata, troppo presa dai lavori contadini, insidiata dal lupo cattivo in una famiglia numerosa in cui fatica e vita coincidono senza eccezioni per nessuno, adesso che tutto è lontano si lascia cullare dalla figlia mai cullata, ascolta stordita una ninnananna affabulatoria, quella che nessuno aveva sussurrato per lei.

Una figlia che per tutta la vita l’ha cercata invano la ritrova ora solo a metà, l’amore che le è stato negato quando ne aveva un bisogno disperato, adesso si nasconde dietro la malattia che fagocita sentimenti e memorie, che rende impossibili gesti di tenerezza e faccende domestiche.

C’è in questo romanzo un rapporto privo di buonismo, la figlia narrante non chiede perdono né lo cerca in sé, si sente sufficientemente buona ma non riesce a rinsaldare un rapporto che si è invertito pur essendo privo di una controparte, non risparmia alla madre i racconti che l’atrofia dei ricordi è riuscita a gettare nel fondo buio, non le perdona quelle lacrime che son rimaste zitte e che invece avrebbero dovuto squarciare il silenzio dimesso di tutta una vita, quel mettersi da parte e non disubbidire in nome dell’amore filiale.

C’è un cordone ombelicale ritorto che percorre tutta la narrazione e che a tratti sembra sciogliersi nel ricordo di infinitesime complicità, dei momenti di tenerezza rubati nel sonno, poi, improvviso, il cordone si restringe, rende cianotiche le parole, è l’amore che non si sente ricambiato, un senso di ingiustizia che monta e si prepara ad esplodere in una vendetta senza senso nè compimento.
Perchè vince ciò che resta, il fiume in piena che vuol rompere gli argini e gettarsi implacabile alla foce di tutti i desideri nel mare infinito, laddove ci sarà un nuovo racconto che le onde porteranno via ancora una volta.

Donatella Di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Elliot, 2011

Giudizio: 3.5 / 5 – Delicato

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∞ Centodieci volte Wilde ∞

di Piero Ferrante

Centodieci anni dopo, quasi a ribadire il concetto che non è mai tardi per la buona letteratura. Centodieci anni dopo, dunque. Il tempo necessario, in dobloni cronologici, per percorrere le impervie zone della storia per giungere all’oggi dall’anno del Signore 1900. Quello della morte di Oscar Wilde.

Come atto supremo della celebrazione dello scrittore irlandese, la casa editrice Piano B, ha, alla fine dell’anno scorso, dato alle stampe “La disciplina del dandy“. Tre saggi brevi più tre appendici contenenti una rassegna di pillole wildiane.
Una scorsa, ed è come se la patina del tempo non avesse mai intaccato la potenza delle opinioni dello scrittore irlandese. I panorami sono quelli in veloce evoluzione del tardo Ottocento, quando il progresso entrava prepotente sulla scena senza chieder permesso, solo invocando e pretendendo spazio. Scienza, tecnica, fabbrica, lavoro. Socialità dettata dal suono delle sirene. Intimità e relazione ridotte a brandelli, ammassate nell’angolo dell’inutile. Evoluzione della rivoluzione industriale. Involuzione della rivoluzione industriale.
Nel tempo della corsa, Wilde non cessa di ammirare con occhio attento i capitomboli sociali che condizionano l’intero sistema mondo, che alterano l’individuo fino a drenarne il talento, che arrecano danni irreparabili al diritto individuale e collettivo, che picconano l’autonomia. Alla ribalta s’impongono le nuove povertà. Che sono, in fondo, le vecchie povertà inasprite ed incattivite dall’esasperazione del concetto della proprietà privata. È la società degli steccati, dei cancelli dei recinti, quella che “il dandy” racconta.

Dal contesto si astrae. Ed il suo occhio è parte dello sguardo privilegiato di colui il quale ha scelto di non dar conto a quelle barriere indotte. Eccolo criticare amenamente l’american style nascente, esordio di una malattia megalomane poi esplosa a distanza di tre, quattro decenni. Rimbrottare contro “le smisurate dimensioni di ogni cosa” attraverso cui gli Stati Uniti provano “ad intimidirvi, a costringervi a credere nella [loro] forza”. Ammonire quanti cadono nelle reti della fretta, della necessità incombente, nelle fitte maglie della scadenza.

È in questo tempo privo della poesia (“Se Romeo e Giulietta fossero stati continuamente in preda all’ansia […] Shakespeare non avrebbe potuto darci quelle incantevoli scene dal balcone), spogliato miseramente della Fantasia che tutto trasforma al solo evocarla, che l’Arte si svilisce. Si svilisce fino a correre il rischio di smarrirsi compressa sotto il macigno della materialità.

Oscar Wilde esprime imbarazzo, disagio, dolore. Tanto che, quello contenuto in “Impressioni dall’America”, “La decadenza della menzogna” e “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, per chi è in grado di leggerlo al di sotto della posa ironica, è un argentino atto di confessione. Wilde prende di peso pensieri, teorizzazioni, emozioni, parole e le scaglia bellamente nel campo percettivo del lettore. Un gioco ginnico sfrigolante, creato apposta per pungolare e per non soccombere alla stasi della scienza, del definito, dell’immobile. È un urlo alla ribellione, una presa di posizione tanto aperta quanto sincera per mondi all’apparenza contrapposti: per il povero e per l’arte, per lo sfruttato e por l’intellettuale, per l’operaio e per il giovane.
È un Wilde inedito ma non troppo, cha scaglia le convinzioni politiche senza mai nasconderle dietro paraventi di perbenismo. Una lezione dal passato per il presente. E per il futuro.

Oscar Wilde, “La disciplina del dandy”, Piano B 2010

Giudizio: 3.5 / 5 – Dogma

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Emilio Rigatti, “Se la scuola avesse le ruote”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: David Storey, “Il campione”, 66th and 2nd 2010
IL CLASSICO: Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny“, q.e.

IL NOSTRO ANTI SANREMO. PER CHI CANTA SENZA LA CRAVATTA
Ignazio Delogu (a cura di), “Inti-Illimani – canti di lotta, d’amore e di lavoro”, Newton Compton 1977
Massimo Cotto, “Dove si va”, Aliberti 2006
Francesco Guccini, “Non so che viso avesse”, Mondadori 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Clara Sànchez, “Il profumo delle foglie di limone”, Garzanti 2011
Carlo Maria Martini, “Il comune sentire”, Rizzoli 2011
Jacques Charmelot, “Kerbala”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Paolo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2003
C’era una volta una prostituta di nome Maria. Un momento. “C’era una volta” è la frase migliore con cui cominciare una storia per bambini, mentre “prostituta” è una parola da adulti. Come posso scrivere un libro che rivela questa apparente contraddizione iniziale? Comunque, visto che in ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso, manterrò questo incipit.

Nella vita ci capita spesso di sognare e desiderare tanto qualcosa da arrivare a qualsiasi compromesso pur di ottenerlo, e allo stesso tempo perderne interesse una volta ottenuto. Eraclito affermava: “Dura è la lotta contro il desiderio, che ciò che vuole lo compra a prezzo dell’anima”. L’amore per Paolo Coelho non deve realizzarsi perché perderebbe la sua magia ma rimanere quel qualcosa di irraggiungibile. La protagonista, Maria, è una giovane ragazza brasiliana che, cercando una vita più facile, si trasferisce a Ginevra e, dopo il tentativo di lavorare come modella, finisce per esercitare il mestiere più antico del mondo. Il suo obiettivo è quello di comprendere l’amore e cercherà di farlo sforzandosi di coglierne l’essenza attraverso fugaci appuntamenti che la sua attività le impone di fare e che solo il pittore Ralf riuscirà a farle comprendere a fondo.
Gli “undici minuti” del titolo sono il limitato arco di tempo che Maria si concede per entrare a contatto con l’anima di ciascun cliente.
Indagatore dei segreti dell’anima, l’autore affronta il tema del sesso in tutti i suoi aspetti senza tralasciare la psicologia della protagonista, mettendo in evidenza, attraverso il punto di vista di Maria, quelle che potrebbero essere i conflitti e le contraddizioni dell’animo umano e utilizzando una narrazione scorrevole e piacevole ti spinge a riflettere e ad immedesimarti.
Il romanzo, sottile introspezione del lato più oscuro di noi, è il desiderio di ciò che si è perduto, è la ricerca di un ideale di amore, di un’ignota felicità che arriva, di un’anima prima trascurata, sminuita, mortificata e poi trovata, amata e rispettata, di corpi che si toccano, si esplorano, si assaporano, si desiderano, si attendono, di un dolore “naturale” che non porta al piacere ma all’elevazione di sue anime verso Dio che usano il sesso prima come mezzo poi come esperimento a testimoniare l’incontro tra mondi diversi che si fondono fino a diventare uguali rimanendo fiduciosi all’Amore per l’eternità.
Mettere nero su bianco o comunque raccontare è sempre stato un mio neo ed, anche in questo caso, esprimere altro riguardo il contenuto del libro lo ridurrebbe ai minimi termini da disperdere l’insieme di quelle riflessioni scaturite dalla lettura e che sono nascoste là dove tutto ciò che è custodito è difficile esternare.

Macondo – La città dei libri

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