Macondo, 17 settembre 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Appunti italiani ∞
di Piero Ferrante

Tina Anselmi è un monumento non consunto della democrazia tricolore. Staffetta (a 19 anni) della Brigata autonoma Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario della libertà del Veneto, democristiana sociale, prima donna Ministro (al Lavoro), mai una voce su di lei, mai un bizzarro evento, mai un condizionamento. Rigore morale ma mai moralista, randellatrice del suo e dell’altrui. Giusta, Tina Anselmi, ancora adesso che, ad 84 anni suonati, la lucidità gli pone innanzi sceneggiati da seconda serata. Unti e bisunti cartocci di prodotti appiccicaticci: la P3, la P4 e chissà quante altre propagande. All’amica di una vita, Anna Vinci, ha affidato i suoi diari. Che in realtà non sono diari. Piuttosto carte, veri e propri appunti, raccolti nel tempo in cui ha occupato la Presidenza della Commissione d’Inchiesta sulla P2 (1981-1984). Stracci di politica, di vita, di affari. Panorami di un’Italia che c’è ancora, immutata, con gli stessi nomi e gli stessi moduli operativi.

Leggere “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi” (prezioso lavoro di recupero timbrato Chiarelettere e firmato dalla Vinci), ovvero le due copertine che racchiudono queste carte, è pratica inquietante. È un’esperienza quanto più prossima possibile alla lettura di “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini. In definitiva, dal punto di vista meramente storico, il testo non aggiunge nulla di nuovo. Conferma solo (si fa per dire) le sensazioni di penetrante fragilità di uno Stato nelle mani di poteri invisibili ad occhio nudo, piccoli come eserciti di soldatini di piombo ma devastanti come le Armate di Timur lo zoppo. Legioni che ridono delle muraglie, che regalano la normalità a villaggi su cui vigilano con certosino interesse e patriarcale libertà. Conferma, una volta di più, che “basta una sola parola che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio”. E che Dio abbia in gloria l’Italia per l’attualità di questa profezia.

Il libro regala uno spaccato di pressioni, condizionamenti, esperimenti d’onnipotenza. L’Anselmi annota la carrellata di nomi che le sfilano di fronte. Nelle loro versioni rintraccia contraddizioni e verità. Coglie, soprattutto, i tic isterici di una giustizia turbata. È come se, pur chiamata ad indagare, fosse già conscia della gattopardesca essenza della sua Commissione. Non un organo inquirente, ma un puntello di una Repubblica allo sbando. A tratti, addirittura una copertura, una legittimazione, un’affermazione di tutto quanto rappresentato dal Venerabile Gelli ed i venerabilini suoi sottoposti. Eppure, con rigorosa dovizia, ricopre una mansione che la porrà dirimpetto allo sfacelo della sua formazione partitica, quella Democrazia Cristiana sempre meno democratica e men che meno conforme agli insegnamenti evangelici.

Nelle carte di Tina Anselmi dimora tutta l’Italia avvenire. Quella del controllo mediatico delle menti, quella delle banche padroni, quelle dell’affaristica privata tramutata in affaristica di Stato. In tal senso, le sue carte si tramutano in epitaffio, un’indicazione miliare per imboccare la complanare e tornare indietro. Lei stessa, diventando donna, persona, esistenza, lo urla: “Fate presto a pubblicare i miei appunti, dopo, anche solo qualche giorno dopo, sarà troppo tardi”. E questa sua ragione ha dovuto fare i conti con gli interessi superiori, con gli ordini dall’alto, con la sozzura di mani che nessuna svolta epocale ha ancora pulito (malgrado le promesse contenute nei titoli roboanti delle inchieste giudiziarie). Tanto che ancora nel 2004, la Presidenza del Consiglio (oggi come allora nelle mani del tesserato P2 numero 1816), dette alle stampe, sotto l’egida dell’allora Ministra alle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, tre volumi intitolati “Italiane”, in uno dei quali (l’ultimo) la Anselmi diventa figura sovversiva, a tratti robespierriana: “La presidenza della commissione d’inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982 – si legge – cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l’istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano”. Quel che sarebbe dovuto essere un ritratto imparziali si tramutò in scarabocchio volontario, un’opera di Delacroix. Quello scritto, si concludeva così: “Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi’s List infatti cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi”.

E come una strega, sul rogo ce l’hanno messa l’Anselmi. Senza, però, riuscire ad arderla.
Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
Giudizio: 4 / 5 – Operazione verità

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∞ La vittoria delle rosse ∞
di Roberta Paraggio

La Vergine della pioggia ondeggia nell’aria mentre fa ritorno al suo santuario sul mare. Una folla di beghine in gramaglie nere e scapolari splendenti prega a mani giunte, invoca la salvatrice e il dittatore, si genuflette prontamente al suo passaggio, dimentica dei dolori d’ossa e dell’umidità, della miseria con la quale convive gomito a gomito, dente stretto a dente stretto.

E’ il 1937, la guerra civile spagnola è finita. Franco ha vinto e con lui il sopruso e la violenza, tra le macerie non più fumanti, tra il temporale e la pretaglia che sa di naftalina, camminano a testa alta tre donne e una bambina. Sono le rosse della famiglia Vega, Letrita e le sue figlie Maria Luisa, Feda e Alegria che tiene per mano la piccola Merceditas, protagoniste di Un lungo silenzio, secondo romanzo di Angeles Caso, edito da Marcos y Marcos.

Nonne, madri, figlie, raccontate da una donna in questo romanzo corale ma non chiassoso, variopinto ma privo di sbavature di colore, dove la remissività femminile dopo la sconfitta è solo illusione, come la calma del mare al passaggio della Madonna, è una pausa, uno sguardo di sbieco alle ferite della guerra, a una realtà che serpeggia silenziosa e non lascia eco. Non hanno perso queste donne, e non perderanno. Letrita ha tratto in salvo la sua famiglia da una probabile e tragica fine, fucilazione e malvessazioni di ogni sorta. Maria Luisa era una maestra, è stata costretta rinunciare al lavoro per le sue idee, suo marito, un violinista sensibile e rivoluzionario è ancora in prigione. Feda crede all’amore di Simòn e sospira, sembra l’unica a non essere intaccata dalla barbarie. Alegrìa finalmente è vedova e libera dagli incubi, stringe forte a sé Merceditas a cui la guerra è sembrato un gioco assurdo degli adulti.

Unite e combattive sono tornate a Castrollano, ora che forse non bisogna più fuggire ma ricostruire, dal nulla ma con molto, con la forza degli ideali mai traditi, quelli di una rivoluzione ancora possibile, di un mostro da combattere con la miseria dei giorni incollati alla schiena, sono pronte a scacciare il vento della nostalgia, la spirale della maldicenza, l’ondeggiare sbilenco della sorte. Con un’ostinazione che è tutta femminile, con la forza di chi conosce la giustezza delle proprie idee, portando con sé la vittoria più grande, quella di essere donne sempre e ancora pronte a lottare.

Angeles Caso, “Un lungo silenzio”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Femminile plurale

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∞ Ben arrivato Adamsberg! ∞
di Angela Catrani

Quando arriva in un ufficio un nuovo capo, preceduto per di più da una fama discussa ma inequivocabile; quando arriva questo nuovo capo e chissà perché lo si immagina alto, bellissimo, dal fascino misterioso; quando la curiosità e il timore tracimano nell’ansia e nel nervosismo, ebbene ecco che arriva Adamsberg, il commissario più scombinato di tutta Parigi e dintorni. Non alto, al limite dell’uno e settanta necessario per entrare nei corpi di polizia, non bello, con una faccia mobile e diseguale che chissà perché le donne si ostinano a trovare affascinante, non brillante, di una lentezza esasperante nel parlare, nel capire, nel muoversi, disordinato, caotico, ritardatario. Eppure Adamsberg è quello che si dice un brillante poliziotto, capace di scovare assassini negli angoli più bui della mente umana.

Leggere Fred Vargas e innamorarsi di Adamsberg è un tutt’uno. Dalla mente eccentrica e geniale di questa misteriosa scrittrice francese dallo pseudonimo maschile ma dalla scrittura squisitamente femminile nascono personaggi belli, interessanti, che vorresti avere per amici. Perché Adamsberg non è solo un poliziotto, è anche un filosofo, un osservatore attento della realtà e di se stesso, pronto a capire le proprie e le altrui debolezze, ma non a servirsene, capace di cedere la scena al suo vice Danglard, il prototipo del poliziotto geniale, intuitivo, organizzato.

Misteriosi cerchi azzurri fioriscono nella notte parigina attorno a oggetti anonimi, dimenticati sulla strada da padroni distratti: un pacchetto vuoto di sigarette, un pezzo di spago, uno stivale, un uomo assassinato. La vicenda è intricata, difficile, resa complicata da ingarbugliamenti sentimentali. Perché i cerchi azzurri? Sono fatti dallo stesso assassino? Chi c’è sulle strade notturne a spiare? Quando le vittime aumentano, l’ansia di Adamsberg cresce, si dilata nell’ufficio, coinvolge i suoi ispettori, l’opinione pubblica, il capo della polizia, e i lettori avidi.

I personaggi di Fred Vargas non sono mai “belli”: sono uomini e donne comuni, alti e bassi, grassi e magri, simpatici e odiosi, colti e ignoranti, ma sempre complessi, dalle più ampie sfaccettature, nervosi ma anche generosi, letterati e insieme triviali, ti sorprendono sempre. La loro conoscenza procede con l’avanzamento della storia, in una sorta di gioiosa scoperta dell’umano e del disumano. La Vargas non ha zone buie, la notte attraversa i suoi romanzi senza cupe oscurità malvagie, gli assassini non sono dei “mostri” assetati di sangue, ma per lo più persone miseramente condotte dall’invidia o dall’avidità, pietosamente accolte da Adamsberg, che le aiuta nella confessione con la sua voce esasperatamente lenta, armoniosa, dolce, che non lascia, però, alcuna via di scampo.

Fred Vargas, “L’uomo dei cerchi azzurri”, Einaudi 2007
Giudizio: 4 / 5 – Sorprendente
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Elvira Seminara, “Scusate la polvere”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Jean Paul Besset, “La scelta difficile. Come salvarsi dal progresso senza essere reazionari”, Dedalo 2007
IL CLASSICO: Luigi Maria Lombardi Satriani, “Il ponte di San Giacomo” q.e

“UN GIORNO ANCHE LA GUERRA SI INCHINERA’ AL SUONO DI UNA CHITARRA”. L’ULTIMO ASSOLO DI JIMI (18 SETTEMBRE 1970)
Enzo Gentile, “Jimi santo subito! Il mito Jimi Hendrix attraverso immagini, parole e musica”, Shake 2010
Mimmo Franzinelli, “Rock & servizi segreti. Musicisti sotto tiro: Da Pete Seeger a Jimi Hendrix a Fabrizio De André”, Bollati Boringhieri 2010
Michael Lang, “Woodstock”, Arcana 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
2. Edoardo Nesi, “Storia della mia gente”, Einaudi 2011
3. Melissa Hill, “Regalo da Tiffany”, Newton 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
Anne-Lise Grobéty, “Il tempo delle parole sottovoce”, Bompiani 2002
di Maria Antonietta Parrella

Anne-Lise Grobéty

2008. Entro in una libreria di una piccola cittadina pugliese. Giro tra gli scaffali. Ad accompagnarmi c’è un classico brano blues di sottofondo. Forse Billie Holiday. Coperto da altri libri scopro questo breve romanzo edito dalla Bompiani (2002). Colpita da un titolo così suggestivo, lo acquisto. Lo leggo tutto ad un fiato. E’ così. Si lascia leggere. Affronta il tema di un’amicizia senza tempo tra due bambini e i rispettivi padri. Come sfondo quel buco nero della storia umana: la rabbia nazista contro gli ebrei. Il tutto viene vissuto e descritto attraverso gli occhi inconsapevoli del piccolo protagonista, costretto a rinunciare al suo migliore amico perché ebreo. Si possono trovare altri libri sul genere, un esempio può essere il Diario di Anna Frank studiato nelle scuole come manifesto di memoria collettiva. Ma in questo romanzo c’è qualcosa di più…“Nessun pericolo minacciava la nostra vita di bambini finché non venne il tempo delle parole sottovoce”. Era il tempo della Germania hitleriana quando a cambiare per prima fu la voce della gente, la sua intensità, l’intonazione. Quel tempo quando le parole si dividevano in due categorie: se urlate erano legittimate a disseminare dolore e quelle sussurrate (con discrezione) per non morire; quel tempo quando cominciò a comparire una strana bandiera, tradotta dall’ingenuità di un bambino come un “ragno nero con le gambe sciancate, che si arrampicava sul fondo rosso sangue”. Si tratta di un simbolo di morte che storicamente, ha rappresentato un’ideologia distruttiva, la stessa che gradualmente ma con violenza s’insinua nella vita dei personaggi.

Particolarmente significativi e funzionali alla storia sono i dialoghi tra Heinzi e Anton, padri dei rispettivi bambini, i quali riflettono sul valore di un’amicizia che li lega dall’infanzia e che, in un contesto sociale sempre più avverso, li mette alla prova.

Il bambino descrive ciò che accade intorno a lui, osserva una realtà che non comprende, riflette ma senza mai darsi una spiegazione soprattutto quando la situazione inizia a precipitare: il suo amico Oskar viene espulso dalla scuola solo perché ebreo e poco dopo allontanato con la sua famiglia dal quartiere. Perché tutto questo? In realtà a distanza di quasi 70 anni, risulta ancora difficile “spiegare” una politica criminale. A parer mio questa non è una necessità. Il verbo spiegare offre un significato, un qualcosa che diventa più chiaro. Ma in tutta questa storia di aberrazione umana, di chiaro e significativo non vi è nulla, se non il dolore di milioni di persone. Occorre invece raccontare, tramandare, invitare a riflettere (come ci insegna Primo Levi in “Se questo è un uomo”) dare voce a quelle parole sussurrate o mai pronunciate.


Analisi.
Attraverso una scrittura scorrevole ma al tempo stesso sofisticata ed intrisa di poesia, la Grobéty (deceduta del 2010) descrive, in meno di 80 pagine, la confusione e la paura di un cambiamento ma anche la voglia di combattere come rivela il padre del bambino ebreo “…la parola disperare ne contiene per intero un’altra: sperare!”. Il racconto sottolinea l’importanza sociale della parola che a seconda dell’uso che se fa, può diventare uno strumento di creazione, distruzione e (quello che più mi auguro) di speranza.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo – 26 marzo 2010

∞ Storia (vera) di feudalesimo, orchi e Moratti ∞
di Piero Ferrante

Il Paese dei Moratti è il Paese in cui la fabbrica gioca il ruolo di un Geppetto spietato, creatore di illusioni e facitore di blasfemi sinonimi di quella grande storia in salita che è da considerarsi l’esistenza umana. Il Paese dei Moratti è popolato di Lucignoli e Mangiafuochi, attraenti imbonitori rivestiti di patine griffate ma contundenti. Il Paese dei Moratti è il locus dei tanti, piccoli, meravigliosi, innocenti Pinocchi costretti a mentire a se stessi nell’estremo tentativo di ripetersi che, da quelle morti, da quei tumori, da quello smog, transiti l’unica possibilità di liberazione, la verà libertà. E loro, lignei fanciulli protesi nello slancio verso la carnificazione; e loro, anime intorbidite e sogni seppelliti da cumuli annuali di scorie e liquami, loro sì, non posso fare altro che credervi. Non hanno soluzione diversa che donare il proprio tronco povero di clorofilla, sradicato di botto all’adolescenza, nelle mani di presidenti eleganti e compiti.

Nel Paese dei Moratti, però, ci sono anche bui anfratti, parti di mondo dimenticate dall’uomo e da Dio, dove il sole non giunge ed il cielo non è che un’immaginazione ardita. Nel Paese dei Moratti ci sono spose bambine piangenti, salici costretti a seccare in tutta fretta da un dolore che azzera la linfa. Sono le lande popolate da lacrime, parenti vicini costretti alla lontananza, morte invece della vita, tombe al posto delle barche, cenere in sostituzione del mare.

E “Nel paese dei Moratti”, autore il giornalista Giorgio Meletti (edizioni Chiarelettere, anno 2010), è una favola ruvida. Spoglia di etica. Inutile, in fondo, cercare la morale dove la morale non c’è. Una fiaba lucida ed impietosa raccontata con gli occhi di un cronista. Tanti pezzi che si completano l’un l’altro come trame composite e complementari. Meletti scrive ed è come se parlasse di null’altro che d’una storia povera, semplice. Quella di un giorno come gli altri, fatica, orari, lavoro, stringenze. Una narrazione triste del secolo che corre verso la desolazione della precarietà. E’ la storia di Daniele Melis, Bruno Muntoni e Gigi Salinas, innanzitutto. 29 anni, 27 anni, 58 anni. Ma è anche la storia di un minuscolo ecosistema chiamato Sarroch, 5 mila anime arroccate nella provincia di Cagliari, e di un ecosistema nell’ecosistema: la Saras, gioiello di famiglia della scuderia industriale dei fratelli Gianmarco e Massimo Moratti.

Il 26 maggio 2009, mentre il primo tratta di un ingente prestito (190 milioni di euro) con la banca Intesa San Paolo, ed il secondo asseconda le lamentele dell’allenatore dell’Inter José Mourinho, i tre operai, uomini cacciavite delle ditte esterne che lavorano in condizioni a dir poco disastrate nella Saras, muoiono in una cisterna della raffineria. A catena di reazione macabra. Prima Gigi, poi Bruno, infine Daniele. Tutti e tre immolati sull’altare dell’insicurezza sul lavoro. Muoiono asfissiati per inalazioni di azoto, una sostanza che è capace di azzerare, praticamente, le condizioni di vita attraverso una radicale riduzione dell’ossigeno. Alla Saras lo usano per pulire alcune cisterne.

Un bocchettone infilato, una carta non firmata, una distrazione. Tre vite stroncate.

Quella della Saras è una storia come poche. Contrariamente ad altri impianti industriali, non conosce mezze misure. Determina i rapporti intimi, permea la familiarità. A Sarroch, i cittadini la amano e la odiano. Rende, insieme, la vita e la morte. E’ capace di dare stabilità ed incertezza. Ma chi la ama sa anche odiarla. E chi la odia sa anche di doverle gratitudine. La Saras è un pezzo di mondo, un appezzamento di terra. E’ ciò che attiva rapporti di atavica dipendenza coloniale, addirittura feudale. Un abitante sardo, parlando con l’autore, sintetizza: “Il mio primo giocattolo mi è stato regalato dalla Saras all’asilo. Il mio primo panettone (mignon Alemagna) mi è stato dato dalla Saras alle elementari. I libri di scuola sino alle medie mi sono stati pagati dalla Saras. I piedi di catrame me li ha sporcati la Saras. Il fumo acre all’odore di cavolfiore arrivava dalla Saras. Il primo suono di sirena alle 8 del mattino l’ho sentito alla Saras”.

Nessuno passa immune dalla Saras. Da quell’inferno che rigurgita malattie, ma sa inondare di soldi i suoi padroni. Loro, in perenne perdenza eppure abili a sfruttare le nefandezze finanziare di un mercato forte con i deboli e debole con i forti. Con i soldi sfilati alle banche, di quegli stessi istituti che non hanno fatto fronte ai debiti dei piccoli imprenditori onde, poi, pronarsi alle magagne azionarie dei fratelli milanesi, i Moratti hanno innalzato i dividendi. Ben consci di essere buona parte dell’azionariato Saras. E, in una sola manovra finanziaria, spalmata nell’arco triennale, sono stati capaci di sottrarre al mercato oltre un miliardo di euro, per convogliarlo nelle proprie tasche, giocandolo nell’azzardo pallonesco tinto di nerazzurro.

Sarroch ed il suo dolore, Sarroch e le sue promesse mai mantenute, Sarroch ed i processi senza colpevoli, Sarroch e la perfidia spiacevole di un liberismo rapace sono la cima di un sistema ampio e consolidato. Un sistema popolato di orchi e uomini neri, di Tronchetti Provera e di Marchionne. Perché nel paese dei Moratti c’è davvero posto per tutti.
Giorgio Meletti, “Nel Paese dei Moratti. Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 4 / 5 – Crudo
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∞ Umorismo russo ∞
di Roberta Paraggio

Prendete il mondo surreale dei racconti di Gogol, Kovalev che si sveglia al mattino e si trova la faccia senza il naso. Dov’è? Dove potrebbe essere se non in un caldo panino apena sfornato? Ammirate un dipinto di Marc Chagall, la malinconia sgargiante dei colori fluttuanti, il piacevole ripetersi di atmosfere sospese fra il sogno e la fase rem. Ora, aprite “Disastri” di Daniil Charms, appena riedito dalla Marcos y Marcos, e vi ritroverete tutto quanto elencato. Ed anche di più.

Il linguaggio appena più colorito rispetto alla compostezza gogoliana ed alle pennellate sfumate di Chagall e l’insieme regala al lettore un’incredibile e grottesca carrellata di personaggi. Privi di un filo conduttore che non sia l’assurdità delle situazioni, i protagonisti, talora che anonimi, si muovono nello spazio angusto del non sense e dell’ineluttabilità del gesto inconsulto. S’insultano, si schiaffeggiano, si prendono a morsi le orecchi, si sputano in faccia, sono incapaci a comunicare. Brandiscono cetrioli come armi di difesa. A colpi di assurdo, muoiono per un nonnulla: un marinaio che mangia troppo salato crepa d’insonnia con una scarpa alla mano contro i topi; una vecchia ficcanaso cade sporgendosi da un balcone, altre sei anziane la seguono sino a formare un obelisco geriatrico. E poi sequele di vite strampalate: un uomo riesce a pesare sulla bilancia la sua fede; un altro trascorre un’intera giornata al ristorante nel vano tentativo di farsi ascoltare dal cameriere; un terzo, nascosto sotto il letto, ascolta sua moglie sparlare di lui.

Scorci della vita dei maggiori scrittori russi, Puskin e Tolstoj, presi nei momenti impensati, nei dettagli che sfuggono perchè poco atti alla biografia. Iracondi, scansafatiche, dubbiosi, imorali, strampalati. Un circo russo della scrittura senza rete e senza gabbie. Piccoli episodi di vite qualunque dipinte di umorismo sottile e rcambolesco, a tratti venato di cattiveria, spesso irresistibilmente comico. Né grave, né greve. Un piacevole divertissement.
Daniil Charms, “Disastri”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Spassoso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Aldo Eduardo Carra, “Oltre il PIL, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere”, Ediesse 2011
IL ROMANZO: Sergio Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
IL CLASSICO: Vladimir Majakovskji, Poesie, q.e.

ADDIO PROFESSORE. STATO PER ALBERTO GRANADO
Alberto Granado, “Il gitano sedentario”, Sperling & Kupfer 2005
Alberto Granado, Ernesto Guevara, “Latinoamericana”, Feltrinelli 1998
DVD: Walter Salles, “I diari della motocicletta”

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Einaudi 2011
3. Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
di Libreria Equilibri
Otto capitoli, otto storie, un ritratto unico dell’Italia di oggi firmato Roberto Saviano. Come? Scavando dentro alcune delle ferite vecchie e nuove che affliggono il nostro Paese: il mancato riconoscimento del valore dell’Unità nazionale, il subdolo meccanismo della macchina del fango, l’espansione della criminalità organizzata al Nord, l’infinita emergenza rifiuti a Napoli, le troppe tragedie annunciate. Accanto alla denuncia c’è anche il racconto di vite vissute con onestà e coraggio: la sfida senz’armi di don Giacomo Panizza alla ’ndrangheta calabrese, la lotta di Piergiorgio Welby in nome della vita e del diritto, la difesa della Costituzione di Piero Calamandrei. Esempi su cui possiamo ancora contare per risollevarci e costruire un’Italia diversa. “Vieni via con me” è diventato un libro che rende accessibili al pubblico che non ha seguito la trasmissione, queste storie in forma rivista e arricchita facendole diventare, ancora una volta, storie di tutti.
Saviano, nella presentazione ci pone una sfida: un elenco di cose per cui vale la pena vivere, un elenco leggero che valga più di una guida morale, un antidoto ai problemi universali. Prende spunto da Woody Allen e dalle sue citazioni (Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento di una sinfonia di Mozart, Louis Armstrong, un’opera di Flaubert, i film svedesi, Marlon Brando, Frank Sinatra, mele e pere di Cezanne e granchi e viso rispettivamente di Sam Wo e Tracy), per scriverne il suo: la mozzarella di bufala aversana, un brano di Bill Evans, andare con la persona che ami a leggere l’epitaffio di Raffaello, un gol di Maradona ai mondiali ’86, l’Iliade, l’ascolto di una canzone di Bob Marley mentre passeggi libero, tuffarsi nel profondo, sognare di tornare a casa dopo un lungo periodo di esilio, fare l’amore in un pomeriggio d’estate al Sud e trovare una email con scritto “Sono fiero di te” dopo una giornata in cui hanno raccolto firme contro di te.
Credo sia un esercizio fondamentale per ricordarsi ciò di cui siamo fatti, ciò che ci spinge ad andare avanti nonostante le difficoltà e essere sempre migliori, è un modo per mettere nero su bianco i nostri pensieri, a denudare la nostra anima. Sarebbe bello passare il tempo a leggerli e ad ascoltare gli altri, a trovare ciò che dà senso alla vita di chi ci sta a cuore riscoprendo tante cose sotto un altro punto di vista, sotto altri aspetti. Sono dell’opinione che quando si parla si potrebbero risparmiare tante parole da usare poi, nei momenti opportuni, ma quando si scrive si ha un compito, un impegno verso la carta che riposa sotto le tue “grinfie” a cui non puoi sottrarti, perciò, buttate giù quello che pensate, senza limitazioni, perché la carta aspetta solo voi per raggiungere la sua completezza.

Macondo – 29 gennaio 2011

∞ Sentenze metalliche ∞

di Roberta Paraggio

Nei parcheggi isolati, nelle cantine ammuffite, nei bagni di casa pieni di fumo e cicche spente, mentre fuori piove, nell’alienante schermo di un pc, negli armadi stracolmi di vestiti inutilizzati, in tutti i non luoghi della coscienza. Qui arrivano gli Intervistatori. Hanno voci metalliche e irriconoscibili, falsetti violenti e domande incalzanti sulle cose della vita in apparenza più banali. A loro non sfugge niente, vengono dal nulla e parlano da non si sa dove. Ma colpiscono senza pietà, con questioni ingenue e tuttavia deflagranti come mine potenti per chieder conto delle proprie mancanze.

Catturano ostaggi e bersagli in apparenza casuali: un vecchio professore stile De Andrè, impotente, rispettabilissimo e fedifrago; uno scrittore non più giovane ma giovanilistico, semi Foster Wallace, semi splatter, semi tutto; donne forzate della palestra a tutti i costi, sgallettate de “noantri”, ex nipotine di Boncompagni dal successo casereccio e cotonato, uomini d’affari un po bugiardi, e Ivano, poliziotto mancato per assenza di raccomandazione, l’unico che si mette alla ricerca degli Intervistatori, e lo fa attraversando un sud Italia stanco e piovoso, muto e surreale, alla ricerca di chi lo ha fatto morire su youtube..
Gli Intervistatori vanno a colpire sul rimosso, sbattono in faccia il freudiano Es ma senza intenzione di analisi o di cura, colpiscono senza rimedio, con le immagini dell’infanzia, di madri rancorose, mogli insoddisfatte, amiche false, piccole ipocrisie che si accumulano,nella vita di tutti i protagonisti come la polvere sotto il tappeto delle casalinghe sciatte.

Artefici di domande imbarazzanti e remote, coltelli affilati in ferite che si credevano chiuse, gli Intervistatori colpiscono per la loro perfidia e violenza, per una implacabile volontà di fare del male, di far affiorare un rimosso inutile, lontano dalle vite apparentemente ben costruite dei protagonisti,non vogliono aiutare, vogliono sapere.
Non manca nessuno all’appello in questo fulmineo romanzo (“Gli intervistatori”, appunto – Ponte Alle Grazie 2010) di Fabio Viola, abile a descrivere l”Italia in modalità reality, l’indifferenza, la demenza lampadata, i valori inesistenti di un paese filtrato attraverso la tv, una realtà trasfigurata dalla pubblicità, dal regresso catodico, un racconto fatto di personaggi ostaggi prima di tutto del proprio “format” di vita e poi degli Intervistatori, moderni inquisitori della coscienza sporca.

Fabio Viola, “Gli Intervistatori”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 3 / 5 – Rapido

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∞ L’Italia secondo Camilleri ∞

di Piero Ferrante

Proviamo a leggere il mondo dagli occhi di Andrea Camilleri. Con quegli occhiali spessi, l’accento rauco siciliano, la voglia di dire no un giorno fisso e l’altro pure. Proviamo a dire no con le parole più semplici che conosciamo, in maniera non volgare, sempre giocando tra un lato e l’altro del filo che può farci cadere nel baratro del’incertezza e del dubbio. Dovremmo avere 86 anni ed una storia di lavoro e scrittura alle spalle, una serie di delusioni grandi così. Ma, soprattutto, tanto coraggio grande almeno quanto l’energia che abbiamo in corpo.

Non deve essere semplice essere nei panni di Camilleri, circondato di lettori che implorano di dar seguito alle avventure di Salvo Montalbano. Quel commissario che nei libri ha in dotazione una bella chioma grigia ma che tutti ormai vedono con la pelata di Luca Zingaretti. Non deve essere facile essere radicale in un mondo che, pur presentandosi spigliato sino al fastidio e sboccato da censura con bollino, sottende vaste oasi di pensiero benpensante.

Lui, figlio di un fascista della prima ora, partecipe attivo della Marcia su Roma. Lui, un diploma ottenuto senza esame per lo sbarco Alleato. Lui, scacciato da un collegio per aver tirato uova contro un crocifisso, in questo paese deve sentirsi stretto, disagiato. Forse anche un tantino sconfitto. Non tanto per la storia del clericalismo, sia chiaro. Quanto più per la costanza con cui il mondo che lo circonda s’impegna a rinnegare se stesso.

2009 e 2010 di Andrea Camilleri sono racchiusi nel testo edito da Chiarelettere intitolato “Di testa nostra”. Laddove, quell’attributo possessivo ha senso vigente in quanto espressione della zucca anche di Saverio Lodato, giornalista de l’Unità, complice dei peggiori di Camilleri nonché curatore del libro. Due anni di Lodato-provocazioni e di Camilleri-pensiero racchiusi in circa duecento pagine. Pagine dure, ironiche, talora addirittura blasfeme nei confronti di un modus cogitandi diffuso. Un manuale della libertà di pensiero e dell’indipendenza contenente tutte le tematiche più in voga, tutti gli argomenti scottanti, sotto la lente d’ingrandimento camilleriana.

Indiscusso protagonista, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, maciullato verbalmente e bastonato con sagacia spietata. E, attraverso lo specchio di Arcore, come in quello fatato del regno della strega di Biancaneve, si possono vedere tutte le magagne di un sistema al tracollo, tutti i sintomi da crollo dell’impero: Noemi Letizia e L’Aquila, Gheddafi ed i processi per corruzione, la guerra in Iraq e le leggi ad personam. È il Cavaliere il bersaglio favorito dello scrittore sicilano. Lodato lo sa e martella. Camilleri ringrazia, prende la rincorsa e parte ventre a terra. Colpendo direttamente: “Demonizzando Berlusconi si fa il suo gioco? Credo, al contrario, che sia il tacere a fare il suo gioco” o “Il problema si fa grosso quando un nano si crede Dio”. Ed indirettamente: “Quando Riina manifestò il proposito delle stragi, Provenzano fece un sondaggio fra imprenditori, politici e massoni. Ma i risultati non li divulgò. Il pentito Giuffrè riuscì a sapere che alcuni industriali del Nord si erano dichiarati favorevoli all’uccisione di Falcone e Borsellino”.

Capitolo dopo capitolo, che sarebbe come dire colloquio dopo colloquio, prende corpo tutta la vasta prosopopea delle vulnerabilità del sistema politico italiano, tutto l’andazzo zoppicante della società dello Stivale, adagiata miseramente su un letto fatato della cui inesistenza potrebbe venire a conoscenza in maniera brusca, capitombolando. Un libro che potrebbe essere utile per gli studiosi avvenire. Chiudiamolo in un baule e mandiamolo in orbita. Fra due, trecento anni, qualcuno lo troverà.

Andrea Camilleri-Saverio Lodato, “Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009-2010”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3 / 5 – Impietoso

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Furio Jesi-Daniele Luzzati, “La casa incantata”, Salani 2011
IL SAGGIO: Noam Chomsky, “Ultima fermata Gaza”, Ponte alle Grazie 2010
IL CLASSICO: Ignazio Silone, “Vino e pane”, q.e.

LA SETTIMANA DELLA MEMORIA. OMAGGIO A BORIS PAHOR
Boris Pahor, “Necropoli”, Fazi 2008
Boris Pahor, “Qui è proibito parlare”, Fazi 2009
Boris Pahor, “Una primavera difficile”, Zandonai 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Alberto Angela, “Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta”, Mondadori 2010
J.K. Rowling, “Animali fantastici: dove trovarli”, Salani 2010
J.K. Rowling, “Fiabe di Beda il Bardo”, Salani 2008

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
Giovanni Marinaro, “Due anime in un solo respiro”, Il mio libro 2010
Intreccio decisamente scorrevole da poter leggere tutto d’un fiato. Nella prima parte vengono trattati diversi argomenti: le difficoltà economiche, l’amicizia, la famiglia, il lavoro… tutti caratterizzati da periodi brevi che danno un ritmo incalzante alla scrittura, da spingerti a leggere sempre oltre. Nella seconda parte una serie di lettere rimaste ignote al destinatario ma che vengono raccolte in un libro che attende di essere pubblicato. Un’unione di “DUE ANIME IN UN SOLO RESPIRO” che finiranno per incontrarsi grazie ad uno strano scherzo del destino descritta in un romanzo magico che sa ben coniugare realtà e fantasia di due giovani con un passato tormentato alle spalle e che hanno una gran voglia di dimenticare.
La realtà è parte integrante della nostra vita, è tutto quello che facciamo, è tutto quello che viviamo, è quello che siamo diventati col tempo portandoci sulle spalle il nostro baule di conoscenze e, soprattutto, di esperienze; la fantasia, invece, è tutto ciò che desideriamo, è il meglio che vogliamo per noi, è il futuro, è fatta di sogni inespressi, speranze, paure, ideali, passioni, certezze e incertezze… che Giovanni Marinaro, il sipontino autore di quest’opera, sa ben mettere insieme le due cose fondendo poesia e prosa, amore e odio, realtà e sogni, lasciandoci col fiato sospeso fino all’ultima parola regalandoci un finale per niente scontato sull’Amore con la A maiuscola.

INCIPIT: “Era notte fonda. Gabriel venne destato nel sonno dalla fine di un sogno inaspettato. Seduto sul letto ed ancora assonnato, volse il suo sguardo verso quella finestra che guardava a sud.”
Giovanni Marinaro, “L’attesa della verità”, Il mio libro 2010
Sicuramente sarà capitato ad ogni lettore che si rispetti di immedesimarsi nel protagonista o in uno dei personaggi del romanzo di turno, di perdersi con l’immaginazione tra posti esotici e viaggiare in luoghi lontani, IMMAGINANDO, scenari, colori, odori e perché no, anche sensazioni. Personalmente mi è capitato molte volte, ma oggi posso dire di aver sperimentato un nuovo tipo di lettura, dove l’immaginazione si fonde con la realtà, dove i personaggi vivono, passeggiano, amano e osservano nel paese e nei luoghi dove anche io faccio pressappoco le stesse cose. Lo ammetto, fa uno strano effetto leggere ad esempio di una passeggiata e sapere e visualizzare esattamente dove i protagonisti muovono i loro passi, con l’esatta percezione di ciò che stanno ammirando, e magari riscoprire con occhi nuovi luoghi che distrattamente guardo ogni giorno.
Questo è l’effetto che mi ha sortito la lettura di “L’ATTESA DELLA VERITA’”, opera di un giovane sipontino: GIOVANNI MARINARO, che in questo suo secondo lavoro si è cimentato in un giallo, dalla trama incalzante, con un intreccio ricco di suspance, unito a quel tanto di romanticismo che sotto sotto è riuscito a scaldare il cuore di una scettica come me. Ancora una cosa: “NOIR”, solo questa parola per descrivere l’inatteso risvolto del…
Ma penso che di più non posso dirvi.
INCIPIT: “Erano trascorse le 14:00 da qualche minuto. La strada era deserta, in quel pomeriggio di fine Ottobre. La pioggia dirompente destava la tranquillità di quel luogo addormentato, distogliendone il rumoroso silenzio. Ancora qualche minuto e quel lungo viaggio sarebbe giunto al termine.”
ITE MISSA EST: “Voltatosi ad osservare il mare, dopo un lungo respiro, salì su una lussuosa Mercedes nera dai vetri oscurati e, con un cenno della mano, ordinò al suo autista di partire.”

Macondo 8 gennaio 2011

∞ Nell’Italia di Silvio 

di Piero Ferrante

Tappe. La storia d’Italia, è come il famigerato Giro ciclistico. Ovvero, composto di piccoli grandi tratti di strada. Roma ed il Medioevo. Rinascimento ed età tridentina. Risorgimento e Resistenza. Prima e seconda Repubblica. Contrapposizioni, fini che si scontrano e si incontrano, si sovrappongono e continuano l’uno l’altro.

E, poi, c’è il 1994. C’è quell’età di spartitraffico, quel dio pagano della dedizione al potere, quell’assuefazione alla non politica. C’è il 1994, la rivoluzione tradita, il liberalismo mai realizzato, l’avvento della novità. Il berlusconismo. Come dire, la vittoria del nuovo che nuovo non è. La conquista dell’imprenditoria alla politica, la disfatta delle ideologie. Post comunisti e post fascisti costretti a mandar giù nell’esofago la polvere della sconfitta. Da quel momento in poi, da quel 1994 in poi, si è vinto e si è perso solamente in relazione a Berlusconi. I suoi alleati (quindi non fazioni indipendenti, non formazioni realizzate e complete, non schieramenti autosufficienti, ma “suoi”) ed i suoi sfidanti. Berluscones ed anti berluscones. Barriere e steccati personali, conflitti di interessi, pasaran e no pasaran. Parole e strategie passate al setaccio della visione aziendalistica del cavaliere di Arcore. Il suo corpo è diventato il corpo della politica. Il suo verbo il verbo della politica. Il suo campo, il campo della politica. Ha defascistizzato i missini, ha disintossicato Bossi restituendolo al Parlamento, ha moderato la sinistra sbavandola in uno scomposto di socialismo craxiano e godereccio e centralismo tangentizio democristiano.

Nel berlusconismo è insito l’occhio stesso del potere. Un Barnum letale di malaffare e cattiva politica. Ignoto nella sua genesi, mistificatore della tradizione ma alla tradizione vincolato (il richiamo a Sturzo e De Gasperi, l’anticomunismo…), il sistema del Cavaliere si ciba alla tavola dell’incerto. Già perché in quei giorni del 1994 in cui Berlusconi arrivava al potere accadevano cose realmente strane. Si dice turche, ma si scrive somale.

“1994”, testo dei giornalisti Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari, edito da Chiarelettere, affronta questi coni d’ombra, tentando di intoroiettarvi un fascio di luce potente e risolutore. Un libro che non intende ipotizzare, ma indagare; che non intende giudicare, ma creare i presupposti affinché tutti siano nella condizione di poterlo fare liberamente. Un libro che parte da punti saldi. Punti che, impattando con la coscienza di italiani, provocano brividi di freddo e di paura nell’immaginario nazionale. Eppure sono soltanto nomi: Mauro Rostagno, Somalia; Moby Prince, contrabbando; Vicenzo Li Causi, Urano, Gladio, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin. E sono solo nomi. Nomi come pareti di una sala nel cui mezzo volteggiano e pogano stentorei e potentissimi danzatori, scuotendola dalle fondamenta. Ed anche questi ballerini hanno i loro nomi. Si chiamano massoneria, servizi segreti deviati, Centro Scorpione (che è come dire, uno dei figlioletti di Gladio), mafia, P2, fascisti, politici di varia risma e provenienza.

Grimaldi e Scalettari mettono insieme tutte queste cose, persone, fatti ed eventi. Scartabellano sentenze, ripercorrono strade ed inchieste giornalistiche, s’appellano ai ricordi. Soprattutto cercano connessioni. L’ultima pista dell’inviata di Rai tre che si incrocia, cronologicamente, con i movimenti occulti, con la trattativa Stato – mafia, con la ripresa, in grande, del progetto Urano (smaltimento di rifiuti tossici nel Corno d’Africa), con la cooperazione sballata, con la nascita di Forza Italia e, soprattutto, con l’esordio di Berlusconi a Palazzo Chigi.

Mettono a nudo quanti, di questo momento storico, hanno costituito parte attiva. Svelano l’insvelabile. Qualcosa che c’è, che si sa essere immane, ma della cui portata non si è perfettamente consapevoli. Qualcosa talmente immane da richiedere l’emersione di altre verità scomode, ma comunque meno scomode. Un gioco delle scatole cinesi, una struttura a matrioska intricata. Qualcosa di talmente immane da causare innaffi a pioggia, nuove vittime e nuovi carnefici.

“1994” è il libro adatto per quanti si sentono rassicurati nel crogiolarsi sotto le calde ali delle istituzioni repubblicane, per quanti continuano a confondere la legalità con un’ideologia politica sfibrata; per tutti quanti credono che lo spettacolo parlamentare prescinda la morale; per tutti quanti hanno scelto di accodarsi alla fila della creduloneria trovando snervante l’attesa per lo sportello della verità; per tutti quanti, infine, non temono di guardare indietro e scoprire, nel volto dell’Italia, gonfiori e tumefazioni.

Luigi Grimaldi – Luciano Scalettari, “1994”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Chiarificatore

LINK SUL SITO DI CHIARELETTERE: http://www.chiarelettere.it/dettaglio/68529/nellitalia_di_silvio
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∞ Angelicamente anarchico ∞

di Roberta Paraggio

Il toscano spento tra i denti, il cappello di feltro da curato di campagna, e le parole, piene, a volte audaci ma sempre veritiere.

Lo conoscono tutti Don Andrea Gallo, don per gli amici, che in questo libro si racconta a Loris Mazzetti, giornalista e regista di diversi programmi Rai.

Seduto al tavolo del ristorante genovese gestito dai “suoi” ragazzi, quelli che ha salvato da un destino di inevitabile delinquenza, Don affabula autore e lettore senza far sconti a nessuno. Una vita dedicata agli ultimi, in strada nelle notte della sua amata Genova, quando la miseria è più visibile, quando il buio rigurgita le brutture che il giorno confonde nel riverbero del sole sul mare. Perché Don è ovunque, era al G8 nel 2001, dalla parte di Beppino Englaro come al Gay Pride, affianco ai giovani e a chiunque abbia bisogno di sentirsi dire “tu sei speciale”, è li a catturare con la sua semplicità anche chi sulla propria fede nutre qualche dubbio.

Partigiano col nome di battaglia di “Nan”, poi figlio di Don Bosco, seguendo gli esempi di Don Milani e papa Giovanni XXIII, l’unico che definisce papa, il solo di cui ha un ritratto appeso alle pareti del suo studio archivio.

La sua fede come strumento di dialogo costante, un Dio al quale si rivolge ogni sera chiamandolo papà, per servire e non per essere servito, per esser accanto a chi non sa più da chi andare, don è un prete da sempre contro, allontanato dalla sua prima parrocchia perché su un leggìo aveva il vangelo, sull’altro il Manifesto, comunista, fiero, ribelle e amato dalla sua gente. In direzione ostinata e contraria contro la sua stessa Chiesa che si autoincensa ma è sempre più sola; che confonde i propri palazzi con quelli della politica, contro il bigottismo di chi prova da sempre a  manipolare le coscienze con le crociate moralistiche.

Autoironico e pungente, rivoluzionario disarmato e a viso scoperto, in lotta per una Chiesa che accolga tutti, che non punti il dito, che non si nutra e si fortifichi sul timore che incute, che non nasconda le sue magagne per poi gridare allo scandalo quando si viene scoperti, “cosa gridi?”  dice ad un certo punto rivolgendosi addirittura a Benedetto XVI, a proposito dello scandalo sulla pedofilia. Una Chiesa che ha bisogno di scrollarsi di dosso  secoli di tabù, di rinnovarsi proprio a partire da chi si dice cattolico, che non ha bisogno dei meeting di massa, che abbandoni la voglia di primeggiare con velleità da prima della classe.
Una Chiesa che faccia suo il motto del compagno Nan, quello di “Osare la speranza”.

Don Andrea Gallo, Loris Mazzetti, Sono venuto per servire, Aliberti  2010
Giudizio: 4 / 5 – Luminoso

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
2. Benedetta Parodi, “Cotto e mangiato”, Vallardi 2009
3. Geronimo Stilton, “Nel regno della fantasia”, Piemme 2003

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
IL ROMANZO: John Le Carré, “Nostro Traditore tipo”, Mondadori 2010
Lo scrittore racconta il suo nuovo romanzo. Oligarchi russi, spie inglesi e soprattutto lo strapotere del denaro.
“Il riciclaggio è diventato il motore dell’economia e della finanza. Una grande banca ha pagato una multa equivalente al debito greco”. “Scrivere per me è ogni volta una nuova esplorazione. Se conoscessi le risposte a tutte le domande che mi pongo, smetterei di scrivere”.
IL SAGGIO: Gianfranco Ravasi, “Questioni di fede”, Mondadori 2010
L’autore ha inteso fare il punto sulla situazione che da tanti anni lo vede in rapporto con il numeroso pubblico che lo segue nei suoi interventi sui giornali, in televisione e negli incontri pubblici , persone che stimolate dalle sue parole e dalle sue riflessioni, hanno indotto allo sviluppo dell’indiretto colloquio, scrivendo a Ravasi per replicare ai commenti ed alle considerazioni ascoltate, e molto spesso per porre delle domande.
NARRATIVA PER BAMBINI: Geronimo Stilton, “Un anno nel regno della fantasia”, Piemme 2010
Il calendario è un’occasione speciale per rivivere, insieme a Geronimo Stilton, i momenti più emozionanti dei suoi viaggi nel regno della fantasia. Un anno indimenticabile, alla scoperta di luoghi incantati e personaggi fantastici.

I LIBRI CONSIGLIATI DA NOI
IL ROMANZO: Josè Saramago, “Una terra chiamata Alentejo”, Feltrinelli 2010 (n.e.)
IL SAGGIO: Gianluigi Nuzzi – Claudio Antonelli, “Metastasi”, Chiarelettere 2010
IL CLASSICO: George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.

I NOSTRI LIBRI DI CUCINA… CONTROCORRENTE
Sophie Grigson, “Equo & solidale. Fairtrade. Un ricettario per tutti i giorni”, Tecniche Nuove 2009
Marinella Correggia, “Il cuoco leggero (2011). Manuale per un cibo ecologico, solidale e nonviolento quotidiano”, Altreconomia 2010
Pasquina Sacco, “Il pancotto garganico”, Claudio Grenzi Editore, 2007

Link: http://www.statoquotidiano.it/08/01/2011/macondo-la-citta-dei-libri-15/39974/

Macondo – La città dei libri

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