Macondo – 22 gennaio 2011

∞ Narrativamente abita Nichi ∞

di Piero Ferrante

Nel nuovo dizionario vendolese-italiano, italiano-vendolese – che è uno e, da sempre, si aggiorna, si ravvede e si corregge in modo automatico a seconda dell’impiego ricoperto da Nikita – c’è una parola che acquista più significato di altre. Preliminarmente, va detto che, questo dizionario, è in realtà un enorme tomo che include paroline e paroloni, esemplificazioni e locuzioni, in quantità vasta e sfaccettata. Questa parola, che in fondo non è nemmeno una parola ma un modus vivendi, una carne viva, è “narrazione”. Nichi non dice, narra. Nichi non parla, narra. Nichi non arringa, narra. Nichi non comizia, narra. Nichi non vive, narra. Riflessivamente, Nichi non si fa votare, si fa narrare.

La narrazione vendoliana è pensiero individuale spinto alla dimensione collettiva. È l’imposizione dolce di un sentire intimista. È l’osmosi emozionale, la comunicazione intellettiva del leader-amico nei confronti del suo popolo. È, gramscianamente, l’intima connessione con la gente. La narrazione di Vendola diventa, in questo modo, narrazione di popolo. Perché è nelle parole e nello stesso tempo si serve delle parole, vive nelle parole. Ma non è solo parole. È la capacità di trasporre nei palazzi quel sentire comune, di realizzare i desideri di qualcuno degli ultimi. È la parte buona del populismo, sempre che di populismo vero si tratti. La narrazione di Vendola è sapore di entroterra murgiano, odore di forno al mattino, stallatico del Salento, salsedine del Gargano. Nessuno come Nichi, il puer Terlicii, lo stupor Apuliae – tanto per miscere fra loro, adattandoli, gli epiteti federiciani –, è stato capace, prima, di annoverare in sé tutte le caratteristiche di tutte le zone della regione del tacco. Riassumere antropologie diverse e distanti, spesso in conflitto fra di loro.

Vale una cifra quello che Luca Telese, in una a tratti commovente analisi, scrive in “Nichi Vendola. Comizi d’amore” (Aliberti, 2010): “Se c’è un leader di cui vale la pena di vivisezionare, collezionare e raccogliere le parole, quello è Vendola. A pochi uomini politici vengono concessi la fortuna e il talento di potersi costruire una lingua propria, un repertorio di immagini, di stilemi, di capacità di evocare visioni ”. Vero. Telese Vendola l’ha conosciuto, l’ha scrutato, ha vissuto con lui spiccioli di giornate lunghe, metropolitane romane e comizi. Di quel Nichi, che si oppose alla scissione del Pci vivendo il momento con dolore immane; di quel Nichi che si intuiva essere non diverso, ma il più diverso di tutti, nella sua eterodossia militante che deve rendere conto soltanto alla fantasia; di quel Nichi che sfangava la giornata dividendo un’umile casa con Franco Giordano, Luca Telese ha un ricordo vivido. Di quel Nichi conserva un discorso, il primo, l’unico non tenuto a braccio, ma scritto. Annus domini 1984. In appendice al testo, Telese lo pubblica per intero. Come fa con altre decine di frasi vendoliane, divise per argomento.

Ne viene fuori un tripudio di colori, una deflagrazione di sentimento e di ironia di un uomo fatto politico, poi leader, poi presidente, poi ancora leader ma non per questo meno presidente, politico, uomo. Nelle parole di Telese si legge tutta la sorpresa di un sogno realizzato, la scoperta del senso della “narrazione”. Narrazione come quella penna immateriale di inchiostro rosso che verga, capitolo dopo capitolo, in un rutilare rigurgitante di parole composte, una grande storia politica. Una storia destinata, determinata. Ineluttabilmente diretta alla vittoria perché ricca di sconfitte. Nichi ha vinto – ci dice Telese in un’analisi lucida – perché, da sempre, ha perso. E perché, man mano che perdeva, andava scegliendo sfide sempre maggiori, salite sempre più impervie, avversari sempre più potenti.

E perdeva in modo propedeutico, didattico. Perdendo irrobustiva l’animo e rassodava i muscoli. Mica come D’Alema, eterno sconfitto e, a livello di realpolitik spiccia, fuori dai giochi. “Se si legge la carriera di D’Alema con gli occhi della realpolitik che lui voleva imporre alla Puglia, si dovrebbero registrare un cumulo di fiaschi. Ciò che resterà del dalemismo reale, paradossalmente, è la scrittura quasi letteraria di un personaggio affascinante e drammatico, un carisma algido ma innegabile, un combattente indefesso, oppure molto vicino alla dimensione fantastica del Don Chisciotte”. Così Telese sul baffo più celebre di Montecitorio e dintorni. D’Alema che è le sue sconfitte. Al contrario, Nichi ha le sue sconfitte. Poi riparate. La sintesi suprema di una narrazione appena iniziata.

Luca Telese (a cura di), “Nichi Vendola. Comizi d’amore”, Aliberti 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Narrazione di narrazione

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∞ Il rabdomante dei pensieri tristi ∞

di Roberta Paraggio

Ha gli occhi perennemente spalancati, verdi, di un verde trasparente e inquietante che sa di solitudini passate, di un’infanzia trascorsa con amici immaginari e fantasmi che giungono improvvisi, ognuno col suo dolore, con la sua crescente nostalgia di vivere e con la malinconia di un futuro che non è stato.
Sono le anime che il protagonista de “Il giorno dei morti” (Maurizio De Giovanni, Fandango 2010), il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, riesce vedere nelle strade in cui cammina, sentendone l’ultimo e a volte futile pensiero.
Con la sua solitudine congenita, si aggira per una Napoli plumbea e piovosa, e i morti gli appaiono come solo lui può vederli, sentirli… Amanti suicidi che si scambiano le ultime, disperate parole d’amore; bambine uccise da un auto in corsa il cui ultimo pensiero è il giocattolo appena perduto; guappi che fino alla fine mostrano la propria sbruffoneria, andandosene da questa vita con uno sfottò e uno sguardo di scherno.

Il commissario Ricciardi se li vede passare accanto e pensa alla morte, in una città da sempre devota ai defunti e che pure, nel 1931, mentre la visita del Duce si avvicina, sembra disattenta, dimentica di ogni umana pietà.
E’ un moderno Dante nel girone partenopeo con al fianco il suo Virgilio, il corpulento brigadiere Maione, ma non c’è paradiso ne purgatorio a Napoli, solo l’inferno e la fame, e un bambino, Tettè, trovato morto per strada fradicio di pioggia.
C’è un piccolo cadavere accudito da un cane rognoso, c’è una morte che appare naturale, di fame, di stenti, ci sono tutti gli elementi per archiviarla coma morte accidentale di scugnizzo, figlio di madre ignota che nessuno cercherà, di cui nessuno parlerà, ad accoglierlo ci sarà la fossa comune del camposanto di Poggioreale.
E la morte qui non scherza, la morte qui non è “‘na livella“, perchè un bambino così non ha nemmeno il lusso di un nome vero, ma solo quello di trovatello, Diotallevi Matteo.
Un fardello solo e muto. Già perchè il commissario Ricciardi non riesce questa volta a captarne l’ultimo straziante pensiero.

Dov’è morto Tettè? Com’è morto Tettè?

Queste le domande che porteranno Ricciardi alla sua indagine privata, tra le anime ingrigite dalla pioggia e dalla vita grama, tra preti affaristi, dame di carità piagnucolose, femminielli altruisti e sagrestani laidi.
Mentre il giorno dei morti si avvicina, il commissario prosegue col suo sguardo vitreo cercando giustizia e verità, si muove nel silenzio caotico di Napoli che sotto la pioggia, sembra acquietarsi in maniera surreale.
Cupa, silenziosa e disperata, spalancata sulla sua stessa miseria senza nobiltà, lontana dai fasti teatrali del varietà, dallo stucco e dai belletti, è una maitresse esausta, struccata e incattivita.
E’ la Napoli di Ricciardi che scruta nella parte ambigua che nessuno sa di avere, nei gesti inconsulti e nel dolore privato, nell’infimo che i più credono di aver ben celato dietro perbenismo e ruoli sociali.
Un romanzo coinvolgente, che strattona il lettore nei vicoli bui, laddove le ombre diventano lunghe e fanno più paura, in un percorso che si spera vivamente continui, in attesa di una nuova stagione.

Maurizio de Giovanni,”Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi”, Fandango 2010
Giudizio: 4,5 / 5 – Semplicemente sorprendente

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Benedetto XVI, “Luce del mondo”, Libreria Editrice Vaticana 2010
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Italo Magno, “Un giorno mio padre”, Guida edizioni 2010
Non so cosa mi prese quel giorno. Mi armai di tanta voglia di sapere e le mie intenzioni erano le stesse che deve provare il figlio che va alla ricerca del padre, dopo lungo peregrinare finalmente lo trova e gli chiede subito perché lo ha messo al mondo e per quale motivo lo ha poi abbandonato.
IL SAGGIO: Robin Norwoord, “Donne che amano troppo”, Feltrinelli 2010
Perchè amare diviene “amare troppo”, e quando questo accade? Perchè le donne a volte pur riconoscendo il loro partener come inadeguato o non disponibile non riescono a liberarsene? Mentre sperano o desiderano che “lui” cambi, di fatto si coinvolgono sempre più profondamente in un meccanismo di assuefazione. Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti.
UN REGALO PER SAN VALENTINO: Alejandro Jodorowsky, “Solo de Amor”, Giunti 2006
Solo de amor è l’ultima raccolta poetica di Alejandro Jodorowsky e contiene i versi dedicati dallo scrittore al tema dell’amore. La poesia di Jodorowsky parla dell’amore concreto, reale, che tutti viviamo: le nevrosi, le ossessioni, la gelosia, le incomprensioni, gli enormi sforzi che si compiono per sfrondare e ”pulire” il rapporto d’amore dalle scorie che tendono invece a demolirlo. In questi versi sembra racchiudersi il grande sforzo creativo e il senso del rapporto d’amore contenuto in questa raccolta poetica, che comprende una corposa sezione completamente inedita in Italia (Solo de amor e Pietre del cammino) e alcune poesie tratte da Di ciò di cui non si può parlare, La scala degli angeli e No basta decir.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO
IL ROMANZO: Ken Calfus, “Il compagno Astapov”, Fandango 2010
IL SAGGIO: Giovanni Rinaldi, “La memoria che resta”, Aramiré 2004
IL CLASSICO: Heinrich Boll, “Opinioni di un clown”, q.e.

NOVANTA VOLTE PARTITO COMUNISTA ITALIANO: CONOSCERLO PER CAPIRLO
Paolo Spriano, “Storia del Partito Comunista”, Einaudi
Eduardo Novelli, “C’era una volta il Pci”, Editori Riuniti
Mario Pio Patruno, “Storia del Pci di Capitanata (1944-1964)”, Sud Est

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Macondo 31 dicembre 2010

♣ Frange di Messico

di Roberta Paraggio

Sandra Cisneros, Caramelo, Nuova Frontiera 2010 (n.e.)

Da Chicago a Città del Messico, fino ad Acapulco e a San Antonio del Texas, Caramelo è un viaggio rumoroso fatto in macchine strapiene di bambini, bagagli, ricordi, e vacanze. Gambe sudate che si attaccano ai sedili in finta pelle, confini da attraversare nelle ore più calde e stupide canzoncine intonate a squarciagola per ingannare il tempo prima dell’arrivo in Calle del Destino. Destinazione: la casa di Nonna TremendaNonno Piccolo.

Da nonna Tremenda Soledad, potente dittatrice, fino alla bisnonna Guillermina che morendo ha lasciato incompiuta la frangia del suo rebozo color caramelo, fino alla narratrice Lalita che riprende i fili di quello scialle con la sua narrazione sorprendente.
Un’intervista a Nonna Tremenda prima che vada via per sempre, per raccontare la storia di un’intera famiglia messicana in perenne movimento, l’infanzia solitaria, l’invisibilità che incattivisce, la giovinezza in una città talmente triste da avere campanili preclusi alle donne, troppo alto il rischio che vi salissero per farla finita.

E l’amore per Narciso, nonno Piccolo, colui che fino alla morte amerà l’altra, Exaltaciòn Henestrosa, una donna enorme con un cappello di iguana che non lo ricambierà mai, eppure, prima di morire, sommerso da centinaia di scope colorate, spazzato via da questa terra, nonno Piccolo penserà a lei.

Un battibecco continuo tra nonna e nipote, Lalita, ostinata a raccontare la verità, Soledad che ancora tenta di nascondersi dietro i cuentos, le piccole bugie che non fanno male. Ma Lalita disfa la frangia e riprende daccapo, pesca nei ricordi e negli odori tra Messico e Stati Uniti, tamales e bibite americane dolciastre e gassate. In “Caramelo”, ogni momento ha un odore, profumi di lacrime portati dall’oceano di Acapulco, l’unica vacanza della famiglia Reyes immortalata in una foto in cui tutti fanno finta di esser felici.
L’odore di aceto e tristezza in cucina, di cose mai dette e piccole rabbie sopite, l’olezzo di carne fritta che anticipa la presenza di Nonna Tremenda ogni volta che Lalita è sola, conforto e tortura, monito e compagnia, l’onnipresente matrona messicana non va mai via davvero.
Torna per ricordare che il rebozo caramelo non è compiuto, che i fili sono ancora li in attesa di esser intrecciati, tra historia e cuento, ricordi veri e piccole menzogne.

SANDRA CISNEROS, “CARAMELO”, La Nuova Frontiera, 2002

Giudizio 3,5 / 5 Rutilante

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♦ In attesa con Buzzati

di Piero Ferrante

Lucia Bellaspiga, "E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati", Ancora 2010

C’ha impiegato trent’anni, Dino Buzzati, a chiedersi il senso del Natale, della festa. L’autore de “Il Deserto dei tartari”, la firma del Corriere della Sera, si è riflesso nello specchio della festa santa per eccellenza con la frequente cadenza della strega di Biancaneve. Come quella, Buzzati andava alla ricerca di un senso. Da ateo, questo senso rassicurante, la certezza, la cercava nelle cose del mondo. Dal mondo, dalle luci, dallo sfavillio, dai doni, dalle voci. È nell’uomo e nei suoi gesti, nell’uomo e nei suoi vizi, nell’uomo e nei suoi limiti, nell’uomo e nelle sue paure, nell’uomo e nelle sue maschere, nell’uomo e nei suoi occhiali storcenti, che Buzzati ha scrutato. Sentimenti che ha indagato quasi il mondo fosse una immane tasca. Vi ha attinto a piene mani. Ha scavato, ha cercato, ha spostato. E scavando, cercando, spostando, ha sperato di trovare.

È questa parte di Buzzati che ha solleticato la curiosità intellettuale di Lucia Bellaspiga (giornalista de “L’Avvenire”). Con la milanese Ancora, ha dato alle stampe il testo “E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati”. Un volumetto agile, veloce come veloci sono le ore della festa, rapide e soddisfacenti come l’intermittenza delle lucciole sull’albero, frugali e senza pretese come un pasto consumato con il solo condimento del bene familiare.

Vi emerge, dunque, un Dino Buzzati non proprio inedito. Un po’ bambino gioioso, un po’ eremita della psiche, un po’ apolide della fede. Emerge un Buzzati in evoluzione, giammai fideista e men che mai partigiano della ragione. Tutt’altro. La Bellaspiga si serve di citazioni ampie, attinge alla vasta bibliografia buzzatiana in tema natalizio, per illustrare i dubbi. vero, perché di dubbio e non di altro si parla. In Buzzati, è assente l’arrovellamento del cercatore della fede tanto quanto non si scorge traccia del presuntuoso disfattismo dell’ateo. Dino Buzzati, il non credente Buzzati, lo scrittore Buzzati, il cronista Buzzati, il lucido Buzzati è anche quello che scorge i perbenismi per stanarli, il cui moralismo non è fine a sé stesso ma si staglia del cielo della morale, che addita i disfattismi ed i disfattisti. Li valuta, li giudica, li condanna.
Nella ricerca del significato del Natale, Buzzati ha vestito e svestito dolcezza, rabbia, incertezza, illusione e disillusione. Ha riversato sui suoi personaggi queste emozioni, vi ha vomitato addosso parole e sentimenti. Nelle creature di Buzzati è leggibile tutto Buzzati. È lui quello che chiede il ritorno al sogno, come è lui quello che inveisce contro la festa; è lui quello che sproloquia sottilmente contro il consumismo, ed è lui quello che calca la mano sull’importanza della presenza nella vita dell’altro. Il suo Natale non è dissimile da quello di un credente. E pur nella fatica di cogliere appieno il senso, mai Buzzati tradisce il grande mistero dell’attesa, mai disattende alla gioiosa riunione di bontà (e lui parla espressamente di bontà e la contrappone alla miseria patetica del buonismo di facciata). E, nel riconoscimento dell’attesa, è insito debolmente ed implicitamente il mistero della sacralità. Ed il suo Gesù, il Gesù della verità, il Gesù dei bambini, il Gesù del sogno, sa essere anche beffardo. A punto tale che la sua eventuale venuta – che chiede, quasi invoca come risposta alle mille domande poste a se stesso – smonterebbe i teoremi meccanicistici di un’umanità di “atomi”, “razzi”, “torri”.
Perché, in fondo, “i prodigi non hanno fretta”. Tanto vale star lì ad aspettare. Senza fretta e senza rumore. Silenziosi.

LUCIA BELLASPIGA, “E SE POI VENISSE DAVVERO? NATALE IN CASA BUZZATI”, ANCORA 2010

Giudizio: 3 / 5 – Speranzoso

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
AA.VV., “Il grande libro dei perché”, Giunti 2010
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Antonella Clerici, “Ricette di casa Clerici”, Rizzoli 2010

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
IL ROMANZO: John Grisham, “Io confesso”, Mondadori 2010
Ambientato in Texas, il più forcaiolo degli Stati Uniti, il romanzo ha per protagonisti un prete e un assassino. I due si incontrano nelle prime pagine, quando il pluricondannato Travis Boyette, colpito da un cancro al cervello, confessa al reverendo Keith Schroeder l’omicidio di una ragazza bianca, cheerleader del liceo, avvenuto dieci anni prima. Scagionando così Donté Drumm, un giovane di colore già condannato per quel delitto e in attesa della pena capitale. Ma la confessione di un assassino riuscirà a liberare un innocente? Secondo Grisham non è tutto così scontato se si entra nelle maglie intricate del sistema giudiziario americano. Sarà una corsa contro il tempo, quasi come quella dell’editore al lettore delle feste.
IL SAGGIO: Corrado Augias, “I segreti del Vaticano”, Mondadori 2010
I segreti del Vaticano racconta “storie, luoghi, personaggi di un potere millenario”.
Il cuore dell’autore, lo si capisce subito molto bene, è dalla parte, diciamolo con linguaggio moderno, dei preti di base, quelli che scelgono di stare fra la gente e spesso disobbediscono alle gerarchie. L’opera dei don Mazzi, don Ciotti e don Gallo è del resto ben nota e apprezzata così come molti ricordano la figura di dom Franzoni, abate di San Paolo, di cui scrisse Pasolini: «non c’è predica di dom Franzoni che prendendo convenzionalmente il pretesto o dal Vangelo o dalle Lettere di Paolo, non arrivi implacabilmente ad attaccare il potere».

NARRATIVA PER BAMBINI: AA. VV., “Il grande libro dei perché”, Giunti 2010
Nuova edizione aggiornata e graficamente rinnovata per uno dei titoli più importanti del catalogo Giunti Junior. Il grande libro dei perché offre ai ragazzi un panorama di oltre 600 domande e risposte sugli argomenti più vari: l’universo, il pianeta Terra, il mondo vivente, i popoli e le civiltà del mondo, i luoghi e le città più particolari, la comunicazione e l’informatica. Per esaudire tutte le curiosità e rispondere ai dubbi più strani: per scoprire perché le comete hanno la coda e perché alcuni pesci sono chiamati spazzini, per imparare il perché nei deserti si incontrano le oasi e il perché si parla di “villaggio globale”, per stupirsi leggendo perché dalla testa delle balene esce il fumo o perché al cinema vediamo le immagini in movimento! Riccamente illustrato e con tanti box di approfondimento.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dino Buzzati, “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie”, Mondadori 2004
IL SAGGIO: Pietro Scoppola, “Lezioni sul Novecento”, Laterza 2010
IL CLASSICO: Vasco Pratolini, “Metello”, q.e.

CHI LEGGE IL PRIMO DELL’ANNO LEGGE TUTTO L’ANNO. LIBRI PER IL CAPODANNO
Christopher Bush, “Omicidio a Capodanno”, Polillo 2009
Vladimir Dudincev, “Storia di Capodanno”, Nottetempo 2002
Guido Cossard, “Storia e riti di Capodanno”, Rizzoli 1999

Macondo – La città dei libri

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