Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

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Macondo, 18 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Con la penna nell’Inferno ∞
di Roberta Paraggio

Peppe Lanzetta è crudele. Vincent Profumo è cruento. E, Napoli, in questo ultimo romanzo di Lanzetta edito da Garzanti, “Infernapoli” (2011), è ancora più disperata e putrida.

Storia di un boss che si inonda di Guerlain come una ottuagenaria tenutaria, per non sentire la puzza di schifezza che lo rincorre fin negli incubi della notte partenopea. Volgare e cafonazzo, cerca redenzione nella voce di Maria Callas e se ne commuove. Ma lo fa in maniera sbracata, in slip leopardati, panza penzolante e orrendo riporto ingelatinato. Genuflesso davanti a un Padreppio formato famiglia. A Pietralcina una volta al mese con la prole, sembra proprio un bravo cristiano. Però lui no. Lui è Vincent Profumo, e i suoi scagnozzi hanno nomi rubati alla lirica e puntualmente declinati alla partenopea: Falstàff, Parsifàl…

Lanzetta come sempre è grande nel riportare la grettitudine e l’oscenità di un mondo infernale eppure quotidiano, creando personaggi come Vincent, Jonny Tarallo, Giggino o’ finanziamento che già sono imparentati con altri che bazzicano i mondi letterari dello scrittore, e consanguinei cinematografici figli di quel cinema napoletano che sa raccontare la tragedia senza straripare nella facile sceneggiata. Pensiamo a Pater Familias di Francesco Patierno, a Luna Rossa di Antonio Capuano all’ipnotico Imbalsamatore di Matteo Garrone.

Infernapoli è un libro lurido, nel linguaggio e nelle immagini evocate. Non fa sconti, non indulge, non ha amore ma solo sesso degradante e ululante. Neanche l’affetto di Vincent Profumo per le figlie Maria Sole, Maria Luna e Maria Stella riuscirà a farlo tornare sulla retta via che probabilmente non ha mai conosciuto.

Ci sono cinesi che vogliono rubargli la piazza della prostituzione, omicidi, tradimenti, vendette trasversali, preti pedofili, figlie ca’ panza annanz, mogli insoddisfatte che cornificano con idraulici nerboruti, in un‘oscena baraonda di corpi sudati ed ostentati, mollicci e caldi, freddi di morte violenta, sciolti nell’acido, sezionati per divertimento.
E c’è una puzza che appesta l’aria, di diossina, di merda, di monnezza e di paura, quella che di notte fa rigirare in un letto di sudore e capelli bianchi, è la puzza di una vita in un vicolo scuro scuro, che non ti fa scegliere, che ti strozza mentre Vincent Profumo si ingozza con le mani unte.

E c’è Donna Cuncetta del basso che non ha più il mare da guardare, ha affogato nel tuppo nero un altro dolore, un figlio sparato, un cravattaio che passa e spassa, un nuovo sfogo da tacere nel suo inferno di silenzio e terrore.
Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
Giudizio: 3, 5 / 5 – Realismo tragico
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∞ Disobbedienza di genere ∞
di Piero Ferrante

Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato
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∞ Simboli laici ∞
di Angela Catrani

Quando entro in luogo pubblico, sia esso una scuola o un tribunale, o un semplice ufficio delle imposte, l’occhio, spesso nolente, mi cade sul crocefisso, tristemente e solitariamente appeso in alto, vicino al soffitto. Una semplice croce di legno, per lo più. E non reputo il crocefisso un bel simbolo da apporre in un luogo che è di utile necessità per tutti i cittadini. Perché i cittadini possono anche essere per la stragrande maggioranza cristiani e dunque ritrovare nel crocefisso appeso un simbolo a loro caro, ma che significato potrà mai avere per un cittadino ebreo o mussulmano questo eterno simbolo di morte?

Dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il fatto che l’Italia è multiculturale e multireligiosa e non possiamo nasconderci con dietrologie patetiche in riferimento a un’identità culturale cristiana che investa l’Italia intera. Non sono nemmeno duemila anni che l’Italia è cristiana, prima aveva negli dei dell’antica Roma i suoi riferimenti e prima ancora altri dei e prima ancora fuoco acqua terra e aria.

Con una puntigliosa, sarcastica, incisiva disanima il professor Sergio Luzzatto, docente dell’Università degli studi di Torino, nel suo saggio “Il crocifisso di Stato” si scaglia, è davvero il caso di dirlo, contro quei politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, che dichiarano importante e fondamentale avere la croce affissa nei luoghi pubblici come simbolo identitario dell’Italia unita.

Dunque un crocefisso tricolore?

In realtà il crocefisso appeso nei luoghi pubblici ha origine nei decreti mussoliniani dopo la marcia su Roma, quando l’approvazione della Chiesa era necessaria a mascherare le nefandezze delle camicie nere. E nel ’48 non si ritenne di dover calare giù dai muri le croci dato che i tempi tristi del dopoguerra consigliavano prudenza. Arriviamo dunque al 1984 e alla netta separazione della Chiesa dallo Stato, che costituzionalmente è laico, tramite il Concordato. Ma il crocefisso è ancora là, dato che oramai è considerato simbolo dell’Italia Unita, dato che “in fondo non offende nessuno”, dato che “è simbolo di pace”.

E dunque due cittadini, due professori della scuola superiore, i coniugi Montagnana, si armano di buona volontà e partono alla carica contro questo uso simbolico distorto di una croce. Devono passare vent’anni di tribunale per avere ragione, perché alla fine e a seguito di ben altre vicende, e siamo nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dichiari fuori legge il crocefisso sulle pareti dei luoghi pubblici. Il parlamento italiano tutto si appella contro questa decisione e a tutt’oggi non abbiamo ancora un parere definitivo.

Eppure.

Eppure centocinquant’anni fa l’Italia fu unita contro il Vaticano, Roma fu presa attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si trattenne prigioniero volontario dentro le mura del Vaticano. Durante il Risorgimento la spaccatura era netta, e a cominciare dall’inno di Mameli, non si fa alcun riferimento a una Chiesa che non aveva alcun vantaggio né economico né sociale a uno stato interamente unificato. Ma oggi a queste cose non pensiamo, oggi è più scandaloso pensare di togliere una croce di legno da un muro bianco che alla moralità di uno stato, al decoro, all’integrazione reale tra cittadini, a un multiculturalismo che porta ricchezza e crescita umana.

Lo stato italiano secondo la sua Costituzione è laico e ciò non significa che è immorale, come forse paventa qualche ecclesiastico, ma che è aperto ad accogliere in maniera paritaria qualsiasi religione o filosofia di vita di ogni suo cittadino.
Non ci spaventi il muro bianco, afferma il professor Luzzatto, sia invece occasione di creatività, di possibilità, di scelta personale: si dia pertanto ai cittadini la scelta di un simbolo reale dell’Italia, scevro da qualsiasi implicazione religiosa che, sempre, lascerebbe scontenti gli uni o gli altri.
Sergio Luzzatto, “Il crocifisso di stato”, Einaudi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Riflessivo
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Seita Parkkola, “L’ultima possibilità”, San Paolo 2011
IL SAGGIO: Dario Piombino-Mascali, “Il maestro del sonno eterno”, La Zisa 2011
IL CLASSICO: Italo Calvino, “Giornata di uno scrutatore”, q. e.

DAL PALLONE A MACONDO, UNA VITA LATINAMERICANA – LIBRI PER GIANNI MINA’
Gianni Minà, “Politicamente scorretto”, Sperling & Kupfer 2009
Gianni Minà. “Fidel Castro”, Sperling & Kupfer
Gianni Minà, “Un continente desaparecido”, Sperling & Kupfer

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Serena Dandini, “Dai diamanti non nasce niente”, Rizzoli 2011
3. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Silvio Muccino – Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, Rizzoli 2006
Sasha, Nicole, Benedetta, Lorenzo. Sasha, un ragazzo con la tentazione di farla finita perché pensa che il suo passato, quelle che sono state le colpe dei suoi genitori, fanno parte del suo patrimonio genetico. Un ragazzo dai capelli impettinabili e tanta voglia di vivere accompagnata da tanta paura ed il rischio incombente di cadere nell’autodistruzione.

Nicole, quarant’anni, un armadio di tailleur e golf neri, un aria sicura, soluzioni e istruzioni per vivere ma che sa solo consigliare, un passato lasciato dietro questa maschera di sicurezza, una maschera fatta di creta però che in una notte di pioggia a causa di un tamponamento comincia a sgretolarsi…..

Benedetta un corpo che si presta alla vita, un anima corrotta dalla perversione.

Lorenzo un marito.

I capitoli si alternano mostrando di volta in volta i punti di vista di Nicole e di Sasha offendo un punto di vista sia maschile che femminile di una stessa vicenda. “Parlami d’amore” un titolo che, a mio avviso, forse va a sminuire quello che può essere il valore narrativo di questo libro, che d’amore parla sì, ma di amore per se stessi, di amore per la vita, di amore nell’affrontare con forza e dignità i propri fantasmi e riemergere più forti e soprattutto sereni. Un libro che ha bisogno di una certa predisposizione per cogliere appieno i “colori narrativi”, per me è stata una sorpresa dover accantonare il mio scetticismo nei confronti di Muccino, in quanto non vedevo di buon occhio questa idea di improvvisarsi scrittore (non a caso queste mie remore mi hanno fatto lasciare sullo scaffale questo libro per lungo tempo), una bella sorpresa insomma un bel libro che lascia molto riflettere su quanto siamo capaci di autoinfliggerci sofferenza e di come una volta toccato il fondo ci si renda conto che si può tornare a salire.

Macondo, Stato Quotidiano 18 giugno 2011

Macondo, 14 maggio 2011

∞ La sostenibile leggerezza della felicità ∞
di Roberta Paraggio

Ma i nostri nonni erano più felici di noi?

Questa la domanda che sorge di primo acchito leggendo questo Manifesto per la felicità scritto per Donzelli da Stefano Bartolini. Risposta: sembrerebbe proprio di sì. E dunque, come curarsi? L’autore fa un’analisi del disagio contemporaneo per rispondere a questo interrogativo, tenendosi a distanza dalle facili derive bucolico-post hippy. Per conoscere le causa del male che ci attanaglia, infatti, bisogna scoprirne le cause e Bartolini, come un medico provetto, ne fa una precisa anamnesi, avvertendoci sui pericoli, mettendoci in guardia sulla sintomatologia, proponendo infine cure e terapie per evitare possibili recrudescenze.

Prendendo come esempio record di “infelicità procapite” gli Stati Uniti, spiega le cause che hanno portato questo paese a quello che lui chiama paradosso della felicità . Vale a dire allo strano binomio ricchezza-incapacità relazionale. Portafogli pieno e vita vuota, esistenze incastrate nelle insicurezze e nei bisogni indotti che tentano di colmarsi a dismisura dando valore solo ed esclusivamente a ciò che può essere comprato, amicizia, amore, scambi sociali e culturali di ogni tipo… non pervenuti.

Facile il collegamento con i fotogrammi di un vecchio film di George Romero, gli zombie vaganti nel non luogo allora rappresentato dal supermarket, oggi meglio definibile con l’icona dei grandi centri commerciali, attorno a cui gravita il surrogato di socialità degli infelici cittadini del nuovo continente.

Un tempo libero privato, programmato in spazi asettici di identità se non quella consumistica; luoghi che provano ad essere di inclusione ma che finiscono per essere di esclusione. Ed allora, che cosa ha portato un paese che per molti è ancora esemplare a ridursi in questo stato di degenza permanete, ospedalizzato cronico ed intubato ad una flebo mortifera?

Per dare una spiegazione, Bartolini parte da lontano, analizzando la forma delle città americane, prive di spazi di socialità pubblici, dove anche il diritto alla mobilità può essere acquistato, dove le periferie hanno sostituito la piazza con spazi privati ed elitari, passa per la scuola sempre più palestra (de)formatrice di soggetti ad alto rischio di instabilità emotiva, altamente competitivi e stressati, portatori insani di quello che sarà l’ideale consumistico. Il tapis roulant che portava alla felicità si è incagliato, e a guadagnarci sembra essere solamente l’indotto dell’evasione che si affila gli artigli sulle carcasse della pochezza relazionale, abbuffandosi al banchetto di una resistente industria della solitudine.

In stretta correlazione con il progetto di decrescita di Serge Latouche e con la sobrietà dei consumi proposta da Franco Gesualdi, Bartolini ci parla di insostenibilità relazionale, accomunandosi alla critica della crescita ad ogni costo e alla logica euristica che ci vede più ricchi e quindi più felici, lo fa partendo dall’ America e approdando all’Europa dove forse non è ancora troppo tardi, lontano da utopie, palesando gli esempi positivi e virtuosi, avallando soluzioni semplici e partecipative che vanno dalla riduzione dei consumi privati al maggiore accesso agli spazi pubblici e gratuiti. Ricordandoci qualcosa che spesso, presi da inconsulto filo americanismo e dall’oramai cantilenante leitmotiv della crisi dimentichiamo: le politiche relazionali non costano nulla.
Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, Donzelli 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Fortemente sostenibile

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∞ Un giallo rosso come il vino ∞
di Piero Ferrante

Un solletico alle papille gustative, una continua sollecitazione per lo stomaco. “Il collezionista di Marsiglia” oltre a leggerlo, bisognerebbe mangiarlo. Entra con calma nelle voluttà, penetra impunemente nei sensi, striscia silenzioso e lussureggiante. Con tutte quelle sue descrizioni, con quei suoi vini pregiati che non fossero stati rubati, allora verrebbe voglia di invocare l’anima di Maurice Leblanc, pregarlo spudoratamente di disegnarti indosso gli abiti furtivi di Lupin; supplicarlo di effonderti, come dote la sagacia, la furbizia, la sgusciante abilità sinaptica e fisica dell’inafferrabile Arsenio.

“Il collezionista di Marsiglia” è un giallo, certo. Anzi, è soprattutto un giallo. Costruito con discreta sapienza dalla penna gustosa di Peter Mayle, una delle migliori rivelazioni letterarie degli ultimi anni. Cucinato con una buona interconnessioni dei fatti, mai sporcato con contraddizioni, non risolto nella classica bolla di sapone del solo colpo di scena finale, epifania di lungaggini inutilmente sovrabbonadanti. Non già Simenon, ma neppure in odore di trama da libercolo da bancarella, il testo edito da Garzanti appena due mesi fa, e divenuto in tutta Europa un vero e proprio caso editoriale, è il perfetto esempio di creatura da fruizione letteraria svagante ma per nulla banale.

Tanto poco banale da invertire la consequenzialità del binomio causa-effetto. Fino ad affiancare questi due termini, a renderli unanimi parti d’un gioco che si rivelerà meno interessato di quanto supposto e presupposto, finanche giustificabile. Un gioco le cui regole le detta Sam Levitt, un ex truffatore che ha travalicato il ponte della legalità pur mantenendosi con cura sul limite. Scaltro e rocambolesco, scattante ma con il forte ed indissolubile ideale della tavola, del cibo da gustare, del vino da scegliere, Levitt è come una palla da ping pong sul tavolo di una polisportiva cinese che, necessariamente, a volte indugia a riposare a contatto con la delicatezza della rete. Le sue deduzioni, ed una parte del suo cuore, primo lo indurranno ad accettare lo spinoso caso dei vini sottratti al cafone d’alto rango Danny Roth, poi a seguire la rotta francese. È così che gli odori ed i sapori assumono un viso, uno sfondo, un contorno paesaggistico, una poetica pennellatura. E dalla mano dell’artista Mayle vengon fuori Bordeaux, Parigi, Marsiglia, i filari di viti transalpini, gli chateau più notori. Un’opera dove il verde della natura, il grigio dell’asfalto si fondono con il rosso del vino che corre nel sangue e rende spigliati e coraggiosi.

In questo trionfo cromatico, colante comme chocolat à coquer, diffuso come una melodia delicata nel pieno di un giorno di sole, Levitt deve fare i conti con l’enigmatico monsieur Reboul, un ricco collezionista di Marsiglia. È la sua nemesi. Sagace come lui, sfuggente come lui, intuitivo come lui. I due ingaggiano una sfida ad armi pari popolata di personaggi intermedi. Funzionali satelliti. Come tante piccole lune, tocca contentarsi della luce riflessa. Ma allo stesso modo, emanando intelligenza gli attori principali, non possono che riflettere altrettanto acume i comprimari. Gregari ma non pedine, chiavi di porte chiuse con tanto di catenelle e spranghe. Ed in questo sfondo, in questo ribollire di campi e controcampi, l’epilogo giunge con la rapidità di una bordata, come una cannonata attesa ma per il quale ritardo si prega, d’allontanare la fine.

Insomma, “Il collezionista di Marsiglia” non lascia a bocca asciutta. Ma sa nutrire, alimentare, sfamare con estrema ed indubbia dote di madre procace chi vi s’incolla. Diffidate degli omogeneizzati. C’è ancora speranza per la letteratura.
Peter Mayle, “Il collezionista di Marsiglia”, Garzanti 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Slurp
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∞ La bellezza di un’anima ∞
di Angela Catrani

Rebecca è brutta. Rebecca è nata brutta, povero piccolo ragnetto peloso, con la bocca storta, gli occhietti sbilenchi, mortificati. Rebecca è nata brutta, quindi è colpevole, colpevole della malattia della madre, della tristezza del padre, colpevole degli eccessi della zia Erminia. Colpevole anche del ribrezzo che prova la gente a guardarla. Colpevole perché brutta.

Una infanzia nascosta in casa, tra mura silenziose, soffocata dalle lacrime copiose della governante, nei silenzi della madre, nelle urla della zia Erminia, pianista isterica fuori controllo emotivo.

E Rebecca, cuore spezzato dalla consapevolezza della sua colpa, cresce sapendo, cogliendo, amando come può, negli spazi minimi lasciati dall’ingombro degli altri.

Ma Rebecca ha un dono, ha le mani lunghe, sottili, del padre, della zia, e dunque presto la mettono al pianoforte, perché abbia un futuro, forse una speranza; la musica è speranza, è un tuffo nel mare blu della non esistenza, la musica porta fuori dalla vita disordinata, crea architetture, fa volare, dona emozioni.

E grazie alla musica Rebecca potrà creare un suo percorso fuori casa, andrà dove sente suonare, dove incontrerà un’altra anima ferita ma reale, ma giusta, ma buona.

Rebecca è brutta, certamente. Ma la sua anima pura vibra lontano dalle vere sozzure, dalle vere schifezze di chi pur di apparire si pone nella vetrina di chiunque, di chi si trasforma in altro, di chi è tutto fuori e nulla dentro

Mariapia Veladiano, “La vita accanto”, Einaudi 2011
Giudizio: 5 / 5 – Prezioso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
IL SAGGIO: Manconi Luigi, Calderone Valentina,“Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri”, Il Saggiatore 2011
IL CLASSICO: Pier Paolo Pasolini, “Passione e ideologia”, q.e.

PROVERBIALE MACONDO
Giuseppe Interesse, “Puglia mitica dei proverbi, dei guaritori, dei soprannomi, degli scongiuri, del campanilismo, del tarantolismo, della licantropia, del pane fatto in casa”, Schena 1994
Gianna Ferretti, “Il Mangiar Saggio. Un viaggio attraverso l’Italia dei detti, dei proverbi e della vecchia saggezza popolare”, Aiep
AA.VV., “Mamma d’ ‘e fesse è sempre prena-La mamma degli imbecilli è sempre incinta. Proverbi & modi di dire: Campania”, Simonelli

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Paulo Coelhho, “Undici minuti”, Bompiani 2006
2. Dyer Wayne, “Vostre zone erronee”, Rizzoli 2000
3. Eva Cantarella, “Dammi mille baci”, Feltrinelli 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Marta X-Piero Y, “Quello che le donne dicono degli uomini e quello che gli uomini dicono delle donne”, Barbera Editore
Le mogli, i mariti, l’amore, la vita di coppia, il divorzio, il sesso, i figli, le suocere in più di 650 irresistibili e caustiche citazioni. Da Socrate a Woody Allen, da Agatha Christie a Carrie Bradshaw di “Sex and the City”, non manca nessuno: filosofi, comici, scrittori, cantanti, teologi, personaggi del cinema e della tv. Tutti a dibattere sul tema che fa dannare l’umanità dai tempi di Adamo ed Eva: l’assoluta, irrisolvibile inconciliabilità fra gli uomini e le donne!

Che altro aggiungere alla quarta di copertina?? Una citazione! Sicuramente quella che per me ha in se il perché uomini e donne si prendano costantemente la briga di “commentarsi” a vicenda.

“E io pensai a quella vecchia barzelletta, quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina”. E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”. E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti-donna, e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi… ha bisogno di uova.”
Woody Allen – Io e Annie

Macondo, 30 aprile 2011

∞ Con il Pil puntato alla tempia ∞
di Piero Ferrante

Perché, nell’anno di navigazione interplanetaria di questa carcassa di astronave chiamata Terra numero 2011, un ex ricercatore dell’Istat dovrebbe scrivere un libro sul Pil? Cosa spinge un tecnico, un economista, un sindacalista, oggi, a sedere di fronte ad un computer per spendere del tempo nell’analisi approfondita di cifre non più corrispondenti all’effettivo sviluppo del mondo e della sua economia sociale oltre che pratica? In effetti, prima ancora di incominciare la redazione del suo “Oltre il Pil, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere” (Ediesse 2011), Aldo Eduardo Carra si è posto questi interrogativi.

Si è chiesto se, alla luce della drastica riduzione delle risorse ambientali, e con la consapevolezza di un mondo sempre più diseguale nella redistribuzione della ricchezza, valga ancora la pena incentivare un sistema che faccia della produzione e della trasformazione delle materie prime il suo Idolo d’Oro. In effetti la risposta, un no secco, è lunga ed articolata. E la negazione del Pil altro non è se non la sconfitta patita dall’intero sistema liberista, giunto a logorazione, e la cui spinta propulsiva ha terminato il suo corso nel momento stesso in cui le disparità sociali hanno posto le basi per le turbolenze attuali.

Ed allora, con grande semplicità e con l’ausilio di dati e di illustrazioni semplificative, Carra riesce a spiegare con un pizzico d’ironia e con il grandissimo merito dell’essenzialità che non lascia spazio ad obiezioni, l’anacronismo del dato produttivo racchiuso nel Pil. Pil che, di fatto, null’altro è che il grado di giubilo del ricco, la soddisfazione del padrone, il solletico dell’imprenditore. Ed un dato che non annovera, ad esempio, al suo interno, la puntualità dei mezzi pubblici, l’accessibilità ai servizi, la fruibilità degli spazi urbani. Creando imbarazzanti situazioni in cui, economicamente, il malaffare risulta più conveniente della legalità. Un motivo in più, certo, per determinare una sterzata decisiva, un’inversione ad U che riporti il mondo ed i suoi abitanti sul sentiero della sostenibilità e del recupero graduale delle risorse attraverso la rivisitazione degli indici del progresso e la modifica stessa del concetto di progresso.

Piacevole ed istruttivo questo manualetto di Carra. Che, partendo dalla connotazione di testo di economia spiccia, assume le forme di visione profetica, poi di abbecedario del consumo responsabile, infine di sussidiario per la vita del futuro su questo pianeta. Un’apoteosi del ben-essere contro il benessere: ovvero la predicazione del passaggio dal godimento individuale a quello collettivo. L’economista dell’Ires Cgil indica la strada e chiede di seguirla. Invoca una scelta di campo, ripercorre le tappe degli errori e degli orrori dell’umanità: dalle pretese smanie di grandezza degli Stati Nazione alla corsa ad un progresso computato sulla base del carbone prima, del petrolio poi e pericolosamente orientato verso l’atomo ed il probabile sterminio collettivo della razza uomo.

Un utopista Carra. Sognatore irreprensibile eppure concreto. A punto tale che queste sue voluttà le trasforma in immaginazione che si può malleare, toccare, tramutare. Paiono vive e pulsanti. Così vicine. Basta una dose d’ottimismo ed un sano buon senso e, nel 2015 il tg sarà così: “L’Istat ha presentato oggi i tre dati che sintetizzano l’evoluzione della nostra società nell’ultimo anno: il PIL è aumentato dell’1%, la qualità ambientale è migliorata del 2%, la qualità sociale del 3%”.
Aldo Eduardo Carra, “Oltre il Pil, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere”, Ediesse 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Buen leer
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∞ Damian lo zingaro si è fermato a Correggio ∞
di Roberta Paraggio

A Correggio sono nati Luciano Ligabue, Pier Vittorio Tondelli e Damian lo zingaro; quello che stava per diventare gagio, che è andato alla scuola dei gagi, che ha amato una gagia di nome Elisa dagli occhi color del mare, ma che poi è tornato al campo ai confini della città, dove c’è un mondo che è un altrove variopinto e saggio, cialtrone e caotico.

Damian è tornato alle kampine, le roulotte, le case con le ruote sempre pronte a partire anche se ormai sono ferme da un bel po’; è un nomade stanziale insieme a papà Erik, mamma Monika e nonno Roman con la sua pipa e i suoi preziosi foglietti che prende la parola nel bel mezzo della narrazione per parlare al nipote attraverso una lettera sgrammaticata e affettuosa dove ricostruisce l’albero genealogico della famiglia e dell’intero campo.

Memoria storica narrante in questo romanzo d’esordio di Marco Truzzi “Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere”, edito da Instar, nonno Roman mette ordine parole e ruote alle roulotte ormai ferme; va indietro, fino ai tempi andati, servendosi di una lingua tutta sua, e con accento emiliano trascritto rivela a Damian la storia di un partigiano che ha combattuto la guerra dei gagi ma che nessuno ha ricordato nei monumenti ai caduti, di un altro rom che ha fatto finire il Duce con la faccia nel fango, di nonna Luce che era gagia ed è diventata zingara per amore.

Tempi lontani e vagabondi, anni circensi e carovane ormai andate, adesso che Erik e Monika si son costruiti addirittura una casetta di legno senza ruote, adesso che Damian va a scuola e passa sempre meno tempo al campo, dove Cabiria continua a succhiare benzina dai serbatoi degli ignari automobilisti e Gioele bada ancora al suo acquario immaginario, adesso che Nonno Roman non aspetta che di morire tornano quelle che sono le radici, quelle che nessuno riesce a recidere, torna una identità forte che lontana dal campo è un’eco che non ritorna, è il voler esser altro che crea delusione e spaesamento, ma voler esser altro da cosa? Da ciò che si è?
Damian proverà che è impossibile, come i pesci rossi nelle pozzanghere, come uno zingaro senza libertà e canzoni, come un funerale senza kampina che brucia, come un uomo senza radici nella testa e nel cuore.

Lontano dallo stereotipo dello zingaro buono ad ogni costo e dal surreale immaginario “kusturiciano”, delicato ma non sognante, una storia che parla di radici e lo fa coi piedi ben piantati in terra.
Marco Truzzi, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere, Instar 2011
Giudizio: 3.5 / 5– Ho visto anche degli zingari felici
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∞ Bisogna voler bene ∞
di Angela Catrani

Momò ha dieci anni, anzi no ne ha quattordici. Questa bugia gliela ha detta Madame Rose, che vedendolo crescere ha avuto paura di essere abbandonata. Momò è un figlio di puttana, letteralmente, ed è mussulmano. Madame Rose è una anziana prostituta ebrea che messasi a riposo accoglie in casa sua i bambini irregolari nati dalle prostitute parigine, o meglio, di Belleville.

La storia è tutta qui: è la storia dolcissima dell’amore tra un bambino abbandonato e un’anziana donna che lo ha accolto e amato, con rispetto, con dedizione, con pazienza.

Ma Momò è tutti i bambini del mondo alla ricerca di attenzione e affetto: è il bambino Malaussene di Daniel Pennac, è David Copperfield, è Oliver Twist, è la Piccola Fiammiferaia, è Hansel e Gretel, è, anche, il mio piccolo Matteo di tre anni, quando mi chiama “mammina” e mi abbraccia.

Questa storia commuove e incanta, e addolcisce l’anima perché le parole di questo ragazzino sono autentiche, sono pesanti come il piombo, sono un balsamo.

Ma questo è anche il racconto di una possibilità, di una speranza: la vecchia Madame Rose si ammala e non vuole andare in ospedale dove cure appropriate la ridurranno a un vegetale, vuole essere “abortita” e lo vuole fare a casa sua, truccata e vestita bene, perché “la femminilità è più forte di tutto”. La vecchia Madame Rose è una sopravvissuta dai lager nazisti e le hanno fatto già tutto quello che era possibile sperimentare su un essere umano, per questo ora non vuole più altri esperimenti sul suo grosso corpo martoriato e infelice.
E Momò, ragazzino speciale ed empatico, è l’unico a rimanere accanto all’anziana donna, a occuparsi di lei in tutte le sue necessità, a capire fino in fondo “il sacro diritto dei popoli a disporre di se stessi”.

E chissà, Momò forse è anche la parte più intima, nascosta, dolorante del suo autore, lo scrittore Romain Gary, che pubblicò questo romanzo sotto pseudonimo, pur essendo lui famoso e celebrato, e discusso.

Romain Gary, “La vita davanti a sé”, Neri Pozza 2005
Giudizio: 5 / 5 – Commovente
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Gianni Miraglia, “Muori Milano muori!”, Elliot 2011
IL SAGGIO: Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
IL CLASSICO: Neil Sheehan, “Vietnam una sporca bugia”, Piemme

QUELL’URLO MATERNO CHE NON SI SPEGNE: PLAZA DE MAYO
Ronnie Bonomelli-Angela Fedi, “Lutto, protesta, democrazia. Per una lettura di Madres de Plaza de mayo. Hijos y Hermanos”, Liguori 2008
Italo Moretti, “I figli di Plaza de Mayo”, Sperling & Kupfer 2007
Massimo Carlotto, “Più di mille giovedì. La storia delle madres de plaza de Mayo-Polvere. Amianto mai più“, Angolo Manzoni edizioni 2004

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Valerio Massimo Manfredi, “Scudo di Talos”, , Mondadori 1990
2. Valerio Massimo Manfredi, “Ultima legione”, Mondadori 2003
3. Leonardo Sciascia, “Consiglio d’Egitto”, Adelphi 2009

LIBRI IN… EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Per la festività del primo maggio, quest’anno la scelta pareva ardua dato che, oltre alla consueta ricorrenza della “Festa dei Lavoratori”, abbiamo la beatificazione di Giovanni Paolo II, personaggio che ha segnato la storia del trascorso XX secolo. Ci pareva doveroso rendere omaggio ad entrambe.
Paola Fontana, “Mi corrigerete”, Tresei
Splendido lavoro, risultato di diverse idee, dall’autrice all’illustratrice, dalla redazione all’impaginazione, dalla redazione artistica all’ideazione copertina, per raccontare la storia di Karol Wojtyla. Narrato per affascinare adulti e bambini e ricordare la sua indimenticabile e carismatica figura. “Anche non so se potrei bene spiegarmi nella vostra… la NOSTRA lingua italiana, se mi sbaglio, se mi sbaglio… mi corrigerete”.
Sono le parole che ha pronunciato al mondo dal balcone di piazza San Pietro il giorno dell’elezione e sono simbolo dell’umiltà da parte di una persona capace di parlare correttamente dieci lingue, undici con la nostra. Ricorderemo tutti quelle 21: 37 del 2 aprile 2005 e riemergeranno in noi le sue parole, i suoi gesti, le sue espressioni buffe e soprattutto il suo essere uomo prima di essere Papa.
Allison Pearson, “Ma come fa a far tutto? (Vita impossibile di una mamma che lavora)”, Mondadori
Senza nulla togliere alla forza lavorativa maschile, ma tra la vasta scelta che avevo a disposizione questo è, senza dubbio, il romanzo che mi ha più colpita. Certo non posso negare che l’essere donna ha contribuito alla scelta finale, ma la cosa che mi ha fatta definitivamente capitolare è stata “l’immediatezza” di questo romanzo. Spiego: la Pearson ha scritto di una mamma che lavora. Francamente è anche di lettura per una mamma che lavora dato che la narrazione è così semplice e scorrevole che è difficile non esserne presi, così come è impossibile, in alcuni tratti, non soffermarsi a pensare: “Cavoli, l’avrei potuto scrivere io!”, per quanto nel leggerlo si riesce pienamente a visualizzare l’attimo quasi fosse un deja vu. “Ma come fa a far tutto?”. Non ci poteva essere titolo più appropriato poiché questa è la domanda ricorrente che viene posta alla protagonista vista la rocambolesca vita fatta di figli, lavoro, casa da pulire, suocera, marito e uno pseudo – amante virtuale (giusto per non farsi mancare nulla).

Macondo – 16 aprile 2011

Diamo il benvenuto, da questa settimana, ad ANGELA CATRANI. Angela condivide la nostra stessa sensibilità verso i libri. Ci siamo scelti a vicenda… Collaborerà con Macondo da SAN LAZZARO DI SAVENA, provincia di Bologna, in maniera stabile, per dare il suo contributo alla crescita della nostra città.

∞ L’urlo di Gaza ∞
di Piero Ferrante

Non solo le nubi oscure dello strangolamento di Vik Utopia Arrigoni. Nei cieli di Gaza, la nuvola nera della morte scroscia pioggia di dolore da un pezzo. Dire vita, nella Striscia, significa diremorte, nella Striscia. E la vita, nella zona più densamente abitata del mondo, 1.400.000 abitanti costretti da fili spinati, barriere, posti di blocco, aviazioni, carri armati, varie ed eventuali, in appena 360 km2, scorre veloce. Tanto che, vista dal treno dell’arroganza, dell’oscurantismo internazionale, della dis-conoscenza delle responsabilità, appare normale. Ma non lo è. Nella lunga e tortuosa cavalcata lungo il binario mediorientale, curve della Storia, salite e discese, interruzioni di linea, ponti crollati e poco carburante, gli accordi di pace falliti come stazioni di una Via Crucis di sangue, emblema di una crocifissione che ha inchiodato al legno decine di migliaia di vittime civili, di vittime bambine, arrestando il tempo in una Polaroid lancinante. Ebbene, in questo lungo correre, l’ultima fermata è Gaza. Casupola diroccata senza neppure la biglietteria. Farebbe lo stesso: nessun controllore ne accetterebbe la validità. Gaza è la stazione fantasma, spersa nella nebbia del mattino spettrale ed atroce.

Ma dagli altoparlanti, bucano l’aria le parole forti di Noam Chomsky ed Ilan Pappè. Sono loro due, il grande linguista e l’esimio storico, gli autori di “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi” (ottimo lavoro dell’editrice Ponte alle Grazie, timbrato 2010). E le loro voci, autorevoli, sono ben diverse dalle metalliche e fisse riproduzioni computerizzate delle stazioni moderne. Chomsky e Pappé non recitano copioni già scritti, non ripetono all’infinito ed all’unisono quel che il passeggero vuol sentirsi dire, la previsione di un tragitto rassicurante, stazione dopo stazione, fino alla destinazione prefissata. No, Chomsky e Pappè ripercorrono, in maniera diversa ma complementare, come due rette parallele, identiche ma con l’incontro fissato alla fine dei tempi geometrici ed umani, il viaggio a ritroso. Attraverso una storia cosparsa di giudeizzazioni forzate, vecchie pretese bibliche e teologiche, pulizie etniche, ragioni che non sono ragioni e non lo sono mai state. No. Sono loro, Chomsky e Pappé, contro ogni volontà dei paganti, a decidere il percorso e l’approdo. Prendono in mano il treno e lo frenano nelle stazioni che loro stessi decidono. Nel tempo: 1947 – 1967 – 1982 – 1993 – 2006 – 2007 – 2008 – 2009. Nello spazio: Camp David, Oslo, Gerusalemme, Ramallah.

Ed ecco comparire, chiari, i paesaggi devastati, gli “errori” di valutazione dei missili, le guerre lanciate dal potente contro una massa di civili male armati e destinati al macello, le risoluzioni violate. Si schiude un mondo identico a quello vero, ma letto attraverso le cristalline lenti della giustizia, della verità. Lenti senza ditate e graffi, che rovesciano la sostanza, non la forma. Perché quando Stati Uniti ed Israele, soli, a braccetto, nel 2008, si oppongono alla risoluzione Onu per il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”; e se ancora loro, ed ancora nella stessa seduta, votano contro una risoluzione per “la libertà universale di viaggio e la vitale importanza del ricongiungimento familiare”; e se Usa e Zimbabwe, guarda caso sempre nella stessa identica seduta, sono gli unici stati al mondo a votare contro la moratoria al commercio delle armi; e se, infine, clamorosamente nella stessa assise, gli Stati Uniti, in beata solitudine decidono di opporsi al “diritto all’alimentazione”, e se, facendolo, hanno contro l’intero mondo conosciuto, allora si rovescia la teoria dell’egemonia. Ed anche quella dell’isolazionismo di Hamas. Perché ad essere isolati sono gli aggressori, non gli aggrediti.

Con lucide analisi (Chomsky) e dotazioni fattuali (Pappé), i due autori danno corpo ad un autentico manuale della verità, un lungo ed involontario pamphlet, dalla forza di un fiume in piena che tracima gli argini e dilaga fin nell’anima di chi legge. Un libro che è sfacciatamente politico, spudoratamente di parte. Quella giusta.
Noam Chomsky-Ilan Pappé, “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 4 / 5 – Per restare umani
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∞ Un amaro calice ∞
di Angela Catrani

Hélène Karol ha otto anni ed è una bambina infelice, terrorizzata da una madre assente, autoritaria, capricciosa, viziata.
Inizia così l’ultimo romanzo pubblicato da Adelphi di Irène Némirovsky (1903-1942), la scrittrice ucraina di origini ebraiche che, trapiantatasi con la famiglia in Francia in giovane età, divenne, negli anni ’30 del Novecento un caso letterario atipico, dato che con la sua morte nei campi di concentramento di Auschwitz ci si dimenticò di lei, fino alla pubblicazione postuma nel 2004 di Suite francese, romanzo non terminato dalla scrittrice e ritrovato in casa delle figlie in una valigia piena di appunti.

Il clamore suscitato da Suite francese, considerato giustamente il capolavoro della scrittrice ucraina, ha fatto sì che venissero ripubblicati tutti i numerosi romanzi della Némirovsky, provocando un enorme interesse sia in Francia che in Italia per una scrittrice dallo sguardo lucido e pungente, dalla lingua pura e netta, dallo stile narrativo levigato come un piano di marmo, ma dalla cui superficie emergono venature più o meno profonde.

In Il vino della solitudine, Irène Némirovsky racconta della sua famiglia, in una sorta di autobiografia solo apparentemente schermata da pseudonimi. E dunque, senza pietà, conosciamo Bella, la madre, una donna vanitosa e passionale, viziata da un marito accecato dall’amore, che non vorrà mai vedere gli amanti casalinghi della moglie. Il padre, Boris, un commerciante poi finanziere ricchissimo, percorre la vita alla ricerca di una effimera emozione, e non coglie l’amore nello sguardo adorante della figlia, l’unica che si preoccupi per lui. Infine la stessa Hélène, bambina poi ragazza amareggiata, delusa, infelice, che cerca nella vendetta un modo per colpire la madre.

Il romanzo è del 1935, la scrittrice è sposata felicemente da nove anni, ha due bambine, ha una fulgida carriera, ma ancora non è libera dai fantasmi del passato, ancora, necessariamente, come in altri suoi romanzi, ha bisogno di demolire la figura materna, di trovare una giustificazione morale per l’odio che non riesce a mitigarsi in pietà verso questa donna profondamente sola, che è costretta a pagare per illudersi di essere amata.

Il romanzo è gelido, intenso, crudo. Vi si racconta di un mondo che è anche il nostro, con le donne di una certa età che si costringono a cure dermatologiche estreme pur di rimanere giovani, un mondo in cui conta solo l’apparenza, in cui solo i soldi danno la felicità, in cui i figli sono accessori di cui vantarsi o lagnarsi a seconda delle circostanze, che non contano, che non si amano.

E’ estremamente moderna, la Némirovsky, e non ha mai paura di chiamare le cose con il loro nome, ma la sua accecante lucidità di pensiero non concede spazio all’immaginazione e alla speranza, rischiando di lasciare il lettore solo e sperduto.
Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Adelphi 2011
Giudizio: 4 / 5
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesco Aloe, “Il vento porta farfalle o neve”, Verdenero 2011
IL SAGGIO: Antonio Cadoni (a cura di), “Jacovitti. Autobiografia mai scritta”, Stampa Alternativa 2011
IL CLASSICO: Edward Said, “Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente”, Feltrinelli 2002

LA TUA UTOPIA, IL SOGNO DI TANTA GENTE. CIAO VIK
Vittorio Arrigoni, “Restiamo Umani. Dicembre 2008 – gennaio 2009”, Manifestolibri 2009
Federica Cecchini, “L’uomo che parla alla torretta. Lettere dalla striscia di Gaza”, Frilli 2003
Gian Luigi Nespoli, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Johnatan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Erri De Luca, “E disse”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
di Libreria Equilibri
Ishiguro Kazuo, “Non lasciarmi”, Einaudi 2006
Tre bambini crescono insieme in un collegio immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani. La loro vita verrà accompagnata dalla musica dei sentimenti: l’amicizia e l’amore come uniche armi contro un mondo che nasconde egoismo e crudeltà. Un romanzo commovente e visionario. Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età, una grande amicizia nasce fra i tre bambini: Kathy, timida e riservata; Tommy, impulsivo ed ingenuo; Ruth, prepotente e carismatica.

La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Sembra quasi averne paura, «come si ha paura dei ragni», pensa Kathy. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, la Galleria, sono così importanti? Cosa dovrebbero dimostrare? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata su questa terra. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento o cannocchiali: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso e vicino la fragilità, la provvisorietà, la finitezza della vita, di qualunque vita.

[La rubrica è a cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

Macondo – La città dei libri

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Palloni di carta