Macondo – 5 febbraio 2011

∞Tutti i vizi del Papalagi∞

di Piero Ferrante

“Se parlate a un Europeo del Dio dell’amore, questi torce il suo viso e sorride. Sorride della semplicità del vostro pensiero. Portategli però un pezzo rotondo e lucente di metallo, o un pezzo di carta grande e pesante, vedrete immediatamente brillare i suoi occhi, e salire molta saliva alla sua bocca. Il denaro è il suo amore. Il denaro è il suo Dio. Tutti i bianchi ci pensano, anche quando dormono”.
Agli inizi del Novecento, durante un viaggio compiuto nell’Europa liberale e liberista, Tuavii, capo tribù delle isole Samoa, ebbe modo entrare in contatto con l’Occidente “civilizzato”, con usi e costumi, vizi (tanti) e virtù (poche o nulle) dell’altra parte di mondo.
“Papalagi” è il risultato di questo viaggio. Un discorso, lungo articolato, mai tenuto in Europa. In effetti più nato per catechizzare la propria popolazione che per finire nelle librerie della media borghesia occidentale.

Uno sguardo non da studioso, né da esperto, svuotato dei contenuti volutamente tronfi dell’intellettualismo etnocentrista. Non un antropologo, Tuavii. I “Papalagi”, gli Europei appunto, sono per lui una curiosità ed una caterva di incomprensioni. Meglio di qualsiasi monografia, più impietoso di pampleth politici, lo sguardo del campo samoano sul mondo occidentale è calibrato alla perfezione.
Il suo occhio è una lente d’ingrandimento impietosa. Che non nasconde astigmaticamente i limiti empirici dell’organizzazione sociale: convenzioni in aperto contrasto l’una con l’altra, atteggiamenti che cozzano con i pensieri, gap incolmabile fra teoria e prassi. Anzi, li accentua a tinte brillanti. Con parole pacate ma crudelmente chirurgiche, attraverso esemplificazioni che si susseguono in maniera ripetuta.

Dio da un lato, il danaro dall’altra. Morale sottomessa alla moneta. Dio e Mammona con la netta prevalenza del secondo sul primo e l’assuefazione conseguente dell’uno sull’altro. Già, perché Tuavii vomita giudizi senza scampo e senza appello. Sorpreso del fatto che chi “è ricco” venga invidiato: “Gli fanno complimenti, gli dicono cose altisonanti. Perché l’importanza di un uomo nel mondo dei Bianchi non è data dalla sua nobiltà o dal suo coraggio o dalla brillantezza della sua mente, ma dalla quantità del suo denaro, da quanto ne può fare ogni giorno, da quanto ne tiene rinchiuso nella sua pesante cassa di ferro che nessun terremoto può distruggere”.

Il capo samoano non comprende questo modus cogitandi. Lo rigetta. Lo sconvolge. Parla di “impoverimento del Papalagi” morale ed economico, dello sconvolgimento che ne deriva, degli scossoni che la perdita di denaro comportano nella vita dell’Uomo Bianco, della distruzione “delle cose del Grande Spirito” per il mero interesse di accumulazione. È per questo che, di fronte al lusso apparente, Tuavii, all’opposto dell’uomo moderno, ripudia la falsa ricchezza. L’aleatorietà del possesso aureo. “Gli uomini bianchi ci vogliono portare i loro tesori in modo che diventiamo ricchi anche noi. Ma queste cose non sono altre che frecce avvelenate, che causano la morte di chi colpiscono in petto”.

Tuavii ha in dote una radicalità spirituale incorruttibile, che barrica dietro una corazza infrangibile. È questa radicalità che ha toccato un altro grande radicale come Fabrizio De Andrè, più che affascinato, innamorato del libello edito da Stampa Alternativa.
Nulla viene risparmiato alla furia emozionale del capo tribù. Tutta l’arte europea (cinema e informazione comprese) è derubricata alla voce “finta vita”. L’impettimento della ragione illuministicamente intesa come una forma di stoltezza, il lavoro come una serie di azioni confuse ed alienanti. E tutto il suo mondo è “oscuramento”. Senza amore.
“Papalagi. Discorso del capo Tuavii di Tiavea delle isole Samoa”, Stampa Alternativa 2002
Giudizio: 5 / 5 – Più che attuale. Vero. Purtroppo.

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∞Fabrizio De André, l’evangelista anarchico∞

di Roberta Paraggio

C’è chi trova Dio nell‘antro di una chiesa e nella preghiera, nella retta via da seguire con abnegazione e fervore, c’è chi crede nella giustizia divina prima di quella umana. E poi, c’è il Fabrizio De Andrè che emerge dalle pagine di questo libro.
Un poeta cercatore di Dio che forse non lo ha mai trovato per davvero, almeno non nelle chiese, non piegandosi alla legge divina come astuta arma di repressione, contestando gli stessi comandamenti in nome di un Dio che è nella croce dei disperati senza aureola.

Per ogni peccatore, per ogni “servo disobbediente”, per ogni Pescatore, Marinella, Bocca di Rosa, per ogni Michè, Fannullone, Princesa, Tito, moglie di Anselmo, ha lasciato una sua speciale preghiera di libertà e amore, un ritratto e una parola che vanno a comporre quella che anche Don Andrea Gallo nella presentazione di questo libro di Paolo Ghezzi (“Il vangelo secondo De Andrè”, Ancora 2010) indica come l’Antologia dell’Amore. Il che non si traduce in un “battesimo” fuori tempo massimo, né in una semplice analisi dei testi, ma in un ritratto fatto senza alcuna presunzione, lontano dall’agiografia e dalle forzature di chi vuole un’anarchia deandreiana ammantata di santità.

Fabrizio de André è ben lontano dalla santità e dalla retta via e molto più vicino alle incertezze e alle domande, tormentato e complesso e non semplicemente per rispondere al clichè dell’artista maledetto sempre in voga. Lui lancia un messaggio che è insieme di amore e di indignazione, rivoluzionario come quello di Gesù, “il più grande filosofo dell’amore che donna mai riuscì a mettere al mondo”.

E fa suo il principio tra i più semplici e più belli, “ama il tuo prossimo come te stesso”. Lo fa suo raccontando gli ultimi e i diversi, lo sguardo senza ipocrisia impresso sul volto degli altri; lo fa, soprattutto, col punto di vista di chi si interroga sul significato della vita, sulla presenza di un entità misteriosa, e soprattutto di chi sente l’esigenza di desacralizzare la figura di Gesù, per renderlo più umano e più tangibile. Tra i tanti, resta impressa il disegno che Faber ha tratteggiato, dolcemente, di Maria: prima bambina nel tempio e poi madre piangente e inconsolabile sotto la croce, nelle sue parole “Se non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio”, l’umanissima e straziante disperazione di mamma, di tutte le mamme del mondo di fronte alla morte filiale.

L’indignazione deandreiana che da molti potrebbe esser scambiata e liquidata come semplice e puro ribellismo, come ci dimostra Ghezzi, non fa da contraltare al messaggio cristiano rivoluzionario delle origini. È anzi forte e veritiera, senza blasfemia; è messaggio di amore e com-passione,di redenzione e solidarietà, di umana quanto speciale verità.
Le “anime salve” hanno voce, ci parlano. Finalmente si fanno sentire, qualcuno le ha riscattate, ed ha scritto per loro una meravigliosa e smisurata preghiera.
Paolo Ghezzi, “Il Vangelo secondo De Andrè”, Ancora 2006
Giudizio: 3,5 / 5 Profondo
I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Luca Conti, “Manuale di resistenza del ciclista urbano”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, Nottetempo 2011
IL CLASSICO: Antonio Gramsci, “Lettere dal carcere”, q.e.

CON IL PENSIERO A CHI COMBATTE PER LA LIBERTA’. STATO PER GLI EGIZIANI
Radwa Ashur, “Atyàf. Fantasmi dell’Egitto e della Palestina”, Ilisso 2008
Gennaro Gervasio, “Da Nasser a Sadat. Il dissenso laico in Egitto”, Jouvence 2008
Jean Marc Durou, “L’Egitto raccontato ai ragazzi”, L’Ippocampo 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
Gordon Reece, “Topi”, Giunti 2011
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Michael Faber, “Petalo crimisi e il bianco”, Einaudi 2005
Quando leggo il titolo di un libro quasi sempre mi faccio il così detto “film”, conosco perfettamente il detto “l’abito non fa il monaco” ma di sicuro la prima impressione condiziona molte scelte. Perché questa premessa? Semplice, fosse stato per il titolo non l’avrei neppure tenuto in considerazione (naturalmente questione di gusti) ma la cosa che mi ha colpito di questo libro, è stata la sua “voluminosità”, insomma, un bel “mattone” di un migliaio di pagine, ed in quel periodo ero in cerca di un bel “forato” da portarmi in giro. Il colpo di grazia me lo diede il venire a conoscenza che l’autore avesse impiegato più di 20 anni per scriverlo, insomma, uno se impiega quasi un quarto di secolo per arrivare alla stesura definitiva di un romanzo di tale “stazza fisica” di sicuro ci teneva molto a ciò di cui ha raccontato e mi pareva un delitto non premiare così tanto lavoro….
La storia si svolge a fine ‘800, la protagonista è Sugar una giovane prostituta, non particolarmente bella ma molto intelligente e affascinante per la sua spregiudicatezza fisica ed intellettuale tanto da renderla una delle prostitute più richieste dai maschietti londinesi dell’epoca.
Di lei si innamora un facoltoso industriale, certo penso sia superfluo precisare che quest’uomo oltre ad essere molto facoltoso è anche molto sposato, proseguendo in questo breve quadro generale della storia c’è da aggiungere che lui la porta via da quella vita squallida “sistemandola”, poi per tutta una serie di eventi Sugar si ritrova a lavorare presso la casa dell’industriale e da qui comincia l’inevitabile, un INEVITABILE per niente scontato…
Raccontata così mi rendo conto che non sembra nulla di eccezionale, quindi mi pare doveroso spiegare il perché questo romanzo mi ha colpita e mi ha presa non poco durante la sua lettura e a distanza di tempo guardando i tg mi è tornato in mente.
Sugar è una ragazza che per forza di cose HA DOVUTO prostituirsi, ma nonostante la misera realtà in cui viveva non si è arresa, ha coltivato la sua passione, lo studio e la scrittura, ha curato il suo cervello ed ha fatto di questo la sua arma di seduzione, ha usato l’intelligenza per migliorare la sua condizione sociale, per cercare di arrivare ad un discreto livello di dignità e nel corso della storia ha unito oltre alla crescita intellettuale anche quella emotiva, in un contesto dove dilagava un perbenismo solo di facciata, farcito da pregiudizi morali che si predicano con facilità con gli altri ma in realtà non li si applica su se stessi. Infondo non c’è molta divario con i giorni nostri con l’unica differenza che le ragazze oggi (quantomeno una discreta quantità) per forza di cose studiano, ma nonostante le maggiori possibilità rispetto al passato, di emergere intellettualmente, preferiscono “PROSTITUIRSI” per salire i gradini più alti della scala sociale.
Faber ha raccontato con dovizia di particolari, luoghi, personaggi, situazione economica e sociale di quel tempo e storie, già storie, perché attorno a Sugar si muovono tante altre piccole realtà che non si lasciano offuscare da questo personaggio principale ma si uniscono ad esso per dar vita ad un epoca.

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Macondo 31 dicembre 2010

♣ Frange di Messico

di Roberta Paraggio

Sandra Cisneros, Caramelo, Nuova Frontiera 2010 (n.e.)

Da Chicago a Città del Messico, fino ad Acapulco e a San Antonio del Texas, Caramelo è un viaggio rumoroso fatto in macchine strapiene di bambini, bagagli, ricordi, e vacanze. Gambe sudate che si attaccano ai sedili in finta pelle, confini da attraversare nelle ore più calde e stupide canzoncine intonate a squarciagola per ingannare il tempo prima dell’arrivo in Calle del Destino. Destinazione: la casa di Nonna TremendaNonno Piccolo.

Da nonna Tremenda Soledad, potente dittatrice, fino alla bisnonna Guillermina che morendo ha lasciato incompiuta la frangia del suo rebozo color caramelo, fino alla narratrice Lalita che riprende i fili di quello scialle con la sua narrazione sorprendente.
Un’intervista a Nonna Tremenda prima che vada via per sempre, per raccontare la storia di un’intera famiglia messicana in perenne movimento, l’infanzia solitaria, l’invisibilità che incattivisce, la giovinezza in una città talmente triste da avere campanili preclusi alle donne, troppo alto il rischio che vi salissero per farla finita.

E l’amore per Narciso, nonno Piccolo, colui che fino alla morte amerà l’altra, Exaltaciòn Henestrosa, una donna enorme con un cappello di iguana che non lo ricambierà mai, eppure, prima di morire, sommerso da centinaia di scope colorate, spazzato via da questa terra, nonno Piccolo penserà a lei.

Un battibecco continuo tra nonna e nipote, Lalita, ostinata a raccontare la verità, Soledad che ancora tenta di nascondersi dietro i cuentos, le piccole bugie che non fanno male. Ma Lalita disfa la frangia e riprende daccapo, pesca nei ricordi e negli odori tra Messico e Stati Uniti, tamales e bibite americane dolciastre e gassate. In “Caramelo”, ogni momento ha un odore, profumi di lacrime portati dall’oceano di Acapulco, l’unica vacanza della famiglia Reyes immortalata in una foto in cui tutti fanno finta di esser felici.
L’odore di aceto e tristezza in cucina, di cose mai dette e piccole rabbie sopite, l’olezzo di carne fritta che anticipa la presenza di Nonna Tremenda ogni volta che Lalita è sola, conforto e tortura, monito e compagnia, l’onnipresente matrona messicana non va mai via davvero.
Torna per ricordare che il rebozo caramelo non è compiuto, che i fili sono ancora li in attesa di esser intrecciati, tra historia e cuento, ricordi veri e piccole menzogne.

SANDRA CISNEROS, “CARAMELO”, La Nuova Frontiera, 2002

Giudizio 3,5 / 5 Rutilante

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♦ In attesa con Buzzati

di Piero Ferrante

Lucia Bellaspiga, "E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati", Ancora 2010

C’ha impiegato trent’anni, Dino Buzzati, a chiedersi il senso del Natale, della festa. L’autore de “Il Deserto dei tartari”, la firma del Corriere della Sera, si è riflesso nello specchio della festa santa per eccellenza con la frequente cadenza della strega di Biancaneve. Come quella, Buzzati andava alla ricerca di un senso. Da ateo, questo senso rassicurante, la certezza, la cercava nelle cose del mondo. Dal mondo, dalle luci, dallo sfavillio, dai doni, dalle voci. È nell’uomo e nei suoi gesti, nell’uomo e nei suoi vizi, nell’uomo e nei suoi limiti, nell’uomo e nelle sue paure, nell’uomo e nelle sue maschere, nell’uomo e nei suoi occhiali storcenti, che Buzzati ha scrutato. Sentimenti che ha indagato quasi il mondo fosse una immane tasca. Vi ha attinto a piene mani. Ha scavato, ha cercato, ha spostato. E scavando, cercando, spostando, ha sperato di trovare.

È questa parte di Buzzati che ha solleticato la curiosità intellettuale di Lucia Bellaspiga (giornalista de “L’Avvenire”). Con la milanese Ancora, ha dato alle stampe il testo “E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati”. Un volumetto agile, veloce come veloci sono le ore della festa, rapide e soddisfacenti come l’intermittenza delle lucciole sull’albero, frugali e senza pretese come un pasto consumato con il solo condimento del bene familiare.

Vi emerge, dunque, un Dino Buzzati non proprio inedito. Un po’ bambino gioioso, un po’ eremita della psiche, un po’ apolide della fede. Emerge un Buzzati in evoluzione, giammai fideista e men che mai partigiano della ragione. Tutt’altro. La Bellaspiga si serve di citazioni ampie, attinge alla vasta bibliografia buzzatiana in tema natalizio, per illustrare i dubbi. vero, perché di dubbio e non di altro si parla. In Buzzati, è assente l’arrovellamento del cercatore della fede tanto quanto non si scorge traccia del presuntuoso disfattismo dell’ateo. Dino Buzzati, il non credente Buzzati, lo scrittore Buzzati, il cronista Buzzati, il lucido Buzzati è anche quello che scorge i perbenismi per stanarli, il cui moralismo non è fine a sé stesso ma si staglia del cielo della morale, che addita i disfattismi ed i disfattisti. Li valuta, li giudica, li condanna.
Nella ricerca del significato del Natale, Buzzati ha vestito e svestito dolcezza, rabbia, incertezza, illusione e disillusione. Ha riversato sui suoi personaggi queste emozioni, vi ha vomitato addosso parole e sentimenti. Nelle creature di Buzzati è leggibile tutto Buzzati. È lui quello che chiede il ritorno al sogno, come è lui quello che inveisce contro la festa; è lui quello che sproloquia sottilmente contro il consumismo, ed è lui quello che calca la mano sull’importanza della presenza nella vita dell’altro. Il suo Natale non è dissimile da quello di un credente. E pur nella fatica di cogliere appieno il senso, mai Buzzati tradisce il grande mistero dell’attesa, mai disattende alla gioiosa riunione di bontà (e lui parla espressamente di bontà e la contrappone alla miseria patetica del buonismo di facciata). E, nel riconoscimento dell’attesa, è insito debolmente ed implicitamente il mistero della sacralità. Ed il suo Gesù, il Gesù della verità, il Gesù dei bambini, il Gesù del sogno, sa essere anche beffardo. A punto tale che la sua eventuale venuta – che chiede, quasi invoca come risposta alle mille domande poste a se stesso – smonterebbe i teoremi meccanicistici di un’umanità di “atomi”, “razzi”, “torri”.
Perché, in fondo, “i prodigi non hanno fretta”. Tanto vale star lì ad aspettare. Senza fretta e senza rumore. Silenziosi.

LUCIA BELLASPIGA, “E SE POI VENISSE DAVVERO? NATALE IN CASA BUZZATI”, ANCORA 2010

Giudizio: 3 / 5 – Speranzoso

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
AA.VV., “Il grande libro dei perché”, Giunti 2010
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Antonella Clerici, “Ricette di casa Clerici”, Rizzoli 2010

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
IL ROMANZO: John Grisham, “Io confesso”, Mondadori 2010
Ambientato in Texas, il più forcaiolo degli Stati Uniti, il romanzo ha per protagonisti un prete e un assassino. I due si incontrano nelle prime pagine, quando il pluricondannato Travis Boyette, colpito da un cancro al cervello, confessa al reverendo Keith Schroeder l’omicidio di una ragazza bianca, cheerleader del liceo, avvenuto dieci anni prima. Scagionando così Donté Drumm, un giovane di colore già condannato per quel delitto e in attesa della pena capitale. Ma la confessione di un assassino riuscirà a liberare un innocente? Secondo Grisham non è tutto così scontato se si entra nelle maglie intricate del sistema giudiziario americano. Sarà una corsa contro il tempo, quasi come quella dell’editore al lettore delle feste.
IL SAGGIO: Corrado Augias, “I segreti del Vaticano”, Mondadori 2010
I segreti del Vaticano racconta “storie, luoghi, personaggi di un potere millenario”.
Il cuore dell’autore, lo si capisce subito molto bene, è dalla parte, diciamolo con linguaggio moderno, dei preti di base, quelli che scelgono di stare fra la gente e spesso disobbediscono alle gerarchie. L’opera dei don Mazzi, don Ciotti e don Gallo è del resto ben nota e apprezzata così come molti ricordano la figura di dom Franzoni, abate di San Paolo, di cui scrisse Pasolini: «non c’è predica di dom Franzoni che prendendo convenzionalmente il pretesto o dal Vangelo o dalle Lettere di Paolo, non arrivi implacabilmente ad attaccare il potere».

NARRATIVA PER BAMBINI: AA. VV., “Il grande libro dei perché”, Giunti 2010
Nuova edizione aggiornata e graficamente rinnovata per uno dei titoli più importanti del catalogo Giunti Junior. Il grande libro dei perché offre ai ragazzi un panorama di oltre 600 domande e risposte sugli argomenti più vari: l’universo, il pianeta Terra, il mondo vivente, i popoli e le civiltà del mondo, i luoghi e le città più particolari, la comunicazione e l’informatica. Per esaudire tutte le curiosità e rispondere ai dubbi più strani: per scoprire perché le comete hanno la coda e perché alcuni pesci sono chiamati spazzini, per imparare il perché nei deserti si incontrano le oasi e il perché si parla di “villaggio globale”, per stupirsi leggendo perché dalla testa delle balene esce il fumo o perché al cinema vediamo le immagini in movimento! Riccamente illustrato e con tanti box di approfondimento.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dino Buzzati, “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie”, Mondadori 2004
IL SAGGIO: Pietro Scoppola, “Lezioni sul Novecento”, Laterza 2010
IL CLASSICO: Vasco Pratolini, “Metello”, q.e.

CHI LEGGE IL PRIMO DELL’ANNO LEGGE TUTTO L’ANNO. LIBRI PER IL CAPODANNO
Christopher Bush, “Omicidio a Capodanno”, Polillo 2009
Vladimir Dudincev, “Storia di Capodanno”, Nottetempo 2002
Guido Cossard, “Storia e riti di Capodanno”, Rizzoli 1999

Macondo – La città dei libri

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