Macondo, 23 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ La Santa pedalata ∞
di Piero Ferrante

“Il Cammino di Santiago non è un posto difficile, per seguirlo occorre solo tempo e un po’ di volontà”. E, più concretamente, gambe buone ed un fedele accompagnatore. Come quello di Natalino Russo, ad esempio, partito alla volta della Galizia in compagnia della sua imprescindibile due ruote ed un carrettino da traino fai-da-te, il sollevamento dalle sue pene fisiche, il briciolo di rilassatezza per non finire schiacciato sotto il peso dello zaino.

Nella vita, Russo viaggia e scrive. Anzi, viaggia e poi ne scrive. Non è esattamente un giornalista. Piuttosto, una specie di voce narrante barra camminante a disposizione di varie riviste e testate. Durante uno di questi viaggi – una lunga luna di miele di sé con sé -, dieci tappe per dieci giorni di gestazione emotiva, è scaturito, ovvio e consequenziale, “Nel mezzo del cammino di Santiago”. Sottotitolo che è tutto un programma: “In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”. La casa Ediciclo l’ha chiesto, l’ha ottenuto, l’ha pubblicato.

Qualcosa a metà fra un manuale di viaggio (c’è un’appendice di utili informazioni su come viaggiare, dove dormire e dove informarsi per un viaggio in tranquillità) ed un diario di bordo, “Nel mezzo di cammino di Santiago” è un rintocco di suoni, una filastrocca di colori, un motivo di odori. E se Russo fa di tutto per esibire le sue emozioni, nello stesso tempo non si può dire che si batta strenuamente per non suscitare un rigurgito di gelosia. Pedalata dopo pedalata, con il sottofondo del frullare che riesce a sopraffare il caos urbano che attanaglia chi legge, sovrasta televisioni e cellulari, silenzia clacson ed urla vandaliche, si schiudono i panorami sterminati della meseta ed il verticistico splendore delle salite impervie.

Ogni tappa è un capitolo. Ogni capitolo, un inizio ed una fine. Ed ogni fine, la sottile barriera che sta in mezzo fra una notte di sonno ed una giornata di bicicletta. Le immagini, i paesaggi di quiete e pellegrini monopolizzano il testo, aprendo fronti inconsueti per le epoche di caos, fast food e tempi ristretti. Cellulari ed internet non meritano spazio, ridotte a menzioni en passant, giusto il tempo di ricordarne la vacuità nel corso del viaggio se non come appiglio d’emergenza ma in ogni caso eventuale. Al loro posto, il tempo è scandito dalle Cattedrali (bella la descrizione di quella di Burgos e le leggende che aleggiano nei pressi di quella di Leòn) e la socialità da bar, osterie ed ostelli. Non ci sono mediazioni per chi sceglie il Cammino. E’ un atto estremo e senza appello che incatena senza possibilità di fuga, rende schiavi di un progetto mobile e sempre nuovo, in cui tutto scorre con modalità identiche da secoli. Fino alla redenzione finale di Santiago. Quella che confonde tutto o schiarisce tutto.

Di questa pellicola ingiallita, Russo rappresenta lo schermo, il telo bianco che riceve le immagini e le proietta come il cervello fa con il sogno. E se un vizio c’è – e c’è – è la sfuggevolezza delle descrizioni, la velocità del viaggio. ma forse non è colpa dell’autore. Forse, semplicemente, è colpa dei giorni, del tempo che non si cristallizza adattandosi alle esigenze voluttuose di lettori taccagni di evocazioni. O, probabilmente, è un tiro birichino di Russo, pescatore sapiente che getta l’esca e lascia a noi pesce il gusto di approfondirne in sapore. Chiama Russo. Ci chiama a mollar tutto ed a partire. Ed a farlo non per un motivo, non per ascetismi o vani filosofeggiamenti. Solo, per il gusto di farlo. Per il cammino che è lì.

Natalino Russo, “Nel mezzo del Cammino di Santiago. In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”, Ediciclo 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Frullante
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∞ Storia di lotta, misteri e lacrimogeni ∞
di Roberta Paraggio

Radio Alice, come ogni sera stila il suo tragico bollettino di morti, feriti, attentati. Alessandro Bellezza la ascolta in macchina mentre va al lavoro. Una singolare professione inventata a bella posta per lui, quella di raccattare animali morti o feriti sulla statale che da Bologna va verso San Giovanni in Persiceto. Lavora di notte, dopo che la sua vita è andata a rotoli avendo scelto da che parte stare. Alessandro era un “chirurgo rosso”, uno di quelli che ha curato i compagni feriti. Fin tanto che la situazione gli è sfuggita di mano, quella mano tremante per il troppo alcol ingollato.

E’ il 1977, Bologna, lacrime, sangue e lacrimogeni segnano i tempi. Nelle sue peregrinazioni notturne, a caccia di bestioline da salvare e ricordi da scacciare, l’incontro che sconvolge tutto, il corpo di una donna che crede morta e che in realtà è solo gravemente ferita. E’ Francesca Mirri, poliziotta infiltrata in Ordine Nuovo, a caccia di un assassino ben camuffato nei meandri dell’insospettabile paesello. Il passato ritorna nella vita di Alessandro man mano che la memoria riaffiora alla mente di Francesca, storie troppo grandi, dolorose, misteri italiani mai risolti e apparenze ingannevoli.

Un’indagine complessa sullo sfondo della quale, la provincia sonnacchiosa e rubiconda diventa crogiolo di poteri occulti, il baretto di periferia crocevia per vecchie vendette e nuove trame eversive. “L’odore acido di quei giorni”, edito da Laurana, è un romanzo che sorprende per la perfetta amalgama di realtà storica recente e finzione narrativa, è insieme racconto di un’Italia più nera che misteriosa e romanzo giallo dai tempi perfetti e dai personaggi privi di sbavature spazio temporali.

L’epilogo è tragico, nella finzione narrativa e nella realtà storica. Bravo Grugni a raccontare l’epilogo di una speranza tramutata in minaccia che culmina in Piazza Maggiore nel marzo del ’77, i carrarmati inviati dal non ancora picconatore e poi “pluripremiato” e ipocritamente compianto Cossiga a calpestare ogni speranza. La fine di un’epoca che segna l’andazzo di un paese privo di memoria.

Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laurana 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Avete pagato caro… Non avete pagato. tutto!
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∞ Perseguitati ∞
di Angela Catrani

Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno fatto una operazione bella davvero. In lunghi anni di ricerca e con la collaborazione di tante persone hanno raccolto, in Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, lettere e diari di tanti ebrei perseguitati dalle leggi razziali italiane. Ne è venuto fuori un saggio che è quasi un romanzo, diviso in capitoli cronologici, dalle prime disposizioni razziali dell’estate del 1938 alla liberazione del 1945.

Un racconto organico con le voci dei perseguitati, prima assolutamente increduli e poi via via sempre più sconfortati, preoccupati, disperati.
Di ogni protagonista viene disposta in nota la vicenda, se ha avuto la ventura di salvarsi, e allora spontaneo giunge un sospiro di sollievo, oppure la tragica fine, e la commozione è ogni volta, per ogni persona uccisa.

Gli ebrei in Italia erano, come d’altronde in Germania, assolutamente integrati, i matrimoni cosiddetti misti erano frequenti e spesso e volentieri, prima delle leggi razziali, non si sapeva che la famiglia vicina di casa fosse ebrea, dato che a volte la conversione al cattolicesimo era pervenuta molti anni prima.

Nell’esauriente introduzione, necessaria per entrare appieno nelle vicende private raccontate, si spiega come le leggi del settembre del ’38 vennero precedute da infamanti campagne diffamatorie razziste a mezzo stampa contro gli ebrei, colpevoli, nel caso italiano, di “possedere” la cultura italiana. E infatti i primi a cadere sotto la scure fascista furono i professori universitari ebrei e gli insegnanti.

Questa idea di una “razza” intellettualmente superiore, idea pericolosamente falsata e deviante, ha permeato però tutto il pensiero successivo, fino a giungere, in positivo questa volta, ai nostri giorni, dove il compagno di scuola di famiglia ebraica deve essere bravo per forza, per forza è più brillante e dotato, non per una sua propria dote intellettiva, ma perché ebreo. Sono passati 65 anni ma ancora l’idea di “razza”, spesso nascostamente, invade la nostra cultura che pur si dichiara aperta e moderna, ancora l’uomo ha bisogno di confronti e di sapersi differente, come se l’Uomo non fosse organicamente e geneticamente uno.

Questo saggio aiuta a non dare per scontato le brutture che a volte si leggono sui giornali, i confronti razzisti tra “noi” e “loro”, dove a volte si confondono i “noi” e dove per lo più “loro” sono non ben identificati e raccolti nelle paure ataviche di persone ingenue dalla memoria troppo corta. Un saggio bellissimo, che racconta un’Italia che assomiglia in modo quasi drammatico a quella attuale, nelle corruzioni e nei buoni sentimenti, tra una Chiesa che non volle prendere nette posizioni e i tanti sacerdoti di piccole parrocchie che hanno rischiato la loro vita per salvare quella degli altri, tra la ricchezza di pochi e l’estrema indigenza di tutti gli altri.

Mario Avagliano, Marco Palmieri, “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Da leggere
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesca Duranti, “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Francesca Forno, “La spesa a pizzo zero. Consumo critico e agricoltura libera, le nuove frontiere di lotta alla mafia”, Altraeconomia 2011
IL CLASSICO: Federico Garcia Lorca, “La casa di Fernanda Alba” q.e

CONTRO IL “MUOVISMO”, SI ALLE VACANZE ECOSOSTENIBILI
Massimo Acanfora, Silvia Leone, “Guida all’Italia eco-solidale. Turismo responsabile in 20 città”, Altraeconomia 2011
Federica Brunini, “Il piccolo libro verde del viaggio. 250 consigli ecosostenibili”, Morellini 2010
Andrea Poggi, “Viaggiare leggeri”, Terre di Mezzo, 2011
Angela Maria Serracchiolo, “Con le ali ai piedi. Nei luoghi di San Francesco e dell’Arcangelo Michele”, Terre di Mezzo 2010
Alessandro Berruti, Silvia Pochettino, “Turisti responsabili dalle Alpi alla Sicilia”, Terre di Mezzo 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Elisabeth Gilbert, “Mangia, prega, ama”, Rizzoli 2011
3. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Ernest Hemingway, “Il vecchio e il mare”, Mondadori 2000
Il 21 Luglio 1899 nasce lo scrittore statunitense Ernest Hemingway. Consigliamo il racconto “Il vecchio e il mare” dalla trama molto semplice e forse proprio per questo arriva dritta al cuore. Santiago è un vecchio pescatore cubano ormai abbandonato dalla buona sorte. Sono diventati ottantaquattro i giorni in cui non è riuscito a prendere alcun pesce. Manolo, il ragazzo che fin da bambino lo ha accompagnato in barca, a cui ha insegnato ogni cosa del mestiere di pescatore e nei confronti del quale nutre un profondo affetto, è stato costretto dai genitori a pescare su un’altra barca. Ormai tutti ritengono Santiago un vecchio privo di risorse colpito dalla sfortuna. Vive solo nella capanna del suo piccolo villaggio abbandonato da tutti, deluso e sfiduciato, come colpito da una maledizione. Manolo ricambia però il suo affetto e non manca di far capire a Santiago che preferirebbe pescare con lui. Manolo lo va a trovare tutte le volte che può; cerca di aiutarlo trasportando le lenze o la fiocina o la vela; gli procura le esche. E vederlo arrivare a mani vuote lo rende infinitamente triste e impotente.

Santiago prende nuovamente il mare da solo e questa volta un enorme pesce abbocca all’amo trascinando al largo la sua piccola barca. E’ una lotta molto dura quella tra Santiago e quel pesce spada lungo più di cinque metri; dura tre giorni e tre notti durante le quali il vecchio avrebbe tanto desiderato l’aiuto e il conforto di Manolo. Il pensiero del ragazzo lo accompagna sempre e gli da forza quando sta per cedere; ma c’è anche un altro uomo che lo aiuta in questo suo estenuante percorso e che ritiene un impareggiabile esempio. E’ l’italo-americano Joe Di Maggio, imbattibile capitano della squadra di baseball di New York. Grazie a loro e alla sua perseveranza, Santiago vince la lotta contro il “nobile” pesce. Ma la sua piccola odissea non è conclusa. Durante il viaggio di ritorno Santiago è costretto a fare i conti con gli squali che non vogliono mollare quella preda e che man mano gli strappano. Il vecchio riesce ad avere la meglio su quei pescecani, ma al suo rientro nel porto, del suo enorme pesce è ormai rimasta solo la testa e la lisca, quasi un simbolo di ciò che ha dovuto affrontare. Una vanificazione delle grandi speranze e di tutti gli sforzi? No, piuttosto un elogio della forza e della perseveranza, ma anche del rispetto per la natura e del risentimento per l’uccisione di un animale in fondo simile a lui, forte e solo.

Il linguaggio adottato da Hemingway è semplice anche se molte pagine contengono termini tecnici riguardanti la pesca che qualcuno potrebbe trovare noiosi. Diversi sono i temi che emergono in questo racconto. Prima di tutto l’amicizia e l’affetto tra il vecchio pescatore Santiago e la giovane leva Manolo; poi la solitudine, l’abbandono e lo sconforto di chi è ormai vecchio e quasi emarginato da tutti; infine la sconfitta in qualche episodio di vita, ma certamente non la sconfitta nella vita. Un libro per chi voglia trovare un brillante esempio di tenacia e caparbia; per chi voglia lottare e non avere rimpianti; per chi voglia ritrovare le forze e affrontare la vita con determinazione. Un racconto indimenticabile come gli occhi di Santiago che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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∞ Preparati, la nostra vita sarà un sogno eterno bagnato di poesia…∞

Tu, l'unico posto dove voglio essere...

La Massaia Pazza, 21 luglio 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Da quanto tempo non facevamo un bel dolce…presi dal caldo e dalla voglia di cose fresche ci eravamo distratti, ma eccoci qui, pronti a correre ai ripari, con un dolce meravigliosamente meraviglioso…e non vi lamentate che fa caldo…ne vale davvero la pena!

Ricetta della settimana
CANNOLI
Ingredienti per l’impasto: 350 gr di farina 00, 30 gr di burro, 30 gr di zucchero, 1 uovo, vino bianco frizzante per impastare.
Per il ripieno: 500gr di ricotta, zucchero q.b., cioccolato fondente spezzettato, canditi, 1 bustina di vanillina, a piacere rosolio di cannella per aromatizzare.
Mettete la farina a fontana sulla spianatoia, aggiungete tutti gli ingredienti e aiutatevi con il vino bianco per impastare, otterrete un impasto abbastanza duro che lascerete riposare per 15 minuti. Se vi piace, aggiungete un pizzico di cannella per rendere l’impasto più scuro.
Dopo 15 minuti, prendete l’impasto, passatelo con la macchinetta per la pasta e fate delle sfoglie sottili (io la passo al n° 4), tagliate dei quadrati e avvolgeteli intorno alle apposite canne per i cannoli, vanno bene quelle che trovate al supermercato, in acciaio, ma, ancora meglio quelle di canna di fiume o bambù.
A questo punto, tuffate le canne in abbondante olio bollente, fatele dorare per bene, e, una volta cotte, sfilatele delicatamente dalla canna e continuate allo stesso modo fino alla fine dell’impasto.
Ora preparate il ripieno. Mettete la farina in una bacinella e passatela con lo sbattitore, in un pentolino, mettete lo zucchero (circa 200 gr) e ricopritelo di acqua. Appena bolle, spegnete la fiamma e montatelo con il minipimer fino a quando diventa bianco come la glassa. Lasciatelo intiepidire a amalgsmatelo alla ricotta aiutandovi sempre con lo sbattitore, aggiungete poi, mescolando con la frusta a mano, il cioccolato e i canditi.
Aromatizzate con la vanillina e se lo preferite con il rosolio di cannella, e con il sac a poche riempite i cannoli.
Buon impasto a tutti!

Lo ammetto, quando arriva l’estate l’uncinetto diventa una specie di mania, non riesco a smettere. Dal sacchetto, agli orecchini, fino alla borsa, tutto mi sembra uncinettabile!
Questa settimana per voi il modello di una borsa che sto ancora ultimando, ma che vi consiglio di provare.
La misura dipenderà dal cotone che userete e anche dall’uncinetto, io ho scelto il n°5 e un cotone abbastanza spesso, inoltre, ho aggiunto altri 2 giri a maglia bassissima prima di iniziare i manici.
Affilate gli uncinetti…
BORSETTA UNCINETTOSA
Seguite lo schema che vedete a lato (cliccate sulla foto per ingrandire), sono tutte maglie alte e catenelle, semplice no?

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Antonio Cafiero, Sorrento e le sue delizie, Di Mauro 2009

Il lunedì a mezzogiorno (oggi mercoledì). Frasi di verità dalla letteratura internazionale

Amore mio,
sto aspettando di morire in una fredda stanza, e solo adesso posso scriverti. Mi hanno tolto ogni cosa, ma non prenderanno mai i miei pensieri e sentimenti. Non voglio la loro pietà o il loro perdono, perché mi basta sapere che tu mi credi. Voglio che tu cresca bene la nostra bambina e che le dica, quando sarà una ragazza, chi era il suo papà e perché è morto. Stanno arrivando… Devo andare… Con Amore.

(Carlo Giuliani, Natale 1995)

Macondo, 16 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Essere bambina, in Cina ∞
di Roberta Paraggio

C’è una metà dimenticata nella laboriosa e affollatissima Cina, maltrattata, abbandonata e senza voce in capitolo; c’è Xinran, una giornalista, autrice di questo “Le figlie perdute della Cina” (Longanesi 2011, caso editoriale in tutto il mondo), madre e donna che con crudezza e commozione cerca di rendergli giustizia, di ridargli la parola negata da secoli di ignoranza, povertà e credenze popolari.

In Cina, un sistema economico cristallizzato e arretrato, che non è riuscito a far fronte al boom economico, se non con leggi re
strittive in materia di controllo delle nascite, ha creato un’implosione sospetta delle nascite femminili. Neonate che scompaiono, famiglie che si allontanano dai propri villaggi per far nascere i propri figli altrove, con la speranza che siano maschi, che procurino forza lavoro, terra e pane.
Ci sono i dati sconvolgenti in questo libro, ma restano lì a far asettica statistica, quello che fa tremare sono le storie e le immagini che sembrano risalire ad altre epoche, a povertà dimenticate e superate,che come un getto gelato ci lasciano allibiti, nel presente, nel qui e adesso che è invece la crudeltà contemporanea.

Un piedino di neonata sporge da un secchio pieno d’acqua sporca e rifiuti di cibo, si muove ancora, piccolissimo e disperato, appartiene ad una bambina, ad una femmina che non lo userà mai per camminare, non può vivere, non avrà di che mangiare, sulla sua famiglia scenderà la vergogna, un velo impietoso di dolore che va celato, in attesa che nasca il maschio, quello che accenderà l’incenso agli dei nel tempio.
Storie di madri, di donne straziate, di padri solitari che abbandonano le proprie figlie in stazioni notturne e traboccanti,con la speranza che qualcuno le adotti, di ragazze madri travolte dall’ignoranza mescolata all’improvvisa occidentalizzazione dei costumi sessuali. Una società che si scontra sul doppio binario generazionale dei padri ancorati ai vecchi costumi e dei figli con un piede in una modernità che è solo scenografica.
La legge proibisce gli aborti selettivi e allo stesso tempo, lo Stato rilascia “certificati d’onore per genitori di figlio unico”, in nome di una contraddizione che inevitabilmente porta al reiterato sterminio selettivo che non risparmia nessuno, dalle studentesse ragazze madri alle contadine, fino alle professioniste affermate.

Sterminio può suonare forte come termine, può riecheggiare orrori su cui si spendono ogni anno lacrime di giustissimo pentimento, ma le cifre sono chiare e terribili, 120 mila bambine adottate alla fine del 2007, dati impossibili su quelle gettate, soppresse, strangolate dallo stesso cordone materno che diventa carnefice. Dunque, come si può utilizzare un termine diverso?

Ma Xinran, ha fatto di più che ascoltare le madri anonime, ha fondato l’associazione benefica The Mothers’ Bridge of Love, che si occupa dei bambini cinesi in difficoltà, in collaborazione con chi, in altri paesi ha adottato queste figlie della Cina, che vivono divise tra l’affetto della nuova famiglia e lo spaesamento di non sapere perché sono state abbandonate, con la speranza forse di ritrovarsi un giorno, di riabbracciare quelle madri che hanno lineamenti comuni, per stringersi e asciugare quegli occhi a mandorla che non hanno mai smesso di piangere.

Xinran, “Le figlie perdute della Cina”, Longanesi 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Agghiacciante
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∞ Fedele alla linea ∞
di Piero Ferrante

“E’ un paese che non può lasciarti indifferente, qualsiasi rapporto tu abbia avuto con lui, che lo ami o che lo odi”. L’Unione Sovietica ammirata attraverso gli occhi del filosofo e scrittore rumeno Vasile Ernu è racchiusa in questa citazione che apre “Nato in Urss”, diario di bordo attraverso un mondo che non c’è più, editato dalla casa editrice Hacca a novembre dell’anno passato.

Immaginate di calpestare selciati scomparsi, percorrere strade inghiottite dal tempo tenendo per mano soltanto la corporeità di un ricordo. Immaginate di rivivere, goccia a goccia, le sensazioni infantili, sforzandovi di assumere le pose di allora, di leggere con le emozioni di bambino ed il linguaggio da adulto. Immaginate il mondo spaccato in due. Questo è l’assioma di Ernu. Non giudizievole e risolutivo, solo descrittivo. Perché, con un tono da comunista mai pentito, gli spetta parlare inevitabilmente di quel mondo fermatosi d’improvviso non all’impatto contro un muro, ma di fronte al suo crollo; dell’Atlantide dell’ideologia che è stata la terra del Soviet, la grande repubblica delle repubbliche socialiste, la terra della speranza alternativa, “il più grande progetto politico-utopico della modernità”.

Ernu non è uno storico, non ne maneggia gli strumenti. Per questo “Nato in Urss” non è altro che una strampalata, sentimentale, ironica accozzaglia di soggetti ed elementi, di eroi e paesaggi. E’ comparabile ad una bancarella di cianfrusaglie, di quelle polacche, strabordante di cimeli, gonfia di Zorki dalla vita infinita, cipolle da tasca con l’effige di Lenin, bottoni artefatti dei cappotti dell’Armata Rossa. Patacconi tanto goffi da finire per essere ricoperti da una patina di poetica dignità che li assurge al rango di ricordi. Il materiale che espone Ernu è quello d’uso comune, proletario e non. Alcool, sesso, barzellette, case, letteratura, giochi. Persino la tualet sovietica trova parole per essere attualizzata e spiegata agli occhi pochi fantasiosi dell’Occidente capitalista, diventando il locus privilegiato dell’artista alla ricerca dell’intimità nel caos della komunalka.

Ogni tema è un racconto (in tutto 53), ogni racconto un contenitore, ogni contenitore un viaggio. Ernu, nel suo approccio scanzonato, pure rende la quotidianità della Rivoluzione bolscevica un cammino epico e trionfale. Quando la cucina era luogo di socialità, Lenin un compagno di tutti, il bere l’essenza stessa del comunismo (“Costruire il comunismo senza alcool è come fare il capitalismo senza pubblicità”), ed anche nell’atto supremo di una cacca occorreva assumere “la posa dell’aquila”. In questo sforzo letterario insolito e sfizioso, il filosofo rumeno riesce a donare una nuova immagine all’Urss. Nei suoi spruzzi giocosi e fieri di quotidianità, il Gigante dai piedi di ferro non è soltanto il mentore della pianificazione quinquennale, dell’industrializzazione forzata, della corsa all’armamento, ma la casa comune di un popolo orgoglioso e creativo, dedito alla causa del Partito ma ancora capace di darci dentro con i lampi di genio.

Quel che ne risulta è l’agiografia di un Santo rosso e potente, capace di miracoli laici e produttivi e di scatti d’impeto. E come in ogni agiografia, quel che conta è lo stile accattivante, il guinzaglio retorico, l’affabulazione golosa, che Ernu maneggia in pieno. “Leggete, invidiate, sono cittadino dell’Unione Sovietica”

Vasile Ernu, “Nato in Urss”, Hacca 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Dorogoi Tovarišči!
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∞ Die hard: Satana duro a morire ∞
di Angela Catrani

La figura di Satana, quasi assente nell’Antico Testamento se non come emissario di un Dio supremamente buono e supremamente cattivo e dispotico, diventa necessaria nel Nuovo Testamento come avversario perfetto di Gesù Cristo, nella visione quasi manichea di un Dio buono contro un demone cattivo, il diavolo appunto.

Dalle ultime vicende narrate nell’Antico Testamento ai primi Vangeli trascorrono quasi tre secoli, tre secoli bui, di dominazione straniera per gli ebrei palestinesi, una dominazione che non impediva il culto ma limitava di fatto la libertà, in cui i Romani rappresentavano tutto ciò che era male, per i costumi sicuramente più liberi di quelli dei giudei dei primi secoli a.C. e per il modo di fare supponente dei dominatori, che ritenevano i conquistati dei barbari, chiunque essi fossero.

Da questa prigione della mente oltre che fisica nacquero delle sette millenaristiche e apocalittiche, in cui la figura dell’Angelo maledetto, dell’Oppositore (così significa la radice ebraica stn, da cui Satana) assurge a elemento dominante contrapposto a un Dio di infinita bontà.

Gesù Cristo molto probabilmente, almeno dai documenti emersi dai rotoli ritrovati a Qumran, faceva capo a una di queste sette, gli Esseni, che ritenendosi superiori ai giudei, li criticavano aspramente. Da qui, dalla fiera contrapposizione di Gesù al capo di tutti i demoni dell’Inferno, che sconfigge risorgendo da morte, nacque la figura del Diavolo, che ha dominato incontrastato per duemila anni.

Georges Minois, nella sua breve ma esaustiva Piccola storia del diavolo ripercorre l’evoluzione che ebbe Satana dai primi secoli dopo Cristo fino ai nostri giorni, in cui il mito del diavolo viene ripreso in contrapposizione ai costumi correnti soprattutto dagli adolescenti, nella musica Heavy Metal e in un certo tipo di filmologia o letteratura.

Ma può ancora il diavolo fare presa nella coscienza oggi? Ancora ne abbiamo paura? Satana rappresenta, nel nostro immaginario, il Male, quel sentimento che sporca i nostri pensieri, come l’invidia, o la perfidia, o il sospetto, ed è sicuramente più facile attribuirlo ad altro fuori di noi, in una giustificazione dei nostri comportamenti dettati solo dal “diavolo che ci tenta”.

La Chiesa, oggi, pur non potendo rinnegare il diavolo (anche se non è dogma credere nel diavolo dato che sarebbe teologicamente impossibile), pure è molto attenta a non palesarlo, a non parlarne, cercando nei comportamenti malvagi e malati degli uomini anche l’aiuto della psicologia e della medicina.


Eppure resta nell’immaginario collettivo la paura del diavolo, che è anche attrazione, proprio perché è negazione e tabù. Probabilmente, se riuscissimo a razionalizzare i nostri comportamenti e i nostri sentimenti e ridurli all’umano sentire, che è fatto di bene e di male, riusciremmo una volta per tutte a non avere più paura del diavolo, e nemmeno del lupo cattivo.

Georges Minois, “Piccola storia del diavolo”, il Mulino 1999
Giudizio: 3 / 5 – Didattico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laureana 2011
IL SAGGIO: Adriano Labbucci, “Camminare, una rivoluzione”, Donzelli 2011
IL CLASSICO: Salman Rushdie, “I figli della mezzanotte”, q.e.

L’HAI UCCISO TU, COL TUO SASSO. DIECI ANNI DOPO CARLO
Giuliano Giuliani, Haidi Giuliani, Antonella Marrone, “Un anno senza Carlo”, Dalai 2002
Simona Orlandi, “Carlo Giuliani. Anche se voi vi credete assolti”, Aliberti 2006
Paola Staccioli, “Per sempre ragazzo. Racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani”, Tropea 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008
3. Geronimo Stilton, “Vacanze per tutti”, Piemme 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Laura Esquivel, “Dolce come il cioccolato”, Garzanti 2008
La cucina fa parte delle magnifiche arti a cui l’umana specie ha la fortuna di accedere. E la cucina di Tita, sensuale protagonista del romanzo della Esquivel, è un’arte a tutti gli effetti e tra le più raffinate. Le sue ricette – grazie all’utilizzo di ingredienti ricercati e all’alchimia della loro unione – sono l’espressione più alta della passione nei confronti dell’uomo che le è stato negato.

La medesima metaforica passione che Tita manifesta nei confronti della magia dell’Esistenza tutta. Tita e Pedro si amano già da adolescenti ma, a causa delle regole sociali alle quali ancora agli inizi del secolo scorso le donne messicane erano sottoposte, a Tita non è concessa la possibilità di sposarlo. Pedro, pertanto, acconsentirà a sposare la sorella maggiore con il segreto intento di continuare a vedere la sua giovane amata. È nella consacrazione alla cucina, con la messa in opera di ricette intriganti e ricche di quegli ingredienti piccanti che danno l’accento ai sapori, attraverso un rito dal gusto magico, con l’aiuto di tecniche alchemiche che hanno il potere di cambiare i destini delle persone, che Tita riuscirà a raggiungere l’amato con tutta la sua sensuale dedizione. Ogni mese una ricetta nuova ed appetitosa andrà ad alimentare una passione calda e vergine, fino a culminare in un amore impetuoso impossibile da tenere a bada. Tita e Pedro iniziano così ad amarsi in clandestinità, mentre tutto intorno a loro nel corso degli anni si trasforma, tutto tranne la loro passione che, al pari delle ricette culinarie di Tita, rinnoverà puntualmente un appetito atavico e senza fine.

È il Messico delle rivoluzioni, delle tradizioni che cambiano perchè in continua trasformazione, di decadenti atmosfere borghesi che somigliano sempre più a quadri vuoti dalla cornice pomposa. È il Sud America impregnato di odori seducenti e di immagini surreali, di fantasmi che tornano a vagare nelle stanze in cui hanno vissuto vite falsate, quel continente caldo e trepidante dove tutto viene consumato attraverso una passione estrema e sensuale, fatta di fuoco.E sarà proprio il fuoco, che mai si era spento tra i due amanti, che renderà immortale il loro amore, proprio quando il destino sembra concedere loro una chance di vita. Un fuoco che nel cancellare il teatro di un’intera epoca di ingiustizie e spreco di sentimenti veri, dove gli uomini e le donne erano costretti a recitare parti assegnate loro da un destino crudele, spesso manipolato da esseri umani altrettanto crudeli, andrà a bonificare il palcoscenico di tanta passione in cattività, trasformandolo nel più fertile terreno di vita. La vita appassionata di Tita, donna dolce e forte che ha saputo canalizzare la sua passione attraverso il magico connubio di cibo e amore, che non smetterà mai di esistere nei nostri cuori con quella innata gioia di vivere che emana aromi e sapori inebrianti, sollecitando il senso più lusinghevole che possediamo: il gusto.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, Stato Quotidiano

∞…distinguer nei sogni il falso dal vero…∞

Lavello (PZ), luglio 2011

La Massaia, 14 luglio 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Care Massaie e cari Massai, siete andati al mare? Noi si, e tra un bagnetto e l’altro non ci siamo dimenticati certo di voi, anzi, abbiamo sperimentato una ricetta nuova di ritorno dal mare, dopo aver raccolto in campagna un bel mazzetto di rucola selvatica…guardate cosa abbiamo preparato per rinfrescare il palato.

Ricetta della settimana
PENNETTE CON PESTO DI RUCOLA E POMODORINI
Ingredienti: 100 gr di rucola, pomodorini, un cucchiaio di parmigiano, olio, aglio, pennette lisce
Lavate la rucola e utilizate le foglie più tenere, mettetela in una ciotolina o nel bicchiere del minipimer e aiutandovi con un filo d’olio, un pizzico di sale e un cucchiaio di parmigiano, passatela fino a farla diventare una crema omogenea.
Mettete sul fuoco una padella con dell’olio e uno spicchio d’aglio, fatelo dorare e toglietelo dall’olio, a questo punto, a fuoco lento, aggiungete il pesto di rucola e i pomodorini tagliati a pezzetti. Fate cuocere per 3 minuti circa. Cuocete le pennette e conditele con il pesto ottenuto, se dovesse risultare troppo asciutto, aggiungete un mestolo d’acqua di cottura della pasta.
Se non amate il gusto amarognolo della rucola selvatica, utilizzate quella coltivata che “pizzica” meno.
Buon appetito!

Com’ è bello e rilassante uncinettare sotto l’ombrellone, quando tutto tace, all’ombra e col venticello che porta il profumo del mare. A noi è venuta l’idea di realizzare una bella borsetta, tanto si sa, le borse non bastano mai!
MINI BORSA MARE ALL’UNCINETTO
Bello, ma come si fa? Occorrente: Uncinetto n°5, 300 gr di filo abbastanza spesso
Con l’uncinetto, avviate una catenella di 40 maglie, voltate e sulla prima maglia lavorate 3 maglie alte,( in questo modo creerete lo spessore del fondo). Continuate così, aumentando alle 2 estremità, fino ad ottenere il fondo della misura che vi serve. A questo punto, continuate a lavorare sempre in tondo e a maglia alta per circa 12 giri senza aumenti. Adesso, iniziate il traforo, e cioè, una maglia alta, 2 catenelle e una maglia alta, continuate così per 6 giri e poi riprendete a lavorare maglie alte semplici per altri 7 giri.
La borsa è finita, non vi resta che realizzare i manici nella misura che preferite con la tecnica del cordoncino che vi ho spiegato qui.
Attaccate i manici con un punto bassissimo sul rovescio, e se vi va create una fodera vivace per l’interno…io non ho fatto in tempo!

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Eaton Jan, Enciclopedia delle tecniche ad uncinetto, Il Castello 2010

Macondo, 9 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Madonne, piogge torrenziali e l’ispettore senza nome ∞
di Piero Ferrante

Alice Beltrame si è allontanata nella canicola di Ferragosto. Sono passati 10 anni dalla sua misteriosa dipartita e foglietti dal contenuto sibillino invadono la noiosità trevigiana. Sono i resoconti dettagliati delle avventure sentimentali di Alice, mancano i nomi dei personaggi, ma, le professioni, i vizi e le inesistenti virtù lasciano poco spazio agli indovinelli. La città bene trema, echeggia un rumore d’ossa che non porta nulla di buono, sarà lo scheletro che l’alluvione ha fatto venir a galla, quello che molti, tra cui la Madonna in persona, asseriscono essere della scomparsa.

L’ispettore Stucky è incerto, naviga senza boa nella pioggia che invade le strade, tra le certezze di una veggente quindicenne di nome Aisha e le reticenze delle Beltrame, è un mistero caliginoso, in cui si rischia di andare a fondo, non mancano infatti i depistaggi e le false piste raccolte sulla via degli amori di Alice, idrosolubili, liquidi, che scorrono via. L’Amore è idrosolubile è un giallo che sembra affacciarsi dal bianco e nero dei quotidiani locali, cronaca nera con quel po’di pruriginoso che tanto piace “alla gente”, ben amalgamato con lo scalpore suscitato dalle apparizioni mariane.

Fulvio Ervas conosce i tempi del giallo e quelli della notizia, sa sbattere il mostro in prima pagina, ma, lo fa con savoir faire narrativo, affidandosi a Stucky, alla sua flemma mezzo persiana e mezzo veneziana, e a personaggi di contorno che distraggono con le loro divagazioni sulla vita. Lo zio venditore di tappeti e le sue romantiche storie, Michelangelo, adolescente in fase ribellistica, destabilizzatore delle amene vite trevigiane, sovvertitore della quotidianità sonnolenta, Argo, cane beone e sorridente.

Come l’attesa di un treno in una stazione di periferia, una narrazione poco rumorosa, a sirene tutt’altro che spiegate, fino ad arrivare alla soluzione del giallo, crudele e non prevedibile. Il male si insinua nelle vite soddisfacenti, la quotidianità si svela meschina, la gelosia si trasforma in invidia feroce e distruttiva. La nebbia del nordest che lavora avvolge nel silenzio una tragedia non annunciata.

Fulvio Ervas, L’amore è idrosolubile, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male…
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∞ La testa per aria e negli occhi la luna ∞
di Roberta Paraggio

Moon ha diciannove anni, un viso pallido incorniciato dai capelli neri e un sorriso che disvela ancora tutti i denti sani, nonostante la vita grama. Il suo nome lo hanno inventato per lei i compagni di strada, per cancellare quello che è stata prima. A Place Saint Mitch ce l’hanno tutti un soprannome, tutti hanno un passato che non ci è dato sapere, e un futuro di cui non vogliono rendere conto. Volontari di una vita randagia, senza documenti né licenze per camminare sulla retta via, nessuno glielo ha insegnato a stare al mondo, e loro, ne hanno sgraffignato un piccolo angolo costruendolo cartone su cartone, straccio su straccio.

Moon ha tanta vita, dorme con il suo cane Comete in una grande scatola che era stata contenitore di un frigo, poi il frigo è finito in qualche confortevole appartamento, e, l’involucro, piantato davanti ad un negozio di fiori, è diventato la sua casa. Un monolocale panoramico, vista vita e vista luna. Moon ha un sorriso che vende ai passanti, col candore di un Amelie Poulain stracciona, munita di sogni sopiti e avvenire non pervenuto.

Ameliè affondava le dita nei legumi, Moon al massimo li sgraffigna, con la miseria a tracolla, scrive su un taccuino arancione, (fregato anche quello), prova a mettere insieme una storia da regalare al suo amore per Natale, ma Fidji se ne andrà, e le parole sconnesse resteranno sotto il suo cuscino freddo a guardare la luna tonda e sottile. Quelle sbavature di inchiostro diverranno lascia passare per la possibilità, veicolo di cambiamento, grazie a Slam, amico ed ex carcerato, che crede in lei, che prova a metterla per la prima volta nella sua vita dentro qualcosa, non fuori, non spettatrice, protagonista di una vita nuova con cui non sa confrontarsi.

Maud Lethielleux, in questo “Da qui vedo la luna”, descrive con leggerezza la crescita di una ragazzina che diventa donna in un contesto del tutto insolito, non indugia sui particolari del passato, Moon si presenta così com’è al lettore, senza traumi e sfaccettature psico-pedagogistiche, con la verità e il sarcasmo che la strada le ha insegnato, col rifiuto dell’omolagazione a tutti i costi, col suo ghignare sulla libertà dei lavoratori dipendenti, la paura di diventare altro e l’indolenza di chi non è abituato a scegliere. Moon è una piccola donna e lo sa, non si da arie, si sente vissuta ma non saggia, rischia di invecchiare senza crescere, non è un’eroina, non ci fa commuovere con i suoi fiammiferi da vendere, non esce da una fiaba strappalacrime, ha scelto la libertà, quella di essere una cometa che guarda la luna.

Maud Lethielleux, “Da qui vedo la luna”, Frassinelli 2011
Giudizio: 3 / 5 – Con le ali ai piedi
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∞ Una profonda linea d’ombra ∞
di Angela Catrani

Watanabe Toru ha 18 anni ed è appena arrivato a Tokio per frequentare l’Università. Ha lasciato la sua città, i suoi genitori e il suo migliore amico Kizuki, che si è ucciso pochi mesi prima. Questa morte improvvisa e sconvolgente lo ha lasciato solo, stranito, confuso, incerto, senza più gioia o voglia di andare avanti. Eppure il suo corpo continua a vivere, immerso nella lettura e nella musica.

L’incontro con Naoko, la fidanzata di Kizuki, è come un regalo a cui aggrapparsi con forza, è una risorsa, una speranza. Ma Naoko non sta bene, il suicidio di Kizuki pesa come un macigno nella sua psiche delicata e fragile, già devastata da precedenti lutti, ed episodi allucinatori la costringono al ricovero in una speciale clinica psichiatrica. E poi, nella vita di Toru, compare Midori, ragazza esuberante, infelice ma viva, calda, luminosa, nonostante debba affrontare appena vent’enne l’ennesimo lutto.

La morte. Questo libro è intriso di morte e di dolore, ma è un libro comunque aperto alla luce e alla speranza.Watanabe Toru è un giovane coraggioso, gentile, riflessivo, educato, e soprattutto sincero. Non cade nell’autocommiserazione o nell’autocompiacimento. Si dà una regola di vita, di studio, di lavoro. E’ metodico e preciso. Rappresenta l’ancora al quale aggrapparsi per gli amici che lo incontrano e forse proprio per questa sua attitudine gentile all’aiuto e all’ascolto attira gli infelici e gli irrisolti.

In una Tokio già super moderna, pur essendo il romanzo ambientato agli inizi degli anni ’70, gigantesca e caotica, Watanabe non si perde, rimane fedele a se stesso e sa amare, con forza e coraggiosamente. Non permette a se stesso di lasciarsi andare, non trascura di vivere, non concede nulla alla depressione strisciante e velenosa dei suoi amici.

Un “romanzo di formazione” incoraggiante e reale.

E poi c’è la questione della sessualità, che in Giappone è vissuta in maniera decisamente diversa dall’Occidente dominato dalla Chiesa, con le sue inspiegabili chiusure mentali. All’interno del romanzo la sessualità è onnipresente. I rapporti d’amore tra ragazzi e ragazze includono necessariamente il sesso, ed è lì che si incuneano le fratture, le incertezze, la difficoltà del vivere. Watanabe fa l’amore con Naoko solo una volta, e per la ragazza vivere la sessualità in modo reale e dolce scatena fantasmi e paure che la portano prima in una clinica psichiatrica e poi alla morte.

Il romanzo è incentrato esclusivamente su questi giovani, i genitori sono assenti o corpi dolenti in un letto di ospedale. Unica presenza matura è Reiko, donna dal passato travagliato ma capace di grandi sentimenti, l’unica che sa cogliere il senso di colpa generato dalla voglia di vivere di Watanabe e l’unica in grado di sapere trovare le parole per dirgli che la vita potrà andare avanti, che dovrà scegliere la felicità e non rimanere incastrato nelle profondità di morte dei suoi amici.

Un romanzo complesso, in cui riconoscersi e da cui allontanarsi. Un incontro con una cultura giapponese attratta dal mondo occidentale, ma ugualmente misteriosa e affascinante, con i suoi rituali, il cibo, gli usi e le tradizioni inconsuete e vorremmo quasi dire magiche.

Murakami Haruki, “Norwegian wood”, Einaudi 2006
Giudizio: 4 / 5 – Romantico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Dante Maffia, “Milano non esiste”, Hacca 2011
IL SAGGIO: Miriam Giovanzana, “Il vento è cambiato”, Terre di Mezzo 2011
IL CLASSICO: Ernesto de Martino, “Sud e magia”, q.e.

IRRINUNCIABILE COME L’ARIA CHE RESPIRIAMO: LA LEGALITA’ OGGI
Mario Caligiuri, “Cultura della legalità. Come lo Stato sta combattendo la ‘ndrangheta”, Rubettino 2011
Flavio Tranquillo-Mario Conte, “I dieci passi. Piccolo breviario sulla legalità”, Add 2010
Roberto Luciani-Morgana Clinto, “Dalla parte giusta. La legalità, le mafie e noi”, Giunti Progetti Educativi 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “Le luci di settembre”, Mondadori 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Stefano Bartezzaghi, “Sedia a sdraio”, Salani 2011
Come si gioca a Sedia a sdraio? Immobili sotto l’ombrellone, in campeggio, al fresco sotto un albero, o in macchina mentre aspettate speranzosi il diradarsi di una coda chilometrica al casello; in terrazzo, per non sentire la tv dei vostri figli, o in metropolitana, mentre andate al lavoro. Si può giocare ovunque: anche in poltrona, d’inverno, davanti al caminetto. Basta chiudere gli occhi. E se proprio non volete giocarci voi, potete sempre insegnare una Sedia a sdraio al vostro vicino di ombrellone, magari finalmente la smetterà di parlare a ruota libera!
Prendi le ferie, parti per il mare, trovi una spiaggia, ti spogli quasi del tutto, apri una sedia a sdraio, ti ci adagi, chiudi gli occhi. INCOMINCIA IL MISTERO. Cosa si fa quando non si sta facendo nulla? A che gioco giochiamo, mentre il sole ci abbronza? Il tempo che si passa sulla sedia a sdraio, immobili e taciturni, può essere utilmente dedicato ad allenamenti mentali.

“Le bocce e lo yo-yo, il ping pong e il calcio, il gioco dell’oca e i videogame in cui si spara agli alieni. Quasi ogni gioco e ogni sport di quelli che impegnano normalmente i muscoli ha un possibile equivalente da giocare solo tra sé e sé. Basta conoscere le regole e rassegnarsi all’impossibilità di vincere senza essere simultaneamente sconfitti”. Preferite giocare COL LEGO o COLL’EGO? Dimenticate carta e penna, chiudete gli occhi e preparatevi a giocare con niente e con nessuno. Tennis da sdraio, jogging mentale, anagrammi, canzoni – rovello, limerick, yo – yo verbale, logogrifi, meta grammi, lipogrammi, gioco dell’oca da sdraio, battaglia mentale, gratta e vinci, lego con le parole, “le dieci cose che”, genealogia enigmistica, sparare ai fosfeni… Per allenarsi senza muovere un dito!

“Sapete com’è fatto un logogrifo? Adesso è perfettamente inutile che vi allarmiate e vi rialzate dalla sedia a sdraio per scrutare il mare, si profilasse casomai al largo la coda del fratello del mostro di Loch Ness o la sagoma di un T – Rex giurassico. Vi siete fatti suggestionare dal nome, ma il logogrifo non ruggisce, non sputa fuoco, non morde, non sbrana, non abbatte case e alberi con la cosa rostrata. Il logogrifo è un gioco. In una scala di difficoltà da uno a dieci, se lo giocate con carta e penna vale quattro; scrivendo sulla sabbia, cinque; a mente e a occhi chiusi, sei. ”

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

∞ Mio fratello che guardi il cielo… e il cielo non ti guarda ∞

Borgo Mezzanone (FG) 2011

La Massaia Pazza, 7 luglio 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Voglia di sole e di vacanze in Casa Massaia, e di cose buone, ovviamente, che ne dite di una bella ricetta con le verdure di stagione?
Fresca, facile da fare e buonissima, eccola per voi…

Ricetta della settimana
ZUCCHINE ALLA SCAPECE Ingredienti: Zucchine, menta, aglio, aceto balsamico
Tagliate le zucchine sottili e a a rondelle e friggetele in olio bollente, fatele dorare bene. Mettetele in una terrina, salatele e conditele con aglio fresco a pezzetti, foglioline di menta e un goccio di aceto balsamico.
Con lo stesso procedimento potete fare anche le melanzane.

Avete voglia di una cena a due? In riva al mare magari, o in campagna, o semplicemente a casa vostra? Le ricette le avete, manca quel qualcosa in più per rendere speciale la vostra tavola. E, qui, a Casa Massaia abbiamo pensato anche a questo con i nostri
PORTATOVAGLIOLI PERSONALIZZATI
Bello, ma come si fa? Occorrente: Rotoli di cartone, fogli di giornale, colla vinilica, colori acrilici, pennarello nero.
Prendete i rotoli di carta (perfetti quelli dell’alluminio e del cellophane), tagliateli col taglierino, formando degli anelli di 4, 5 cm di spessore, ricopriteli con carta di giornale passando tra uno strato e l’altro la colla vinilica mista ad acqua. Lasciate asciugare bene, poi, passate il colore acrilico della tonalità scelta. Fate asciugare anche l’acrilico e col pennarello scrivete i nomi dei vostri ospiti.
Buon lavoro!

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Ciro Pistillo, Attilio Littera, San Severo. Ricette del terrazzano. Ricette di cucina e medicina popolare sanseverese, Malatesta 2009

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Macondo – La città dei libri

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