La Massaia Pazza, 30 giugno 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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La canicola non ci fermerà! Alle prese col gran caldo, non abbiamo rinunciato alla buona tavola, unica eccezione questa settimana, un piatto che si può gustare anche freddo, da preparare volendo anche qualche ora prima, per non perderci il piacere di un bel piatto di pasta e non cedere ad una banale insalata di riso.
Su, forza, tutti ai fornelli!

Ricetta della settimana
PASTA CON POMODORINI E CACIORICOTTA
Ingredienti: 500 gr di penne rigate, 150gr di cacio ricotta, pomodorini, aglio, qualche foglia di basilico.
Mettete l’olio in una padella con l’aglio, lasciatelo scaldare, ma, non lo fate soffriggere,
appena l’olio sarà caldo, spegnete la fiamma, e, aggiungete il cacio ricotta grattugiato.
Rimettete la padella sul fuoco e lasciate sciogliere il cacioricotta a fiamma non troppo alta. Aggiungete i pomodorini tagliati a cubetti e precedentemente conditi con olio, sale e basilico. Scolate le penne e conditele.

Che ne dite di una bella cena all’aperto? E di un abito bianco che fa tanto estate? Belle idee vero? Ma cosa le accomuna? L’accessorio! Si si, prpprio lui, l’immancabile dettaglio. Questa settimana per voi, le nostre stelle marine in cartapesta, semplici e multiuso, dal segnaposto, alla collana, fino all’orecchino per chi se la sente di osare.
STELLE MARINE IN CARTAPESTA
Bello, ma come si fa?
Occorrente: Acqua, colla vinilica, carta di quotidiano, colori acrilici, lucido per finitura.
Mescolate acqua e colla vinilica, strappate i fogli di quotidiano in piccoli pezzi e lasciateli a mollo in acqua e colla per almeno 30 minuti. A questo punto, strizzate la carta per liberarla dall’acqua in eccesso, e con questa poltiglia create dei salsicciotti che andranno a formare le vostre stelle marine da dipingere e lucidare nel colore che più vi piace.

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Esther Martel, Piera Nocentini, Arredare con la cartapesta, Fabbri 2010

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Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

La Massaia pazza, 23 giugno 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Primo giorno d’estate secondo il calendario…caldo meraviglioso a Casa Massaia, voglia di sapori e odore di impasto che lievita in fretta per diventare bontà e morbidezza. Cosa c’è di meglio di una focaccia? Buonissima anche fredda, ottima il giorno dopo per la colazione o per merenda. Forza, non perdiamo tempo, impastiamo!

Ricetta della settimana
FOCACCIA ALLA CARMELA
Ingredienti: 1 kg di farina, 600 gr di patate lesse, 25 gr di levito, latte q.b., 30 gr di sale
Bollite le patate e ancora calde spellatele e passatele nello schiacciapatate, unite la farina e il sale e cominciate ad impastare con il latte tiepido nel quale scioglierete anche il cubetto di lievito.
Impastate fino ad ottenere un impasto liscio che farete lievitare 2 volte, 3 nella ciotola dove l’avete impastato e circa 30 minuti nella teglia che andrà in forno. Condite a piacere.

Io e il Signor Massaio scattiamo una marea di foto, tutte bellissime, ognuna col suo significato speciale, e, ogni volta le cornici che troviamo non ci sembrano degne. Banali, pacchiane, o semplicemente troppo costose.
Che fare? Arrendersi al minimalismo della abominevole e sciatta cornice a giorno o fare da noi?
Semplice…la seconda opzione è quella che ci piace di più.
PORTAFOTOGRAFIE DECOUPATO
Bello, ma come si fa?
Occorrente: Vecchie cornici, acrilico bianco, carta da regalo o da decoupage, colla vinilica mista ad acqua, lucido di finitura..
Prendete delle vecchie cornici o cornici nuove che non vi piacciono, smontate il vetro e spolveratele per bene.
Passate l’acrilico bianco su tutta la superficie e lasciate asciugare per bene. Una volta asciutto, ritagliate la carta che avete deciso di utilizzare e con un pennello iniziate a spennellare di colla e acqua la superficie della cornice. A questo punto, appoggiate delicatamente la carta, facendo attenzione agli angoli, e, spennellate on cura. Lasciate asciugare, e, passate il licido di finitura per rendere il vostro portafotografie più bello e soprattutto per proteggerlo dalla polvere.
Semplice e veloce come piace a noi, e perchè no un’ ottima idea regalo da personalizzare.

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Alessandra Meldolesi, Il libro del pane, Ponte alle Grazie

Stato Quotidiano

Il lunedì a mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura internazionale

“Tutti hanno leccato il culo agli operai, dai politici agli industriali, dai dittatori ai preti” (Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”)

Macondo, 18 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Con la penna nell’Inferno ∞
di Roberta Paraggio

Peppe Lanzetta è crudele. Vincent Profumo è cruento. E, Napoli, in questo ultimo romanzo di Lanzetta edito da Garzanti, “Infernapoli” (2011), è ancora più disperata e putrida.

Storia di un boss che si inonda di Guerlain come una ottuagenaria tenutaria, per non sentire la puzza di schifezza che lo rincorre fin negli incubi della notte partenopea. Volgare e cafonazzo, cerca redenzione nella voce di Maria Callas e se ne commuove. Ma lo fa in maniera sbracata, in slip leopardati, panza penzolante e orrendo riporto ingelatinato. Genuflesso davanti a un Padreppio formato famiglia. A Pietralcina una volta al mese con la prole, sembra proprio un bravo cristiano. Però lui no. Lui è Vincent Profumo, e i suoi scagnozzi hanno nomi rubati alla lirica e puntualmente declinati alla partenopea: Falstàff, Parsifàl…

Lanzetta come sempre è grande nel riportare la grettitudine e l’oscenità di un mondo infernale eppure quotidiano, creando personaggi come Vincent, Jonny Tarallo, Giggino o’ finanziamento che già sono imparentati con altri che bazzicano i mondi letterari dello scrittore, e consanguinei cinematografici figli di quel cinema napoletano che sa raccontare la tragedia senza straripare nella facile sceneggiata. Pensiamo a Pater Familias di Francesco Patierno, a Luna Rossa di Antonio Capuano all’ipnotico Imbalsamatore di Matteo Garrone.

Infernapoli è un libro lurido, nel linguaggio e nelle immagini evocate. Non fa sconti, non indulge, non ha amore ma solo sesso degradante e ululante. Neanche l’affetto di Vincent Profumo per le figlie Maria Sole, Maria Luna e Maria Stella riuscirà a farlo tornare sulla retta via che probabilmente non ha mai conosciuto.

Ci sono cinesi che vogliono rubargli la piazza della prostituzione, omicidi, tradimenti, vendette trasversali, preti pedofili, figlie ca’ panza annanz, mogli insoddisfatte che cornificano con idraulici nerboruti, in un‘oscena baraonda di corpi sudati ed ostentati, mollicci e caldi, freddi di morte violenta, sciolti nell’acido, sezionati per divertimento.
E c’è una puzza che appesta l’aria, di diossina, di merda, di monnezza e di paura, quella che di notte fa rigirare in un letto di sudore e capelli bianchi, è la puzza di una vita in un vicolo scuro scuro, che non ti fa scegliere, che ti strozza mentre Vincent Profumo si ingozza con le mani unte.

E c’è Donna Cuncetta del basso che non ha più il mare da guardare, ha affogato nel tuppo nero un altro dolore, un figlio sparato, un cravattaio che passa e spassa, un nuovo sfogo da tacere nel suo inferno di silenzio e terrore.
Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
Giudizio: 3, 5 / 5 – Realismo tragico
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∞ Disobbedienza di genere ∞
di Piero Ferrante

Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato
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∞ Simboli laici ∞
di Angela Catrani

Quando entro in luogo pubblico, sia esso una scuola o un tribunale, o un semplice ufficio delle imposte, l’occhio, spesso nolente, mi cade sul crocefisso, tristemente e solitariamente appeso in alto, vicino al soffitto. Una semplice croce di legno, per lo più. E non reputo il crocefisso un bel simbolo da apporre in un luogo che è di utile necessità per tutti i cittadini. Perché i cittadini possono anche essere per la stragrande maggioranza cristiani e dunque ritrovare nel crocefisso appeso un simbolo a loro caro, ma che significato potrà mai avere per un cittadino ebreo o mussulmano questo eterno simbolo di morte?

Dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il fatto che l’Italia è multiculturale e multireligiosa e non possiamo nasconderci con dietrologie patetiche in riferimento a un’identità culturale cristiana che investa l’Italia intera. Non sono nemmeno duemila anni che l’Italia è cristiana, prima aveva negli dei dell’antica Roma i suoi riferimenti e prima ancora altri dei e prima ancora fuoco acqua terra e aria.

Con una puntigliosa, sarcastica, incisiva disanima il professor Sergio Luzzatto, docente dell’Università degli studi di Torino, nel suo saggio “Il crocifisso di Stato” si scaglia, è davvero il caso di dirlo, contro quei politici, a cominciare dal Presidente della Repubblica, che dichiarano importante e fondamentale avere la croce affissa nei luoghi pubblici come simbolo identitario dell’Italia unita.

Dunque un crocefisso tricolore?

In realtà il crocefisso appeso nei luoghi pubblici ha origine nei decreti mussoliniani dopo la marcia su Roma, quando l’approvazione della Chiesa era necessaria a mascherare le nefandezze delle camicie nere. E nel ’48 non si ritenne di dover calare giù dai muri le croci dato che i tempi tristi del dopoguerra consigliavano prudenza. Arriviamo dunque al 1984 e alla netta separazione della Chiesa dallo Stato, che costituzionalmente è laico, tramite il Concordato. Ma il crocefisso è ancora là, dato che oramai è considerato simbolo dell’Italia Unita, dato che “in fondo non offende nessuno”, dato che “è simbolo di pace”.

E dunque due cittadini, due professori della scuola superiore, i coniugi Montagnana, si armano di buona volontà e partono alla carica contro questo uso simbolico distorto di una croce. Devono passare vent’anni di tribunale per avere ragione, perché alla fine e a seguito di ben altre vicende, e siamo nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dichiari fuori legge il crocefisso sulle pareti dei luoghi pubblici. Il parlamento italiano tutto si appella contro questa decisione e a tutt’oggi non abbiamo ancora un parere definitivo.

Eppure.

Eppure centocinquant’anni fa l’Italia fu unita contro il Vaticano, Roma fu presa attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si trattenne prigioniero volontario dentro le mura del Vaticano. Durante il Risorgimento la spaccatura era netta, e a cominciare dall’inno di Mameli, non si fa alcun riferimento a una Chiesa che non aveva alcun vantaggio né economico né sociale a uno stato interamente unificato. Ma oggi a queste cose non pensiamo, oggi è più scandaloso pensare di togliere una croce di legno da un muro bianco che alla moralità di uno stato, al decoro, all’integrazione reale tra cittadini, a un multiculturalismo che porta ricchezza e crescita umana.

Lo stato italiano secondo la sua Costituzione è laico e ciò non significa che è immorale, come forse paventa qualche ecclesiastico, ma che è aperto ad accogliere in maniera paritaria qualsiasi religione o filosofia di vita di ogni suo cittadino.
Non ci spaventi il muro bianco, afferma il professor Luzzatto, sia invece occasione di creatività, di possibilità, di scelta personale: si dia pertanto ai cittadini la scelta di un simbolo reale dell’Italia, scevro da qualsiasi implicazione religiosa che, sempre, lascerebbe scontenti gli uni o gli altri.
Sergio Luzzatto, “Il crocifisso di stato”, Einaudi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Riflessivo
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Seita Parkkola, “L’ultima possibilità”, San Paolo 2011
IL SAGGIO: Dario Piombino-Mascali, “Il maestro del sonno eterno”, La Zisa 2011
IL CLASSICO: Italo Calvino, “Giornata di uno scrutatore”, q. e.

DAL PALLONE A MACONDO, UNA VITA LATINAMERICANA – LIBRI PER GIANNI MINA’
Gianni Minà, “Politicamente scorretto”, Sperling & Kupfer 2009
Gianni Minà. “Fidel Castro”, Sperling & Kupfer
Gianni Minà, “Un continente desaparecido”, Sperling & Kupfer

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Camilleri, “Il gioco degli specchi”, Sellerio 2011
2. Serena Dandini, “Dai diamanti non nasce niente”, Rizzoli 2011
3. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Silvio Muccino – Carla Vangelista, “Parlami d’amore”, Rizzoli 2006
Sasha, Nicole, Benedetta, Lorenzo. Sasha, un ragazzo con la tentazione di farla finita perché pensa che il suo passato, quelle che sono state le colpe dei suoi genitori, fanno parte del suo patrimonio genetico. Un ragazzo dai capelli impettinabili e tanta voglia di vivere accompagnata da tanta paura ed il rischio incombente di cadere nell’autodistruzione.

Nicole, quarant’anni, un armadio di tailleur e golf neri, un aria sicura, soluzioni e istruzioni per vivere ma che sa solo consigliare, un passato lasciato dietro questa maschera di sicurezza, una maschera fatta di creta però che in una notte di pioggia a causa di un tamponamento comincia a sgretolarsi…..

Benedetta un corpo che si presta alla vita, un anima corrotta dalla perversione.

Lorenzo un marito.

I capitoli si alternano mostrando di volta in volta i punti di vista di Nicole e di Sasha offendo un punto di vista sia maschile che femminile di una stessa vicenda. “Parlami d’amore” un titolo che, a mio avviso, forse va a sminuire quello che può essere il valore narrativo di questo libro, che d’amore parla sì, ma di amore per se stessi, di amore per la vita, di amore nell’affrontare con forza e dignità i propri fantasmi e riemergere più forti e soprattutto sereni. Un libro che ha bisogno di una certa predisposizione per cogliere appieno i “colori narrativi”, per me è stata una sorpresa dover accantonare il mio scetticismo nei confronti di Muccino, in quanto non vedevo di buon occhio questa idea di improvvisarsi scrittore (non a caso queste mie remore mi hanno fatto lasciare sullo scaffale questo libro per lungo tempo), una bella sorpresa insomma un bel libro che lascia molto riflettere su quanto siamo capaci di autoinfliggerci sofferenza e di come una volta toccato il fondo ci si renda conto che si può tornare a salire.

Macondo, Stato Quotidiano 18 giugno 2011

∞ Luminarie di luce ∞

Foggia, Chiesa di San Pasquale

La Massaia Pazza, 16 giugno 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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A Casa Massaia detestiamo i surgelati, è vero, sono comodi, è vero, non si sa mai gli ospiti improvvisi…però…vuoi mettere la differenza con le cose buone di stagione? Soprattutto quando sono anche belle a vedersi e ovviamente, in perfetto stile massaia, veloci e semplici da preparare, così non avrete alibi!

Ricetta della settimana
FIORI DI ZUCCA RIPIENI
Ingredienti: 20 fiori di zucca ben aperti, 300 gr di ricotta, formaggio grattugiato, sale, pepe.
Mescolate in una ciotola la ricotta, aggiungete il formaggio grattugiato, sale e pepe.
Con questo composto riempite i fiori di zucca, poi, metteteli in fila in una teglia, conditeli con un filo d’olio e infornateli a 120° per 15 minuti.

Ci risiamo, il Signor Massaio prima di uscire mi osserva con aria basita, e con trombonica voce mi fa: Ancora un altro paio di orecchini? Guarda la mia valigia ingolfatissima di vestiti e accessori a più non posso, collane, bracciali e sopra ogni altra cosa, LORO. Fondamentali e meravigliosi, l’accessorio per eccellenza che sta bene a tutte, ma che come ho potuto ben sperimentare, delicato e soprattutto se in quantità eccessiva (come nel mio caso), problematico da trasportare. E allora, che si fa? Rinuncio agli orecchini in trasferta o mi cimento in qualche lavoretto? Inutile chiederselo, si fa più presto a vedere…
PORTA ORECCHINI DA VALIGIA
Bello, ma come si fa?

Il portaorecchini arrotolato

Occorrente: Tessuto del colore che preferite (io ho usato i resti di una piega dei pantaloni di mio padre), cotonina o feltro fantasia, un elastico per capelli, gros grain, un bottone grosso, ago e filo.
Tagliate la striscia di tessuto della misura che volete, rifinite gli orli con del gros grain in colore contrastante, e nella parte che andrà all’ interno, insieme al gros cucite anche un tessuto di cotone fantasia che andrà a proteggere gli orecchini durante il trasporto, e applicate un filo di cotone doppio sul quale andranno appesi gli orecchini.
La parte che andrà all’esterno decoratela con fiori o con semplici bottoni colorati, e ad una della estremità cucite l’elastico che servirà insieme al bottone grosso che cucirete a metà striscia, a fare da chiusura.
Non vi resta che riempirlo dei vostri orecchini, arrotolarlo, e, partire!

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Alessandra Scarlata, “Bijoux Orecchini”, Il Castello 2007

Portaorecchini, parte interna

Gli orecchini in foto sono made in Massaia

Portaorecchini, parte esterna

Macondo, 11 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Enciclopedia di un massacro ∞
di Piero Ferrante

Se ci sono dei libri che posseggono occhi in cui guardare, allora “Palestina” è uno di quelli. Edito dalla casa italo-tedesca Zambon e racchiuso in una preziosa edizione che non metterla in mostra è un peccato, il testo non si limita soltanto a raccontare tutta la storia (attraverso un quadro completo e puntuale ed una narrazione articolata e corale) triste e rabbiosa di una terra rabbuiata dal grigiore delle bombe. Una striscia di mondo che appartiene più alla storia che alla geografia. Con tutto il suo carico di dolore, il suo portato di sofferenza, il suo fardello di pietre e di morti bambini. Ma fa di più: evoca.

“Palestina” è più di un libro, è l’enciclopedia di un massacro; è una rivelazione. Per quella sua capacità di tenere dentro, nelle sue pagine patinate, la cronologia lancinante di depurazione etnica, la crudeltà bestiale del sionismo nascente e la forza evocativa delle immagini. Quelle foto che, da sole, sarebbero bastevoli prove di un’ingiustizia in bilico fra crudeltà, sterminio programmato e principio politico. Emblemi di una violenza indiscriminata, macelleria etnica senza scrupoli, che rifiuta la sottomissione alla tenerezza verde dell’età. Bambini schiacciati e madri frantumate.

Soffia un vento funesto fra le dita di chi legge. Soffia comprensibilmente, parlando di guerre antiche e rivendicazioni divenute diritto. Soffia blaterazioni di vendetta e superiorità, nazismi mediorientali in note minori. Le epigrafi dei padri del sionismo, accostate agli scatti del popolo dei sottomessi, intonano un canto di morte. Il requiem del diritto alla terra è inno alla distruzione delle maggioranze. Ben Gurion e Ariel Sharon uniti in un unico progetto di sopraffazione, mentre mogli e madri vedono partire e morire i loro uomini: i “vermi” condannati svanire in una nuvola di sabbia e polvere da sparo si portano dietro il loro presente insieme con il loro futuro. Un progetto che, si smonta e si riassembra di volta in volta, di epoca in epoca, di governo in governo. Per finire, poi, ad avere sempre la stessa connotazione funerea di un ceppo cinerario. Sabra e Chatila, la prima e la seconda Intifada, Piombo Fuso.

Sono stelle di un’astrologia che non prospetta nulla di diverso dalla sventura. A farne le spese, anche Vittorio Arrigoni, di cui il testo riporta testimonianze di “Restiamo Umani”. Umani come gli adolescenti intubati colpiti dai proiettili di gomma dell’esercito più equipaggiato del pianeta; umani come i cuccioli di uomo sfigurati dal “napalm like”; umane come le schiere delle genti massacrate a botte di calci, pugni e pestaggi, tratte in arresto e scomparse nelle gole profonde delle carceri israeliane (dopo aver subito altri maltrattamenti al limite del bestiale).

Quel che rende “Palestina” degno di esser letto è la sua libertà di non scendere a compromessi con la storia recente, di non farsi abbagliare dal fulgido apparire dei meetings, degli incontri internazionali, dei finti trattati, delle dichiarazioni mediatiche. “Palestina” esce dagli schemi dicotomici delle culture contro. Cessa di parteggiare per la causa occidentale e di propagandare il modello euro-statunitense come l’unico possibile per la redenzione del dolore arabo. Semplicemente, “Palestina” narra la verità, spogliata dei gingilli ipocriti e falsificatori. Porta alla luce i veri sentimenti in circolo nella striscia di Gaza, ai posti di blocco, sulle torrette di controllo. Schegge di stupro territoriale e politico in cui i soldati masticano il gusto acidulo dell’odio commisto all’acre sapore del sangue.

Racconta una soldatessa di aver sputato su un palestinese: “Non mi aveva fatto niente, stava solo passando. Ma era approvato che io lo facessi, ed era la sola cosa che potevo fare: sai, mica potevo vantarmi di aver catturato un terrorista, però potevo sputare addosso a loro, degradarli, deriderli”. C’è chi la chiama esportazione democratica.
AA.VV, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2011
Giudizio: 4 / 5 – Resistente
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∞ La vecchiaia non è roba per femminucce ∞
di Roberta Paraggio

Un eccentrico trio canuto si concede una vacanza in una lussuosa spa croata; Beba ha i capelli scompigliati e sciupati dalle tinture fai da te, Pupa, la più incartapecorita, viaggia in carrozzella con le gambe infoderate in uno stivale pellicciato, a spingerla c’è l’altissima Kukla che al suo passaggio fa alzare una leggera ventata scombussolatrice.

Una scrittrice bulgara cerca colori propri per ridipingere le immagini sbiadite nella mente di sua madre, maniaca dell’ordine che accavalla ricordi a neologismi tutti suoi. Aba Bagay è una folklorista che sta scrivendo un compendio su Baba Jaga, strega protagonista delle fiabe slave, cattiva e bruttissima.

“Baba Jaga ha fatto l’uovo” è un iperromanzo, diviso in tre parti autonome eppure legate da un palpabile sentore fatto di donne dalla femminilità sui generis. Passaggi di parole che si slegano e poi si intrecciano, storie che sono continui rimandi, pretesti letterari che affondano le radici nell’ antropologia e nelle tradizioni di un paese, la Ex Jugoslavia, ormai smembrato.

Dubravka Ugrešić sa dosare con precisione gli ingredienti della fantasia e della realtà, in un pentolone ossimorico che è insieme quello della strega Baba Jaga e quello domestico delle nostre nonnine, creando una storia vista attraverso il filtro della vecchiaia, vera protagonista incarnata dalle attempate paladine. E’ la madre della scrittrice cui gli anni hanno permesso di purificare le cose sgradevoli, dai piccioni defecatori ai rapporti famigliari, tutto alterato, manipolato a proprio piacimento, ricordi come pupazzetti di plastilina. E’ Pupa sulla sua carrozzella, lapidaria nel definire la vita “una merda”, se ne andrà da questo mondo distesa su una sdraio, il braccio alzato, il pugno chiuso, in segno di vittoria, ce l’ha fatta finalmente ad 88 anni. Farà il suo ultimo viaggio chiusa in un uovo gulliveriano e pacchianissimo. Il guscio è lo stesso in cui vola Baba Jaga con la sua gamba d’osso e il naso adunco, lei, la strega, la dissidente, la cattiva perché non ha ceduto alle lusinghe del mondo.

Baba Jaga la ribelle, la brutta e pelosa, l’invisa, l’esempio da non seguire perché non corrisponde alla bellezza che altri hanno preteso di appioppare al gentil sesso. E lei di gentile ha ben poco, non si depila, lei non si è fatta abbagliare dai chirurghi plastici, i suoi seni sono lunghi e pendenti e con ostentata indifferenza se li butta alle spalle, non ha french manicure ma artigli, è un anti modello di femminilità che turba e va relegato ai margini del villaggio immaginario, non è controllabile né malleabile, quindi, conviene dipingerla come malvagia.

Baba Jaga è una legione di Babe Jage, è questo libro è scritto per loro, per tutte quelle donne cui non va giù un universo misogino, che parte dalla candida fiaba e arriva a secoli di genuflessioni al cospetto di dei maschi, vocaboli maschi ed eroi maschi. Un esercito ligio e silente che si muove nel buio dove balugina la spada della vecchia demonessa.
Dubravka Ugrešić, “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, Nottetempo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Tremate tremate…
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∞ La sofferta ingiustizia ∞
di Angela Catrani

I cosiddetti romanzi vittoriani, che proliferano nel Regno Unito dall’inizio del diciannovesimo secolo, portatori consapevoli di moralità e ironia, sono caratterizzati da potenti, caustiche e incisive descrizioni di personaggi che rimangono memorabili nella memoria dei lettori, tanto da assurgere a tipizzazioni. Come non pensare a Pickwick quando, nelle trattorie suburbane, si incontrano rubicondi figuri con sigaro incorporato che mangiando a quattro palmenti lasagne e tortellini raccontano di vicende più o meno realistiche e avventure assolutamente improbabili?
O come non ravvisare in qualche astuto portaborse il ritratto del famoso maggiordomo Jeeves così genialmente raccontato dalla penna sagace di Woodhouse, che pur scrivendo tra le due Guerre Mondiali narra un mondo immutabile che arriva senza grandi cambiamenti direttamente dalla Regina Vittoria?

Anthony Trollope, il nostro autore, fu un contemporaneo di Charles Dickens e nei suoi libri prese in esame con indiscussa ironia il mondo ecclesiastico inglese. In particolare ne “L’amministratore”, primo volume di sei del cosiddetto “Ciclo di Barsetshire”, si racconta la vicenda di un ecclesiastico, amministratore di un pensionato per lavoratori a riposo, al quale viene contestata la rendita – esagerata – di 800 sterline annui.

Siamo a metà Ottocento, epoca di contestazioni e riforme sociali, di scioperi, di una rinnovata moralizzazione. La Chiesa Anglicana ripensa a se stessa, non più appannaggio di figli cadetti ai quali assicurare una rendita, ma come base per riforme sociali, come luogo necessario per rimettere in gioco virtù e costumi. Nel piccolo paese di Barchester della contea di Barset (località inventate) si consumano intrighi e piccole vendette per mettere alla gogna lo strapotere della ricchissima Chiesa Anglicana d’Inghilterra. Ma innocente e inconsapevole capro espiatorio è il signor Harding, mite primo cantore della diocesi di Barchester, suocero dell’arcigno Arcidiacono Grantly che è a sua volta figlio del Vescovo.
Il signor Harding, al quale la ricca rendita ha garantito per anni di dedicarsi alla sua vera passione, la musica, non ha mai prima di allora riflettuto sull’ingiustizia di tale ricchezza, dovuta a una donazione del 1400, a confronto con la povertà degli ospiti dell’ospizio che pur nutriti e accuditi, non ricevono praticamente nulla di quel che a loro era dovuto.

Se a livello legale la pia donazione poteva essere letta in modi diametralmente opposti e dunque avvalendosi di bravi avvocati si riusciva a non risultare inadempienti, l’opinione pubblica consacrata dallo “Jupiter” ( il “Times”) prende di mira il povero Harding, facendolo risultare un avido curato, senza sentimenti e considerazione per i poveri ospiti del ricovero Hiram. La gogna mediatica è troppo per l’amministratore che decide di dimettersi e lasciare la fortunata rendita.

Mirabile nelle descrizioni fisiognomiche, Trollope ci lascia almeno un paio di indimenticabili ritratti umani: uno è l’Arcidiacono Grantly, uomo austero, dispotico, nervoso, molto compreso nel suo ruolo, ma dominato dalla moglie che anche nell’intimità non ha trovato di meglio che chiamarlo “Arcidiacono”; costui vive nel rettorato di Plumstead Episcopi, casa quanto mai adeguata all’austera ricchezza di cui si vanta: “lo scopo apparente era stato spendere denaro senza ottenere splendore o sfarzo”. La vanità, che ha sempre reso ridicoli uomini e donne, non risparmia gli uomini di chiesa, descritti tutti come avidi e vanagloriosi. Anche il protagonista, il signor Harding pur nella sua mitezza e apparente bontà non ne esce meno buggerato e ironizzato, quando pretende che i dodici anziani ospiti dell’ospizio lo ascoltino suonare il violoncello per ore e quando viene colto nei momenti di maggior disagio suonare immaginari strumenti a corda che sopportino con lui imbarazzi e fatiche. Una lettura assolutamente godibile, rilassante, dissacrante, un viaggio in quella natura umana che non cambia mai, ma che sempre riesce a far sorridere e rallegrare.
Anthony Trollope, “L’amministratore”, Sellerio 2003
Giudizio: 4 / 5 – Da gustare con lentezza
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: John Stephens, “L’atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
IL SAGGIO: Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
IL CLASSICO: Julio Cortazar, “Il gioco del mondo”, q.e.

SPARIRE DALLA VITA, RICOMPARIRE NELLA STORIA. PER GIACOMO MATTEOTTI
Gianpaolo Romanato, “Un italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi 2011
Giuliano Capecelatro, “La banda del Viminale. Passione e morte di Giacomo Matteotti nelle carte del processo”, Net 2004
Giacomo Matteotti, “Contro il fascismo”, Avanti! 1954

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Giampaolo Pansa, “Carta straccia”, Rizzoli 2011
3. Mario Giordano, “Sanguisughe”, Mondadori 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Alessandro Baricco, “Emmaus”, Feltrinelli 2009
Diciassette anni, che età terribile e difficile. Non sei più bambino, ma non puoi chiamarti nemmeno già un adulto. Ancora non sai cosa diventerai da grande, ma tutto ti sembra realizzabile. Basta volerlo. Basta crederci. La forza che li sostiene sono i valori che i genitori hanno inculcato loro, ma che allo stesso tempo mettono in discussione. Le figure di riferimento del mondo adulto non sono così comprensibili: non capiscono i loro tormenti, le loro ansie, pensandoli resistenti a tutto, senza paure, senza timori. Gli adolescenti peccano così, a volte, di arroganza, ritenendosi migliori se fossero stati al loro posto.

Bobby, Luca, il Santo e l’io narrante che non rende noto il suo nome in tutto il romanzo sono un gruppo d’amici molto uniti facenti parte della media borghesia di una città italiana non dichiarata (si pensa possa essere Torino). A saldare la loro unione un’educazione cattolica, che li porta a sentirsi migliori, fanno volontariato in un ricovero per anziani, suonano in chiesa tutte le domeniche e osservano il resto del mondo che li circonda con curiosità. Ad attirarli fuori dal loro mondo è Andre, il ruolo chiave, il perno di tutto, una ragazza molto diversa, figlia di una famiglia molto ricca che sembra vivere tutto con grande superficialità, ma anche lei ha i suoi dolori. Ha, infatti, tentato il suicidio con determinazione, muore ogni giorno, come tutti, ma con evidenza e dissipazione di sé, e assieme ad un fascino seducente e distruttivo, assente e privo di sentimenti coinvolge i quattro giovani. La contaminazione dei due mondi porta grandi cambiamenti nella vita dei quattro ragazzi e ognuno di loro si trova a smontare le proprie certezze per costruirsi un proprio futuro, ma non sempre chi si allontana riesce a ritrovare la strada di casa.

Copertina essenziale e minimalista, carta ruvida e senza quarte di copertina, trama e biografia dell’autore. Baricco si conferma pifferaio magico, stile misurato e ovattato, lingua calibratissima grazie all’attenta scelta delle parole senza far sconti a nulla.. Racconta il passaggio dall’età della leggerezza alla vita adulta con una profondità che sorprende, racconta senza reticenze fatti di sesso e riesce a descrivere lo smarrimento di questi ragazzi davanti alla vita senza più la rassicurante certezza che la fede riesce a dare. Che si sia credenti o atei poco importa, la nostra vulnerabilità non cambia. Un racconto che piacerà ma inquieterà i fedeli lettori di Baricco e non riuscirà allo stesso modo a rompere il guscio di diffidenza di chi da sempre non lo apprezza.

“Come abbiamo potuto non sapere, per così tanto tempo, nulla di ciò che era, e tuttavia sederci alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul cammino? Cuori piccoli – li nutriamo di grandi illusioni, e al termine del processo camminiamo come discepoli ad Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo – fidandoci di un Dio che non sa più di se stesso. Per questo conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva. Ci sarà forse un gesto che ci farà capire. Ma per adesso, noi viviamo, tutti”.

La Massaia pazza, 9 giugno 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Estate ormai arrivata…il caldo si fa sentire anche ai fornelli, ma la nostra voglia di impastare non passa mica così facilmente! Quindi, via con una nuova ricetta, facile, veloce e soprattutto da gustare fredda!

Ricetta della settimana
SALAME DI TONNO
Ingredienti: 3 cucchiai di pane grattugiato, 1 uovo, 4 cucchiai di parmigiano grattugiato, 200 gr di tonno sgocciolato, basilico, succo di limone, prezzemolo.
Mescolate tutti gli ingredienti in una terrina o nel robot, date all’impasto la forma di un salame, avvolgetelo in un tovagliolo bianco, chiudetelo ai lati con lo spago e immergete nell’acqua bollente per 20 minuti. Lasciate raffreddare e tagliatelo a fette, servitelo accompagnato da una salsetta di prezzemolo tritato finemente e succo di limone. Con questa quantità otterrete circa 20 fette di salame.

Ormai è risaputo, qui a Casa Massaia gli accessori sono troppo importanti, e le collane poi…come faremmo senza? Ne ho di ogni tipo e tutte fatte da me. Che ne dite di farne una all’uncinetto facile facile? Ecco per voi la spiegazione.
COLLANA TORCIGLIONE ALL’UNCINETTO
Bello, ma come si fa?
Occorrente: Cotone colorato, uncinetto n° 3,5
Avviate una catenella di 6 maglie, chiudete in tondo con una maglia bassissima. Nel cerchio ottenuto lavorate 6 maglie basse, continuate a lavorare in tondo fino ad ottenere la lunghezza desiderata, nel caso il lavoro tende a chiudersi troppo, fate qualche aumento. Una volta finito il torciglione, realizzate un fiore a vostro piacere e attaccatelo lateralmente o al centro.
Ricordatevi di lasciare alle 2 estremità abbastanza filo libero, in modo da poterlo utilizzare per fare il fiocchetto di chiusura.

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Roberta Ferraris, Una zucchina non fa primavera, Terre di mezzo 2011

Festa per l’acqua 2011, Foggia 9 giugno, Piazza Cesare Battisti



Per “Artisti per l’Acqua “ hanno aderito:
Rosa Claudia Altieri, Leo Vito Avezzano, Marina Calmo, Francesco Ciavarella, Maria Grazia De Rosa, Generoso d’Alessandro, Francesca De Sandoli, Lucia De Santis, Roberta Fiano, Assunta Fino, Alessandro Forcelli, G.A.A.S., Stefania Guerra, Sergio Grillo, Laboratorio Sperimentale Indipendente–Teatro dei Limoni, Nicola Loviento, Luistar, Gabriele Mansolillo, Silvana Martino, Marco Maruotti, Marina Niro, Raffaele Niro, Mario Raviele, Umberto Romaniello, Michele Sepalone, Francesco Stoppi, Antonella Tolve, Salvatore Luca Tota, Wild Rat Film

Voci precedenti più vecchie

Macondo – La città dei libri

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