Macondo – 29 gennaio 2011

∞ Sentenze metalliche ∞

di Roberta Paraggio

Nei parcheggi isolati, nelle cantine ammuffite, nei bagni di casa pieni di fumo e cicche spente, mentre fuori piove, nell’alienante schermo di un pc, negli armadi stracolmi di vestiti inutilizzati, in tutti i non luoghi della coscienza. Qui arrivano gli Intervistatori. Hanno voci metalliche e irriconoscibili, falsetti violenti e domande incalzanti sulle cose della vita in apparenza più banali. A loro non sfugge niente, vengono dal nulla e parlano da non si sa dove. Ma colpiscono senza pietà, con questioni ingenue e tuttavia deflagranti come mine potenti per chieder conto delle proprie mancanze.

Catturano ostaggi e bersagli in apparenza casuali: un vecchio professore stile De Andrè, impotente, rispettabilissimo e fedifrago; uno scrittore non più giovane ma giovanilistico, semi Foster Wallace, semi splatter, semi tutto; donne forzate della palestra a tutti i costi, sgallettate de “noantri”, ex nipotine di Boncompagni dal successo casereccio e cotonato, uomini d’affari un po bugiardi, e Ivano, poliziotto mancato per assenza di raccomandazione, l’unico che si mette alla ricerca degli Intervistatori, e lo fa attraversando un sud Italia stanco e piovoso, muto e surreale, alla ricerca di chi lo ha fatto morire su youtube..
Gli Intervistatori vanno a colpire sul rimosso, sbattono in faccia il freudiano Es ma senza intenzione di analisi o di cura, colpiscono senza rimedio, con le immagini dell’infanzia, di madri rancorose, mogli insoddisfatte, amiche false, piccole ipocrisie che si accumulano,nella vita di tutti i protagonisti come la polvere sotto il tappeto delle casalinghe sciatte.

Artefici di domande imbarazzanti e remote, coltelli affilati in ferite che si credevano chiuse, gli Intervistatori colpiscono per la loro perfidia e violenza, per una implacabile volontà di fare del male, di far affiorare un rimosso inutile, lontano dalle vite apparentemente ben costruite dei protagonisti,non vogliono aiutare, vogliono sapere.
Non manca nessuno all’appello in questo fulmineo romanzo (“Gli intervistatori”, appunto – Ponte Alle Grazie 2010) di Fabio Viola, abile a descrivere l”Italia in modalità reality, l’indifferenza, la demenza lampadata, i valori inesistenti di un paese filtrato attraverso la tv, una realtà trasfigurata dalla pubblicità, dal regresso catodico, un racconto fatto di personaggi ostaggi prima di tutto del proprio “format” di vita e poi degli Intervistatori, moderni inquisitori della coscienza sporca.

Fabio Viola, “Gli Intervistatori”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 3 / 5 – Rapido

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∞ L’Italia secondo Camilleri ∞

di Piero Ferrante

Proviamo a leggere il mondo dagli occhi di Andrea Camilleri. Con quegli occhiali spessi, l’accento rauco siciliano, la voglia di dire no un giorno fisso e l’altro pure. Proviamo a dire no con le parole più semplici che conosciamo, in maniera non volgare, sempre giocando tra un lato e l’altro del filo che può farci cadere nel baratro del’incertezza e del dubbio. Dovremmo avere 86 anni ed una storia di lavoro e scrittura alle spalle, una serie di delusioni grandi così. Ma, soprattutto, tanto coraggio grande almeno quanto l’energia che abbiamo in corpo.

Non deve essere semplice essere nei panni di Camilleri, circondato di lettori che implorano di dar seguito alle avventure di Salvo Montalbano. Quel commissario che nei libri ha in dotazione una bella chioma grigia ma che tutti ormai vedono con la pelata di Luca Zingaretti. Non deve essere facile essere radicale in un mondo che, pur presentandosi spigliato sino al fastidio e sboccato da censura con bollino, sottende vaste oasi di pensiero benpensante.

Lui, figlio di un fascista della prima ora, partecipe attivo della Marcia su Roma. Lui, un diploma ottenuto senza esame per lo sbarco Alleato. Lui, scacciato da un collegio per aver tirato uova contro un crocifisso, in questo paese deve sentirsi stretto, disagiato. Forse anche un tantino sconfitto. Non tanto per la storia del clericalismo, sia chiaro. Quanto più per la costanza con cui il mondo che lo circonda s’impegna a rinnegare se stesso.

2009 e 2010 di Andrea Camilleri sono racchiusi nel testo edito da Chiarelettere intitolato “Di testa nostra”. Laddove, quell’attributo possessivo ha senso vigente in quanto espressione della zucca anche di Saverio Lodato, giornalista de l’Unità, complice dei peggiori di Camilleri nonché curatore del libro. Due anni di Lodato-provocazioni e di Camilleri-pensiero racchiusi in circa duecento pagine. Pagine dure, ironiche, talora addirittura blasfeme nei confronti di un modus cogitandi diffuso. Un manuale della libertà di pensiero e dell’indipendenza contenente tutte le tematiche più in voga, tutti gli argomenti scottanti, sotto la lente d’ingrandimento camilleriana.

Indiscusso protagonista, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, maciullato verbalmente e bastonato con sagacia spietata. E, attraverso lo specchio di Arcore, come in quello fatato del regno della strega di Biancaneve, si possono vedere tutte le magagne di un sistema al tracollo, tutti i sintomi da crollo dell’impero: Noemi Letizia e L’Aquila, Gheddafi ed i processi per corruzione, la guerra in Iraq e le leggi ad personam. È il Cavaliere il bersaglio favorito dello scrittore sicilano. Lodato lo sa e martella. Camilleri ringrazia, prende la rincorsa e parte ventre a terra. Colpendo direttamente: “Demonizzando Berlusconi si fa il suo gioco? Credo, al contrario, che sia il tacere a fare il suo gioco” o “Il problema si fa grosso quando un nano si crede Dio”. Ed indirettamente: “Quando Riina manifestò il proposito delle stragi, Provenzano fece un sondaggio fra imprenditori, politici e massoni. Ma i risultati non li divulgò. Il pentito Giuffrè riuscì a sapere che alcuni industriali del Nord si erano dichiarati favorevoli all’uccisione di Falcone e Borsellino”.

Capitolo dopo capitolo, che sarebbe come dire colloquio dopo colloquio, prende corpo tutta la vasta prosopopea delle vulnerabilità del sistema politico italiano, tutto l’andazzo zoppicante della società dello Stivale, adagiata miseramente su un letto fatato della cui inesistenza potrebbe venire a conoscenza in maniera brusca, capitombolando. Un libro che potrebbe essere utile per gli studiosi avvenire. Chiudiamolo in un baule e mandiamolo in orbita. Fra due, trecento anni, qualcuno lo troverà.

Andrea Camilleri-Saverio Lodato, “Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009-2010”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3 / 5 – Impietoso

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Furio Jesi-Daniele Luzzati, “La casa incantata”, Salani 2011
IL SAGGIO: Noam Chomsky, “Ultima fermata Gaza”, Ponte alle Grazie 2010
IL CLASSICO: Ignazio Silone, “Vino e pane”, q.e.

LA SETTIMANA DELLA MEMORIA. OMAGGIO A BORIS PAHOR
Boris Pahor, “Necropoli”, Fazi 2008
Boris Pahor, “Qui è proibito parlare”, Fazi 2009
Boris Pahor, “Una primavera difficile”, Zandonai 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Alberto Angela, “Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta”, Mondadori 2010
J.K. Rowling, “Animali fantastici: dove trovarli”, Salani 2010
J.K. Rowling, “Fiabe di Beda il Bardo”, Salani 2008

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
Giovanni Marinaro, “Due anime in un solo respiro”, Il mio libro 2010
Intreccio decisamente scorrevole da poter leggere tutto d’un fiato. Nella prima parte vengono trattati diversi argomenti: le difficoltà economiche, l’amicizia, la famiglia, il lavoro… tutti caratterizzati da periodi brevi che danno un ritmo incalzante alla scrittura, da spingerti a leggere sempre oltre. Nella seconda parte una serie di lettere rimaste ignote al destinatario ma che vengono raccolte in un libro che attende di essere pubblicato. Un’unione di “DUE ANIME IN UN SOLO RESPIRO” che finiranno per incontrarsi grazie ad uno strano scherzo del destino descritta in un romanzo magico che sa ben coniugare realtà e fantasia di due giovani con un passato tormentato alle spalle e che hanno una gran voglia di dimenticare.
La realtà è parte integrante della nostra vita, è tutto quello che facciamo, è tutto quello che viviamo, è quello che siamo diventati col tempo portandoci sulle spalle il nostro baule di conoscenze e, soprattutto, di esperienze; la fantasia, invece, è tutto ciò che desideriamo, è il meglio che vogliamo per noi, è il futuro, è fatta di sogni inespressi, speranze, paure, ideali, passioni, certezze e incertezze… che Giovanni Marinaro, il sipontino autore di quest’opera, sa ben mettere insieme le due cose fondendo poesia e prosa, amore e odio, realtà e sogni, lasciandoci col fiato sospeso fino all’ultima parola regalandoci un finale per niente scontato sull’Amore con la A maiuscola.

INCIPIT: “Era notte fonda. Gabriel venne destato nel sonno dalla fine di un sogno inaspettato. Seduto sul letto ed ancora assonnato, volse il suo sguardo verso quella finestra che guardava a sud.”
Giovanni Marinaro, “L’attesa della verità”, Il mio libro 2010
Sicuramente sarà capitato ad ogni lettore che si rispetti di immedesimarsi nel protagonista o in uno dei personaggi del romanzo di turno, di perdersi con l’immaginazione tra posti esotici e viaggiare in luoghi lontani, IMMAGINANDO, scenari, colori, odori e perché no, anche sensazioni. Personalmente mi è capitato molte volte, ma oggi posso dire di aver sperimentato un nuovo tipo di lettura, dove l’immaginazione si fonde con la realtà, dove i personaggi vivono, passeggiano, amano e osservano nel paese e nei luoghi dove anche io faccio pressappoco le stesse cose. Lo ammetto, fa uno strano effetto leggere ad esempio di una passeggiata e sapere e visualizzare esattamente dove i protagonisti muovono i loro passi, con l’esatta percezione di ciò che stanno ammirando, e magari riscoprire con occhi nuovi luoghi che distrattamente guardo ogni giorno.
Questo è l’effetto che mi ha sortito la lettura di “L’ATTESA DELLA VERITA’”, opera di un giovane sipontino: GIOVANNI MARINARO, che in questo suo secondo lavoro si è cimentato in un giallo, dalla trama incalzante, con un intreccio ricco di suspance, unito a quel tanto di romanticismo che sotto sotto è riuscito a scaldare il cuore di una scettica come me. Ancora una cosa: “NOIR”, solo questa parola per descrivere l’inatteso risvolto del…
Ma penso che di più non posso dirvi.
INCIPIT: “Erano trascorse le 14:00 da qualche minuto. La strada era deserta, in quel pomeriggio di fine Ottobre. La pioggia dirompente destava la tranquillità di quel luogo addormentato, distogliendone il rumoroso silenzio. Ancora qualche minuto e quel lungo viaggio sarebbe giunto al termine.”
ITE MISSA EST: “Voltatosi ad osservare il mare, dopo un lungo respiro, salì su una lussuosa Mercedes nera dai vetri oscurati e, con un cenno della mano, ordinò al suo autista di partire.”

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Macondo – 22 gennaio 2011

∞ Narrativamente abita Nichi ∞

di Piero Ferrante

Nel nuovo dizionario vendolese-italiano, italiano-vendolese – che è uno e, da sempre, si aggiorna, si ravvede e si corregge in modo automatico a seconda dell’impiego ricoperto da Nikita – c’è una parola che acquista più significato di altre. Preliminarmente, va detto che, questo dizionario, è in realtà un enorme tomo che include paroline e paroloni, esemplificazioni e locuzioni, in quantità vasta e sfaccettata. Questa parola, che in fondo non è nemmeno una parola ma un modus vivendi, una carne viva, è “narrazione”. Nichi non dice, narra. Nichi non parla, narra. Nichi non arringa, narra. Nichi non comizia, narra. Nichi non vive, narra. Riflessivamente, Nichi non si fa votare, si fa narrare.

La narrazione vendoliana è pensiero individuale spinto alla dimensione collettiva. È l’imposizione dolce di un sentire intimista. È l’osmosi emozionale, la comunicazione intellettiva del leader-amico nei confronti del suo popolo. È, gramscianamente, l’intima connessione con la gente. La narrazione di Vendola diventa, in questo modo, narrazione di popolo. Perché è nelle parole e nello stesso tempo si serve delle parole, vive nelle parole. Ma non è solo parole. È la capacità di trasporre nei palazzi quel sentire comune, di realizzare i desideri di qualcuno degli ultimi. È la parte buona del populismo, sempre che di populismo vero si tratti. La narrazione di Vendola è sapore di entroterra murgiano, odore di forno al mattino, stallatico del Salento, salsedine del Gargano. Nessuno come Nichi, il puer Terlicii, lo stupor Apuliae – tanto per miscere fra loro, adattandoli, gli epiteti federiciani –, è stato capace, prima, di annoverare in sé tutte le caratteristiche di tutte le zone della regione del tacco. Riassumere antropologie diverse e distanti, spesso in conflitto fra di loro.

Vale una cifra quello che Luca Telese, in una a tratti commovente analisi, scrive in “Nichi Vendola. Comizi d’amore” (Aliberti, 2010): “Se c’è un leader di cui vale la pena di vivisezionare, collezionare e raccogliere le parole, quello è Vendola. A pochi uomini politici vengono concessi la fortuna e il talento di potersi costruire una lingua propria, un repertorio di immagini, di stilemi, di capacità di evocare visioni ”. Vero. Telese Vendola l’ha conosciuto, l’ha scrutato, ha vissuto con lui spiccioli di giornate lunghe, metropolitane romane e comizi. Di quel Nichi, che si oppose alla scissione del Pci vivendo il momento con dolore immane; di quel Nichi che si intuiva essere non diverso, ma il più diverso di tutti, nella sua eterodossia militante che deve rendere conto soltanto alla fantasia; di quel Nichi che sfangava la giornata dividendo un’umile casa con Franco Giordano, Luca Telese ha un ricordo vivido. Di quel Nichi conserva un discorso, il primo, l’unico non tenuto a braccio, ma scritto. Annus domini 1984. In appendice al testo, Telese lo pubblica per intero. Come fa con altre decine di frasi vendoliane, divise per argomento.

Ne viene fuori un tripudio di colori, una deflagrazione di sentimento e di ironia di un uomo fatto politico, poi leader, poi presidente, poi ancora leader ma non per questo meno presidente, politico, uomo. Nelle parole di Telese si legge tutta la sorpresa di un sogno realizzato, la scoperta del senso della “narrazione”. Narrazione come quella penna immateriale di inchiostro rosso che verga, capitolo dopo capitolo, in un rutilare rigurgitante di parole composte, una grande storia politica. Una storia destinata, determinata. Ineluttabilmente diretta alla vittoria perché ricca di sconfitte. Nichi ha vinto – ci dice Telese in un’analisi lucida – perché, da sempre, ha perso. E perché, man mano che perdeva, andava scegliendo sfide sempre maggiori, salite sempre più impervie, avversari sempre più potenti.

E perdeva in modo propedeutico, didattico. Perdendo irrobustiva l’animo e rassodava i muscoli. Mica come D’Alema, eterno sconfitto e, a livello di realpolitik spiccia, fuori dai giochi. “Se si legge la carriera di D’Alema con gli occhi della realpolitik che lui voleva imporre alla Puglia, si dovrebbero registrare un cumulo di fiaschi. Ciò che resterà del dalemismo reale, paradossalmente, è la scrittura quasi letteraria di un personaggio affascinante e drammatico, un carisma algido ma innegabile, un combattente indefesso, oppure molto vicino alla dimensione fantastica del Don Chisciotte”. Così Telese sul baffo più celebre di Montecitorio e dintorni. D’Alema che è le sue sconfitte. Al contrario, Nichi ha le sue sconfitte. Poi riparate. La sintesi suprema di una narrazione appena iniziata.

Luca Telese (a cura di), “Nichi Vendola. Comizi d’amore”, Aliberti 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Narrazione di narrazione

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∞ Il rabdomante dei pensieri tristi ∞

di Roberta Paraggio

Ha gli occhi perennemente spalancati, verdi, di un verde trasparente e inquietante che sa di solitudini passate, di un’infanzia trascorsa con amici immaginari e fantasmi che giungono improvvisi, ognuno col suo dolore, con la sua crescente nostalgia di vivere e con la malinconia di un futuro che non è stato.
Sono le anime che il protagonista de “Il giorno dei morti” (Maurizio De Giovanni, Fandango 2010), il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, riesce vedere nelle strade in cui cammina, sentendone l’ultimo e a volte futile pensiero.
Con la sua solitudine congenita, si aggira per una Napoli plumbea e piovosa, e i morti gli appaiono come solo lui può vederli, sentirli… Amanti suicidi che si scambiano le ultime, disperate parole d’amore; bambine uccise da un auto in corsa il cui ultimo pensiero è il giocattolo appena perduto; guappi che fino alla fine mostrano la propria sbruffoneria, andandosene da questa vita con uno sfottò e uno sguardo di scherno.

Il commissario Ricciardi se li vede passare accanto e pensa alla morte, in una città da sempre devota ai defunti e che pure, nel 1931, mentre la visita del Duce si avvicina, sembra disattenta, dimentica di ogni umana pietà.
E’ un moderno Dante nel girone partenopeo con al fianco il suo Virgilio, il corpulento brigadiere Maione, ma non c’è paradiso ne purgatorio a Napoli, solo l’inferno e la fame, e un bambino, Tettè, trovato morto per strada fradicio di pioggia.
C’è un piccolo cadavere accudito da un cane rognoso, c’è una morte che appare naturale, di fame, di stenti, ci sono tutti gli elementi per archiviarla coma morte accidentale di scugnizzo, figlio di madre ignota che nessuno cercherà, di cui nessuno parlerà, ad accoglierlo ci sarà la fossa comune del camposanto di Poggioreale.
E la morte qui non scherza, la morte qui non è “‘na livella“, perchè un bambino così non ha nemmeno il lusso di un nome vero, ma solo quello di trovatello, Diotallevi Matteo.
Un fardello solo e muto. Già perchè il commissario Ricciardi non riesce questa volta a captarne l’ultimo straziante pensiero.

Dov’è morto Tettè? Com’è morto Tettè?

Queste le domande che porteranno Ricciardi alla sua indagine privata, tra le anime ingrigite dalla pioggia e dalla vita grama, tra preti affaristi, dame di carità piagnucolose, femminielli altruisti e sagrestani laidi.
Mentre il giorno dei morti si avvicina, il commissario prosegue col suo sguardo vitreo cercando giustizia e verità, si muove nel silenzio caotico di Napoli che sotto la pioggia, sembra acquietarsi in maniera surreale.
Cupa, silenziosa e disperata, spalancata sulla sua stessa miseria senza nobiltà, lontana dai fasti teatrali del varietà, dallo stucco e dai belletti, è una maitresse esausta, struccata e incattivita.
E’ la Napoli di Ricciardi che scruta nella parte ambigua che nessuno sa di avere, nei gesti inconsulti e nel dolore privato, nell’infimo che i più credono di aver ben celato dietro perbenismo e ruoli sociali.
Un romanzo coinvolgente, che strattona il lettore nei vicoli bui, laddove le ombre diventano lunghe e fanno più paura, in un percorso che si spera vivamente continui, in attesa di una nuova stagione.

Maurizio de Giovanni,”Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi”, Fandango 2010
Giudizio: 4,5 / 5 – Semplicemente sorprendente

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Benedetto XVI, “Luce del mondo”, Libreria Editrice Vaticana 2010
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Italo Magno, “Un giorno mio padre”, Guida edizioni 2010
Non so cosa mi prese quel giorno. Mi armai di tanta voglia di sapere e le mie intenzioni erano le stesse che deve provare il figlio che va alla ricerca del padre, dopo lungo peregrinare finalmente lo trova e gli chiede subito perché lo ha messo al mondo e per quale motivo lo ha poi abbandonato.
IL SAGGIO: Robin Norwoord, “Donne che amano troppo”, Feltrinelli 2010
Perchè amare diviene “amare troppo”, e quando questo accade? Perchè le donne a volte pur riconoscendo il loro partener come inadeguato o non disponibile non riescono a liberarsene? Mentre sperano o desiderano che “lui” cambi, di fatto si coinvolgono sempre più profondamente in un meccanismo di assuefazione. Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti.
UN REGALO PER SAN VALENTINO: Alejandro Jodorowsky, “Solo de Amor”, Giunti 2006
Solo de amor è l’ultima raccolta poetica di Alejandro Jodorowsky e contiene i versi dedicati dallo scrittore al tema dell’amore. La poesia di Jodorowsky parla dell’amore concreto, reale, che tutti viviamo: le nevrosi, le ossessioni, la gelosia, le incomprensioni, gli enormi sforzi che si compiono per sfrondare e ”pulire” il rapporto d’amore dalle scorie che tendono invece a demolirlo. In questi versi sembra racchiudersi il grande sforzo creativo e il senso del rapporto d’amore contenuto in questa raccolta poetica, che comprende una corposa sezione completamente inedita in Italia (Solo de amor e Pietre del cammino) e alcune poesie tratte da Di ciò di cui non si può parlare, La scala degli angeli e No basta decir.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO
IL ROMANZO: Ken Calfus, “Il compagno Astapov”, Fandango 2010
IL SAGGIO: Giovanni Rinaldi, “La memoria che resta”, Aramiré 2004
IL CLASSICO: Heinrich Boll, “Opinioni di un clown”, q.e.

NOVANTA VOLTE PARTITO COMUNISTA ITALIANO: CONOSCERLO PER CAPIRLO
Paolo Spriano, “Storia del Partito Comunista”, Einaudi
Eduardo Novelli, “C’era una volta il Pci”, Editori Riuniti
Mario Pio Patruno, “Storia del Pci di Capitanata (1944-1964)”, Sud Est

Macondo 15 gennaio 2011

∞ La lezione morale di Scoppola ∞

di Piero Ferrante

Esistono i millantatori, ed esistono gli storici. Pietro Scoppola è uno di quelli che non vorresti morisse mai come portatore sano, sanissimo, di una dose estrema di verità, lucidità, passione. Quando, nel 2007, è entrato anche lui nella schiera di coloro cui ha dedicato una vita intera, gli studi storico-politici del nostro paese hanno, di colpo, subito il colpo. Perché Scoppola non era capace di ripetere, per due volte, lo stesso discorso. O, per la precisione, sottendeva, a discorso diverso, ideali e valori identici.

Scoppola era un docente universitario talmente umano da sembrare un nonno. Con l’austerità di un nonno, il rispetto di un nonno, la saggezza di un nonno. Giudicava e non sbagliava. Scoppola non era semplicemente uno studioso, ma una traccia di memoria nel mezzo del revisionismo andante suonato dall’orchestra di Piazza Della Loggia, della sinfonica della Stazione di Bologna, dal trio di Ustica ed il duo del Moby Prince.

Ecco perché, recuperare Pietro Scoppola, le sue bacchettate ai colleghi, ai politici, ai partiti, ma anche quelle inferte ai semplificatori della verità (a coloro, per dire, che da un giorno all’altro derubricavano le formazioni politiche dalla Resistenza a vecchiume da spazzar via i da accantonare sotto i tappeti) è, oggi, un atto di piccola resistenza quotidiana. L’ha fatto, ad esempio, la casa editrice Laterza appena l’anno scorso. Riprendendo alcune lezioni tenute dallo storico nella Sala Aldo Moro della Sapienza di Roma, ha rimesso in circolazione quei batteri positivi di cui Scoppola ha infettato muri, pareti, banchi. Nasce così “Lezioni di Storia” (Laterza 2010). Come l’attività normale di uno studente, con una sbobinatura.

Bastano poche pagine per rendersi conto che si tratta dello Scoppola migliore, quello che, a contatto con i giovani, nell’emergenza di non far svanire nelle nebbie del nulla i valori democraticamente più puri, sferza il revisionismo ed i revisionisti. Falsi maestri della Storia, in effetti protagonisti politicamente interessati. Perché se è vero che la Storia, e soprattutto certa Storia (leggi antifascismo, leggi resistenza, leggi Costituzione, leggi movimenti contadini ed operai, leggi stragi di Stato) non ha mai avuto bisogno di fare il tagliando per testarne la verità, è pur vero che di meccanici che l’hanno intesa smontare e rimontare, motore al contrario e trazione invertita, ci sono stati. Eccome. Scoppola, come Galilei, li cita, li scandaglia, li squassa. Senza boria, senza paroloni, senza additarli. Scoppola non fa nulla, non si serve della confusione o di alchimie revansciste, né di furori di piazza o di baracca. Solo, lascia intuire. E, nell’intuizione, lascia capire.

Nelle sue parole, e tra le pagine, si materializzano gli elementi chiave del Novecento.
La lezione su “Identità nazionale e Resistenza” è un galateo italico, l’epifania di quel che dovrebbe essere l’Italiano ma che l’Italiano non è, perso fra velinismi, giustizialismi infiniti e dibattimenti velleitari.
Quella su “Costituzione e Costituente” l’abbecedario della contemporaneità, il modello in base al quale intagliare la società dell’oggi (ma qualcuno l’ha smarrito). È qui che Scoppola raggiunge il suo apice, intavola l’esegesi della democrazia leggendo fra gli anfratti dell’antifascismo. È qui che smitizza chi, a torto, si è automitizzato: abbatte senza remore morali quanti hanno letto la Resistenza in virtù di un interesse di parte, di una semplice e crudele resa dei conti personale. Ne fa non solo un momento, pur esistente, di lotta civile, ma il trait d’union fra l’esperienza bellica agli sgoccioli e la stesura della Carta Costituzionale. Lo interpreta, aulicamente, come “momento morale” e associa la fase armata a quella non violenta.
Nelle pagine sulla “Tradizione marxista e doppiezza comunista”, esalta Antonio Gramsci (che considera la “parte originale” della fazione comunista italiana), interpreta i dubbi di Togliatti (doppio sì, ma vero artefice della democrazia), ridimensiona il Partito Socialista; come in quelle su “La Democrazia Cristiana” non può esimersi dal criticare l’assuefazione di una parte del mondo scudo crociato alla Chiesa (senza generalizzare l’esperienza collettiva, sostanzialmente più laica che clericale).
Infine, giunge all’oggi, all’attacco berlusconiano alle istituzioni, allo smantellamento della Costituzione, alla Lega secessionista ed a un centrodestra confuso che confonde ed ipnotizza un’intera generazione di elettori dimentichi di ben altre esperienze politiche.

Strano a dirsi, perché forse non era suo intento: ma leggendo Scoppola viene quasi il magone per la Prima Repubblica.

Pietro Scoppola, “Lezioni sul Novecento”, Laterza 2010
Giudizio: 4 / 5 – Eterno

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∞Musica, maestro Vitali!∞

di Roberta Paraggio

Metter su una banda musicale non è cosa di poco conto, soprattutto se questa deve venir fuori da una fanfara zoppicante e con poche prestese, abituata per lo più ad accogliere i turisti in arrivo al molo di Bellano, cittadina lacustre che vive di turismo e pettegolezzo, di piccoli colpi di scena e misteri di provincia.

Un sottofondo di marcette d’epoca prebellica fa da colonna sonora a questo ennesimo successo di Andrea Vitali, cornette, tromboni, un intero coro ancor prima che una banda protagonista di questo romanzo d’atmosfera paesana, paonazza di vino a buon prezzo..
C’è il borioso podestà Parpaiola, c’è Armellina, la bella del paese, il virtuoso bombardino di Evelindo Nasazzi, che più che suonare viene “suonato” dalla giovane e potente neosposa Noemi, determinata fino alla fine a rimetter in riga il marito beone, e, soprattutto c’è il pingue e fascista Onorato Geminazzi, dapprima forestiero, poi, addirittura maestro della fanfara bellanese.
Sarà proprio intorno al Geminazzi e alla sua numerosa famigliola, cinque figli, due in arrivo più la querula moglie Estenuata, che si intrecceranno le vicende lacustri.

Piccole invidie e grandi aspirazioni, una banda si sa è cosa seria, e serie saranno le intenzioni del Geminazzi, sedicente prima cornetta della banda rivale di Loveno, che metterà tutto il suo puntiglio da ragioniere nella formazione di una banda come si deve, a cominciare dalla sede delle prove, fino alla divisa degli sgangherati suonatori, finora molto più interessati alle bevute del dopo prove che ai virtuosismi musicali.
Come un inciucio che va di bocca in bocca, sussurrato piano all’orecchio scorre la narrazione di questo romanzo,in cui accade di tutto ma senza clamore, con calma, come le acque del lago, apparentemente immobili.

Il breve arresto del Geminazzi, la fanfara che perde elementi, un matrimonio contro ogni previsione tra l’integerrimo Bongioanni e la bella ,chiacchierata e già madre Ermellina, il regime che prende il cento per cento dei consensi alle elezioni e un lutto misterioso.
Tra Giovinezza e Luce al Duce, note stonate e qualche piccolo dissidente, la narrazione si avvia al dunque, verso un finale che tale non è, l’eco delle note rimane infatti sospeso nell’aria, forse a far da ultimo accompagnamento a quel misterioso cappello che affonda nel lago, spettatore inerme dell’Italietta un po’ macchiettistica che Vitali ancora una volta ci regala.

Andrea Vitali, Almeno il cappello, Garzanti 2009
Giudizio: 3 / 5 – Pantofolaio

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetto XVI, “Luce del mondo. Il papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald”, Editrice Vaticana 2010
Alberto Angela, “Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta “, Mondadori 2010
Allen Carr- “È facile smettere di fumare se sai come farlo”, EWI, 2004

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Juan Villoro, “Libro selvaggio”, Salani 2010
Ci sono libri con una forte personalità. Libri che si scelgono i lettori, e non viceversa. E libri che rifiutano di farsi leggere. Juan, quattordici anni, trascorre le vacanze dallo zio Tito, il bibliofilo più pazzo del mondo. Nel labirinto della sua biblioteca Juan scopre che i libri hanno una vita propria. Alcuni addirittura cambiano contenuto a seconda di chi li legge. Altri, invece, si nascondono. Come “II libro selvaggio”, che si lascerà leggere da una sola persona, da un lettore speciale. Perché leggere è un atto creativo. I libri sono magici. I libri sono vivi. E sono tutti diversi, come noi. “L’abilità di narratore di Villoro è al servizio di un sorprendente romanzo di avventura e intrighi che ha per protagonisti dei personaggi insoliti: libri ‘vivi’, dotati di poteri eccezionali e capaci di cambiare la vita delle persone.”

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Andrea Camilleri – Carlo Lucarelli, “Acqua in bocca”, Minimum fax 2010
IL SAGGIO: Giorgio Meletti, “Nel paese dei Moratti”, Chiarelettere 2010
IL CLASSICO: Alvaro Mutis, “Maqroll il gabbiere”, Einaudi 1993

FINALMENTE SCEGLIERAI… RICORDO DI FABRIZIO DE ANDRE’
Guido Harari (a cura di), “Fabrizio De Andrè. Una goccia di splendore. Un’ autobiografia per parole e immagini”, Rizzoli 2007
Sergio Algozzino, “Ballata per Fabrizio De Andrè”, Becco Giallo 2008
Paolo Ghezzi, “Il vangelo secondo De André. «Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria»”, Ancora 2006

Palloni di carta – 12 gennaio 2011

Ci sono pochi fenomeni che trovano proiezione concreta sulla realtà quotidiana come il calcio. Il tifo, nomen omen, è ben più che una semplice modalità di ammirazione. È fanatismo, è malattia. È una composizione desossiribonucleica insita in intere generazioni, un morbo che si diffonde rapidamente. È una pandemia, spesso urbana, altre volte suburbana, finanche nazionale e sovrannazionale. Nasce in un contesto sottoforma di amore per una squadra: undici persone con la stessa maglia che, come un piccolo esercito, marciano compatti all’assalto del fortino nemico. Poi diventa di più. Diventa un contenzioso di linguaggi, un confronto – scontro di modus vivendi contrapposti. Fino a fare esplodere le contraddizioni, le rivalità geografiche, religiose, economiche.

Il tifo è la prosecuzione del calcio con altri mezzi. Tanto più estremo è il calcio, tanto più simile ai gironi infernali le categorie, tanto più viscerale si palesa l’attaccamento. E nasce la mentalità ultras. Nasce nelle strade, nei mercati notturni, nei centri sociali. Nasce nelle associazioni sportive, nasce nei rioni e nelle borgate. È una mentalità che invade, striscia, comunica. Che parla alla gente attraverso un lessico tutto sessantottino. Usa un linguaggio immediato e calzante, poetico ed ironico. La sua Commedia è lo striscione, la sua penna vergante la bomboletta spray, la sua musa cortese ed angelicata la maglia.

“Noi odiamo tutti. Il movimento ultras italiano attraverso gli striscioni politicamente scorretti” (editrice napoletana, La città del Sole) è il tentativo di studio più completo compiuto sul fenomeno negli ultimi anni. Merito di tre autori giovani ed appassionati, a loro volta immersi fino al collo (ed anche più su) nel modo ultrà nostrano: Vincenzo AbbatantuonoDomenico MungoGabriele Viganò. Tre sguardi tutto sommato simili eppure prospettive diverse. Stesse convinzioni, stesse conclusioni, stesse idee espresse. Stesso posizionamento lì, nel cuore della passione semimilitarizzata della curva domenicale. E stesso identico rispetto ed apprezzamento per quella semantica da stadio che popola ed incide più di quella da cellulare.

Il loro lavoro certosino assomma le caratteristiche somatiche del saggio a quelle della militanza. Il testo è politico (nel senso più autentico del termine) fin quasi all’estremo confine, spinto al limitare della guerriglia. Mente e cuori fusi in un unico composto, storia ed attualità del movimento come sociologia impeccabile. E quel titolo, “Noi odiamo tutti”, che ancor prima di essere un’intestazione è una dichiarazione bellicosa ed identitaria. La carta d’identità di una massa di soggetti che rigetta le istanze normative repressive e si schiera soltanto con il suo amore spassionato ed incondizionato. Un libro di fuoco.

Le curve italiane sono la materia prima della redazione di “Noi odiamo tutti”. Quella curva intesa come regno di idee e valori diversi dalle idee e dai valori accademicamente riconosciuti. A tratti eccessivamente mitizzata, eccessivamente nobilitata. Mai purificata, mai verginizzata. La cura degli autori è quella di mantenere i suoi tratti distintivi ed autogeni; di preservarne le peculiarità di nicchia. In curva tutto è concesso perché in curva il sentire democratico viene escluso. “La curva non è democratica, è meritocratica”. È sentire comune espresso per mezzo di uno, due, tre, colori. Che sono quelli di una maglia. Che si evolvono in quelli di una fede. L’immagine trasmessa dal libro è dello stadio come luogo mistico ed insieme popolare, intriso di misticismo ed insieme di una volgarità gratuità che, tutto sommato fa parte del gioco. Perché ogni cosa, fosse anche la più estrema, fa parte del gioco.

Il corollario di striscioni altro non è che l’espressività di quel volto pulsante. Lo striscione è il nervo, il muscolo, la ruga che si stampa in faccia al settore degli ultrà. Un modo per calcare la mano sulle tragedie, ingigantire i vizi della fazione opposta ed i vezzi della propria. Nello striscione la verità non è elemento peculiare. Lo striscione è stato generato con il chiaro intento di esagerare, come la perfetta sincronia di una bomba rabbiosa e di tenerezza smodata. La redazione di uno striscione è un atto che accomuna, una realizzazione sociale, una promozione. “Questi ragazzi [quelli che scrivono gli striscioni, ndr] sono geniali – si legge nel testo – dotati spesso di una vis poetica fra il Catullo innamorato o il Pasquino irridente”.

Per spiegare non servono teorie, ma fatti. Ed ecco una lunga sfilza si scritte vergate ad ogni latitudine, in ogni stadio, per sostanziare l’affetto in qualsivoglia serie. Perché la maglia, si sa, è sempre la maglia. E per gli ultras, è l’unico, solo, vero, grande obbligo.

Domenico Mungo – Vincenzo Abbatantuono – Gabriele Viganò, “Noi odiamo tutti. Il movimento ultras italiano attraverso gli striscioni politicamente scorretti”, La città del Sole 2010
Giudizio: 3 / 5 – Incendiario

Macondo 8 gennaio 2011

∞ Nell’Italia di Silvio 

di Piero Ferrante

Tappe. La storia d’Italia, è come il famigerato Giro ciclistico. Ovvero, composto di piccoli grandi tratti di strada. Roma ed il Medioevo. Rinascimento ed età tridentina. Risorgimento e Resistenza. Prima e seconda Repubblica. Contrapposizioni, fini che si scontrano e si incontrano, si sovrappongono e continuano l’uno l’altro.

E, poi, c’è il 1994. C’è quell’età di spartitraffico, quel dio pagano della dedizione al potere, quell’assuefazione alla non politica. C’è il 1994, la rivoluzione tradita, il liberalismo mai realizzato, l’avvento della novità. Il berlusconismo. Come dire, la vittoria del nuovo che nuovo non è. La conquista dell’imprenditoria alla politica, la disfatta delle ideologie. Post comunisti e post fascisti costretti a mandar giù nell’esofago la polvere della sconfitta. Da quel momento in poi, da quel 1994 in poi, si è vinto e si è perso solamente in relazione a Berlusconi. I suoi alleati (quindi non fazioni indipendenti, non formazioni realizzate e complete, non schieramenti autosufficienti, ma “suoi”) ed i suoi sfidanti. Berluscones ed anti berluscones. Barriere e steccati personali, conflitti di interessi, pasaran e no pasaran. Parole e strategie passate al setaccio della visione aziendalistica del cavaliere di Arcore. Il suo corpo è diventato il corpo della politica. Il suo verbo il verbo della politica. Il suo campo, il campo della politica. Ha defascistizzato i missini, ha disintossicato Bossi restituendolo al Parlamento, ha moderato la sinistra sbavandola in uno scomposto di socialismo craxiano e godereccio e centralismo tangentizio democristiano.

Nel berlusconismo è insito l’occhio stesso del potere. Un Barnum letale di malaffare e cattiva politica. Ignoto nella sua genesi, mistificatore della tradizione ma alla tradizione vincolato (il richiamo a Sturzo e De Gasperi, l’anticomunismo…), il sistema del Cavaliere si ciba alla tavola dell’incerto. Già perché in quei giorni del 1994 in cui Berlusconi arrivava al potere accadevano cose realmente strane. Si dice turche, ma si scrive somale.

“1994”, testo dei giornalisti Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari, edito da Chiarelettere, affronta questi coni d’ombra, tentando di intoroiettarvi un fascio di luce potente e risolutore. Un libro che non intende ipotizzare, ma indagare; che non intende giudicare, ma creare i presupposti affinché tutti siano nella condizione di poterlo fare liberamente. Un libro che parte da punti saldi. Punti che, impattando con la coscienza di italiani, provocano brividi di freddo e di paura nell’immaginario nazionale. Eppure sono soltanto nomi: Mauro Rostagno, Somalia; Moby Prince, contrabbando; Vicenzo Li Causi, Urano, Gladio, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin. E sono solo nomi. Nomi come pareti di una sala nel cui mezzo volteggiano e pogano stentorei e potentissimi danzatori, scuotendola dalle fondamenta. Ed anche questi ballerini hanno i loro nomi. Si chiamano massoneria, servizi segreti deviati, Centro Scorpione (che è come dire, uno dei figlioletti di Gladio), mafia, P2, fascisti, politici di varia risma e provenienza.

Grimaldi e Scalettari mettono insieme tutte queste cose, persone, fatti ed eventi. Scartabellano sentenze, ripercorrono strade ed inchieste giornalistiche, s’appellano ai ricordi. Soprattutto cercano connessioni. L’ultima pista dell’inviata di Rai tre che si incrocia, cronologicamente, con i movimenti occulti, con la trattativa Stato – mafia, con la ripresa, in grande, del progetto Urano (smaltimento di rifiuti tossici nel Corno d’Africa), con la cooperazione sballata, con la nascita di Forza Italia e, soprattutto, con l’esordio di Berlusconi a Palazzo Chigi.

Mettono a nudo quanti, di questo momento storico, hanno costituito parte attiva. Svelano l’insvelabile. Qualcosa che c’è, che si sa essere immane, ma della cui portata non si è perfettamente consapevoli. Qualcosa talmente immane da richiedere l’emersione di altre verità scomode, ma comunque meno scomode. Un gioco delle scatole cinesi, una struttura a matrioska intricata. Qualcosa di talmente immane da causare innaffi a pioggia, nuove vittime e nuovi carnefici.

“1994” è il libro adatto per quanti si sentono rassicurati nel crogiolarsi sotto le calde ali delle istituzioni repubblicane, per quanti continuano a confondere la legalità con un’ideologia politica sfibrata; per tutti quanti credono che lo spettacolo parlamentare prescinda la morale; per tutti quanti hanno scelto di accodarsi alla fila della creduloneria trovando snervante l’attesa per lo sportello della verità; per tutti quanti, infine, non temono di guardare indietro e scoprire, nel volto dell’Italia, gonfiori e tumefazioni.

Luigi Grimaldi – Luciano Scalettari, “1994”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Chiarificatore

LINK SUL SITO DI CHIARELETTERE: http://www.chiarelettere.it/dettaglio/68529/nellitalia_di_silvio
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∞ Angelicamente anarchico ∞

di Roberta Paraggio

Il toscano spento tra i denti, il cappello di feltro da curato di campagna, e le parole, piene, a volte audaci ma sempre veritiere.

Lo conoscono tutti Don Andrea Gallo, don per gli amici, che in questo libro si racconta a Loris Mazzetti, giornalista e regista di diversi programmi Rai.

Seduto al tavolo del ristorante genovese gestito dai “suoi” ragazzi, quelli che ha salvato da un destino di inevitabile delinquenza, Don affabula autore e lettore senza far sconti a nessuno. Una vita dedicata agli ultimi, in strada nelle notte della sua amata Genova, quando la miseria è più visibile, quando il buio rigurgita le brutture che il giorno confonde nel riverbero del sole sul mare. Perché Don è ovunque, era al G8 nel 2001, dalla parte di Beppino Englaro come al Gay Pride, affianco ai giovani e a chiunque abbia bisogno di sentirsi dire “tu sei speciale”, è li a catturare con la sua semplicità anche chi sulla propria fede nutre qualche dubbio.

Partigiano col nome di battaglia di “Nan”, poi figlio di Don Bosco, seguendo gli esempi di Don Milani e papa Giovanni XXIII, l’unico che definisce papa, il solo di cui ha un ritratto appeso alle pareti del suo studio archivio.

La sua fede come strumento di dialogo costante, un Dio al quale si rivolge ogni sera chiamandolo papà, per servire e non per essere servito, per esser accanto a chi non sa più da chi andare, don è un prete da sempre contro, allontanato dalla sua prima parrocchia perché su un leggìo aveva il vangelo, sull’altro il Manifesto, comunista, fiero, ribelle e amato dalla sua gente. In direzione ostinata e contraria contro la sua stessa Chiesa che si autoincensa ma è sempre più sola; che confonde i propri palazzi con quelli della politica, contro il bigottismo di chi prova da sempre a  manipolare le coscienze con le crociate moralistiche.

Autoironico e pungente, rivoluzionario disarmato e a viso scoperto, in lotta per una Chiesa che accolga tutti, che non punti il dito, che non si nutra e si fortifichi sul timore che incute, che non nasconda le sue magagne per poi gridare allo scandalo quando si viene scoperti, “cosa gridi?”  dice ad un certo punto rivolgendosi addirittura a Benedetto XVI, a proposito dello scandalo sulla pedofilia. Una Chiesa che ha bisogno di scrollarsi di dosso  secoli di tabù, di rinnovarsi proprio a partire da chi si dice cattolico, che non ha bisogno dei meeting di massa, che abbandoni la voglia di primeggiare con velleità da prima della classe.
Una Chiesa che faccia suo il motto del compagno Nan, quello di “Osare la speranza”.

Don Andrea Gallo, Loris Mazzetti, Sono venuto per servire, Aliberti  2010
Giudizio: 4 / 5 – Luminoso

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
2. Benedetta Parodi, “Cotto e mangiato”, Vallardi 2009
3. Geronimo Stilton, “Nel regno della fantasia”, Piemme 2003

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
IL ROMANZO: John Le Carré, “Nostro Traditore tipo”, Mondadori 2010
Lo scrittore racconta il suo nuovo romanzo. Oligarchi russi, spie inglesi e soprattutto lo strapotere del denaro.
“Il riciclaggio è diventato il motore dell’economia e della finanza. Una grande banca ha pagato una multa equivalente al debito greco”. “Scrivere per me è ogni volta una nuova esplorazione. Se conoscessi le risposte a tutte le domande che mi pongo, smetterei di scrivere”.
IL SAGGIO: Gianfranco Ravasi, “Questioni di fede”, Mondadori 2010
L’autore ha inteso fare il punto sulla situazione che da tanti anni lo vede in rapporto con il numeroso pubblico che lo segue nei suoi interventi sui giornali, in televisione e negli incontri pubblici , persone che stimolate dalle sue parole e dalle sue riflessioni, hanno indotto allo sviluppo dell’indiretto colloquio, scrivendo a Ravasi per replicare ai commenti ed alle considerazioni ascoltate, e molto spesso per porre delle domande.
NARRATIVA PER BAMBINI: Geronimo Stilton, “Un anno nel regno della fantasia”, Piemme 2010
Il calendario è un’occasione speciale per rivivere, insieme a Geronimo Stilton, i momenti più emozionanti dei suoi viaggi nel regno della fantasia. Un anno indimenticabile, alla scoperta di luoghi incantati e personaggi fantastici.

I LIBRI CONSIGLIATI DA NOI
IL ROMANZO: Josè Saramago, “Una terra chiamata Alentejo”, Feltrinelli 2010 (n.e.)
IL SAGGIO: Gianluigi Nuzzi – Claudio Antonelli, “Metastasi”, Chiarelettere 2010
IL CLASSICO: George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.

I NOSTRI LIBRI DI CUCINA… CONTROCORRENTE
Sophie Grigson, “Equo & solidale. Fairtrade. Un ricettario per tutti i giorni”, Tecniche Nuove 2009
Marinella Correggia, “Il cuoco leggero (2011). Manuale per un cibo ecologico, solidale e nonviolento quotidiano”, Altreconomia 2010
Pasquina Sacco, “Il pancotto garganico”, Claudio Grenzi Editore, 2007

Link: http://www.statoquotidiano.it/08/01/2011/macondo-la-citta-dei-libri-15/39974/

Macondo – La città dei libri

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