Macondo, 22 ottobre 2011

Stato Quotidiano

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Un giorno di maggio. A Capaci ∞
di Piero Ferrante

“Non si può chiedere a un alpinista perché lo fa. Lo fa e basta”. Erano queste le parole usate da Giovanni Falcone per spiegare la sua dedizione alla causa dell’antimafia. Una dedizione dolorosa, quasi una militanza, che gli regalò in cambio anni da protetto, nella bambagia della scorta che si fa controllo, si fa cappa, si fa oppressione. Eppure, il Falcone uomo, cessato d’essere in un giorno di maggio del 1992, amava la vita almeno nella stessa misura in cui il Falcone giudice amava la causa della giustizia. Il mare di Sicilia, il pacchetto dei Toscani, l’amore per i libri e per Francesca (Morvillo, che sposa in seconde nozze del 1986 e che, con il giudice, cadrà per mano di Cosa Nostra) s’intersecavano ineluttabilmente con le inchieste, con le confessioni di Tommaso Buscetta, con le pubbliche aggressioni di Leoluca Orlando e Totò Cuffaro. Oggi, 19 anni dopo, quell’inestricabile combinazione d’eventi esce dalla storia per riassumersi in una graphic novel. Autore, Giacomo Bendotti (27enne sceneggiatore benedetto dal dono del cantastorie). Un lavoro veloce ma per nulla distratto, rigoroso ma non per questo scevro di emotività, intriso della forza propria dei sogni eretti ed infranti. Diretto, come certi pugni. Come quei cazzotti nello stomaco che t’aspetti ma che, ogni volta, mozzano il respiro giusto quell’attimo da annientare la ragione del mondo d’intorno. Essenziale e disadorno. Un lavoro così puro che non abbisogna di fronzoli. E lo capisci subito, da quel titolo che non è un titolo, ma una carta d’identità: “Giovanni Falcone”. Non serve aggiungere altro agli editori della Becco Giallo, sempre in prima linea in fatto di memoria civile. Basta questo per narrare quel che serve narrare. Bastano poche lettere per trasformare un ‘fumetto’ qualsiasi nella storia recente di una Nazione.

Una storia da cui non scampano amici e detrattori. Che furono di Falcone e che saranno di Paolo Borsellino. E, man mano che la si legge, nei tratti sicuri tracciati da Bendotti, si torna indietro, fino a quei giorni vissuti in compagnia di deflagrazioni e di sirene, pezzetti immediatamente percebili di una strategia sotterranea che doveva condurre Stato e mafia a divenire compari, compagni di banco, amici di merenda. Quell’epoca che ha segnato ineluttabilmente il volto di almeno due generazioni di cittadini, seppellito la Prima Repubblica sotto quintali di tritolo e sfregiato definitivamente il volto di un Paese, dal 1992 non sarà più lo stesso. Addirittura, non sarà più se stesso. Intimorito, frastornato, rincintrullito da quei rumori forti, dall’estetica della morte dei morti ammazzati, da immagini che sono immagini di guerra, con tanto di bombe, di stragi, azzeramento dei diritti umani. Una guerra che non è stata dichiarata ma che i suoi morti li ha già lasciati sul campo (1983, Rocco Chinnici; 1985, Nino Cassarà; 1990, Giovanni Bonsignore).

Eppure saranno Capaci e Via D’Amelio i punti di non ritorno. Saranno Capaci e Via D’Amelio, a tramutare lo strazio in indignazione e l’indignazione in sdegno. La scena finale della novel, che è la scena finale di una vita, è anche la scena finale di un’Italia che si credeva al riparo, immmune dai suoi vizi. L’ultimo fotogramma di Bendotti rappresenta la deflorazione subita dall’Italia da parte del male. Più di Portella della Ginestra, più del massacro di Reggio Emilia, più di Ustica e della stazione di Bologna, è a Capaci, in quell’ultimo fotogramma raffigurato dall’alto, che si legge l’intera biografia del nostro popolo, il cui verrà di lì a poco a Palermo.

“La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione, e avrà quindi anche una fine”, disse Falcone mentre conduceva un processo (‘il maxiprocesso’) che portò sul banco degli imputati 475 persone, 207 detenuti, 25 collaboratori di giustizia; che trasse 450 capi d’imputazione (90 omicidi) infliggendo 342 condanne, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere e multe per oltre 11 miliardi di lire. La sua morte ha potuto rallentare i lavori, ma non li ha più fermati, come non ha soppresso la Procura Nazionale da lui stesso voluta. Falcone è stato lo scoppio del motore, il suo sangue, l’olio degli ingranaggi. La macchina della Storia cammina grazie a questo.

Giacomo Bendotti, “Giovanni Falcone”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Fratelli d’Italia
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∞ Storia di uno spocchioso ∞
di Roberta Paraggio

Non è facile creare personaggi letterari che suscitano antipatia dal primo rigo, leggendo ci si ferma, si indugia, si cerca l’empatia, ma in questo caso l’operazione risulta piuttosto complessa. Fabrizio Garrone, protagonista di “Il diavolo alle calcagna” (Nottetempo 2011) è uno scrittore in crisi folgorato da un gingle pubblicitario più che mai stolto. Fuori dal giro dei premi letterari, lontano ormai dai party, escluso dalla cerchia degli emergenti radical chic di cui ha fatto parte per anni, è un uomo solo, vedovo di Daniela, donna austera, studiosa di letteratura e tremendamente spocchiosa anch’essa.

Cerca qualcosa senza sapere cosa sia, nelle notti insonni condite dal tubo catodico si rigira in solitudine pensando alla sua vita soddisfacente ma ancora vuota.
Vuole di più, vuole diventare bello, snello, come il ragazzo della pubblicità, si affida ad uno psichiatra sui generis che lo riempie di pillole per raggiungere una soddisfazione fasulla fatta di magrezza, addominali a tartaruga su un corpo che non vuole diventare testuggine molliccia. Il protagonista di questo romanzo fa paura per la sua vacuità, per il desiderio sfrenato di correre di pari passo ad un tempo che vuole tagliarlo fuori, un insano bisogno di gioventù, una decadenza di valori sostituita da bisogni edonistici.

Non fa sorridere, non è simpatico, non ama neanche più i suoi cani, non si cura più degli amici, tutta la sua esistenza è protesa alla corsa, la sua autostima si misura a colpi di specchio e party pieni di sgallettate. Francesca Duranti è spietata, non indulge un attimo sulla decomposizione morale del suo protagonista, non gli lascia tregua né dignità, lo descrive con acutezza, asserragliato da quel diavolo furioso del titolo che gli mette il fiatone, mentre corre una vita che sempre meno coscientemente gli appartiene. Snocciola i suoi pensieri invasati, una voglia di rivalsa da un’esistenza che in fin dei conti gli ha dato tutto, soldi, successo, una casa rifugio a New York. L’insoddisfazione monta, ma non si capisce da dove proviene, il protagonista non lo spiega, la sua creatrice nemmeno, cosa può desiderare? Ha bisogno di vincere senza gareggiare, di trovare una preda facile.La sua sete di conferme si materializza in Samantha, poetessa aspirante velina dal cervello poco reattivo, bella e cretina, come le donne che di solito rifuggiva, ma che adesso gli serve, per soddisfare ancora una volta, forse l’ultima, la sua vanità.
Quando scoprirà che in realtà Samantha con la h, non è sciocca come pensava, la sua vanità ferita gli farà progettare addirittura l’impossibile, la vendetta più atroce, il delitto perfetto, si ingegna, progetta, aguzza un ingegno sopito sotto i muscoli. Ma,fortunatamente la sua mente ha un guizzo, torna con i piedi per terra, non sacrificherà una vittima alla sua vanità, resterà ancora solo, ma stavolta, con lentezza.

Francesca Duranti “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – la tragedia di un uomo antipatico
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∞ Il tè è servito, Milady! ∞
di Angela Catrani

In Inghilterra piove sempre, si sa. In Inghilterra piove e fa freddo per svariati mesi l’anno: anche questo luogo comune fa parte dell’immaginario collettivo, di tutta quella serie di memorie che ci portiamo dietro come bagaglio culturale da un luogo più o meno reale all’altro. E dunque le bevande calde a metà pomeriggio svolgono funzione sociale e fisica allo stesso tempo. Il rito del tè, sconosciuto nella calda e soleggiata Italia, coinvolge tutta la famiglia e gli eventuali, insopportabili, indesiderati, e obbligatori ospiti. Appunto, i visitatori, questa piaga sociale tipicamente inglese, questi vicini che si fanno scrupolo di andare a informarsi della salute di amici e parenti sobbarcandosi lunghi viaggi fangosi da una contea all’altra, spesso a piedi, capitando, guarda caso, proprio nell’ora del confortevole tè. Come sottrarvisi? Le lady inglesi sono delle vere esperte nell’arte della simulazione, ma altrettanto capaci di scovare i padroni di casa anche negli angoli più nascosti delle immense e mal riscaldate ville.

Il “Diario di una lady di provincia”, di E.M. Delafield, scritto agli inizi degli anni Trenta, racconta di vicini noiosi e logorroici, di bambini pestiferi che vengono educati in collegio e mal sopportati durante le vacanze, ci diverte immensamente con le cronache di pranzi e balli, dove gli argomenti di conversazione vertevano dalla caccia alla volpe alla coltivazione degli ortaggi, ci fa sorridere con la descrizione di mal riusciti tentativi botanici, ci fa rabbrividire al pensiero della tristissima cucina inglese, dove la novità massima era rappresentata dalle carote bollite al posto delle solite patate, e infine ci commuove nel racconto dei rapporti tra moglie e marito, la moglie lamentosa e il marito burbero e laconico, ma poi pronto a ergersi a paladino di fronte alle fobie della consorte.

E infine, il rapporto che questa signora ha con i domestici è addirittura esilarante. Se si ha memoria di altre letture inglesi, una tra tutti il meraviglioso “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, non ci si meraviglierà poi troppo di quel rapporto teso tra distanza e intimità, tra sopportazione e insoddisfazione che si crea tra un domestico e il suo datore di lavoro. Ma in questo romanzo c’è una cuoca brontolona e insopportabile, serrata nelle sue cucine su cui sovrintende con dispotica autorità. “La cuoca borbotta che a meno che non si trovi un valido aiuto, è impossibile sbrigare tutto il lavoro in cucina. Trovo che la affermazione sia assurda, ci mancherebbe solo questa spesa superflua. E so anche che in questo periodo dell’anno è impossibile trovare aiuti di sorta. Molto bene, vedrò cosa posso fare, rispondo, e io stessa sono disgustata dalla mia ipocrisia. È proprio vero che i domestici ci riducono a un branco di codardi”.

La cuoca cucina in modo ripetitivo e approssimativo, ma non ci si può lamentare, pena il licenziamento. Addirittura si finisce tutto quello che c’è nel piatto, e non per una buona regola sociale ed economica, ma solo perché in questo modo si evitano le polemiche e infinite recriminazioni. “… per pranzo la cuoca mi fa portare dell’altra gelatina. La offro a Helen Wills (la gatta di casa), che ha un conato di vomito e si ritrae. Credo che questo sia un motivo più che valido per rimandarla in cucina intatta, ma se lo faccio la cuoca si licenzierà di sicuro e questo proprio non posso permetterlo”.

La protagonista è una signora ancora giovane, madre di due bambini, inguaribile ottimista, gentile, ironica, accomodante e spendacciona. La cronica mancanza di soldi, la maniera di procurarseli tramite espedienti vari e la tentazione di spenderne sempre e comunque è la caratteristica di altre eroine della letteratura inglese di tutti i tempi, da Jane Austen in avanti, un vero modus vivendi per queste ladies di provincia, costrette tra svariati balli e pranzi a non potersi presentare con il medesimo vestito per più di due volte.

La sottile ironia che permea tutto il romanzo lo rende lettura gradevolissima, agevolata dalla ottima traduzione di Monica Pareschi, che sa rendere il linguaggio colto ma spontaneo della upper class britannica in maniera davvero convincente. Si può trovare molto più ironia nelle situazioni normali e nella quotidianità di una famiglia che non in mirabolanti e assurde vicende costruite ad arte.

E.M. Delafield, Diario di una lady di provincia, Neri Pozza editore, 2010
Giudizio: 4 / 5 – ironicamente realistico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Elena Ferrante, “L’amore molesto”, E/o 2011 (nuova ristampa)
IL SAGGIO: Giulio Di Luzio, “Sporchi, brutti e cattivi”, Ediesse 2011
IL CLASSICO: Jonathan Swift, “I viaggi di Gulliver”, q.e.

LA VIOLENZA: SOLUZIONE O PROBLEMA?
Veronique Le Goaziou- Laurent Mucchielli, “I giovani e la violenza. Una questione aperta”, Clueb 2010
Isabel Sommier, “La violenza rivoluzionaria. Le esperienze di lotta armata in Francia, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti”, DeriveApprodi 2009
Hannah Arendt, “Sulla violenza”, Guanda 2008

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (ibs.it)
1. Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”, Newton e Compton 2011
2. Fabio Volo, “Le prime luci del mattino”, Mondadori 2011
3. Walter Isaacson, “Steve Jobs”, Mondadori 2011

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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Macondo, 15 ottobre 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Demonicamente, Twain ∞
di Piero Ferrante

Henry Nash Smith, curatore della versione originale di Letters from the Earth, definì questo lavoro di Mark Twain, “doppiamente postumo”. Innanzitutto, perché, la pubblicazione successe di oltre mezzo secolo la morte del suo creatore, visto che Twain scomprave nel 1910 e l’opera venne edita soltanto nel 1962. In secondo luogo, perché dovette vincere le resistenze dell’unica erede del padre nobile della letteratura americana contemporanea, sua figlia Clara Clemens (i suoi quattro fratelli erano tutti deceduti prima della morte dello scrittore), combattuta tra la necessità della conoscenza e l’opportunità di scalfire l’immagine del padre. Dubbio più che comprensibile. In un ipotetica scala valoriale-letteraria, le undici epistole che compongono il libercolo, l’ultimo, di Twain, si trova esattamente agli antipodi in quanto a contenuti, ideali e plot rispetto all’innocuo Le avventure di Tom Sawyer. Quello è divertimento e spensieratezza, questo è filosofia, morale.

Ma Twain, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è Tom Sawyer. La sua narrativa è racchiusa nelle marachelle di quel guappo vagabondo. Biforcare i destini del creatore e della creatura significherebbe mortificare generazioni di rigorosi cristiani che hanno fatto delle adventures del ragazzetto motivo pedagogico, formativo. Addirittura, un modello da seguire, per quello spirito d’indipendenza che, nei suoi estremi di ribellione, riesce sempre a ricondursi a ragione. Che è ordine. La pubblicazione della bozza definitiva delle Lettere, pronta nel 1939, se pubblicata seduta stante, sarebbe rutilata rovinosamente su un intero sistema. Avrebbe posto di fronte agli Stati Uniti un mondo diverso, fatto di dissidenza e poca obbedienza, dove un elemento ribelle, una scheggia impazzita s’arroga il siritto di critica rispetto allo status quo.

E’ il 1939, nel mondo sta per scoppiare la guerra e gli Usa provano a riorganizzarsi dopo la peggior crisi economica nella storia del giovane capitalismo. Perciò, bisogna andare avanti credendo nei giusti idoli. Che sono silenziosi, non alzano troppo il capo, non soffrono d’isteria. Finisce così che le Lettere sono accantonate in un cantuccio. E anche in Italia ci arriveranno solo nel 1962, oggi recuperate grazie al prezioso lavoro di recupero della Casa editrice Piano B, titolare di una collana punzecchiante chiamata ‘la mala parte’. Il carico esplosivo restituito, cent’anni dopo la redazione da parte del narratore di Florida, resta immutato. Twain veste i pannni dell’Arcangelo Satana, cacciato via dal paradiso dalle bizze un Dio altero e presuntoso, per nulla disposto ad ammettere che si critichi il proprio creato. Per punizione, viene esiliato in Terra. Dove osserva, medita, legge. E comunica le sue impressioni agli altri arcangeli. Le sue parole, di Satana e di Twain, sono stracolme di potenziale destabilizzante. In dubbio c’è non solo la Sacra Scrittura, come parrebbe ad un’analisi apparente, ma tutto un universo morale fondato sulla religione cristiana. Satana smonta dalle fondamenta i fondamenti della storia dell’Ebraismo, deride le leggende del Vecchio Testamento, destruttura la narrazione biblica.

Con la stessa rabbia (ma forse con eccessiva ripetitività), le Lettere si fanno beffe del puritanesimo della castità e dell’Arca di Noé. Twain, forse conscio della fine vicina, incattivito dalla solitudine e dalla dimenticanza, rinchiuso nel suo pensare sarcastico e filosofeggiante, riflessivo ma spregiudicato, non usa filtri. Parla dell’Uomo e parla di Dio senza porli su piani diversi, ma come interconnessi da un rapporto di potere, il servo ed il padrone, il dominato ed il dominante, l’esecutore ed il teorizzatore. Descrive con minuzia le contraddizioni di questo rapporto, le studia, le forza. Presta la sua mano, non casualmente prorpio all’Arcangelo del male, l’unico che non abbia soggiaciuto a queste condizioni. Non lo fa per vacua mission demoniaca, né per un’avventata redenzione all’incontrario, ma perché, in Satana, si riassume il simbolo del pensiero ramingo, eremita, emarginato. Con cui condivide quasi tutti, insofferenza compresa.

Mark Twain, “Lettere dalla Terra”, Piano B 2011
Giudizio: 3 / 5 – Indignado
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∞ Il grembo della follia ∞
di Roberta Paraggio

Maddalenina la matta è brutta come un dolore, è repellente come può essere solo ciò che non si osa guardare, ciò e non chi, perché lei è oggetto, di scherno, di disprezzo e di poca e benpensante compassione. E’ atroce come il senso di colpa di chi per tutta la vita l’ha scacciata via dalla propria meschina visuale, dalla propria serenità formato paesello, è terribile come il rimorso per una carezza non fatta, per una buona parola non detta che resta conficcata in gola, nell’inutile duello tra l’intenzione e la noncuranza.

Maddalenina puzza perché ha deciso di non lavarsi più, da quando, la sua fortunata vicina Amalia Coghe, ha espulso un anello dall’intestino. Quel gioiello lo vuole anche lei, e, impazientemente ogni mattina fruga tra la sua cacca. Ma, la cosa che desidera di più è una creatura da accudire, un figlio tutto suo e dei suoi mariti immaginari, tre ignari uomini del paese di cui si innamora perdutamente, col candore e l’ingenuità dei matti.

“Mia figlia follia”, romanzo della sarda Savina Dolores Massa, è un itinerario nella mente di una donna sconnessa che ha attraversato tutte le fasi della sua vita senza assaporare l’amaro del male. Non se n’è accorta Maddalenina dei silenzi carichi di vergogna, non ricorda di suo padre arso vivo, non può sapere del grembo di sua madre sbattuto in ogni spigolo con violenza, con la speranza che lei non nascesse. Allora era li, in un liquido amniotico che non è voluto diventare fiele, guardava il mondo da quel posto silenzioso, e, nel silenzio è cresciuta, con desideri che non sapevano andare al di là dell’orizzonte visibile dalla propria finestrina.

Sola al mondo, cammina per le strade mentre gli altri cambiano direzione per non incrociarla. Eppure, ha da offrire centrini fatti all’uncinetto e un sorriso perfetto, ha dei bei denti e sorride, racconta dei suoi amori a Maria Carta, guaritrice del paese sua unica e forse immaginaria interlocutrice. Proprio in questi dialoghi sta la forza del racconto, Savina Dolores Massa riporta un’immagine cruda, muta, scabra, un bianco e nero sgranato e povero, in cui solo il disincanto di Maddalenina porta un taglio di luce, un sorriso sghembo. Mentre il giorno del grande evento si avvicina e il suo corpo sbilenco si ingrossa, il racconto segue il corso degli eventi, l’andirivieni tra passato e presente si annebbia, fino alla fine Maddalenina pensa di avere in grembo il figlio del suo amore immaginario, gli parla, fa progetti. Con il suo fiocco consunto tra i capelli, realizza scarpine di ogni colore, sogna la vita a spasso per il paese al braccio dei suoi tre uomini, aspetta un riscatto sociale che non avrà mai luogo.

Maddalenina, infatti, porta in grembo solo follia, la sua unica compagna e creatura possibile, un male oscuro che le mangerà il corpo folle. Non darà alla luce nulla, se ne andrà sola e silente, sotto il fico secco di Maria Carta la troveranno seduta, le braccia in grembo, a cullare un sogno che non si è realizzato.

Savina Dolores Massa, “Mia figlia follia”, Il Maestrale 2011
Giudizio: 3 / 5 – Amaro
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∞ Forrest Gump, a cent’anni ∞
di Angela Catrani

Allan Karlsson, svedese, ha appena compiuto cent’anni, ma non ha alcuna intenzione di sorbirsi i festeggiamenti della casa di riposo, i discorsi ufficiali e le pacche sulle spalle senza poter annaffiare il tutto con un grog, o una acquavite, una vodka, o un liquore qualsiasi, insomma. Perché la famigerata direttrice dell’istituto ha occhi svelti e trova alcol di contrabbando in ogni dove. Per cui Allan decide di fuggire: scavalca con qualche difficoltà, data la veneranda età, la finestra e si avvia con passo incerto verso il centro cittadino.

Da questa sua repentina presa di posizione si scatena una vicenda surreale, un circo in cui non mancano elefanti e clown, una girandola di malviventi, ex poliziotti, ergastolani, ma anche brave persone che si lasciano trascinare in questa assurda avventura. Nei suoi primi cento anni Karlsson è stato un po’ come Forrest Gump, un po’ come il prezzemolo, sempre nel mezzo della Storia, tra presidenti di tutti gli Stati, primi ministri, dittatori, scienziati, agenti segreti, diplomatici e via dicendo, ricavandone una esperienza di vita davvero esemplare, necessaria per impartire consigli ai giovanotti che lo accompagnano in questa che potrebbe essere la sua ultima avventura.

Naturalmente, un libro così, oltre ad avere una copertina attraente, deve essere dotato di una quarta di copertina accattivante, che riporti commenti strabilianti su come questo sia il libro più divertente del secolo o giù di lì. Ma gli svedesi hanno uno strano modo di concepire l’ironia. Se non sei completamente fuori di testa e completamente fuori dalla Svezia, per esempio, non ti potrai né saprai davvero divertirti. E, d’altro canto, per essere ilare e felice, il tutto dovrà essere annaffiato da litri e litri di superalcolici. Per non parlare dello strano modo di affrontare i problemi, senza mai farsene soverchiare, ma ponendosi obiettivi brevi e fattibili, fosse anche quello di affrontare le montagne dell’Himalaya.

Un libro simpatico, senza alcun spessore, con qualche notarella di storia qua e là, molta fantasia, un quadro surreale, insomma, con elefanti che viaggiano in pullman, il fratello scemo di Albert Einstein come coprotagonista, tantissimo esplosivo, e un assurdo vecchietto che la Morte si è dimenticata di venire a prendere. Ogni tanto fa bene prendersi qualche ora di respiro e leggere per svagarsi, non dico di no. Però poi ti vengono in mente i veri libri ironici e questo ti serve per scaldarti la cena, insomma.

Jonas Jonasson, “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, Bompiani 2011
Giudizio: 2 / 5
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: AA. VV, “Don Camillo a fumetti”, ReNoir 2011
IL SAGGIO: Sandro Clementi, “Le virtù del terrorismo”, Coniglio editore 2011
IL CLASSICO: Agatha Christie, “Intrigo alle Baleari”, q.e.

SEI ANNI DOPO, CON LOCRI, PER RICORDARE FORTUGNO (16 OTTOBRE 2005)
Oriana Boldrin, “Siamo tutti mafiosi? I giovani incontrano la mafia”, Anordest 2010
Giuseppe Fava, “Riflessioni sulla morte, sulla vita e sul pensiero dell’onorevole Franco Fortugno”, Equilibri 2008
Antonio Condò, “La rivolta del megafono. Soffia il vento della speranza nella ribellione dei ragazzi di Locri dopo l’omicidio di Franco Fortugno”, FPE-Franco Pancallo Editore 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI IN ITALIA DELLA SETTIMANA (lettura.it)
1. Paulo Coelho, “Aleph”, Bompiani 2011
2. Erri De Luca, “I pesci non chiudono gli occhi”, Feltrinelli 2011
3. Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”, Newton Compton 2011

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Macondo – La città dei libri

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