Macondo, 17 settembre 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Appunti italiani ∞
di Piero Ferrante

Tina Anselmi è un monumento non consunto della democrazia tricolore. Staffetta (a 19 anni) della Brigata autonoma Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario della libertà del Veneto, democristiana sociale, prima donna Ministro (al Lavoro), mai una voce su di lei, mai un bizzarro evento, mai un condizionamento. Rigore morale ma mai moralista, randellatrice del suo e dell’altrui. Giusta, Tina Anselmi, ancora adesso che, ad 84 anni suonati, la lucidità gli pone innanzi sceneggiati da seconda serata. Unti e bisunti cartocci di prodotti appiccicaticci: la P3, la P4 e chissà quante altre propagande. All’amica di una vita, Anna Vinci, ha affidato i suoi diari. Che in realtà non sono diari. Piuttosto carte, veri e propri appunti, raccolti nel tempo in cui ha occupato la Presidenza della Commissione d’Inchiesta sulla P2 (1981-1984). Stracci di politica, di vita, di affari. Panorami di un’Italia che c’è ancora, immutata, con gli stessi nomi e gli stessi moduli operativi.

Leggere “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi” (prezioso lavoro di recupero timbrato Chiarelettere e firmato dalla Vinci), ovvero le due copertine che racchiudono queste carte, è pratica inquietante. È un’esperienza quanto più prossima possibile alla lettura di “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini. In definitiva, dal punto di vista meramente storico, il testo non aggiunge nulla di nuovo. Conferma solo (si fa per dire) le sensazioni di penetrante fragilità di uno Stato nelle mani di poteri invisibili ad occhio nudo, piccoli come eserciti di soldatini di piombo ma devastanti come le Armate di Timur lo zoppo. Legioni che ridono delle muraglie, che regalano la normalità a villaggi su cui vigilano con certosino interesse e patriarcale libertà. Conferma, una volta di più, che “basta una sola parola che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio”. E che Dio abbia in gloria l’Italia per l’attualità di questa profezia.

Il libro regala uno spaccato di pressioni, condizionamenti, esperimenti d’onnipotenza. L’Anselmi annota la carrellata di nomi che le sfilano di fronte. Nelle loro versioni rintraccia contraddizioni e verità. Coglie, soprattutto, i tic isterici di una giustizia turbata. È come se, pur chiamata ad indagare, fosse già conscia della gattopardesca essenza della sua Commissione. Non un organo inquirente, ma un puntello di una Repubblica allo sbando. A tratti, addirittura una copertura, una legittimazione, un’affermazione di tutto quanto rappresentato dal Venerabile Gelli ed i venerabilini suoi sottoposti. Eppure, con rigorosa dovizia, ricopre una mansione che la porrà dirimpetto allo sfacelo della sua formazione partitica, quella Democrazia Cristiana sempre meno democratica e men che meno conforme agli insegnamenti evangelici.

Nelle carte di Tina Anselmi dimora tutta l’Italia avvenire. Quella del controllo mediatico delle menti, quella delle banche padroni, quelle dell’affaristica privata tramutata in affaristica di Stato. In tal senso, le sue carte si tramutano in epitaffio, un’indicazione miliare per imboccare la complanare e tornare indietro. Lei stessa, diventando donna, persona, esistenza, lo urla: “Fate presto a pubblicare i miei appunti, dopo, anche solo qualche giorno dopo, sarà troppo tardi”. E questa sua ragione ha dovuto fare i conti con gli interessi superiori, con gli ordini dall’alto, con la sozzura di mani che nessuna svolta epocale ha ancora pulito (malgrado le promesse contenute nei titoli roboanti delle inchieste giudiziarie). Tanto che ancora nel 2004, la Presidenza del Consiglio (oggi come allora nelle mani del tesserato P2 numero 1816), dette alle stampe, sotto l’egida dell’allora Ministra alle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, tre volumi intitolati “Italiane”, in uno dei quali (l’ultimo) la Anselmi diventa figura sovversiva, a tratti robespierriana: “La presidenza della commissione d’inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982 – si legge – cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l’istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano”. Quel che sarebbe dovuto essere un ritratto imparziali si tramutò in scarabocchio volontario, un’opera di Delacroix. Quello scritto, si concludeva così: “Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi’s List infatti cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi”.

E come una strega, sul rogo ce l’hanno messa l’Anselmi. Senza, però, riuscire ad arderla.
Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
Giudizio: 4 / 5 – Operazione verità

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∞ La vittoria delle rosse ∞
di Roberta Paraggio

La Vergine della pioggia ondeggia nell’aria mentre fa ritorno al suo santuario sul mare. Una folla di beghine in gramaglie nere e scapolari splendenti prega a mani giunte, invoca la salvatrice e il dittatore, si genuflette prontamente al suo passaggio, dimentica dei dolori d’ossa e dell’umidità, della miseria con la quale convive gomito a gomito, dente stretto a dente stretto.

E’ il 1937, la guerra civile spagnola è finita. Franco ha vinto e con lui il sopruso e la violenza, tra le macerie non più fumanti, tra il temporale e la pretaglia che sa di naftalina, camminano a testa alta tre donne e una bambina. Sono le rosse della famiglia Vega, Letrita e le sue figlie Maria Luisa, Feda e Alegria che tiene per mano la piccola Merceditas, protagoniste di Un lungo silenzio, secondo romanzo di Angeles Caso, edito da Marcos y Marcos.

Nonne, madri, figlie, raccontate da una donna in questo romanzo corale ma non chiassoso, variopinto ma privo di sbavature di colore, dove la remissività femminile dopo la sconfitta è solo illusione, come la calma del mare al passaggio della Madonna, è una pausa, uno sguardo di sbieco alle ferite della guerra, a una realtà che serpeggia silenziosa e non lascia eco. Non hanno perso queste donne, e non perderanno. Letrita ha tratto in salvo la sua famiglia da una probabile e tragica fine, fucilazione e malvessazioni di ogni sorta. Maria Luisa era una maestra, è stata costretta rinunciare al lavoro per le sue idee, suo marito, un violinista sensibile e rivoluzionario è ancora in prigione. Feda crede all’amore di Simòn e sospira, sembra l’unica a non essere intaccata dalla barbarie. Alegrìa finalmente è vedova e libera dagli incubi, stringe forte a sé Merceditas a cui la guerra è sembrato un gioco assurdo degli adulti.

Unite e combattive sono tornate a Castrollano, ora che forse non bisogna più fuggire ma ricostruire, dal nulla ma con molto, con la forza degli ideali mai traditi, quelli di una rivoluzione ancora possibile, di un mostro da combattere con la miseria dei giorni incollati alla schiena, sono pronte a scacciare il vento della nostalgia, la spirale della maldicenza, l’ondeggiare sbilenco della sorte. Con un’ostinazione che è tutta femminile, con la forza di chi conosce la giustezza delle proprie idee, portando con sé la vittoria più grande, quella di essere donne sempre e ancora pronte a lottare.

Angeles Caso, “Un lungo silenzio”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Femminile plurale

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∞ Ben arrivato Adamsberg! ∞
di Angela Catrani

Quando arriva in un ufficio un nuovo capo, preceduto per di più da una fama discussa ma inequivocabile; quando arriva questo nuovo capo e chissà perché lo si immagina alto, bellissimo, dal fascino misterioso; quando la curiosità e il timore tracimano nell’ansia e nel nervosismo, ebbene ecco che arriva Adamsberg, il commissario più scombinato di tutta Parigi e dintorni. Non alto, al limite dell’uno e settanta necessario per entrare nei corpi di polizia, non bello, con una faccia mobile e diseguale che chissà perché le donne si ostinano a trovare affascinante, non brillante, di una lentezza esasperante nel parlare, nel capire, nel muoversi, disordinato, caotico, ritardatario. Eppure Adamsberg è quello che si dice un brillante poliziotto, capace di scovare assassini negli angoli più bui della mente umana.

Leggere Fred Vargas e innamorarsi di Adamsberg è un tutt’uno. Dalla mente eccentrica e geniale di questa misteriosa scrittrice francese dallo pseudonimo maschile ma dalla scrittura squisitamente femminile nascono personaggi belli, interessanti, che vorresti avere per amici. Perché Adamsberg non è solo un poliziotto, è anche un filosofo, un osservatore attento della realtà e di se stesso, pronto a capire le proprie e le altrui debolezze, ma non a servirsene, capace di cedere la scena al suo vice Danglard, il prototipo del poliziotto geniale, intuitivo, organizzato.

Misteriosi cerchi azzurri fioriscono nella notte parigina attorno a oggetti anonimi, dimenticati sulla strada da padroni distratti: un pacchetto vuoto di sigarette, un pezzo di spago, uno stivale, un uomo assassinato. La vicenda è intricata, difficile, resa complicata da ingarbugliamenti sentimentali. Perché i cerchi azzurri? Sono fatti dallo stesso assassino? Chi c’è sulle strade notturne a spiare? Quando le vittime aumentano, l’ansia di Adamsberg cresce, si dilata nell’ufficio, coinvolge i suoi ispettori, l’opinione pubblica, il capo della polizia, e i lettori avidi.

I personaggi di Fred Vargas non sono mai “belli”: sono uomini e donne comuni, alti e bassi, grassi e magri, simpatici e odiosi, colti e ignoranti, ma sempre complessi, dalle più ampie sfaccettature, nervosi ma anche generosi, letterati e insieme triviali, ti sorprendono sempre. La loro conoscenza procede con l’avanzamento della storia, in una sorta di gioiosa scoperta dell’umano e del disumano. La Vargas non ha zone buie, la notte attraversa i suoi romanzi senza cupe oscurità malvagie, gli assassini non sono dei “mostri” assetati di sangue, ma per lo più persone miseramente condotte dall’invidia o dall’avidità, pietosamente accolte da Adamsberg, che le aiuta nella confessione con la sua voce esasperatamente lenta, armoniosa, dolce, che non lascia, però, alcuna via di scampo.

Fred Vargas, “L’uomo dei cerchi azzurri”, Einaudi 2007
Giudizio: 4 / 5 – Sorprendente
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Elvira Seminara, “Scusate la polvere”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Jean Paul Besset, “La scelta difficile. Come salvarsi dal progresso senza essere reazionari”, Dedalo 2007
IL CLASSICO: Luigi Maria Lombardi Satriani, “Il ponte di San Giacomo” q.e

“UN GIORNO ANCHE LA GUERRA SI INCHINERA’ AL SUONO DI UNA CHITARRA”. L’ULTIMO ASSOLO DI JIMI (18 SETTEMBRE 1970)
Enzo Gentile, “Jimi santo subito! Il mito Jimi Hendrix attraverso immagini, parole e musica”, Shake 2010
Mimmo Franzinelli, “Rock & servizi segreti. Musicisti sotto tiro: Da Pete Seeger a Jimi Hendrix a Fabrizio De André”, Bollati Boringhieri 2010
Michael Lang, “Woodstock”, Arcana 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
2. Edoardo Nesi, “Storia della mia gente”, Einaudi 2011
3. Melissa Hill, “Regalo da Tiffany”, Newton 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
Anne-Lise Grobéty, “Il tempo delle parole sottovoce”, Bompiani 2002
di Maria Antonietta Parrella

Anne-Lise Grobéty

2008. Entro in una libreria di una piccola cittadina pugliese. Giro tra gli scaffali. Ad accompagnarmi c’è un classico brano blues di sottofondo. Forse Billie Holiday. Coperto da altri libri scopro questo breve romanzo edito dalla Bompiani (2002). Colpita da un titolo così suggestivo, lo acquisto. Lo leggo tutto ad un fiato. E’ così. Si lascia leggere. Affronta il tema di un’amicizia senza tempo tra due bambini e i rispettivi padri. Come sfondo quel buco nero della storia umana: la rabbia nazista contro gli ebrei. Il tutto viene vissuto e descritto attraverso gli occhi inconsapevoli del piccolo protagonista, costretto a rinunciare al suo migliore amico perché ebreo. Si possono trovare altri libri sul genere, un esempio può essere il Diario di Anna Frank studiato nelle scuole come manifesto di memoria collettiva. Ma in questo romanzo c’è qualcosa di più…“Nessun pericolo minacciava la nostra vita di bambini finché non venne il tempo delle parole sottovoce”. Era il tempo della Germania hitleriana quando a cambiare per prima fu la voce della gente, la sua intensità, l’intonazione. Quel tempo quando le parole si dividevano in due categorie: se urlate erano legittimate a disseminare dolore e quelle sussurrate (con discrezione) per non morire; quel tempo quando cominciò a comparire una strana bandiera, tradotta dall’ingenuità di un bambino come un “ragno nero con le gambe sciancate, che si arrampicava sul fondo rosso sangue”. Si tratta di un simbolo di morte che storicamente, ha rappresentato un’ideologia distruttiva, la stessa che gradualmente ma con violenza s’insinua nella vita dei personaggi.

Particolarmente significativi e funzionali alla storia sono i dialoghi tra Heinzi e Anton, padri dei rispettivi bambini, i quali riflettono sul valore di un’amicizia che li lega dall’infanzia e che, in un contesto sociale sempre più avverso, li mette alla prova.

Il bambino descrive ciò che accade intorno a lui, osserva una realtà che non comprende, riflette ma senza mai darsi una spiegazione soprattutto quando la situazione inizia a precipitare: il suo amico Oskar viene espulso dalla scuola solo perché ebreo e poco dopo allontanato con la sua famiglia dal quartiere. Perché tutto questo? In realtà a distanza di quasi 70 anni, risulta ancora difficile “spiegare” una politica criminale. A parer mio questa non è una necessità. Il verbo spiegare offre un significato, un qualcosa che diventa più chiaro. Ma in tutta questa storia di aberrazione umana, di chiaro e significativo non vi è nulla, se non il dolore di milioni di persone. Occorre invece raccontare, tramandare, invitare a riflettere (come ci insegna Primo Levi in “Se questo è un uomo”) dare voce a quelle parole sussurrate o mai pronunciate.


Analisi.
Attraverso una scrittura scorrevole ma al tempo stesso sofisticata ed intrisa di poesia, la Grobéty (deceduta del 2010) descrive, in meno di 80 pagine, la confusione e la paura di un cambiamento ma anche la voglia di combattere come rivela il padre del bambino ebreo “…la parola disperare ne contiene per intero un’altra: sperare!”. Il racconto sottolinea l’importanza sociale della parola che a seconda dell’uso che se fa, può diventare uno strumento di creazione, distruzione e (quello che più mi auguro) di speranza.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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