Macondo, 2 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Carlo Giuliani, ragazzo ∞
di Piero Ferrante

Non ci si può illudere di rimanere passivi rispetto alla Storia. Non ci si può illudere di lasciare che il flusso scorra senza ostacoli, sfiorandoci appena senza toccarci emotivamente. Le vicende genovesi del 2001, “i fatti di Genova” come li ha definiti la pubblicistica, hanno tirato l’affondo al Ventesimo secolo tramontato, spianando la strada, come ruspe sbuffanti, alla nuova era del potere. Da quelle giornate, ci dividono dieci anni. Già, luglio 2001 – luglio 2011. Il calendario, beato il suo inventore, è una cosa seria, matematica, certa.

Su questo segmento di tempo, da vertice a vertice, hanno corso lacrime, passeggiato guerre, imperversato stravolgimenti. Le primavere promesse e mai arrivate dell’Occidente e quelle inattese ma realizzate dell’Africa. In questo tempo, soprattutto, sono avanzati i processi. Dei responsabili della macelleria ligure, dell’azzeramento studiato dei diritti civili, quasi nessuno ha effettivamente pagato. Molti, i vertici, hanno fatto carriera. Soprattutto, delle tante inchieste aperte una, la più grave, non è giunta mai in porto: quella sulla morte di Carlo Giuliani.

Ecco perché la prospettiva di “Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova”, con la sua ricostruzione precisa e rapida, con i suoi fotogrammi da flash e l’essenzialità delle parole, può, due lustri dopo quel buco nero per la democrazia italica, aiutare a capire. O, almeno a ricordare. Appena edito da Becco Giallo (il 29 giugno, encomiabile lo sforzo della casa editrice diretta da Guido Ostanel e Federico Zaghis), nato per volere di Francesco Barilli e Manuel De Carli, la graphic novel sul ragazzo romano morto negli scontri anti G8 aggiunge un ulteriore tassello alla verità mai rivelata dell’omicidio Giuliani.

Compaiono i momenti acri delle giornate genovesi, la lotta, giocata metro per metro, fra resistenza e resa; ritorna quella frase atroce: “L’hai ucciso tu! Bastardo, tu l’hai ucciso, col tuo sasso!” che tante notti di sonno ha turbato (durante l’inchiesta è venuto a galla che il vice questore che pronunciò quelle frasi, durante le cariche in Via Caffa, pochi attimi prima che il corteo sbucasse in Piazza Alimonda, tirò un sasso contro i manifestanti). Nel fumo dei lacrimogeni, le lacrime di Carlo sono le lacrime di tutti. L’intifada del bel Paese, durata il tempo della visita di alcuni parlamentari dal passato poco democratico. A raccontarla sono i tratti grafici di De Carli. E le parole di Barilli. Affidate ad Haidi, mamma sofferente, a Giuliano, padre alla ricerca della giustizia, ad Elena, la sorellona adorata del giovane massacrato. Ognuno di loro, porta i segni di quel ragazzo tenace, dalla vita arricciata e senza compromessi. Haidi regge l’estintore che ha messo alla gogna il suo scricciolo, additato alla stregua di un Bin Laden in salsa genovese. Giuliano maneggia lo scotch che Carlo aveva ad un braccio al momento della morte, raccolto in terra come conseguenza del suo innato rigetto per lo spreco. Infine, il passamontagna (anche quello non di Carlo, ma donatogli come protezione contro i fumi dei lacrimogeni) lo indossa Elena.

Tutti insieme, fungono da deterrente contro l’oblio. In “Il ribelle di Genova”, il loro apporto è forte. Svolgono la matassa di un silenzio calato tutto d’improvviso, un nastro fatto vecchio, un disco rigato per il troppo ascolto. Ma è una cappa che la verità sconfigge. Basta una deflagrazione per produrre un’eco che rimbomba. Basta un disegno per riportare alla memoria le immagini del luglio genovese. Il corteo dei migranti, il mare a pochi passi. Carlo ci sarebbe dovuto andare. Lui, poetico e sognante, il mare come amico, non come destinazione fisica. 23 anni ed una gran voglia di vivere. Una zolla di terra con poca acqua, Carlo. Sarebbe bastato poco, una goccia di liquido, per condurla a germogliazione. Lo stivale dei Carabinieri l’ha calpestata, invece, lasciando nelle mani di una famiglia incredula, costretta a difendere la memoria astratta di un figlio morto per strada, senza nessun conforto se non quello dell’estate, solo granelli di polvere. Pulviscolo da rimettere insieme, di modo da compattarlo, trasformandolo in argilla e modellandolo in una nuovo bisogno civile.

Carlo sbuca fuori da questa novel travolgente e delicata in tutta la sua dolcezza. Fa capolino dalla tana delle parole come una lucertola dal buco ombroso nel sole cocente d’estate. Si staglia una tenerezza infinita, gesti da figlio e da innamorato. Messaggi e poesie. Gesti unici eppure umili, quotidiani. Ritanna Armeni, commentando il decennale del G8 ha scritto che l’errore è stato rendere Carlo un eroe, un martire. Vero, sarebbe bastato ricordarlo semplicemente per quel che era: un ragazzo alla ricerca tenace di una strada collettiva. Leggere questo testo non farà che bene alla causa.

Francesco Barilli-Manuel De Carli, “Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova”, Becco GIallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Un proiettile
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∞ Il condominio dei sogni dismessi ∞
di Roberta Paraggio

Interno 20, Piero si stende al buio e pensa alla sua vita, nell’oscurità della sua catapecchia sgangherata baluginano gli occhi a biglia di Peppino, gatto isterico e menefreghista che aspetta solo di abboffarsi con le solite frattaglie maleodoranti. Più tardi forse arriverà Gino con i suoi racconti erotico-fantascentifici, berranno insieme il Vov riscaldato sul fornelletto, e, per un momento l’esistenza gli sembrerà meno complessa.
Dietro le tapparelle abbassate dell’interno 18, proprio lì di fronte, c’è Maria che fa da vedetta, lei Piero lo amerebbe follemente, saprebbe scrollargli di dosso solitudine e polvere con lo stesso panno che, quattro volte al mese, usa per tirar a lucido la casa della sua ricca datrice di lavoro rumena.

Al primo piano, Carmen consuma la sua lucida follia pedalando sulla bici da corsa di suo marito Gianni, amorevole e solerte. Al terzo piano, le “sorelle cioccolattine”, Marion e Gessica, riposano dalle fatiche notturne sulla statale, i loro sederoni ondeggianti si rilassano, le voci gorgheggiano, tra un po’ bisogna andare in chiesa, ad animare il coro gospel della parrocchia. Ai piani alti gracchia Radio Ossessione, emittente condominiale tardo femminista. Al bar dell’angolo, Moira col suo toupè cotonato, gli occhi truccati come un’odalisca e i seni che furono prorompenti, guarda sconfortata le formiche che zampettano sulle paste stantie. Clienti neanche a pagarli in questo quartiere desolato. Piero ricorda il passato fatto di lotte politiche, Maria sogna ancora l’amore vero, e, i loro pensieri, le loro infinitesime disavventure fanno la storia di questo sfasciato condominio di periferia, di ringhiera e di frontiera. Quella che ha bloccato le loro vite in un ingorgo che ormai sa di stallo, l’età avanza e Piero è uno studente fuori sede da 30 anni, Maria è single e disincantata come una quindicenne.

Storie di sesso e di ringhiera, nelle sue 126 pagine riesce a condensare ironia, amarezza e poesia, Teresa Petruzzelli scrive una contemporanea Cronaca di poveri amanti, creando nel lettore una reazione ormai rara: l’empatia. Si chiude il libro e resta un pensiero: “che ne sarà adesso di Piero, di Maria, di Marion e Gessica? E Peppino, sopravviverà?” Non ci si riesce a distaccare dalla sensibilità un po’grossolana dei condomini, le mise improbabili di Maria, gli improperi solitari di Piero, le loro solitudini che stentano ad incontrarsi, la voglia di vivere di una che si scontra con la disillusione dell’altro.

Meravigliosi nella loro schiettezza, nell’esser arrivati tardi pur senza avere un orario prestabilito, malconci e arrabattati, poveri in canna e speranzosi, tanto realistici da riuscire ad esser bene individuabili, i personaggi di questo libro oltre alle storie hanno volti precisi, lineamenti segnati dagli anni e dai sogni che si sono dimenticati di loro. Speciali, buoni, ridicoli, frottolieri, rassegnati, chiudono le loro porte cigolanti, e ci fanno entrare nella semplicità della loro anima.

Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
Giudizio: 4.5 / 5 – In via dei matti n° 0
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∞ Tanti fiori per essere felici ∞
di Angela Catrani

Serena Dandini è una inguaribile e inesausta appassionata di giardini, di piante, fiori, di balconi ricamati e puntati da colori e forme, di giardini ombrosi e rigogliosi, di spazi aperti ricchi di verde di tutti i tipi. Certo non l’avremmo mai sospettato sotto i panni della presentatrice televisiva, alle prese con bravi (bravissimi) attori comici, in orari via via sempre più scomodi. Ho sempre ammirato la Dandini per questa sua bravura a condurre i giochi in maniera lesta e mai volgare, portandoti alla risata insieme a lei, che in certi casi era tale da dover interrompere il filo dei discorsi, per lasciare, anche a noi spettatori, il tempo di calmare i sussulti.

Dai diamanti non nasce niente è il suo primo libro, la sua prima prova pubblica come scrittrice. Il tono ironico è quello della interlocutrice, che intrattiene con il lettore il medesimo lieve contatto, sempre con il sorriso, con la battuta pronta a cui siamo abituati dalla TV. Nel libro, coloratissimo, di un formato grande e ampio, che ricorda i cataloghi dei fiorai, trovano spazio tantissimi fiori, e molti consigli per appassionati e neofiti. Ma soprattutto ci troviamo lei, il personaggio pubblico in una veste privata, come amante dei viaggi, come giardiniera con le mani nella terra, mentre scala montagne e “ruba” talee arrampicata in posti inverosimili. Ha visitato tutto il mondo, la Dandini, sempre con lo sguardo rivolto a giardini e parchi, in un giro del mondo colorato e allegro.

La passione giardineria, la passione per la “verdure”, parola francese che può voler dire sia verde che verdura nel senso più ortofrutticolo, ha coinvolto scrittori, musicisti, letterati, pittori che nei secoli ne hanno lasciato tracce sia nei romanzi, quadri o musiche, sia nei giardini, che rimangono a eterna memoria di una gioia di vivere che solo un arcobaleno di colori circondati da prati e alberi può dare. Come e meglio di una analisi psicoanalitica, ritrovarsi con le mani nella terra calda per mettere a ricovero semi e bulbi, prendersi cura di piantine appena nate, assicurare l’acqua a una natura fiduciosa e tenera, può confortare e allietare. C’è chi alle sue piantine racconta gli avvenimenti di una giornata, chi si confida e chi passa acqua e lacrime sulla sua pianticella di limone alloggiata sul balconcino. E mentre con trepidazione si aspetta lo sbocciare di un bulbo, nascita festeggiata e annunciata al mondo come quella di un bambino, si pensa inevitabilmente anche al pianeta, torturato e stressato, manipolato, distrutto dall’avidità e dalla rapacità di pochi. Desiderare il verde riduce altre esigenze meno sane, nella speranza di una decrescita che porti meno consumismo e più consapevolezza colorata e fiorita.

Serena Dandini, Dai diamanti non nasce niente, Rizzoli 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Un bel bouquet di fiori rosa
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Fulvio Ervas, “L’amore è idrosolubile”, Marcos y Marcos 2011
IL SAGGIO: Marani Diego, “Sentieri partigiani in Italia. A piedi su alcuni dei più bei percorsi della Resistenza”, Terre di mezzo 2006
IL CLASSICO: Georges Simenon, “L’uomo che guardava passare i treni”, q.e.

INFORCA LA TUA BICI E PEDALA: LODE E GLORIA AL CAVALLO MECCANICO
Peter Zheutlin, “Il giro del mondo in bicicletta. La straordinaria avventura di una donna alla ricerca della libertà”, Elliot 2011
DidierTronchet, “Piccolo trattato di ciclosofia. Il mondo visto dal sellino”, Il Saggiatore 2009
Mempo Giardinelli, “La rivoluzione in bicicletta”, Guanda 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri

Roberto Vecchioni (ph: Andrea De Meo)

Roberto Vecchioni, “Il libraio di Salinunte”, Einaudi 2007
Quando si dà poca importanza a qualcosa, accade che inevitabilmente questa lentamente scompaia. Succede con le persone, con gli eventi, con gli amori. Capita anche con le parole che cadono nel dimenticatoio, logorate dal tempo, dal nuovo che avanza e da leggi poco attente alla conservazione del patrimonio linguistico. I primi a farne le spese sono i dialetti, relegati ad idiomi di scarso valore di cui qualcuno spesso si vergogna. Così che diventa più facile possedere un vocabolario ricco di inglesismi, ripetuti come litanie, e neanche una parola che profuma di casa, viottoli e terra brulla.

A Selinunte la gente ha fretta, come in ogni altra parte del mondo. La vita scorre veloce e tutti si affannano per acciuffarla per farsi trascinare e non perdere nessuna occasione. Panta rei: tutto scorre. Tranne un corpo goffo, inerte, brutto da vedere, che se ne sta lì immobile, nascosto dietro i suoi occhiali, una patina di nostalgia e una pila di libri. Un corpo estraneo inserito in un contesto poco avvezzo alle novità: a Selinunte non succede mai niente di nuovo, è un paese ricoperto da un velo di gesti e suoni ripetuti all’infinito. L’arrivo del libraio non desta curiosità né sorpresa, ma solo sospetti.

Vero è che un libraio che non vende i libri risulta piuttosto bizzarro, ma a Selinunte ciò che è eccentrico viene scambiato per pericoloso e le malelingue si mettono immediatamente all’opera per attribuire gesti malvagi allo ‘straniero’. I suoi spostamenti – rarissimi – sono accompagnati da sguardi indagatori, indici puntati e sentenze definitive. Un libraio che, anziché vendere libri li legge a voce alta ogni sera, a beneficio della gente, qualche segreto dovrà pur nasconderlo. E così, il clima di sospetto si fa sempre più incandescente, tanto da dare ormai per scontato che qualche crimine, il libraio di Selinunte deve averlo commesso: rapire una bambina, per esempio.

Ospite indesiderato di una città che lo vorrebbe depennare, il libraio continua, zelante, ad aprire le porte della sua libreria a possibili lettori ed ascoltatori. Ma nessuno si presenta, tutti lo rifuggono. Tranne un bambino, che, come tutti i bambini, non ha preconcetti e, incuriosito, spaventato ed eccitato, scappa da casa ogni sera per andare a sentire le letture del libraio. La scoperta di mondi altri (quelli dei libri e quello del libraio) fa scaturire in lui una passione immediata per i libri, fino a quando, nella immota seppur frenetica Selinunte, le parole alle quali non si dava la giusta attenzione, inevitabilmente, scompaiono.

Una favola per i grandi, quella del cantautore Roberto Vecchioni, che ci invita a riflettere sull’accoglienza dell’altro e sull’importanza delle parole: sulla bellezza dei suoni che pronunciamo continuamente in modo più o meno conscio, senza attribuire loro la rilevanza e l’attenzione che meritano. Un libro di parole che appaiono e scompaiono, una piccola storia che rimane incisa nella memoria. Perché per fortuna in tutti i luoghi, tranne che a Selinunte, scripta manent.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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Macondo – La città dei libri

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