Macondo, 25 giugno 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Fuckin’ Milano ∞
di Piero Ferrante

2015, apocalisse a Milano. Mancano trenta giorni all’inaugurazione del secolo, quella dell’Expo. La città è in preda alla frenesia ed i controlli stringono una comunità sempre più cosmopolita e caotica, articolata in frammenti scomposti e diseguali, incastonati gli uni negli altri senza soluzione di continuità. Da un lato gli illusi del va-sempre-meglio, gli eterni contenti, i positivi; sulla sponda opposta, i disillusi, immiseriti dalla bramosia del possesso dei primi e compressi in una busta di realtà in cui i diritti sono uova fragili spappolate dal dindinnio della sporta. Nel mondo sommerso, fra l’uno e l’altro lato della trincea si muove Andrea, 47 enne disoccupato, ex ghostwriter ed ex compositore di brossure pubblicitarie. Un’anima purgatoriale, aggrappato alle sue sicurezze economiche che man mano andrà perdendo, perso in un presente troppo nuovo che non lo raccoglie dalla terra della miseria, lasciando che la sua vita marcisca. Senza moglie, con una casa sottrattagli, Andrea sceglie come compagni di viaggio prima Pietro Koch – ex fattorino dell’impresa presso cui lavorava – e poi “l’uomo con la valigia”, ex marketing manager di successo fallito, rovinato in basso insieme con il mondo circostante; insieme con quell’accozzaglia di nomi anglofoni, indicatori, col tempo, di mestieri sempre più evanescenti.

“Muori Milano muori”, libro di Gianni Miraglia, edito pochi mesi fa da Elliot, è la sua storia. È il cammino devastato di Andrea e di tutti gli Andrea che popolano il mondo della contemporaneità, che si muovono fra le tante simboliche inaugurazioni alla ricerca del buffet gratuito, penzolanti e fuoriluogo. Pesi sociali. Di più. E’ un diario di bordo spietato, un racconto in cui la bontà è messa al bando. Scene da Blade Runner, pestaggi alla Stanley Kubrick in una Milano postmoderna e periferica e in un tempo che la morte di Silvio Berlusconi ha reso il political way of life più piatto. Tutti i politici identicamente mariuoli sì, ma per il ben di patria, tutti concentrati a dar lustro all’ecologia sì, ma per farci guadagno, generarci appalto.

Miraglia sposta le lancette del tempo in avanti di 5 anni, fermandole sull’era funesta in cui prevale l’ingigantimento dei luoghi comuni. L’assuefazione al tamarro ha vinto ed il presente, per noi futuro, è una guerra fra bande rivali di poveracci, eccitate dal sangue e dalla violenza, incitate da leader straccioni, sedicenti eroi della giustizia globale. Pietro Koch è uno di loro. La sua rabbia personale la scaglia contro i simboli del potere costituito pur provando a farvi parte. Un cucciolo imbestialito dalle palestre e dalla malattia della madre, che si spinge ad organizzare un attacco kamikaze contro il Duomo nella Notte Bianca dell’Expo.

Nel countdown della vita di Andrea che va in malora, passano, come fotogrammi, le immagini di eventi e personaggi. Il businessman sfigato come il barbone, il barbone che s’immagina campeggiatore, l’intercultura masticata a malapena, la testarda continuazione della normalità volgare ed affaristica, nella metamorfosi d’una città che scoperchia canali, apre buche, pianta alberi, ingaggia guardie armate. Soprattutto, leggere il Vangelo putrido e bastardo di Miraglia, significa guardarsi nello specchio distorto da un lustro di sfaceli, con una fottuta voglia di sputarci dritto in faccia per quegli scenari da fine regno che abbiamo concorso a creare a colpi di maggioranze e democrazie ipotizzate, diffuse, rivendicate.

“Muori Milano muori” è un romanzo da sbronza, sporco come il linguaggio in cui è scritto, politicamente scorretto. Non rassicura, mette ansia. Leggerlo, è come leggere un quotidiano posposto di qualche anno. Se debitamente pubblicizzato, può diventare un cult. Ma attenzione. Non fa bene alla salute coronarica. E scordatevi di farlo passare inosservato nella vostra vita di lettori.

Gianni Miraglia, “Muori Milano muori”, Elliot 2011
Giudizio: 4 / 5 – Provate a contraddirlo
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∞ Faustino Manso. L’uomo che amava le donne ∞
di Roberta Paraggio

“Ci sono verità che mentono più di ogni menzogna”. Ci sono bugie che durano una vita, celate e ben architettate, quelle dette per quieto vivere, quelle che alla lunga diventano verità senza scampo, nelle quali ci si sente al sicuro. Poi, ci sono le rivelazioni, gli scossoni, la brina che inizia a gocciolare su una vita ben al riparo dalle cose che scottano, e che costringono a srotolare tutta la pellicola, a rigirare daccapo le nostre scene di repertorio.

Un’immagine allo specchio che all’improvviso non rassomiglia più a quella di chi ti ha cullato, un’identità da rimettere in discussione, un viaggio da intraprendere sul doppio binario della Storia e delle storie personali. E’ quello che succede a Laurentina, protagonista del polifonico Le donne di mio padre, romanzo dello scrittore angolano José Eduardo Agualusa, edito da LaNuovafrontiera.

Un racconto che è insieme backstage di un documentario mai girato e road movie che percorre l’Africa dall’Angola al Mozambico, partendo da Luanda, sulle tracce del mitico Faustino Manso, virtuoso musicista dalle facili avventure amorose, marito di molte mogli, legittime e non, padre ipotetico di tanti figli che portano nomi di bibite africane. Tra questi, Laurentina, che si perde nella natura immensa di un paese che pensava non le appartenesse ma che impara ad amare e a capire.

E’l’Africa di Faustino e della scia di aneddoti che si è lasciato alle spalle morendo, vedove in lacrime, donne amareggiate, pianisti che suonano con i moncherini, figlie che non lo hanno mai conosciuto, perché, sempre pronto ad un’altra partenza, ad un amore più fresco e a nuove promesse sempre disattese. Rotolandosi nell’Africa ancora addolorata dalle guerre e dal razzismo, delle identità dei portoghesi angolani che non vogliono più esser tali, che di questa terra spaccata dal sole non vogliono più saperne.

Tra questi c’è Mandume, cui una lingua e il colore della pelle in comune non bastano per sentirsi parte di un paese, è portoghese lui, e lo ripete, quasi ossessivamente, per rimarcare una distanza incolmabile, la stessa che giorno dopo giorno si sedimenta e cresce tra lui e Laurentina.
Un paese ironico e crudele che si percorre restando rannicchiati a leggere con Angalusa, sfogliando le pagine di quella che doveva essere una sceneggiatura ed è cresciuta, staccandosi dalla forma dello story board. Le donne di mio padre ha iniziato a camminare autonomamente sotto gli occhi dello scrittore che ne ha visto crescere i personaggi, pirandellianamente gli hanno chiesto di uscire allo scoperto per affidargli una storia, quella dell’ Africa con la sua musica che rapisce e prende piede, dove Faustino Manso diviene fantasma pretestuoso per omaggiarla senza romanticismi occultatori.

José Eduardo Agualusa, “Le donne di mio padre”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3 / 5 – Polistrumentale
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∞ Il sì che cambiò il mondo, ma non le donne ∞
di Angela Catrani

Un giorno speciale una ragazzina sovvertì l’ordine morale del suo popolo e accolse la proposta di un arcangelo. Quel sì cambiò la storia mondiale: quella gravidanza inattesa, inconsueta, strana fu alla base di una nuova religione. Ma la rivoluzionaria Maria, antesignana di ogni femminista, padrona del suo corpo e del suo spirito, coraggiosa e spavalda, fu nascosta dietro a una teologia misogina e timorosa del potere che avrebbero potuto avere le donne, nel messaggio assolutamente rivoluzionario di Gesù Cristo, degno figlio di tale madre.

Michela Murgia, cattolica e femminista, colta studiosa della religione cristiana, scrittrice ironica e sensibile, nel saggio Ave Mary edito da Einaudi, ci racconta la vera storia di Maria, la celebre madre del fondatore della religione cristiana. E ci racconta anche la storia di tutte le donne che hanno dovuto subire in duemila anni di storia la mano opprimente e oppressiva della Chiesa dominata da uomini, che non hanno mai accettato la donna se non come madre e moglie, serva ubbidiente e fedele alla mercé del maschio, dominatore e padrone.

La teologia della Murgia è precisa e attenta, senza polemiche eccessive o un linguaggio fuorviante. Le prove addotte derivano dai testi dei Padri della Chiesa, dai teologi o dagli storici, ma la forza che scaturisce dalle sue parole pacate e accattivanti convincono e stupiscono.

Io non sono credente, non ho il fuoco sacro della fede a sostenermi e la palese misoginia della chiesa cattolica in cui sono cresciuta ha procurato ad allontanarmi senza riserve. Eppure la teologia della Murgia mi affascina e mi coinvolge. La teologia vuole provare l’impossibile, vuole dare parvenza di verità e realtà ad argomenti impossibili da verificare scientificamente, ma come tutte le discipline in cui è la mente umana a modificare la realtà è sicuramente dotata di un fascino particolare e inusuale.

Dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la donna è secondaria all’uomo, è temuta e colpevole, fonte di tutti i guai e di tutte le colpe. Ma è davvero questo il messaggio di Cristo? Oppure il messaggio portato dal Vangelo, scevro dalla dottrina cristiana posteriore, è ancora rivoluzionario sia per gli uomini che per le donne?

Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Teologico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Teresa Petruzzelli, “Storie di sesso e di ringhiera”, Aisara 2010
IL SAGGIO: Stefano Liberti, “A sud di Lampedusa”, Minimun Fax 2011
IL CLASSICO: Goffredo Parise, “L’odore del sangue”, q.e.

AMICO SAPESSI COME TI HANNO RIDOTTO L’IDEA DEL GRANDE FRATELLO. IN NASCITA DI GEORGE ORWELL, 25 GIUGNO 1903
George Orwell, “Omaggio alla Catalogna”, q.e.
George Orwell, “1984”, q.e.
George Orwell, “La strada di Wiegan Pier”, q.e.

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Michela Murgia, “Ave Mary”, Einaudi 2011
2. Valeria Montaldi, “La ribelle”, Rizzoli 2011
3. Kate Lauren, “Passion”, Rizzoli 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Maria Duenas, “La notte ha cambiato rumore”, Mondadori 2010
“Una macchina da scrivere ha sconvolto il mio destino. Era un Hispano – Olivetti, da cui mi ha separato per settimane la barriera di una vetrina. A pensarci oggi, affacciandomi sugli anni trascorsi, mi è difficile credere che un semplicissimo oggetto meccanico avesse in sé il potere di cambiare la rotta di una vita e mandare all’aria in pochi giorni tutti i piani per seguirla. Ma andò così, e non potei fare nulla per impedirlo.”

In realtà Sira Quiroga, impiegata come sarta in un modesto atelier di Madrid, non aveva mai pensato di imparare la dattilografia, era stato il suo fidanzato a convincerla. Secondo Ignacio, a pochi mesi dal matrimonio, era giunto il momento per entrambi di tentare la carriera impiegatizia. Sira aveva acconsentito mestamente, senza immaginare che dietro la porta a vetri del negozio di prodotti per ufficio avrebbe incontrato quell’uomo.

Ramiro Arribas l’aveva trapassata con un solo sguardo. Era un uomo intraprendente, un imprenditore visionario e un amante irruento che avrebbe sconvolto la vita di Sira dall’oggi al domani. La Spagna alla fine degli anni Venti era una polveriera: la Repubblica federale stava per essere spazzata via da una sanguinaria guerra civile, guidata dal leader nazionalista Francisco Franco. Ramiro e Sira avevano fatto giusto in tempo a radunare le loro cose e, grazie a un’inattesa eredità, avevano lasciato il paese alla volta del Marocco, sin dal 1912 posto sotto il protettorato spagnolo.

Un mondo sconosciuto e conturbante, quello arabo, in cui la giovane coppia sperimenta i fasti dell’impero coloniale, frequenta caffè e intellettuali cosmopoliti ed entra in contatto con potenti delegati dei governi di tutta Europa che in Africa esercitano l’arte della diplomazia e seminano il seme del sospetto. Da Tangeri a Tetuán, durante un viaggio allucinato attraverso strade deserte, Sira perde tutto in una notte: l’amore, l’eredità e l’innocenza. Ma rinasce a nuova vita con un vigore che non sapeva di avere. Riparte grazie al suo talento sartoriale e alla presenza in Africa delle gran dame dell’aristocrazia tedesca. Torna alla vita sospinta dal successo della haute couture europea tra le mogli degli ambasciatori stranieri in Africa, e si scopre depositaria di un talento nuovo e pericoloso: comprendere le intenzioni della gente in un momento in cui amici e nemici stanno per mescolarsi tragicamente sullo scacchiere mondiale.

È così che la Storia entra a far parte della narrazione. Come in tutti i grandi romanzi moderni, in cui le vite appassionanti dei protagonisti vengono sconvolte o salvate dalle vicende storiche in cui si ritrovano coinvolte, in questo romanzo scopriamo un nuovo angolo di mondo che ha vissuto e magari influenzato le sorti degli Stati europei. Alleanze, simpatie, dissidi familiari, amanti e spie: personaggi rivelati nei loro momenti privati attraverso lo sguardo obliquo di una giovane sarta spagnola ribattezzata con un improbabile nome arabo. Il romanzo si mescola alla storia e a personaggi reali della politica degli anni Trenta, fornendo spunti biografici inediti che nulla tolgono al piacere della lettura. María Dueñas, scrittrice esordiente che insegna letteratura inglese e filologia all’Università di Murcia, mescola sapientemente i generi letterari contemporanei ma mantiene lo stile e il lessico tipico dei classici della letteratura.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Stato Quotidiano

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