Il grande viaggio della transessualità


Gianfranco Meneo ha scelto l’arma più forte per raccontare. Quella che l’uomo intende meglio, che consente alla Storia di non cessare con l’evento in sé: la carta. Ha scelto di utilizzare la letteratura, la scrittura, la parola. Il suo libro si chiama “Transgender. Le sessualità disobbedienti”. Edito dalla Palomar, casa barese attenta alle istanze culturali provenienti dal mondo della scuola e dell’università, “Trangender” contiene non le chiavi definitive per schiudere le porte alla verità ma, se non altro, la mappa per giungervi di fronte. Meneo, foggiano, fa una disamina attenta ed insieme critica. Una disamina razionale con strumenti tipici da insegnante. “Della schiera dei precari”, scherza.

Precarietà di vita, Meneo. Non solo nel lavoro, oggi, ma anche all’interno delle relazioni sociali. Specie se, come nel caso dei transessuali, non ti identifichi con la maggioranza. Nel libro, lei ha cercato di inquadrare questa dimensione, partendo dalla sostanza stessa dell’essere relazione: ovvero, il corpo.
Già. Tutto nasce da qui. E da questa mia visione del corpo inteso come contenitore dell’anima e della materia. In più, ho cercato di creare attorno una metafora forte qual è quella del viaggio. Viaggio che io compio fisicamente, partendo dalla stazione di Foggia ed approdando a Roma. Lì ho intervistato Luana Ricci, transgender leccese, una musicista. Nel testo riporto questa intervista in cui racconta tutta la sua storia. Sentirla narrare ed insieme riflettere mi ha dato grande emozione. Soprattutto, mi ha fatto capire che noi guardiamo ai transgender in virtù del ruolo sessuale che noi gli attribuiamo.

Cioè?
Ai nostri occhi, il transessuale è colui che ha commesso un errore e intraprende un viaggio a ritroso che lo riporterà nella giustezza sessuale. A tornare uomo o a tornare donna. Ed invece, non è così. Luana, ad esempio, è la rottura di questo schema binario. Lei, diventata donna, ha una storia lesbica.

Ed ecco che ritorna il viaggio. In fondo ricalchi molto le immagini che l’antropologia fa di questo concetto.
Assolutamente si. Ed il viaggio è fatto di tante istanze, interpretabili come le stazioni mediane. Ma partire per questo viaggio, passare per le stazioni, non significa avere bene in mente la meta finale. Si viaggia per viaggiare e per scoprire. Non è un caso che, anche da un punto di vista materiale, il mio libro si conclude in maniera ciclica ed io ritorno al punto d’inizio: la stazione di Foggia.

Foggia, terra di progresso o di arretratezza?
Non siamo certo nella terra dell’apertura mentale. Ci sono molti piccoli centri, nella nostra Capitanata come ovunque nella Puglia, che vivono gonfi di paure sussurrate e di parole mormorate.

La stazione di Foggia è stata per anni un luogo simbolo dell’omosessualità foggiana…
In effetti si. Vladimir Luxuria scriveva della stazione ferroviaria come del “ritrovo madre” dell’omosessuale foggiano. Poi i tempi sono cambiati. Oggi i luoghi di battuage sono diffusi e diversificati. Sono luoghi che molti conoscono e che altrettanti fanno finta di non conoscere. O, per lo meno, di non vedere.

Perché?
Perché regna una chiusura diffidente, impera il moralismo, governa il doppio binario. Tutti sono sempre pronti con il fazzoletto d’occorrenza per commuoversi di fronte al caso di omofobia. Ma il parlare a distanza, il piangere quando un evento non ci tange è una specialità della società contemporanea. Ed è tremendamente semplice, non richiede sforzi. Senza dimenticare, poi, che a intenerirsi sono quelle stesse persone titolari di atteggiamenti opposti. Battute, barzellette, ammiccamenti, gomitate: sembrano nulla ma, agli occhi di un omosessuale o di un transessuale sono come gocce che erodono la roccia. Sfibrano le persone, annientano la resistenza fisica e mentale.

Torniamo alla questione del corpo. C’è stata, in questi anni, una sorta di mitizzazione del corpo femminile che, ovviamente ha imposto un modello di bellezza standardizzato e che, all’opposto, tende ad escludere tutto quanto è contrario a questo stesso ideale. Ha pesato?
Certo. Sono trent’anni che le televisioni commerciali propagandano un’idea del corpo che è unica e, attualmente, inscalfibile. I corpi sono mercificati, esposti come in vetrina, ostentati come un trofeo. E come trofei, non attendono che d’esser vinti. Chi li vince, anche se questo dovesse provocare uno scandalo, è il migliore. All’opposto, invece, gli scoop omosessuali o transessuali sono fonte di biasimo. Conducono alla distruzione del ruolo pubblico. I casi di Piero Marrazzo e di Silvio Sircana lo dimostrano.

Non è colpa anche di un sistema comunicativo drogato?
Evidentemente si. L’offensiva è continua. Eppure, trovo deprecabile attaccare un corpo che ha fatto su di sé un’operazione d’investimento – non solo economica, ma che morale e psicologica – soltanto per distruggere un avversario. Magari politico. Ecco perché, come si può dedurre dal mio libro, giudico positivamente la manifestazione “Se non ora quando” dello scorso 13 di febbraio. Già per il fatto che si è iniziato un movimentismo rumoroso composto di corpi che rifiutano di essere incasellati ed imprigionati in logiche di potere.

La Chiesa, con Benedetto XVI, sta iniziando a prendere posizione contro l’omofobia…
I rassicuranti messaggi mediatici sono ad uso e consumo degli eterosessuali. Servono a far credere che la Chiesa non escluda nessuno. Non tanto per demeriti della religione in sé che, pure, nel libro io bollo come “fardello”; ma di chi l’amministra.

Ma non crede che siano stati anche compiuti dei notevoli passi avanti? L’elezione di Nichi Vendola non va in questo senso?
Per ogni Vendola ci sono tante persone comuni, tanti vicini di casa, tanti che non hanno la forza per reagire a determinate situazioni. Spesso si tende a portare ad esempio personaggi celebri che sono già arrivati. Tuttavia, la vita è diversa, fatta di tasselli. Piccoli drammi quotidiani che si consumano nell’indifferenza.

LINK: “Vendola presidente, ma gli altriomosessuali”?, Stato Quotidiano

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