Il lunedì al mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura internazionale

“La Palestina è un luogo più della storia che della geografia” (Palestina. Pulizia etnica e resistenza)

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Ubik, Mercoledì 15 giugno, presentazione “Transgender”, Gianfranco Meneo

Macondo, 28 Maggio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Con le ali di Jac ∞
di Piero Ferrante

Prendete una mela, dividetela in due parti. Due parti uguali, diverse ma complementari. Se provate, poi, a farle combaciare, parallele come sono e perfettamente nettate da una lama spietatamente precisa, una ghigliottina in scala minore, ne otterrete il tutt’uno originale, la forma lucida e perfetta, la precisa riflessione nello spazio dell’idea del peccato originale. L’uno non è senza le parti. E le parti se non fuse non saranno mai uno.

L’“Autobiografia mai scritta” di Benito Jacovitti (editata da Stampa Alternativa e raccolta dal più eccezionale dei conoscitori del fumettista molisano, Antonio Cadoni) è la fusione delle due parti del frutto. Sintesi di scritti e strisce, il librone sprizza colore ad ogni pagina. Anche quando non fa che raccontare, nel fluire apparentemente omogeneo del discorso dell’illustratore, emana una sensazione di tepore. Un abbraccio iridato che avvinghia.

Perché Jacovitti è uno così. Cattura con il particolare, per quella passione che ne contraddistingue la biografia e la carriera. I primi disegni tratteggiati sulle pietre, quando l’arte non era che un gioco, una forma di consociazione con gli altri, una maniera per riprodurre il mondo con gli occhi e le mani di un bambino. Ingenuo. Tanto ingenuo da essere credibile. E pungente, sordo ad ogni richiamo della disciplina. Un padre ferroviere e fascistemente fascista, camicia nera ed abito da cerimonia al sabato. Che non poteva indossare per non cadere nella rete sfottente ed irriverente del piccolo Benito. Il quale, a sua volta, la prima illustrazione la pubblicò su un giornaletto fascista che manco dieci anni erano suonati alla campana dell’esistenza. Poi, la raffigurazione censurata di Italo Balbo, l’eroe aviatore con le mostrine falce e martello – simbolo che Benito aveva copiato incoscientemente da un foglio satirico fascista -, le botte dei camerati ai tempi del “Vittorioso”, i sacrifici, il trasferimento in Toscana. Disegnare di nascosto e di nascosto portare le tavole a Roma, la missione. Sono i mesi in cui nascono Pippo, Battista l’ingenuo fascista, Cin Cin, Pinocchio, strisce varie ed eventuali ben prima del botto Cocco Bill; sono i mesi della Liberazione, degli americani che lo prelevano per portarlo a Sacile, gli fanno disegnare qualche vignetta satirica e, trovatala eccessivamente canzonatrice, la boicottano. E lasciata Sacile finire di nuovo in Toscana, alla ricerca di una vita da costruire, testualmente, con la forza delle mani.

Autoironico, Jacovitti. La sua descrizione, di sé, è questa: “Stazza lorda chilogrammi 95 (abbondanti); altezza metri 1,86; larghezza in proporzione; profondità (di pensiero) immensa”. Deciso, Jacovitti: “Io sono un clown, un pagliaccio. In genere i fumettari sono tristi oppure soli o magari matti, io sono triste, solo e matto da quando ho iniziato a disegnare […] scegliendomi il destino dio scherzare sul sesso, sulla mafia, la politica, i bellimbusti”. Speranzoso, Jacovitti: “Continuerò a disegnare nell’aldilà”. Fustigante Jacovitti. Libertario e liberale, l’uomo dei salami e delle lische di pesce. Anticomunista, antifascista. Per lui il fascismo non era che un gesto goffo e roboante: braccia tese e corna invece delle mani altrettanto inturgidite dall’impeto razzista e vigoroso. Per qualche tempo, disegnò per la Dc, prima per il Msi. Nulla di politico, questione di soldi e simpatie personali. Con evidente rabbia della Chiesa, ebbe l’ispirazione di reinterpretare, a suo modo, il Kama Sutra.

Nessuno come lui fu capace di spaziare dall’ingenuità dei fumetti per bambocci, a Play Boy. Pure, senza grilli di boria a saltellare nella capoccia per frinire in una compilation di altezzosità. Jacovitti creò, guadagnò, visse con tutto l’entusiasmo possibile. Un libro non basta a contenerne le gesta. Occorrerebbe come minimo un romanzo, forse un poema epico. Eppure Cadoni ha il grande merito di non lasciarsi andare a sentimentalismi vacui, con un notevole guadagno di spazio per la sostanza. Lascia che a parlare sia il parlare di “Lisca di Pesce”: quel parlare che è intermediazione tra la farneticazione e la semplicità di chi sa di avere dalla sua parte l’argomentazione del talento innato e di una creatività che varca l’orizzonte della norma. Ne vien fuori un’opera gradevole, istruttiva, a tutto tondo. Sinuosa come un arco e diretta come un pendolino. Chiuderla è un dispiacere, non fosse per la bellezza della copertina, gialla ed attraente. Un anticipo.
Benito Jacovitti, “Autobiografia mai scritta” (raccolta da Antonio Cadoni), Stampa Alternativa 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Mitico Jac
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∞ Svetlana abita qui ∞
di Roberta Paraggio

Bebi, Jing Jing, Chanda e le altre hanno preso parola, togliendo reticenze ed intermediazioni si sono raccontate in questo saggio edito da Ediesse in collaborazione con l’associazione Salva con nome dal titolo Voci di donne migranti.

Hanno formato un coro che monologa e dialoga col lettore, 21 donne, 21 storie in una Roma paradigma di qualsiasi grande città che accoglie e respinge, include ed esclude. 21 identità in balìa del viaggio, bistrattate come una vecchia e logora valigia mille volte aperta, mille volte chiusa, sempre alla ricerca di qualcosa che spesso non è mai arrivato, quell’altrove fatto di sicurezza economica, cittadinanza, dignità, o del semplice riconoscimento di studi e sacrifici fatti nel paese d’origine.

Un libro che partendo da domande semplici avvia alla narrazione di vissuti complessi. Vite che si trovano sempre a metà strada, su un ponte in cui si gioca il tiro alla fune, da un lato a tirare c’è l’integrità della proprie tradizioni, dall’altro la volontà di integrazione. Donne sole, impaurite, donne forti, donne fuscello e donne arbusto, nere, arabe, musulmane, cinesi, donne a cui affidiamo i nostri nonnetti. “Le polacche”, “le filippine”, donne sostantivo portatrici di un’identità che coincide col lavoro svolto, donne di cui dimentichiamo il fardello di addii e ritorni che si trascinano dietro insieme al bagaglio scarso con cui arrivano, soggettività in pericolo di dispersione che non si è capaci di ascoltare, con cui non ci si riesce a confrontare se non attraverso il filtro dello stereotipo o della visione utilitaristica.

Donne che sono diventate madri nel nostro paese, è infatti la maternità la parola magica intorno alla quale ruotano tutte le storie, l’evento corale per eccellenza che si trasforma in assolo ospedalizzato ed asettico, scoglio ulteriore di solitudine nella vita di queste piccole donne migranti. Si raccontano sussurrandosi all’orecchio le proprie esperienze, da Chanda ad Oliva, da Sarah che ha vagato nel deserto col pancione a Mily che combatte ogni giorno contro la marea, dal Perù all’Egitto, dalla Costa d’Avorio alle Filippine fino alla Romania si compie n viaggio immaginario, si osservano le figure che lentamente si stagliano nel buio, a rompere un silenzio che adesso si lascia ascoltare nelle sue diverse cadenze, che da unisono diventa voci.
Claudia Carabini-Dina De Rosa-Cristina Zaremba (a cura di), “Voci di donne migranti”, Ediesse 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Madrematria

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∞ La cerulea dendroica ∞
di Angela Catrani

Ho letto con gusto, piacere e golosamente Libertà di Jonathan Franzen nella bellissima traduzione di Silvia Pareschi. L’ho letto come si potrebbe leggere un romanzo proveniente da un altro pianeta, perché non sono americana, non sono mai stata negli Stati Uniti e sinceramente capisco poco gli americani quanto poco loro capiscono la nostra mentalità italiana. E devo dire che la traduttrice ha fatto un lavoro eroico per traslare gli aspetti più tipicamente nordamericani e ricondurli al nostro angusto stivale. Quel senso di sconfinata enormità della natura, per esempio, possiamo solo immaginarla, la grandiosità di vedute del miliardario americano, poi, certo non corrisponde a nulla di nostrano, dato che noi italiani ci accontentiamo, in generale, della villa in Sardegna o di festini più o meno leciti in cui sperperare i milioni di euro accumulati.
In questo romanzo, invece, un miliardario assume un appassionato di uccelli per realizzare un immenso parco faunistico per salvaguardare la cerulea dendroica, un delizioso minuscolo passerotto che potrebbe rischiare l’estinzione a causa della selvaggia devastazione compiuta dall’industria del carbone. Non prima, però, di avere raso al suolo le cime di alcune tra le più belle montagne del West Virginia per assicurarsene l’estrazione carbonifera. Praticamente, prima ti distruggo la montagna poi ti ci faccio un parco…

Mi sono buttata e Franzen mi ha preso al volo.

Perché questo libro racconta la storia dettagliata, precisa e netta della vita di quattro persone coinvolte tra loro in vario modo intorno al misterioso uccellino azzurro, talmente insignificante, diciamocelo, pur nella sua carineria, da diventare il simbolo della distorsione con cui possono apparire le cose viste con un binocolo rovesciato.

La storia procede per gradi, e lo fa prendendo i punti di vista di tutti i personaggi coinvolti, senza apparentemente favorirne uno rispetto a un altro.
Naturalmente ogni persona è talmente complessa, talmente parte di un vissuto proprio e altrui, che quello che emerge è poi solo la punta di un iceberg di ognuno di loro.

Walter e Patty sono sposati, e sono la tipica coppia della borghesia media, lui avvocato impegnato in una ONG a difesa della natura, bravissimo marito, padre attento, vicino solerte e affettuoso, lei casalinga, impegnata nella difesa del suo territorio, dei suoi bambini, sorridente vicina premurosa, mai polemica.

Ma l’apparenza, che come una coperta sempre un po’ troppo corta lascia inesorabilmente scoperti i piedi, crepa quando i vicini di casa si accorgono che Patty è spesso ubriaca, quando Joey, il figlio, a quindici anni abbandona la famiglia e si trasferisce in casa della fidanzatina, quando Walter va a lavorare a Washington e la casa viene messa in vendita. Poi una notizia bomba rivela ai vicini attoniti che Walter “più verde di Greenpeace e cresciuto in campagna” era “finito nei guai per connivenza con l’industria del carbone ai danni dei contadini”. Assurdo.

Ed ecco che entrano in gioco Richard, musicista trasgressivo e fragile, vecchia passione amorosa di Patty e migliore amico di Walter, e Lalitha, la giovane bellissima ed entusiasta assistente di Walter.

Il mondo crolla intorno a loro, le certezze sgretolano, la depressione incombe.

I grandi romanzieri della fine dell’Ottocento, europei e americani, a questo punto, spinti dal romanticismo catastrofico e compiaciuto di cui ancora non si erano liberati, avrebbero, probabilmente, messo la parola fine al climax della mala sorte in cui cadono tutti i protagonisti, ma la realtà, in generale, dà sempre la possibilità di riemergere, più o meno a pezzi, dalle catastrofi, e dunque il finale è piacevole perché regala una speranza, una possibilità ulteriore, uno spiraglio verso l’incanto e verso quella famosa Libertà che se non dà la felicità, pure ci pone nelle condizioni di crearcela.
Jonathan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011
Giudizio: 5 / 5 – Epico

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Peppe Lanzetta, “Infernapoli”, Garzanti 2011
IL SAGGIO: Xinran, “Le figlie perdute della Cina”, Longanesi 2011
IL CLASSICO: Joao Guimares Rosa, “Grande Sertao”, q.e.

JEFF, LA GRAZIA NELLA VOCE DI UN ARTISTA SOLO. (29 MAGGIO 1997 – 29 MAGGIO 2011)
Jeff Apter, Jeff Buckley, “Una goccia pura in un oceano di rumore”, Arcana 2010
Chiara Papaccio, “Jeff Buckley”, Giunti 2009
Giulio Casale, Luca Moccafighe, Dark Angel, “I testi di Jeff Buckley”, Arcana 2007

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Carlos Ruiz Zafon, “Le luci di settembre”, Mondadori 2011
2. John Stephens, “Atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
3. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI OMAGGIO ALL’UNITA’
di Libreria Equilibri
AA.VV., “Cronache dell’Unità d’Italia”, Mondadori 2011
Questo volume è una raccolta meticolosa di articoli pubblicati sui quotidiani e sulle riviste con l’intento di ripercorrere il periodo storico che va dalla Seconda guerra d’indipendnza del 1859 fino al Regno d’Italia nel 1861. Un viaggio attraverso tutto il processo di riunificazione arrivato a noi grazie alla testimonianza dei cronisti del tempo che si trovarono a raccontare i fatti in tempo reale. Alternati agli articoli e ai reportage di tutti i principali giornali nazionali ed internazionali sono presenti articoli e commenti delle maggiori personalità dell’epoca come Giuseppe Mazzini, Massimo d’Azeglio, Luigi Settembrini, Carlo Collodi, Ippolito Nievo, Giosuè Carducci o Alexandre Dumas. Una raccolta di visioni e di narrazioni che danno un quadro completo della realizzazione dell’Unità d’Italia.

Giuseppe Mazzini, “Dei doveri dell’uomo”, Rizzoli 2010
La libertà non esiste senza uguaglianza, ma non esistono né uguaglianza né libertà senza una profonda coscienza dei doveri a cui tutti siamo chiamati. E così che Mazzini condensa le sue riflessioni e aspirazioni in quell’anno cruciale che è il 1860. La sua è la ricerca ostinata di una via al progresso che coniughi la legittima rivendicazione dei diritti a un senso profondo di appartenenza alla nazione e all’umanità intera, perché “tra l’egoismo e lo schiavo non è che un passo”. Audace, rivoluzionario e inascoltato, il pensiero di Mazzini è il pensiero di uno sconfitto, una sconfitta che ha ancora molto da dire sullo stato nostro Paese.

De Pascalis-Sanvito, “Camicie rosse, storie nere. Tredici giallisti per mille garibaldini”, Hobby and Work 2011
Alexandre Dumas, padre dei “Tre Moschettieri” e grande amico di Giuseppe Garibaldi, seguì la spedizione dei Mille come giornalista. Eppure ci furono storie che non volle mai raccontare: storie gialle e nere, naturalmente. Nessuno ha mai conosciuto i motivi del suo silenzio; forse erano racconti troppo efferati; o forse avrebbero messo in cattiva luce l’impresa dei Mille; o magari coinvolgevano nomi intoccabili… Fatto sta che lo scrittore francese scelse di “dimenticarsi” di molti episodi dell’epopea garibaldina, base fondativa dell’unificazione del nostro Paese. A recuperare dall’oblio il “lato oscuro” dei Mille provvedono ora, in un’ardita e irriverente fusione di verosimiglianza storica e fiction letteraria, tredici giallisti italiani, forti dell’appoggio di un siciliano d’eccezione: Andrea Camilleri. Il risultato è un mix di rievocazione filologica e invenzione narrativa, una cavalcata senza freni lungo le vie che dallo scoglio di Quarto arrivano fino al Regno di Napoli. Crimini, misfatti, tradimenti, omicidi da risolvere, congiure da sventare, suspense, azione, colpi di scena ad ogni pagina. Insomma, una rilettura a tinte forti di quella avventurosissima spedizione che rappresentò il punto più alto del nostro Risorgimento.

[A cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

∞ Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore ∞

Trani, Cattedrale di San Nicola Pellegrino



Trani, Cattedrale

La Massaia Pazza, 25 maggio 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Il caldo è ormai arrivato… e che dire…finalmente! Ci voleva proprio questo tepore a scaldare la cucina di Casa Massaia, la voglia di mare ci ha fatto venire in mente questo primo piatto veloce e saporito, semplice nella preparazione e negli ingredienti, le alici poco costose e sempre fresche, le noci che in casa non mancano mai e infine il pane raffermo che non si butta via ma si trasforma.

Ricetta della settimana
SPAGHETTI CON ALICI, NOCI E FORMAGGIO DEI POVERI
Ingredienti: 500gr di spaghetti, 80 gr di noci sgusciate, 10 alici, pane raffermo
Rompete le noci e pestate i gherigli grossolanamente, sviscerate le alici e fatele soffriggere nell’olio con uno spicchio d’aglio per qualche minuto, (altrimenti diventano secche). A questo punto aggiungete le noci spezzettate e fate cuocere insieme per qualche altro minuto.
Intanto, preparate il formaggio dei poveri: spezzettate la mollica di pane raffermo, mettetela in un padellino con l’aglio un po d’olio e lasciate tostare, fate attenzione che non bruci, deve risultare croccante e dorata. Preparatene anche in abbondanza se avete tempo, infatti si conserva facilmente ben chiuso in frigo.
Fate cuocere gli spaghetti, scolateli e versateli nella padella con le alici e le noci, aggiungete a piacere i semi di finocchietto e una volta impiattati spolverateli con la mollica tostata.
Buon Appetito!

Che belle queste giornate di sole… e che belli i miei nuovi occhialoni da Massaia super diva, un problema però è sorto dopo l’acquisto, così grandi, dove li metto? Le custodie sono tristi e occupano spazio, in borsa non li troverei mai e poi si graffiano, e allora che fare? Non mi resta che fare da me un bel portaocchiali col tessuto avanzato dei cuscini…Eccolo per voi
IL PORTAOCCHIALI
Bello, ma come si fa?
Occorrente: Tessuto fantasia (20x 30), macchina da cucire o pazienza ago e filo.
Prendete la striscia di tessuto, fate una piega nella parte superiore (servirà per passare il laccetto/ coulisse e cucitela a macchina sul rovescio.Sempre sul rovescio fate una cucitura laterale in modo da formare il sacchetto, rivoltate, con un ferretto o una spilla fate passare il laccetto nella cucitura superiore, fatto! Il vostro portaocchiali è pronto in 10 minuti.Le misure proposte sono abbondanti, adattatele a quelle dei vostri occhiali.

La massaia, nella sua libreria, ha inserito: Paola Balducchi, Ricette per casalinghi disperati, Newton Compton 2010

Intervista Gianfranco Meneo

Gianfranco Meneo è l’autore di “TRANGENDER. LE SESSUALITA’ DISOBBEDIENTI”, appena edito dalla Casa editrice Palomar

Il lunedì a mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura internazionale

Vorrei che Milano tornasse la città insorta del 1848, piena di virgulti e voglia di cambiamento, una Milano dove l’interesse privato e particolare venisse messo da parte per fare spazio al bene comune. (Antonio Scurati)

Macondo, 21 maggio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Cosa fanno le parole ∞
di Roberta Paraggio

C’ è un silenzio di fondo che accompagna quest’opera seconda di Susanna Bissoli; poche parole con cui se ne possono dire tante altre fanno da fil rouge ad un romanzo che parla al cuore prima che agli occhi e arriva, senza passare per strade sconnesse e labirinti laddove è diretto, alla sensibilità di chi si ritrova a leggerlo. Le parole che cambiano tutto (Terre di mezzo) è cheto e dimesso come le mamme di una volta, silenzioso e pure presente, mai urlato, è un racconto modulato sui non detti, sugli sguardi timidi e torvi di un padre vedovo, su occhi che si riempiono di lacrime al ricordo di una moglie scomparsa, di un vecchio segreto, di un senso di colpa, di un sogno costante ma mai realizzato.

Una storia che narra di ciò che scorre dentro, di quella invisibilità palese che è la famiglia, quella che si vuol mettere sottosopra, riunire, da cui si torna, da cui ci si allontana quando soffoca, quando le chiavi di lettura della comprensione non coincidono più con le serrature e le porte anziché aprirsi vengono sbattute. Dietro resta il silenzio interrotto da un fruscio di ciabatte sformate e ciondolanti nei corridoi solitari, il rumore catodico che accompagna le cene, il brusio che fanno i ricordi quando arrivano e si siedono li ad ascoltare, e le conversazioni scarne tra un padre protagonista di un’altra vita e una figlia da troppo tempo lontana, quasi avulsa, che torna nelle stanze di un passato non rimpianto ma nemmeno rimosso.

Susanna Bissoli riesce a mescolare e modellare dall’informe calderone dell’inchiostro immagini e parole che restano a lungo, commovente quella della madre ormai scomparsa che torna sull’uscio a guardare padre e figlia intenti ad osservare un temporale, intenso il ricordo di lei che cuce con a tracolla il metro da sarta. Semplice ed immediato, il segreto di questo romanzo non è ciò che narra ma il modo in cui lo fa, con malinconia ma mai struggente, con introspezione ma senza complessità da psicoanalista, riesce a parlare di lutto e mancanze, di quello che non torna e di nuova vita che sta per arrivare, esplorando le conseguenze e i risvolti di vite che si credono libri letti e consunti non cede però al sensazionalismo dl dolore, al fiume iperbolico e in piena, una scrittura che non lascia spazio a ghirigori e virtuosismi letterari, che è fatta di sensazioni e legami…poi di parole.
Susanna Bissoli, “Le parole che cambiano tutto”, Terre di mezzo 2011
Giudizio: 3 / 5 Fruscio di ricordi

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∞ Autobiografia inconsapevole ∞
di Piero Ferrante

Senza Raymond Chandler, oggi, la letteratura avrebbe un grosso buco. Una lacuna indiscutibile proprio nel centro della parola “giallo”. Lui che questa parola l’ha rivoltata come una tasca stracolma di ciarpame, epurandola e liberandola dai fronzoli inutili e cucendovi attorno, a foderarla, un impenetrabile strato di colore multiforme. Tale e tanta da sfociare nella sovrabbondanza noir e pulp. Con il pulp, Chandler ha iniziato. Nel pulp Chandler si è specchiato. Ben prima di approdare all’universo Marlowe.

Per leggere Chandler è necessario conoscere Chandler. Non necessariamente averne contezza bibliografica. Piuttosto, trattarlo come un amico, un conoscente, un buon vicino. Sapere del suo odio per lo schematismo e per le convenzioni, accertarsi dei vezzi e dei vizi, scrutare senza remore nei suoi amori travagliati e nell’ammirazione passionale per i gatti.

Ecco perché il lavoro di raccolta di Dorothy Gardiner e Kathrine Sorley Walker acquisisce un valore postumo immane. Le frasi estrapolate dalle lettere private dello scrittore, parole espulse a calci in culo dall’angoscia, buttafuori nerboruta che staziona alla soglia dell’anima, come fossero ospiti indesiderati e quasi sgraditi, sono indicatori inequivocabili della complessità di Chandler. Satirico, spietato, caustico, mortificante, lucido, freddo, calcolatore, innamorato, disperato: nel mondo del quotidiano Chandler è tutto questo. Un mondo amalgamato con feste, successo e convenzione, ma anche composto con malattie miste al dolore e condito di un suicidio non riuscito di cui lui stesso si burla definendolo “un patetico spettacolino da due soldi”.

Tradurre l’intimità è difficile, ma possibile; lo dimostra, con “Parola di Chandler”, edito da Coconino Press (parente della Fandango) Sandro Veronesi; testo riportato alla luce dopo oltre 30 anni di assenza dai cataloghi italiani. Nasce così un mattoncino di verità umana, un esempio di realtà nuda e cruda. 350 pagine di riflessioni e saggi, inediti e lettere. 350 pagine che, come in un orologio appeso al muro dell’esistenza, ticchettano sentimenti, battono lacrime, segnano esperienze. Pagine che ci dicono che non esiste un solo Chandler e che, nel contempo, ogni uomo è uomo come tanti, come tutti. E’ uomo con la sua umana debolezza e con la sua forza rude ed a volte solo inscenata per la collettività.

Nella vita di Chandler e nella scrittura epistolare di Chandler c’è uno spartitraffico: un evento che lo segna, lo distrugge, lo crepa come cemento ancora troppo fresco per apporvi un chiodo. E’ la morte della moglie Cissy Pascal. da quel momento, chicchessia il destinatario del suo scrivere, Chandler lo inchioda ad una dolcezza nostalgica e quasi ossessiva, per anni segretamente covata. Arde il fuoco dell’urlo di dolore, s’infiamma nella morte la vita. E, come ogni fuoco, anche quello di Chandler è sottoposto ai venti. Il primo, quello della depressione che, come detto, appena due mesi dopo il lutto, lo indurrà a puntarsi una pistola contro. Eppure Raymond è un pupillo della beffa. Di lui si serve per svilire e strombazzare cinismo. A lui riserva il giochino stridente del fallimento. Commenterà un suo amico: “il più fallimentare tentativo di suicidio di tutti i tempi”.

Ma la scrittura gli resta attaccata indosso come un vestito inzuppato di colla vinilica e sudore acido. Chandler la intende come sfogo e come mestiere. Ma, soprattutto, come elemento di contraddistinzione; come rottura della banalità scribacchina, come strumento di maturazione, di perfezionamento, come una consequenzialità logica, raziocinante e rotolante, nulla abbandonato al caso. L’opposto della sua esistenza, insomma. Di quella sconvolgente e preziosa vita indolenzita ma senza la quale, oggi, saremmo inconsapevolmente più poveri.
Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino 2011
Giudizio: 3 / 5 – Antologia

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∞ Matrimoni alternativi ∞
di Angela Catrani

Cosa conosciamo noi degli immigrati che arrivano in Italia, nella speranza di una vita migliore, nell’illusione di una ricchezza che diventi favola agli occhi di chi rimane nel paese d’origine, esattamente come il famoso Zio d’America che spesso e volentieri non era altro che un ambulante nei quartieri più poveri di New York, ma che diventava un personaggio mitico nei racconti dei nonni?

Cosa sappiamo delle loro difficoltà, dei loro sogni, della incessante ricerca di un lavoro regolare, del continuo stress provocato da un permesso di soggiorno che non arriva mai?

Ebbene “Divorzio all’islamica a viale Marconi” (Amara Lakhous) ci porta dentro a una famiglia islamica, con un matrimonio combinato, con la moglie obbligata a portare il velo, con tutta una serie di riflessioni tra il serio e il faceto, smontando una serie di luoghi comuni di cui noi italiani siamo infarciti ma soprattutto riflettendo quello che gli immigrati pensano di noi.

Un arabista siciliano dalle fattezze tipicamente mediterranee viene ingaggiato dai servizi segreti italiani per sventare un attentato terroristico imminente. Una ragazza egiziana racconta della sua insoddisfatta vita matrimoniale e del pericolo reale di un divorzio che per la legge islamica è non solo molto fattibile, ma anche facilmente realizzabile: è infatti sufficiente che il marito ripudi per tre volte la moglie perché il divorzio sia valido. Il loro incontro provocherà tutta una serie di vicende in rapida successione, fino al finale a sorpresa.

Ho letto questo romanzo molto incuriosita, perché scritto da un immigrato, perché il titolo mi intrigava, perché giro per strada chiedendomi come effettivamente vivano queste persone. Mi piacerebbe conoscere una donna islamica, mi piacerebbe avere un altro punto di vista sul matrimonio, sulla religione, su usanze e tradizioni molto differenti dalla nostra.

Ma non mi ha interamente soddisfatto, perché l’autore si preoccupa troppo di dimostrare che è un fine conoscitore della lingua italiana, che sa gestire anche un dialetto, che in fondo siamo tutti uguali. La qual cosa, naturalmente, mi vede d’accordo, ma come avrei preferito che avesse messo l’accento invece sulle differenze reali, sul modo diverso di vivere una vita complicata e difficile, sul modo di tirare su i figli, sulle difficoltà di reperire il cibo tipico del proprio paese, sulle reali e bellissime diversità tra chi vive in un paese a nord dell’equatore e chi invece è sempre vissuto al caldo! Perché quando io sono stata sul Mar Rosso ho patito un caldo terribile, ho avuto una paura folle nei mercati caotici, mi sono trovata davvero spaesata a causa della lingua e nonostante l’attrazione fortissima che questo paese mi ha suscitato, il ritorno a casa è stato un vero sollievo. Dunque come posso non mettermi nei loro panni, non pensare allo stupore del primo inverno, con la brina ghiacciata alle finestre, con il brivido che penetra i loro vestiti di cotone adatti a ben altre temperature, oppure nelle caldi estate allo scandalo suscitato dalle donne quasi nude, che non offrono alcuna illusione all’immaginazione, al fastidio di avere vicini di casa impenetrabili e scostanti quando si è abituati a una solidarietà profonda, e invadente.

E anche quando Safia/Sofia, la protagonista, parla del tabù della circoncisione femminile, pratica aborrita dagli occidentali che non la capiscono e non la vogliono accettare, si percepisce quasi solo uno sguardo di denuncia, ma mai di comprensione profonda della pratica, quasi come se l’autore volesse farsi accettare da chi legge, che nel suo pensiero non può che essere italiano, cattolico e moralista.
E’ tutto troppo facile, in questo libro. Gli immigrati vivono in undici in un piccolo appartamento, ma non è molto diverso da come vive uno studente universitario fuori sede. Gli immigrati lavorano in nero come lavapiatti o pizzaioli, ma lo fanno anche tanti ragazzi italiani nei mesi estivi. E dunque? No, questo non è quello di cui si racconta nelle vere denunce, con uomini costretti a dormire all’addiaccio, o nei capannoni, senza servizi igienici, senza mangiare, costretti all’elemosina.

Forse è anche così come ci racconta Lakhous, anzi io me lo auguro, perché l’integrazione sarebbe sicuramente più facile, però la sensazione è di un voler piacere a tutti i costi, di voler creare personaggi solo positivi, di voler dare un’immagine degli immigrati come personaggi belli, piacenti, affascinanti. E allora mi dico: che differenza c’è rispetto a tanta spazzatura spacciata per letteratura italiana e americana? Che differenza c’è tra la ragazza cool vestita Armani e la ragazza egiziana con il velo, bellissima e dal fisico strabiliante?

Davvero tutto il mondo è paese? Davvero è questo che l’occidente esporta nel resto del mondo? Solo l’apparenza?
Amara Lakhous, “Divorzio all’islamica a viale Marconi”, Edizioni e/o 2010
Giudizio: 2,5 / 5 – Incompiuto?

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Salvatore Scibona, “La fine”, 66th and 2nd 2011
IL SAGGIO: Claudia Carabini-Dina De Rosa-Cristina Zaremba, “Voci di donne migranti”, Ediesse 2011
IL CLASSICO: Guy de Maupassant, “Boul de suif”, q.e.

LA NOVITA’: C’E’ UN MIRACOLO A MILANO
Giuseppe Caruso-Davide Carlucci, “A Milano comanda la ‘Ndrangheta”, Ponte alle Grazie 2009
Marta Zacchigna, “Milano da bare”, Bianca e Volta 2010
Doninelli Luca (a cura di), “Milano è una cozza”, Guerini 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. John Stephens, “Atlante di smeraldo”, Longanesi 2011
3. Paulo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2006

LIBRI… IN EQUILIBRI
Carlo Fruttero-Massimo Gramellini, “La patria, bene o male”, Mondadori
di Libreria Equilibri
“Non sembra il caso di suggerire ai nostri lettori di non aspettarsi i grandiosi affreschi di Tucidide o Tacito, di Machiavelli o Gibbon. Tutti sanno che non siamo storici e non avremmo comunque il mestiere e il genio per guardare a tali altezze. Ma da quei maestri una lezione l’abbiamo pur appresa: la Storia obiettiva, la Storia imparziale, la Storia definitivamente veritiera non esiste, può essere soltanto un’aspirazione, una meta intravista e irraggiungibile. Ogni pagina di questo libro è arbitraria e contestabile. Abbiamo scelto 150 giornate a nostro avviso significative, distribuendole equamente fra i quindici decenni dell’Italia Unita. Ma cosa vuol dire significative? Alcune erano obbligatorie, ma molte altre, non senza lunghe discussioni tra di noi, sono state incluse o escluse, con intendimenti ragionevoli e tuttavia opinabili. A ogni capitoletto di questa ormai lunga vicenda abbiamo cercato di dare un taglio narrativo, di partire da un particolare più vivido per evitare ai nostri lettori la triste impressione del grigiore scolastico. Sono 150 racconti contratti, ridotti all’essenziale e dolorosamente privi di infiniti risvolti, sacrifici dettati dalle necessità grafiche del quotidiano torinese “La Stampa” che ha avuto l’idea e che ha pubblicato nei mesi scorsi queste pagine. Il nostro intento era di offrire un’infarinatura di storia d’Italia a tutti coloro che ne hanno perso memoria o non l’hanno mai avuta.

“L’unità d’Italia e i suoi eroi”, Touring junior
di Libreria Equilibri
In occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, un volume di giochi, quiz e attività spiega ai bambini che cosa è stato il Risorgimento, quali i suoi obiettivi e i suoi grandi personaggi. In occasione della riapertura al pubblico del Museo del Risorgimento di Torino, un divertente percorso mostra ai più piccoli una grande varietà di opere d’arte e di oggetti curiosi, inusuali e interessanti legati al periodo forse più appassionante della storia italiana. Grazie al susseguirsi di racconti, giochi, disegni, cruciverba, curiosità, indovinelli e due puzzle dell’Italia prima e dopo l’unità da comporre, i piccoli lettori “visitano” la Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino, i mobili dello studio di Camillo Cavour, la ricostruzione della cella dove fu rinchiuso Silvio Pellico allo Spielberg e i dipinti spettacolari che illustrano i grandi fatti risorgimentali. Un volume colorato e divertente per comprendere il senso dell’identità nazionale attraverso la conoscenza diretta e guidata ai più importanti simboli dell’Italia unita. È parte di una collana di guide vivaci e divertenti che accompagna i bambini alla scoperta di protagonisti, musei e temi della cultura italiana, aiutandoli ad apprendere giocando.
Età di lettura: da 8 anni.

La Massaia pazza, 19 maggio 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Ancora dolci in Casa Massaia… dopo il cambio di stagione e la soddisfazione per i vestiti che andavano un po’ grandicelli…ci voleva proprio un premio delizioso e saporito…ecco a voi la Cheese-cake, torta di origini americana ma modificata per voi con prodotti nostrani e facilmente reperibili.

Ricetta della settimana
CHEESE- CAKE A MODO MIO

Un fiore... di torta (Roberta Paraggio 4 St)

Ingredienti: 200 gr di fette biscottate – 40 gr di zucchero – 1 pizzico di sale – 80 gr di burro.
Per il ripieno: 125 gr di burro – 75 gr di zucchero – 1 pizzico di sale – 4 tuorli – 1 bustina di vanillina – 60 gr di farina – 325 gr di ricotta – 1 bicchiere di panna – 2 bicchieri di yogurt bianco – 100 gr di formaggio fresco spalmabile – 4 albumi.

Sbriciolate le fette biscottate nel robot con lo zucchero e il sale, lavoratele con il burro ammorbidito e con questo impasto foderate la teglie precedentemente imburrata. A desso procedete con il ripieno: Montate a crema il burro con lo zucchero e il sale, quando sarà ben mantecato aggiungete i tuorli e la vanillina. Spolverizzate la farina sul composto incorporandola lentamente. Montate la ricotta con la panna, lo yogurt e il formaggio spalmabile, aggiungetele al composto di uova e farina, a parte montate gli albumi a neve e incorporateli al resto lentamente mescolando dall’alto verso il basso. Distribuite il composto nella teglia e infornate a 200° per un’ora, fin quando la superficie non sarà ben dorata.

1. Il portataccuino

Qui a Casa Massaia oltre a impastare si legge tanto e soprattutto si scrive … si prendono appunti, e che brutti che sono i foglietti volanti o le agende smangiucchiate dagli improponibili colori beige…marroncino delavè, verde acqua terrificante… si , quella del macellaio sotto casa, il gradito omaggio del supermarket, insomma ci siamo capiti, ma cosa fare se l’agenda o il taccuino ce l’ha regalato qualcuno a cui non possiamo proprio dire no…se insomma non si può riporlo in un cassetto del dimenticatoio? La Massaia arriva in vostro soccorso con un’opera niente male di camufflage…..
IL PORTATACCUINO

2. la parte interna

Bello, ma come si fa?
Occorrente: feltro o altro tessuto che vi piace – sagome di carta – ago e filo
Tagliate dal feltro 2 rettangoli 25×35 (queste misure si riferiscono al portataccuino), su quello destinato all’interno con un tessuto fantasia o comunque di colore diverso cucite la tasca dove andrà infilato il taccuino, sull’altra facciata create un a taschina portadocumenti, a questo punto dedicatevi all’abbellimento della parte esterna, io che non so assolutamente ricamare ho applicato la sagoma di 2 gatti ricavata con la carta da ricalco, e la zampata del gatto. Una volta finite le applicazioni unite con un bel punto a vista le 2 parti (se sapete cucire a macchina è

3. la parte esterna

ottimo il punto zig-zag), il porta taccuino è finito, per chiuderlo fissate sulla costa un laccetto di stoffa, nastro o come più vi piace.
Buon lavoro!

La massaia, nella sua libreria, ha inserito: Roberta Ferraris, Bread and kids.Come fare il pane con i più piccoli, Terre di mezzo 2011

I dialoghi di Trani 2011

Di seguito si pubblica la cartella stampa dei “Dialoghi di Trani” edizione 2011 presentata oggi in Regione dall’assessore al Mediterraneo, Silvia Godelli: Di seguito si pubblica la cartella stampa dei “Dialoghi di Trani” edizione 2011 presentata oggi in Regione dall’assessore al Mediterraneo, Silvia Godelli: I DIALOGHI DI TRANI 9/12 giugno 2011 – X edizione Castello Svevo – centro storico di Trani (BT) Il cuore del tempo. Impegno, cura, sentimento “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima”, scriveva Sant’Agostino. Ed è proprio al tempo e alle sue due facce, quella oggettiva (politica, economica e sociale) e quella soggettiva intesa come memoria ed emozioni, che è dedicata la decima edizione de I dialoghi di Trani (9-12 giugno 2011), uno dei più importanti appuntamenti culturali del Mezzogiorno e non solo. Tempo visto da quattro prospettive che si intersecano e si sovrappongono: della coscienza, dei sentimenti, della cura e dell’impegno – che sono poi i titoli delle quattro sezioni lungo le quali si snoda l’evento – per celebrare un traguardo temporale importante. Quest’anno, infatti, la manifestazione festeggia il decennale, e promette un’edizione speciale, che cade proprio nel bel mezzo di un altro anniversario: i 150 anni dell’Unità d’Italia. Dunque anche date e luoghi cambiano, dal momento che la rassegna viene anticipata a giugno e si espande anche nel centro storico oltre che nello scenografico Castello di Trani, fatto costruire da Federico II.

Promossa dalla Regione Puglia-Assessorato al Mediterraneo in collaborazione con l’Associazione culturale “La Maria del Porto”, con l’adesione del Presidente della Repubblica e la partecipazione del Comune di Trani, della Provincia di BAT, dell’Università degli Studi di Bari, la manifestazione si caratterizza come sempre per il “dialogo”, il confronto pubblico intorno a un’idea che in un’epoca caratterizzata dalla radicalità sincopata dei messaggi televisivi torna alle origini.

E si sposta nella città, nei caffè, nelle piazze. Noi apparteniamo al tempo, ma il tempo ci appartiene: come un dono, da capitalizzare, dissipare o dilatare. E nel corso della manifestazione, questa entità impalpabile che pervade in modo così pressante le nostre vite, sarà analizzata da una molteplicità di voci e punti di vista.

Sono quattro, infatti, le sezioni previste: il tempo della coscienza, il tempo dei sentimenti, il tempo della cura, il tempo dell’impegno. Ci sarà lo sguardo a quel tempo sognante e duttile che è quello cinematografico – con l’incontro con Sergio Rubini, giovedì 9 giugno alle 21, o l’omaggio a Marcello Mastroianni, venerdì 10 giugno alle 15.30 – ma anche quello del viaggio e della scoperta di cui parleranno Syusy Blady e Patrizio Roversi, autori del volume Misteri per caso. Un viaggio intorno al mondo che non racconta la solita storia (Rizzoli), nella serata del 10 giugno alle 20. Il tempo impiegato nell’impegno sociale, nell’aiutare gli altri o nel denunciare le ingiustizie, sarà argomento del dialogo tra il magistrato Antonio Ingroia e Gianluigi Nuzzi, autore del programma L’Infedele di Gad Lerner (venerdì 10 alle 17.30) o la testimonianza di Don Virginio Colmegna della Fondazione Casa della Carità (sabato 11 alle 10.30). Ci sarà spazio per Gli incontri di Micromega a cura di Paolo Flores d’Arcais e per parlare di giornalismo d’inchiesta con Riccardo Iacona (sabato 11 alle 21.30). Nei quattro giorni della manifestazione, che sarà inaugurata giovedì 9 alle 18 da Nichi Vendola che leggerà Odio gli indifferenti (Chiarelettere) di Antonio Gramsci, si alterneranno inoltre presentazioni di libri, come Troppo umana speranza (Feltrinelli) del giovane esordiente Alessandro Mari il 9 giugno alle 19, Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia di Tiziano Terzani (Tea) sabato 11 alle 18. E si potranno ascoltare testimonianze toccanti, come quella di Svetlana Broz (venerdì 10 alle 20), nipote di Tito che dopo lo scoppio della guerra in Jugoslavia ha deciso di lavorare come cardiochirurgo di guerra, autrice di I giusti nel tempo del male (Erickson), in dialogo con la giornalista e scrittrice Luciana Castellina. Non solo dialoghi, dunque. Perché l’evento sarà più che mai variegato. Ci saranno, infatti, percorsi guidati su itinerari storico-artistici, appuntamenti gastronomici a tema, passeggiate in bicicletta con Cicli al pascolo – vita d’altri tempi, sulle tracce della cultura agropastorale murgiana, persino escursioni in caicco per ammirare la costa dal mare. Mostre, come quella nella Galleria sud del Castello federiciano di Trani, dove Alfredo Bini esporrà le foto del suo reportage Trasmigrazioni. Ovvero, il racconto di un viaggio di migliaia di chilometri sulla pista transahariana per la Libia – percorso obbligato per chi tenta di arrivare in Europa via Lampedusa – che all’Ipa Awards ha ricevuto tre menzioni d’onore nelle categorie General News, Feature Story e Portrait. E poi gli spettacoli, dedicati a uno dei temi chiave di questa edizione, ovvero i 150 anni dell’Unità d’Italia: come Poema di Garibaldi, prosa e musica di e con David Riondino e Paolo Bessegato (venerdì 10 giugno alle 22), con musiche del repertorio bandistico dell’Associazione musicale “Pietro Mascagni” di Trani. O La rivoluzione negli occhi delle donne – che sono le altri grandi protagoniste della rassegna -, spettacolo teatrale di e con Maria Elena Germinario e Arianna Gambaccini a cura dell’ Associazione culturale Marluna Teatro che andrà in scena sabato 11 giugno alle 21.30. Infine, i laboratori, per bambini e adulti: da La Boutique del tempo perso (da giovedì 9 giugno alle 16.30, Saletta Cortile sud), lettura animata per bambini, al Workshop di giornalismo disegnato, fumetto e fumetto satirico, fino agli incontri esperienziali e meditativi Qui e ora: 3 strade verso il mio presente e Arte, musica e pensiero: letture filosofiche. Il programma dei Dialoghi Nel programma delle quattro giornate si sviluppano diversi percorsi di riflessione, uno per ciascuna delle quattro sezioni proposte: Il tempo della coscienza Il tempo è un fatto di coscienza, è l’esperienza del vissuto che diventa consapevolezza. E la consapevolezza è memoria, patrimonio condiviso, presenza a noi stessi che integra il passato. Come la consapevolezza che acquisteranno via via i quattro personaggi di Troppo umana speranza (Feltrinelli), il romanzo d’esordio di Alessandro Mari, classe 1980, che sarà presentato nel giorno di apertura della manifestazione, giovedì 9 giugno alle 19. Ovvero, un appassionante ritratto dei giovani ambientato nella prima metà del diciannovesimo secolo in un’Italia che non è ancora una nazione. Quattro storie apparentemente distanti che affrontano il tema della giovinezza del corpo, della mente, di un Paese. E del percorso faticoso che porta alla coscienza di sé di un popolo che prova a declinare aspirazioni e sentimenti, speranze di cambiamento e libertà affidandole alla leggendaria figura di Garibaldi. Il coraggio dei giovani che fecero l’Unità d’Italia è al centro anche di un altro incontro: quello con Giancarlo De Cataldo, che presenterà il suo libro I traditori (Einaudi) sabato 11 giugno alle 19.30. Ovvero, l’epica eroica, torbida e ribalda dell’Italia che nasce, vista attraverso le storie di giovani appassionati coinvolti in un disegno incerto e più grande del loro stesso orizzonte. Ma la memoria è anche l’esperienza e il ricordo che rivivono in Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia (Tea 2009) di Tiziano Terzani curati da Angela Terzani Staude, che saranno discussi alle 18 di sabato 11 giugno nell’incontro Il tempo della memoria. Una testimone coinvolta: la passione per il racconto dei fatti nel mestiere di un giornalista e di una scrittrice non possono restare cronaca e necessariamente si trasformano in slancio e impegno a costruire un messaggio che è militanza di pace. Il tempo dei sentimenti Un attimo che vorremmo fosse eterno, che ci travolge diventando mondo, corpo e anima: eppure, nella società contemporanea il sentimento prevalente spesso è la paura, che paralizza le coscienze cristallizzandole nell’immobilità. Ebbene, il cinema ha da sempre indagato i moti dell’animo dando a sensazioni impalpabili volti, immagini e suoni fermati per sempre sulla pellicola. E infatti sono tanti gli incontri di questa edizione dei Dialoghi dedicati al mondo cinematografico: dal dialogo tra il regista Sergio Rubini con Anton Giulio Mancino e Fabio Prencipe, giovedì 9 giugno alle 21, autori, questi ultimi, del libro Serg10 Rubini (Falsopiano). Mancino, ricercatore universitario, critico cinematografico e autore di varie monografie, e Prencipe, giornalista e studioso del cinema italiano, hanno concepito questa monografia su Rubini con una struttura aperta, dialogica: un confronto a più voci che riannoda i fili di un dialogo iniziato dieci anni fa con la pubblicazione di un primo volume dal titolo “Intervista Sergio Rubini”, omaggio naturale all’omonimo penultimo film felliniano. Ancora cinema e nostalgia, questa volta, con l’omaggio a Marcello Mastroianni di venerdì 10 giugno alle 15.30: in sala re Manfredi, infatti, sarà proiettato Marcello, la vita dolce, a cura del Circolo del cinema Dino Risi. Interverrà Silvio Maselli, direttore generale della Fondazione Apulia Film Commission. Il Circolo del cinema Dino Risi organizza un altro evento nell’ambito della manifestazione: l’incontro dedicato a Franco Castaldi e il suo cinema Paradiso, sabato 11 giugno alle 15.30, per ricordare pagine memorabili della produzione cinematografica italiana, come Nuovo cinema Paradiso, Il nome della Rosa, Amarcord e Il caso Mattei. La passione per il viaggio e per la scoperta sarà oggetto dell’intervento di Syusy Blady e Patrizio Roversi, autori del libro Misteri per caso. Un viaggio intorno al mondo che non racconta la solita storia (Rizzoli), che avrà luogo venerdì 10 giugno alle 20 nel cortile centrale del Castello Svevo. Con la consueta ironia i due comici racconteranno la propria esperienza di viaggio impegnato, alternativo e sostenibile lungo i percorsi meno noti del mondo, partendo dall’Italia e dai suoi luoghi nascosti sulle tracce di sconvolgenti misteri planetari. Ma i sentimenti evocati dalla rassegna sono anche duri, difficili, dettati dalla paura. Ed è proprio al tema più che mai attuale dell’ingiustizia sociale che è dedicato l’incontro di MicroMega Tempo della disuguaglianza, sabato 11 giugno alle 12, con Marco Revelli, storico e sociologo presidente della Commissione di indagine sull’esclusione sociale, Maurizio Franzini, autore di Ricchi e poveri. Disuguaglianze, crescita e crisi, e lo storico Angelo D’Orsi. Negli ultimi trent’anni, infatti, le disuguaglianze sociali si sono accresciute. E la crisi non ha fatto che accelerare i processi alla base di una più marcata sperequazione nella distribuzione dei redditi e delle opportunità. Oggi, insomma, si toccano con mano le conseguenze sociali del “trentennio neoliberista” e da più parti si invoca una decisa inversione di rotta sia nel campo della politiche che nell’ambito della ricerca scientifica: ma allora, si interrogheranno i relatori, è giunto il momento di una nuova “epoca dell’eguaglianza”? Equità sociale, condivisione dei valori, giusto ordine mondiale: questi temi, complessi, saranno inseriti in un’ottica internazionale e più che mai attuale nella tavola rotonda Il tempo della democrazia: venti di libertà dal Nordafrica, sabato 11 giugno alle 16.30 nel Cortile Centrale, con Khaled Fouad Allam, sociologo e politico algerino, ricercatore alla Facoltà di Scienze politiche all’Università di Trieste dove insegna Sociologia del Mondo Musulmano e il politologo Vittorio Emanuele Parsi, autore di L’alleanza inevitabile. Europa e Stati Uniti oltre l’Iraq (Università Bocconi editore) Per riflettere, da due punti di vista diversi, sul recente crollo di regimi politici repressivi che mostra la vitalità e la voglia di libertà di giovani generazioni ansiose di accedere a diritti umani e civili. E provare a rispondere alla domanda: quanto saprà fare l’Europa delle democrazie consolidate per interpretare e sostenere queste istanze? Approfondimento visivo dei temi della tavola rotonda, la mostra fotografica di Alfredo Bini, Trasmigrazioni, allestita nella galleria sud del Castello federiciano, ripercorre il viaggio di migliaia di migranti provenienti dall’Africa occidentale e del sud che ogni mese raggiungono il Niger, attraversano il deserto del Tenere e raggiungono Dirkou, l’oasi da dove hanno luogo le partenze per la Libia per raggiungere l’Europa e l’Italia in particolare. Bini, vincitore con Trasmigrazioni del 2° premio di fotogiornalismo in tre concorsi internazionali (PX3 de la photographie Paris, Fotoweek DC Washington, premio Chatwin Genova, tre menzioni d’onore all’IPAwards -NYC-), realizza progetti legati alla fotografia di viaggio, collabora con diverse ONG e sogna che i suoi lavori contribuiscano all’accrescimento della consapevolezza su situazioni sociali eccessivamente sbilanciate. E sempre in tema di giustizia e di relazioni internazionali, sarà ospite della manifestazione domenica 12 giugno alle 11.30 nel Cortile Centrale anche Angelo Baracca, professore di Fisica all’Università di Firenze, membro del “Comitato scienziate e scienziati contro la guerra” e autore di A volte ritornano: il nucleare. La proliferazione nucleare, ieri, oggi e soprattutto domani (Jaka Book). Per affrontare un tema di scottante attualità: Tecnologia nucleare: un’esperienza a cui mettere la parola fine? Il tempo della cura Il tempo della cura è il tempo della vita, la dimensione umana della premura, l’esperienza delle nostre fragilità da custodire. Cura come responsabilità, insomma, e infatti una delle grandi protagoniste di questa edizione dei Dialoghi è Svetlana Broz, nipote di Tito, medico di guerra che ha raccolto centinaia di testimonianze di un tipo di cura che viene guardata ancora oggi con timore e diffidenza: quella che viene offerta a persone diverse da noi. Questi racconti di salvataggi tra membri di etnie e religioni opposte durante la guerra di Jugoslavia sono diventati un libro, I giusti al tempo del male (Erikson), che sarà presentato venerdì 10 giugno alle 20 nel Cortile Centrale in un dialogo con Luciana Castellina, ex direttrice di Liberazione e autrice dell’ultimo libro La scoperta del mondo (Nottetempo): diario della sua adolescenza e iniziazione politica. Ma anche del suo impegno civile nell’Europa postbellica e nella Jugoslavia di Tito per la costruzione della ferrovia della gioventù insieme ad altri compagni. Cura come accoglienza, ed è questa la testimonianza che Don Virginio Colmegna porterà alla rassegna tranese sabato 11 giugno alle 10.30 nel Cortile Centrale, raccontando la storia della Fondazione Casa della Carità di Milano: ovvero, una struttura nel quartiere di Crescenzago che ospita ogni giorno 150 persone tra giovani, anziani, italiani, stranieri, madri sole, e persone affette da disagio psichico. A metà maggio uscirà per Il Saggiatore il suo libro Non per me solo. Autobiografia a più voci. Di vita, di storia e di diritti parleranno anche domenica 12 giugno alle 10 in Sala Federico II il costituzionalista Francesco Paolo Casavola, che nel 2010 ha pubblicato Ritratti italiani (Guida editore), un saggio per i 150 anni dell’Unità d’Italia, con il professore di Sociologia del Diritto Luigi Pannarale e Francesco Lucrezi, autore di Ebraismo e Novecento. Diritti, cittadinanza, identità (Belforte) nell’incontro Tempo della storia, tempo della vita. Il tempo dell’impegno Impegno, ovvero la tensione etica e politica, che è partecipazione attiva alla vita del mondo plurale: e sono tanti, gli appuntamenti di questa edizione sotto il segno dell’”imperativo morale”. A partire dal dialogo tra Antonio Ingroia e Gianluigi Nuzzi, alle 17.30 di venerdì 10 giugno. Ovvero, il faccia a faccia tra il magistrato formatosi nel pool di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e l’inviato di “Libero” e autore del programma “L’Infedele di Gad Lerner”, che ha pubblicato nel 2010 Metastasi. Sangue, soldi e politica tra Nord e Sud. La nuova ‘ndrangheta nelle confessioni di un pentito (Chiarelettere). Ovvero, la ricostruzione attraverso la voce di un pentito di trent’anni di ‘ndrangheta tra Lombardia e Calabria. Un altro importante magistrato sarà protagonista del dialogo Il tempo della coscienza sabato 11 giugno alle 19 nel Cortile centrale: Armando Spataro, che è stato nel pool di Mani Pulite, si confronterà con Grazia Tuzi, autrice con Telemaco Portoghesi Tuzi del libro Quando si faceva la Costituzione. Storia e personaggi della Comunità del Porcellino (Il Saggiatore). L’impegno è anche la caratteristica fondamentale di un certo tipo di informazione: e infatti parlerà proprio di Informazione tra giornalismo d’inchiesta e narrazione Riccardo Iacona, autore di importanti reportage d’attualità su Presa Diretta, tra gli ultimi uno sulla situazione disastrosa delle carceri italiane, sabato 11 giugno alle 21.30 nel Cortile Centrale insieme a Giuseppe Catozzella, vincitore nel 2010 del premio Gavinelli assegnato dall’Ordine dei Giornalisti e autore di Alveare. Il dominio invisibile e spietato della ‘ndrangheta del Nord (Rizzoli). Per raccontare, ancora una volta, come la ‘ndrangheta abbia contagiato il Nord e abbia preso il controllo di un sistema economico che si riteneva immune. O che diceva di esserlo. Ma la tensione etica e politica diventa spesso più dura e ricca di ostacoli se a esercitarla è una donna: e infatti sarà proprio una riflessione su luoghi comuni, campi semantici, etichette, modelli di comportamento in cui la collettività ha voluto che le donne contenessero l’espressione di sé, l’incontro di venerdì 10 giugno alle 19 Ruoli e stereotipi: il tempo delle donne nella storia d’Italia. Con due autrici come Ritanna Armeni, la giornalista che ha partecipato alla nascita de Il manifesto, e Gabriella Turnaturi, che ha pubblicato per Feltrinelli Signore e signori d’Italia. Una storie delle buone maniere. Ed è sempre una donna coraggiosa, che decide di non piegarsi al destino ineluttabile di chi ha scelto di lavorare in una fabbrica che produce Eternit, la protagonista del romanzo Ternitti (Mondadori) di Mario Desiati, candidato al Premio Strega 2011, al centro dell’incontro di venerdì 10 giugno (alle 21, Cortile Centrale): una storia di passione, di lotta e di riscatto. Il Castello Svevo Sulla costa, in diretto collegamento visivo con la cattedrale romanica, il castello di Trani, fatto erigere da Federico II, a pianta rettangolare con torri angolari di diversa grandezza, costituisce il necessario completamento architettonico di un ambiente urbano di grande valore scenografico. Teatro delle nozze di Manfredi, figlio di Federico II, e sua successiva prigione dopo la vittoria di Carlo I d’Angiò che lo trasformò in dimora dei sovrani angioini, il castello ebbe funzioni militari e di ordine pubblico con gli aragonesi e fu in mano ai veneziani per 35 anni. Nel Cinquecento subì l’adeguamento alle armi da fuoco e in epoca borbonica divenne un carcere di massima sicurezza. Gli organizzatori La manifestazione nasce dalla pluriennale attività in ambito culturale dell’associazione La Maria del Porto, un gruppo tutto al femminile, e si configura come esito naturale di dieci anni di incontri con l’autore (il “Progetto Lettura”, patrocinato dall’Amministrazione Comunale), che hanno fatto dell’omonima libreria in zona porto un polo culturale nevralgico della cittadina e una fucina di idee e progetti, oltre che un nutrito serbatoio di lettori. La rassegna può contare anche su un forte coinvolgimento del territorio, grazie alla stretta collaborazione con gli enti locali, le scuole, l’Università di Bari, le Soprintendenze, gli imprenditori, le associazioni e le cooperative culturali e sociali, i ristoratori e gli albergatori. http://www.idialoghiditrani.com

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