Macondo, 30 aprile 2011

∞ Con il Pil puntato alla tempia ∞
di Piero Ferrante

Perché, nell’anno di navigazione interplanetaria di questa carcassa di astronave chiamata Terra numero 2011, un ex ricercatore dell’Istat dovrebbe scrivere un libro sul Pil? Cosa spinge un tecnico, un economista, un sindacalista, oggi, a sedere di fronte ad un computer per spendere del tempo nell’analisi approfondita di cifre non più corrispondenti all’effettivo sviluppo del mondo e della sua economia sociale oltre che pratica? In effetti, prima ancora di incominciare la redazione del suo “Oltre il Pil, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere” (Ediesse 2011), Aldo Eduardo Carra si è posto questi interrogativi.

Si è chiesto se, alla luce della drastica riduzione delle risorse ambientali, e con la consapevolezza di un mondo sempre più diseguale nella redistribuzione della ricchezza, valga ancora la pena incentivare un sistema che faccia della produzione e della trasformazione delle materie prime il suo Idolo d’Oro. In effetti la risposta, un no secco, è lunga ed articolata. E la negazione del Pil altro non è se non la sconfitta patita dall’intero sistema liberista, giunto a logorazione, e la cui spinta propulsiva ha terminato il suo corso nel momento stesso in cui le disparità sociali hanno posto le basi per le turbolenze attuali.

Ed allora, con grande semplicità e con l’ausilio di dati e di illustrazioni semplificative, Carra riesce a spiegare con un pizzico d’ironia e con il grandissimo merito dell’essenzialità che non lascia spazio ad obiezioni, l’anacronismo del dato produttivo racchiuso nel Pil. Pil che, di fatto, null’altro è che il grado di giubilo del ricco, la soddisfazione del padrone, il solletico dell’imprenditore. Ed un dato che non annovera, ad esempio, al suo interno, la puntualità dei mezzi pubblici, l’accessibilità ai servizi, la fruibilità degli spazi urbani. Creando imbarazzanti situazioni in cui, economicamente, il malaffare risulta più conveniente della legalità. Un motivo in più, certo, per determinare una sterzata decisiva, un’inversione ad U che riporti il mondo ed i suoi abitanti sul sentiero della sostenibilità e del recupero graduale delle risorse attraverso la rivisitazione degli indici del progresso e la modifica stessa del concetto di progresso.

Piacevole ed istruttivo questo manualetto di Carra. Che, partendo dalla connotazione di testo di economia spiccia, assume le forme di visione profetica, poi di abbecedario del consumo responsabile, infine di sussidiario per la vita del futuro su questo pianeta. Un’apoteosi del ben-essere contro il benessere: ovvero la predicazione del passaggio dal godimento individuale a quello collettivo. L’economista dell’Ires Cgil indica la strada e chiede di seguirla. Invoca una scelta di campo, ripercorre le tappe degli errori e degli orrori dell’umanità: dalle pretese smanie di grandezza degli Stati Nazione alla corsa ad un progresso computato sulla base del carbone prima, del petrolio poi e pericolosamente orientato verso l’atomo ed il probabile sterminio collettivo della razza uomo.

Un utopista Carra. Sognatore irreprensibile eppure concreto. A punto tale che queste sue voluttà le trasforma in immaginazione che si può malleare, toccare, tramutare. Paiono vive e pulsanti. Così vicine. Basta una dose d’ottimismo ed un sano buon senso e, nel 2015 il tg sarà così: “L’Istat ha presentato oggi i tre dati che sintetizzano l’evoluzione della nostra società nell’ultimo anno: il PIL è aumentato dell’1%, la qualità ambientale è migliorata del 2%, la qualità sociale del 3%”.
Aldo Eduardo Carra, “Oltre il Pil, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere”, Ediesse 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Buen leer
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∞ Damian lo zingaro si è fermato a Correggio ∞
di Roberta Paraggio

A Correggio sono nati Luciano Ligabue, Pier Vittorio Tondelli e Damian lo zingaro; quello che stava per diventare gagio, che è andato alla scuola dei gagi, che ha amato una gagia di nome Elisa dagli occhi color del mare, ma che poi è tornato al campo ai confini della città, dove c’è un mondo che è un altrove variopinto e saggio, cialtrone e caotico.

Damian è tornato alle kampine, le roulotte, le case con le ruote sempre pronte a partire anche se ormai sono ferme da un bel po’; è un nomade stanziale insieme a papà Erik, mamma Monika e nonno Roman con la sua pipa e i suoi preziosi foglietti che prende la parola nel bel mezzo della narrazione per parlare al nipote attraverso una lettera sgrammaticata e affettuosa dove ricostruisce l’albero genealogico della famiglia e dell’intero campo.

Memoria storica narrante in questo romanzo d’esordio di Marco Truzzi “Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere”, edito da Instar, nonno Roman mette ordine parole e ruote alle roulotte ormai ferme; va indietro, fino ai tempi andati, servendosi di una lingua tutta sua, e con accento emiliano trascritto rivela a Damian la storia di un partigiano che ha combattuto la guerra dei gagi ma che nessuno ha ricordato nei monumenti ai caduti, di un altro rom che ha fatto finire il Duce con la faccia nel fango, di nonna Luce che era gagia ed è diventata zingara per amore.

Tempi lontani e vagabondi, anni circensi e carovane ormai andate, adesso che Erik e Monika si son costruiti addirittura una casetta di legno senza ruote, adesso che Damian va a scuola e passa sempre meno tempo al campo, dove Cabiria continua a succhiare benzina dai serbatoi degli ignari automobilisti e Gioele bada ancora al suo acquario immaginario, adesso che Nonno Roman non aspetta che di morire tornano quelle che sono le radici, quelle che nessuno riesce a recidere, torna una identità forte che lontana dal campo è un’eco che non ritorna, è il voler esser altro che crea delusione e spaesamento, ma voler esser altro da cosa? Da ciò che si è?
Damian proverà che è impossibile, come i pesci rossi nelle pozzanghere, come uno zingaro senza libertà e canzoni, come un funerale senza kampina che brucia, come un uomo senza radici nella testa e nel cuore.

Lontano dallo stereotipo dello zingaro buono ad ogni costo e dal surreale immaginario “kusturiciano”, delicato ma non sognante, una storia che parla di radici e lo fa coi piedi ben piantati in terra.
Marco Truzzi, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere, Instar 2011
Giudizio: 3.5 / 5– Ho visto anche degli zingari felici
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∞ Bisogna voler bene ∞
di Angela Catrani

Momò ha dieci anni, anzi no ne ha quattordici. Questa bugia gliela ha detta Madame Rose, che vedendolo crescere ha avuto paura di essere abbandonata. Momò è un figlio di puttana, letteralmente, ed è mussulmano. Madame Rose è una anziana prostituta ebrea che messasi a riposo accoglie in casa sua i bambini irregolari nati dalle prostitute parigine, o meglio, di Belleville.

La storia è tutta qui: è la storia dolcissima dell’amore tra un bambino abbandonato e un’anziana donna che lo ha accolto e amato, con rispetto, con dedizione, con pazienza.

Ma Momò è tutti i bambini del mondo alla ricerca di attenzione e affetto: è il bambino Malaussene di Daniel Pennac, è David Copperfield, è Oliver Twist, è la Piccola Fiammiferaia, è Hansel e Gretel, è, anche, il mio piccolo Matteo di tre anni, quando mi chiama “mammina” e mi abbraccia.

Questa storia commuove e incanta, e addolcisce l’anima perché le parole di questo ragazzino sono autentiche, sono pesanti come il piombo, sono un balsamo.

Ma questo è anche il racconto di una possibilità, di una speranza: la vecchia Madame Rose si ammala e non vuole andare in ospedale dove cure appropriate la ridurranno a un vegetale, vuole essere “abortita” e lo vuole fare a casa sua, truccata e vestita bene, perché “la femminilità è più forte di tutto”. La vecchia Madame Rose è una sopravvissuta dai lager nazisti e le hanno fatto già tutto quello che era possibile sperimentare su un essere umano, per questo ora non vuole più altri esperimenti sul suo grosso corpo martoriato e infelice.
E Momò, ragazzino speciale ed empatico, è l’unico a rimanere accanto all’anziana donna, a occuparsi di lei in tutte le sue necessità, a capire fino in fondo “il sacro diritto dei popoli a disporre di se stessi”.

E chissà, Momò forse è anche la parte più intima, nascosta, dolorante del suo autore, lo scrittore Romain Gary, che pubblicò questo romanzo sotto pseudonimo, pur essendo lui famoso e celebrato, e discusso.

Romain Gary, “La vita davanti a sé”, Neri Pozza 2005
Giudizio: 5 / 5 – Commovente
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Gianni Miraglia, “Muori Milano muori!”, Elliot 2011
IL SAGGIO: Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
IL CLASSICO: Neil Sheehan, “Vietnam una sporca bugia”, Piemme

QUELL’URLO MATERNO CHE NON SI SPEGNE: PLAZA DE MAYO
Ronnie Bonomelli-Angela Fedi, “Lutto, protesta, democrazia. Per una lettura di Madres de Plaza de mayo. Hijos y Hermanos”, Liguori 2008
Italo Moretti, “I figli di Plaza de Mayo”, Sperling & Kupfer 2007
Massimo Carlotto, “Più di mille giovedì. La storia delle madres de plaza de Mayo-Polvere. Amianto mai più“, Angolo Manzoni edizioni 2004

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Valerio Massimo Manfredi, “Scudo di Talos”, , Mondadori 1990
2. Valerio Massimo Manfredi, “Ultima legione”, Mondadori 2003
3. Leonardo Sciascia, “Consiglio d’Egitto”, Adelphi 2009

LIBRI IN… EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Per la festività del primo maggio, quest’anno la scelta pareva ardua dato che, oltre alla consueta ricorrenza della “Festa dei Lavoratori”, abbiamo la beatificazione di Giovanni Paolo II, personaggio che ha segnato la storia del trascorso XX secolo. Ci pareva doveroso rendere omaggio ad entrambe.
Paola Fontana, “Mi corrigerete”, Tresei
Splendido lavoro, risultato di diverse idee, dall’autrice all’illustratrice, dalla redazione all’impaginazione, dalla redazione artistica all’ideazione copertina, per raccontare la storia di Karol Wojtyla. Narrato per affascinare adulti e bambini e ricordare la sua indimenticabile e carismatica figura. “Anche non so se potrei bene spiegarmi nella vostra… la NOSTRA lingua italiana, se mi sbaglio, se mi sbaglio… mi corrigerete”.
Sono le parole che ha pronunciato al mondo dal balcone di piazza San Pietro il giorno dell’elezione e sono simbolo dell’umiltà da parte di una persona capace di parlare correttamente dieci lingue, undici con la nostra. Ricorderemo tutti quelle 21: 37 del 2 aprile 2005 e riemergeranno in noi le sue parole, i suoi gesti, le sue espressioni buffe e soprattutto il suo essere uomo prima di essere Papa.
Allison Pearson, “Ma come fa a far tutto? (Vita impossibile di una mamma che lavora)”, Mondadori
Senza nulla togliere alla forza lavorativa maschile, ma tra la vasta scelta che avevo a disposizione questo è, senza dubbio, il romanzo che mi ha più colpita. Certo non posso negare che l’essere donna ha contribuito alla scelta finale, ma la cosa che mi ha fatta definitivamente capitolare è stata “l’immediatezza” di questo romanzo. Spiego: la Pearson ha scritto di una mamma che lavora. Francamente è anche di lettura per una mamma che lavora dato che la narrazione è così semplice e scorrevole che è difficile non esserne presi, così come è impossibile, in alcuni tratti, non soffermarsi a pensare: “Cavoli, l’avrei potuto scrivere io!”, per quanto nel leggerlo si riesce pienamente a visualizzare l’attimo quasi fosse un deja vu. “Ma come fa a far tutto?”. Non ci poteva essere titolo più appropriato poiché questa è la domanda ricorrente che viene posta alla protagonista vista la rocambolesca vita fatta di figli, lavoro, casa da pulire, suocera, marito e uno pseudo – amante virtuale (giusto per non farsi mancare nulla).

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∞ Dentro il futuro, sospinti da venti del nord ∞


(Lesina, Torre Scampamorte, aprile 2011)

La Massaia Pazza, 28 aprile 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Dopo i vari tentativi, esperimenti mal riusciti, taralli senza buchi, ricette truffaldine e impasti untuosi finalmente facendo “a occhio” alla maniera della nonna in casa Massaia sono arrivati i tarallucci! E siccome NON SIAMO GELOSI DELLE NOSTRE RICETTE eccola a voi…BUON TARALLO!

Ricetta della settimana
TARALLUCCI AL ROSMARINO
Ingredienti: 1kg di farina 00 – 300ml di vino bianco – 250gr di olio di oliva – 25 gr di sale – rosmarino fresco o secco secondo i gusti
Impastare i taralli con l’olio e il vino bianco tiepido in cui avrete sciolto il sale. Otterrete un impasto liscio dal quale formerete i tarallucci, che tufferete in un pentolone nel quale avrete portato ad ebollizione dell’acqua.Quando i tarallucci verranno a galla, scolateli con una schiumarola e fateli asciugare su un canovaccio, cuocere in forno a 150° per circa 45 minuti, insomma fino a quando non saranno ben dorati.

Quanta plastica gettate ogni giorno? Pacchi di pasta, involucri vari, paccottiglia eventuale e soprattutto…adesso che non si possono più usare che ce ne facciamo delle vecchie buste della spesa ormai non più riciclabili?
A casa Massaia non ci piace sprecare, né soprattutto inquinare e allora guardate un po che ci siamo inventati, ecco a voi IL BORSELLINO INCAZ

Si, ma come si fa?

Incazz

Occorrente: Busta di plastica – ferro da stiro – carta di giornale o da fotocopia – ago e filo colorato – qualche bottone
Prendete una busta di plastica, (se colorata è meglio), tagliate i manici e il fondo e rivoltatela, mettetela tra i 2 fogli di carta e passateci sopra il ferro non troppo caldo (su rayon per capirci) per circa 10 secondi in maniera uniforme.In questo modo, la plastica della busta si sarà “compattata” e ne avrete ottenuto una specie di tessuto plastificato da usare a vostro piacimento, noi ne abbiamo ricavato INCAZ, e voi cosa ne farete? BUON DIVERTIMENTO!

La massaia, nella sua libreria, ha inserito: Fabiana Pellegrino (a cura di), Ricette dal mondo, Filema 2010

Il lunedì a mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura mondiale (scusate il ritardo)

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione” (Piero Calamandrei, “La Costituzione e la gioventù”)

Macondo, 24 aprile 2011

∞ 20 anni dopo, il Moby Prince ∞
di Roberta Paraggio

Fratello è un killer, è un assassino “periferico” al soldo del Professore, boss della ndrangheta di serie B, scadentuccio e in decadenza con un nome che irrimediabilmente richiama all’iconografia poco fantasiosa dei clan cresciuta a pane e sbruffonici filmacci.

Fratello ha una pistola, un solo amico che si chiama Nino, una morale tutta sua e ricordi che si inframezzano al racconto di quello che deve essere il suo ultimo omicidio, è stato un bambino solo, figlio di un padre violento, è stato un ragazzo schivo che avrebbe voluto segnare il mondo con l’inchiostro, rigarlo con parole che vanno a fondo.

Il piombo dei proiettili su commissione ha sostituito i colpi da infliggere con la penna, la sua verità si è dispersa nelle polveri di una Catanzaro dolorante e offesa, è un killer adesso, e ciò che sa dare è violenza e morte, sopruso e vendetta, la scrittura non lo ha salvato, ha ucciso una volta, poi due, poi tre, poi ha perso il conto, poi tutto è uguale, un rito prima adrenalinico poi piatto, senz’aria e senza odore.

Adesso gli restano un insano senso di onnipotenza, una dipendenza dal sangue altrui che sgorga e macchia i marciapiedi, e le farfalle, quelle che Fratello vede sempre prima di un omicidio, un elemento costante ed etereo che stona con la violenza che in quel momento gli circola nella mente.

Le farfalle in questo sorprendente romanzo di Francesco Aloe (Il vento porta farfalle o neve) edito da Verdenero, portano morte e consapevolezza, volano ben al di là dell’ assolata Calabria per rincorrersi tra Spagna e Marocco, negozi di tappeti e corse di tori, omicidi descritti con la perizia del miglior Quentin Tarantino possibile, in un turbine di fantasia letteraria che impatta improvvisa contro la realtà più cruda del nostro assurdo bel paese.

Una data, il 10 Aprile 1991 che Fratello non conosce, era solo un bambino, ne ha un vago triste ricordo, corpi lasciati morire tra le fiamme, Livorno, il Moby Prince e il mistero che molti hanno voluto divenisse silenzio.

Aloe lo scuote e lo squarcia con i documenti e le testimonianze, con la triste epigrafe dei nomi di chi è morto in una trappola di fuoco sull’acqua, con le parole di chi come Luchino Chessa (Associazione 10 Aprile-Familiari delle vittime del Moby Prince), sa come si vive quando un’ intera esistenza viene stravolta in un battito di ciglia, e gli occhi si riaprono sempre sullo stesso scenario da incubo.

In questo romanzo si corre a scavezzacollo, le parole si susseguono nervose e rapide, Fratello, Nino, sangue, omicidi e poi si frena, pericolosamente contro l’abbacinante muro di gomma dei fatti insabbiati e infuocati, mare, fiamme, petrolio, elicotteri che scompaiono in una nebbia improvvisa, una serata di primavera che diventa una notte di terrore, soccorsi che non arriveranno mai, morte e morti. 140, uccisi.
Francesco Aloe, Il vento porta farfalle o neve, Verdenero 2011
Giudizio: 4 / 5 – Impossibile da centellinare
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∞ Comunista io? Si, tu ∞
di Angela Catrani

Questo libro nasce da un equivoco. Come nella migliore tradizione dei falsari di professione, dei professionisti della parola che si inventano libri mai scritti intorno ai quali si complica tutta una vicenda, un gioco pericoloso e affascinante alla ricerca del nulla, Gianrico Carofiglio nel suo romanzo Ragionevoli dubbi, protagonista l’avvocato Guerrieri, personaggio inventato pure lui ma che fa sospirare almeno un paio di generazioni di donne reali, immagina un libro-saggio che l’avvocato compra nelle sue solitarie notti senza sonno in una fantastica e inesistente libreria di Bari, finzione delle finzioni.

Ebbene, questo libro, che altro non è che La manomissione delle parole, alla fine il nostro scrittore ex magistrato l’ha dovuto scrivere, incalzato da lettori incuriositi dalla appetibile finta prefazione al finto testo.

Gianrico Carofiglio è un magistrato pugliese, uno scrittore prolifico e molto amato e attualmente un Senatore della Repubblica per il PD anche se di questo, quando va a presentare il suo libro in giro per l’Italia, non vuole parlare.

Nei giornali, in televisione, ovunque sui media rimbalzano quotidianamente le molte parole manomesse, equivocate, distorte, strappate, frante che certa parte politica del nostro paese ama usare continuamente.

La magistratura è comunista.
La televisione è in mano ai comunisti.
La scuola inculca principi comunisti.


Questi sono solo degli esempi, ma quante parole volano nell’etere depauperate del loro più profondo e reale significato?
Cosa vuole dire infatti essere comunisti nell’Italia di oggi?
E parole come pace, responsabilità, giustizia, ribellione, scelta conservano il loro significato in bocca a questi protagonisti della vita politica?

Carofiglio ce ne spiega il valore originario, e anche l’uso strumentale che di certe espressioni se ne fa oggi, tanto da comprometterne per sempre la forza primigenia che una parola possiede.
Naturalmente la critica è feroce: Silvio Berlusconi si permette un uso demagogico traslato di parole come giustizia, dove la giustizia non è per tutti, ma solo a suo personale vantaggio, altrimenti diventa una giustizia comunista, dove però la parola comunista viene intesa come dittatura e spauracchio.

La parola ribellione, oggi, dopo i fatti dei paesi mediorientali, dove migliaia di giovani sono riusciti a far cadere governi tirannici trentennali ha ripreso quella sfumatura che Carofiglio, anticipando gli eventi, si augurava nel libro, uscito a novembre 2010.

Un libro profetico, potremmo dire, e in certi punti questo è il pensiero che viene, nel bene e nel male: se infatti la ribellione sana e vitale dei tunisini e degli egiziani è riuscita a sconfiggere la tirannia, così in certe frasi ultime del governo la parola educazione è messa a pari con inculcare, dove la scuola non è più vista come fucina di menti aperte al futuro, ma come luogo dove rimpinzare i polli a suon di demagogia e di superficialità.
Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli 2010
Giudizio: 4 / 5
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∞ Un libro in scatola ∞
di Nina Paraggio

Vera protagonista di questo romanzo edito da Garzanti, Vita privata di una sconosciuta è una scatola dal coperchio a scacchi rossi e bianchi, piena di piccoli oggetti ad un primo sguardo del tutto insignificanti, solo ricordi di avvenimenti lontani e sconosciuti. L’attuale proprietaria, Josianne, nel tentativo di sbarazzarsene la lascia nell’ufficio di un professore americano, sperando inconsciamente che sappia decifrarne il contenuto più nascosto.

Il professor Trevor Stratton, giunto a Parigi, trova la scatola e prima incuriosito, poi affascinato comincia ad analizzare e mettere insieme il contenuto: foto ingiallite dal tempo, pagine di diari, monete, indirizzi, lettere, brevi spartiti musicali,un paio di guanti a rete. Indizi minimi, come piccoli pezzi di un puzzle incompiuto,che lentamente svelano l’identità della proprietaria, Louise Brunet una donna nata alla fine dell’ottocento, che ha vissuto l’orrore della Grande Guerra, durante la quale ha perduto il suo grande amore, il cugino Camille.

Un matrimonio senza passione con il marito, l’affetto per il padre. Il personaggio di Louise che viene fuori da questa ricostruzione è una donna forte, che rimpiange di non aver avuto un figlio, intraprendente e passionale, quasi sfrontata, che non esita a cogliere la passione per il suo vicino di casa, nonostante il rispetto e l’affetto verso il marito.

Più Trevor si addentra attraverso gli oggetti nella vita della sconosciuta Louise, più qualcosa di strano e misterioso accade nella sua e gli sembra di partecipare materialmente e fisicamente agli avvenimenti ricostruiti attraverso i ricordi di quel contenitore di passato. Narrazione un po’ convulsa, vorrebbe esser un romanzo che intreccia la Storia e le vicende personal-sentimentali di una donna comune, ma risulta, a causa di sbalzi temporali e dissolvenze che non riescono al meglio, un insieme narrativo confusionario e a tratti slegato.
Elena Mauli Shapiro, Vita privata di una sconosciuta, Garzanti 2011
Giudizio: 3 / 5 – Monocorde

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Rosa Mogliasso, “L’amore si nutre d’amore”, Salani 2011
IL SAGGIO: Piero Calamandrei, “Uomini e città della Resistenza. Discorsi, scritti ed epigrafi”, Laterza 2006
IL CLASSICO: Carlo Cassola, “La ragazza di Bube”, q.e.

ALL’AVVENTURA CON CAPITAN SALGARI (A CENT’ANNI DALLA MORTE)
Emilio Salgari, “I pirati della Malesia”, Edizioni Clandestine 2010
Emilio Salgari, “Le novelle marinaresche di Mastro Catrame”, Robin 2010
Emilio Salgari, “Le tigri di Mompracem”, Nord-Sud 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Andrea Vitali, “La leggenda del morto contento”, Garzanti 2011
2. Johnatan Frenzen, “Libertà”, Einaudi 2011
3. Glenn Cooper, “Mappa del destino”, Nord 2011

LIBRO… IN EQUILIRIO
di Libreria Equilibri
Giovanni Paolo II, “Io sono felice. Siatelo anche voi”, Il Punto D’Incontro 2006
E’ appena trascorsa la settimana Santa ed anche a distanza di tanti anni non ho potuto fare a meno di rievocare l’ultima settimana Santa di uno dei personaggi che secondo me hanno lasciato un’impronta non indifferente a cavallo tra il XX ed il XXI secolo.

Giovanni Paolo II ovvero il “Maratoneta di Dio”, come è stato soprannominato dai suoi fedeli per quella sua natura atletica e dinamica che in alcuni tratti sembrava stridere con la figura che lui rappresentava, ha saputo entrare nel cuore di chiunque si fermasse ad ascoltarlo, carico di una rara aura che ti catturava con la sua semplicità, con la sua platealità tanto contestata ed infinitamente amata.

Questo piccolo volume racconta con le parole e con immagini di incredibile suggestione il “percorso” del “Maratoneta di Dio” durante il lungo periodo di pontificato, nelle ultime pagine è riportato il testamento che ha subito modifiche raccogliendo di volta in volta le riflessioni di questo uomo straordinario dal 1979 fino ad arrivare al 2005, dando la possibilità di addentrarci tra le pieghe di un animo di un umiltà e semplicità straordinari e una dedizione alla sua missione fuori dal comune, rispecchiando in ogni suo gesto il significativo motto “TOTUS TUUS EGO SUM” che lo ha accompagnato per oltre un ventennio portando a se e al Cristianesimo moltitudini di credenti e non.

∞ Paesaggi pasoliniani ∞

 E chi siete, vorrei proprio vedervi,

progettisti di queste catapecchie

per l’Egoismo, per gente senza nervi,

che v’installa i suoi bimbi e le sue vecchie

come per una segreta consacrazione:

niente occhi, niente bocche, niente orecchie,

solo quella ammiccante benedizione:

ed ecco i fortilizi fascisti, fatti  col cemento

dei pisciatoi, ecco le  mille sinonime

palazzine <<di lusso>> per i dirigenti

transustanziati in frontoni di marmo,

loro duri simboli equivalenti.

Pier Paolo Pasolini-La ricerca di una casa.

La Massaia Pazza, 20 aprile 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Oggi è giovedì Santo. Fra tre giorni sarà Pasqua, tempo di festa, certo, ma anche di grandi abbuffate. Ma in casa mia, odiamo gli sprechi, specie se di cibo. Per questo, voglio regalarvi, direttamente dal mio ricettario personale, un bel menu completo per la tavola pasquale. Penna, carta, calli alle dita e prendere nota!

I cestini (St)

ANTIPASTO
Cestini di parmigiano con verdure in pastella
Ingredienti: Parmigiano grattugiato, verdure a piacere tagliate a listarelle.
Per la pastella: Farina 00 e birra fredda , mescolare quanto basta per ottenere una pastella liscia e non troppo liquida nella quale bagnerete le verdure.
Come si fa: Per i cestini di parmigiano, mettete il formaggio grattugiato in una padellina antiaderente, fatelo sciogliere e poi rivoltate il composto su una ciotolina o su un bicchiere in modo che prenda la forma concava di un cestino, lasciate raffreddare e staccatelo. Adesso è pronto per fare da contenitore alle verdure fritte in pastella

Rotoli (St)

PRIMO PIATTO
Rotoli di sfoglia alla ricotta e spinaci
Ingredienti per la sfoglia: 500gr di farina (semola di grano duro)-5 uova.
Ingredienti per il ripieno: Ricotta- spinaci-uovo-parmigiano-sale-pepe.
Come si fa: Mettete la farina sulla spianatoia e impastate fino ad amalgamare bene tutti gli ingredienti.
Con la macchinetta tirate la pasta e fatene delle sfoglie molto sottili (io le ho fatte al num° 6). A parte mescolate la ricotta con le uova e gli spinaci lessati e ben tritati, aggiungendo le uova per renderla più morbida. Portate a ebollizione l’acqua con un goccio di olio e sbollentatevi le sfoglie per qualche secondo, poi, mettetele in acqua fredda e una volta stese sul piano da lavoro spennellatevi uno strato di ricotta lungo tutta la superficie. Arrotolatele nel cellophan e riponetele in frigo, fatele stare per qualche ora e poi tagliatele a rondelle spesse circa 2-3 cm, cospargetele di sugo e parmigiano e infornatele a 150° per 20 minuti.
N.B. Potete prepararle anche il giorno prima.

Cardoncelli

SECONDO PIATTO
Cardoncelli con le uova e lo spezzatino
Ingredienti: 1,5 kg di cardoncelli (piccoli cardi), 500 gr. di spezzatini di agnello, 100 gr. olio d’oliva, 4 uova, vino bianco secco, formaggio pecorino grattugiato, aglio, un mazzetto di prezzemolo, sale, pepe.
Come si fa: Soffriggere in una casseruola uno spicchio di aglio nell’olio d’oliva; quando sarà colorito aggiungere i pezzetti di agnello e lasciarli rosolare, bagnando con un po’ di vino bianco. Cuocere a fuoco vivo fino a far sfumare il vino, aggiungere sale e pepe. Portare a termine la cottura. Nel frattempo montare e lavare i cardoncelli. Lessarli in acqua bollente leggermente salata e scolarli. In una teglia da forno deporrre i cardoncelli aggiungendovi lo spezzatino, un po’ di formaggio, pepe e i pezzetti di agnello dissossati. Alla fine aggiungere le uova sbattute con poco formaggio, pepe e prezzemolo; mescolare leggermente affinché le uova si distribuiscano uniformemente. Terminare la cottura in forno fino quando le uova si saranno rapprese.

Carciofi

CONTORNI
Carciofi ripieni di ricotta
Ingredienti: Carciofi- ricotta- sale- pepe-aglio-uova-pan grattato-parmigiano
Come si fa: Sciegliete dei bei carciofi grandi, togliete le foglie più dure e allargate quelle centrali per far spazio al ripieno. A parte mescolate la ricotta con l’uovo, qualche pezzettino di aglio e il formaggio.Con questo composto riempite i carciofi e spolverate con il pan grattato. Metteteli in una padella con abbondante olio a testa in giù in modo che il pan grattato formi una crosticina, lasciateli così per qualche minuto e poi girateli, aggiungete un po’ d’acqua (deve arrivare a metà carciofo) coprite con un coperchio e lasciate cuocere fino a quando tutte le foglie saranno ben dorate.

Insalata di arance, finocchio e olive nere
Come si fa: Sbucciate le arance, pelatele e tagliatele a cubetti, aggiungete il finocchio tagliato finemente e le olive nere.
Condite con sale, olio e aceto balsamico.

La pastiera (St)

IL DOLCE
Pastiera
Ingredienti: pasta frolla (vedi la ricetta delle deliziose con crema al burro)- 500gr di grano cotto- 300 ml di latte, un cucchiaio di burro- 700 gr di ricotta-700 gr di zucchero- 7 uova intere e 3 tuorli, vaniglia, fior d’ arancio- 500 ml di crema pasticciera, canditi.
Come si fa: Impastate la pasta frolla e lasciatela riposare, cuocete il grano con il latte e il burro finchè non diventa una crema omogenea, giratelo di tanto in tanto per evitare che si attacchi, intanto montate le 7 uova più i 3 tuorli con lo zucchero per farli diventare spumosi, una volta montati aggiungeteli alla ricotta setacciata finemente. Quando il grano è cotto, (circa 30 minuti), lasciatelo raffreddare e intanto preparate la crema pasticciera: Mettete in una pentola 500ml di latte con la scorza di limone fresca e profumata, mentre il latte arriva ad ebollizione in un’altra ciotola sbattete insieme 3 uova, 5 cucchiai di farina e 5 di zucchero, aggiungete il composto ben amalgamato al latte caldo e girate continuamente fin quando la crema non diventa soda (ma non dura!). Adesso aspettate che raffreddino sia la crema che il grano e poi aggiungeteli alla ricotta, mescolateli per bene con uno sbattitore, aggiungete i canditi nella quantità che più vi piace, la vaniglia, e se preferite la cannella, il fior d’arancio aggiungetelo alla fine, prima di versare il composto nella teglia di pasta frolla, così facendo non si perde l’aroma caratteristico della pastiera. Adesso stendete la pasta frolla come per fare una crostata, versatevi il composto preparato a cui avrete aggiunto il fior d’arancio, e fate le caratteristiche strisce. Cuocete in forno a 180° per un’ora.

BRICOLAGE
Ma la tavola non è tavola senza un tocco di colore, senza l’aggiunta di una personalizzazione. E poi, tutti quei parenti con i nomi tutti uguali. Ed allora, che fare? Ecco, l’idea ve la dò io. Anche perchè, con la pasqua alle porte, in casa Massaia si continuano a rompere uova a più non posso, sull’albero non c’è più posto…quindi abbiamo pensato di riutilizzare i gusci in questo modo, facile, veloce, di grande effetto scenico e soprattutto economico!

Uova segnaposto (St)

Uova segnaposto
Occorrente: Uova svuotate, candeline da the, cartoncino verde, portauovo
Come si fa: Mettere i gusci vuoti nei portauova e infilarci le candeline basse. Scrivere i nomi sul cartoncino ritagliato a forma di foglia d’ulivo.

E mo mangiate senza remore. E buona Pasqua dalla Massaia…

La massaia, nella sua libreria, ha inserito: Ciro Pistillo – Attilio Littera, “San Severo. Ricette del Terrazzano. Ricette di cucina e medicina popolare senseverese con illustrazioni”, Malatesta Edizioni 2009

Il lunedì a mezzogiorno. Frasi di verità dalla letteratura mondiale

Sono stati battuti sin dal principio. Sono stati battuti quando li hanno presi dalle loro campagne e li hanno messi nell’esercito. Per questo il contadino è saggio, perché è sconfitto fin dal principio. Mettilo al potere, e vedrai com’è saggio. (Ernst Hemingway, “Addio alle armi”)

Macondo – 16 aprile 2011

Diamo il benvenuto, da questa settimana, ad ANGELA CATRANI. Angela condivide la nostra stessa sensibilità verso i libri. Ci siamo scelti a vicenda… Collaborerà con Macondo da SAN LAZZARO DI SAVENA, provincia di Bologna, in maniera stabile, per dare il suo contributo alla crescita della nostra città.

∞ L’urlo di Gaza ∞
di Piero Ferrante

Non solo le nubi oscure dello strangolamento di Vik Utopia Arrigoni. Nei cieli di Gaza, la nuvola nera della morte scroscia pioggia di dolore da un pezzo. Dire vita, nella Striscia, significa diremorte, nella Striscia. E la vita, nella zona più densamente abitata del mondo, 1.400.000 abitanti costretti da fili spinati, barriere, posti di blocco, aviazioni, carri armati, varie ed eventuali, in appena 360 km2, scorre veloce. Tanto che, vista dal treno dell’arroganza, dell’oscurantismo internazionale, della dis-conoscenza delle responsabilità, appare normale. Ma non lo è. Nella lunga e tortuosa cavalcata lungo il binario mediorientale, curve della Storia, salite e discese, interruzioni di linea, ponti crollati e poco carburante, gli accordi di pace falliti come stazioni di una Via Crucis di sangue, emblema di una crocifissione che ha inchiodato al legno decine di migliaia di vittime civili, di vittime bambine, arrestando il tempo in una Polaroid lancinante. Ebbene, in questo lungo correre, l’ultima fermata è Gaza. Casupola diroccata senza neppure la biglietteria. Farebbe lo stesso: nessun controllore ne accetterebbe la validità. Gaza è la stazione fantasma, spersa nella nebbia del mattino spettrale ed atroce.

Ma dagli altoparlanti, bucano l’aria le parole forti di Noam Chomsky ed Ilan Pappè. Sono loro due, il grande linguista e l’esimio storico, gli autori di “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi” (ottimo lavoro dell’editrice Ponte alle Grazie, timbrato 2010). E le loro voci, autorevoli, sono ben diverse dalle metalliche e fisse riproduzioni computerizzate delle stazioni moderne. Chomsky e Pappé non recitano copioni già scritti, non ripetono all’infinito ed all’unisono quel che il passeggero vuol sentirsi dire, la previsione di un tragitto rassicurante, stazione dopo stazione, fino alla destinazione prefissata. No, Chomsky e Pappè ripercorrono, in maniera diversa ma complementare, come due rette parallele, identiche ma con l’incontro fissato alla fine dei tempi geometrici ed umani, il viaggio a ritroso. Attraverso una storia cosparsa di giudeizzazioni forzate, vecchie pretese bibliche e teologiche, pulizie etniche, ragioni che non sono ragioni e non lo sono mai state. No. Sono loro, Chomsky e Pappé, contro ogni volontà dei paganti, a decidere il percorso e l’approdo. Prendono in mano il treno e lo frenano nelle stazioni che loro stessi decidono. Nel tempo: 1947 – 1967 – 1982 – 1993 – 2006 – 2007 – 2008 – 2009. Nello spazio: Camp David, Oslo, Gerusalemme, Ramallah.

Ed ecco comparire, chiari, i paesaggi devastati, gli “errori” di valutazione dei missili, le guerre lanciate dal potente contro una massa di civili male armati e destinati al macello, le risoluzioni violate. Si schiude un mondo identico a quello vero, ma letto attraverso le cristalline lenti della giustizia, della verità. Lenti senza ditate e graffi, che rovesciano la sostanza, non la forma. Perché quando Stati Uniti ed Israele, soli, a braccetto, nel 2008, si oppongono alla risoluzione Onu per il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”; e se ancora loro, ed ancora nella stessa seduta, votano contro una risoluzione per “la libertà universale di viaggio e la vitale importanza del ricongiungimento familiare”; e se Usa e Zimbabwe, guarda caso sempre nella stessa identica seduta, sono gli unici stati al mondo a votare contro la moratoria al commercio delle armi; e se, infine, clamorosamente nella stessa assise, gli Stati Uniti, in beata solitudine decidono di opporsi al “diritto all’alimentazione”, e se, facendolo, hanno contro l’intero mondo conosciuto, allora si rovescia la teoria dell’egemonia. Ed anche quella dell’isolazionismo di Hamas. Perché ad essere isolati sono gli aggressori, non gli aggrediti.

Con lucide analisi (Chomsky) e dotazioni fattuali (Pappé), i due autori danno corpo ad un autentico manuale della verità, un lungo ed involontario pamphlet, dalla forza di un fiume in piena che tracima gli argini e dilaga fin nell’anima di chi legge. Un libro che è sfacciatamente politico, spudoratamente di parte. Quella giusta.
Noam Chomsky-Ilan Pappé, “Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 4 / 5 – Per restare umani
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∞ Un amaro calice ∞
di Angela Catrani

Hélène Karol ha otto anni ed è una bambina infelice, terrorizzata da una madre assente, autoritaria, capricciosa, viziata.
Inizia così l’ultimo romanzo pubblicato da Adelphi di Irène Némirovsky (1903-1942), la scrittrice ucraina di origini ebraiche che, trapiantatasi con la famiglia in Francia in giovane età, divenne, negli anni ’30 del Novecento un caso letterario atipico, dato che con la sua morte nei campi di concentramento di Auschwitz ci si dimenticò di lei, fino alla pubblicazione postuma nel 2004 di Suite francese, romanzo non terminato dalla scrittrice e ritrovato in casa delle figlie in una valigia piena di appunti.

Il clamore suscitato da Suite francese, considerato giustamente il capolavoro della scrittrice ucraina, ha fatto sì che venissero ripubblicati tutti i numerosi romanzi della Némirovsky, provocando un enorme interesse sia in Francia che in Italia per una scrittrice dallo sguardo lucido e pungente, dalla lingua pura e netta, dallo stile narrativo levigato come un piano di marmo, ma dalla cui superficie emergono venature più o meno profonde.

In Il vino della solitudine, Irène Némirovsky racconta della sua famiglia, in una sorta di autobiografia solo apparentemente schermata da pseudonimi. E dunque, senza pietà, conosciamo Bella, la madre, una donna vanitosa e passionale, viziata da un marito accecato dall’amore, che non vorrà mai vedere gli amanti casalinghi della moglie. Il padre, Boris, un commerciante poi finanziere ricchissimo, percorre la vita alla ricerca di una effimera emozione, e non coglie l’amore nello sguardo adorante della figlia, l’unica che si preoccupi per lui. Infine la stessa Hélène, bambina poi ragazza amareggiata, delusa, infelice, che cerca nella vendetta un modo per colpire la madre.

Il romanzo è del 1935, la scrittrice è sposata felicemente da nove anni, ha due bambine, ha una fulgida carriera, ma ancora non è libera dai fantasmi del passato, ancora, necessariamente, come in altri suoi romanzi, ha bisogno di demolire la figura materna, di trovare una giustificazione morale per l’odio che non riesce a mitigarsi in pietà verso questa donna profondamente sola, che è costretta a pagare per illudersi di essere amata.

Il romanzo è gelido, intenso, crudo. Vi si racconta di un mondo che è anche il nostro, con le donne di una certa età che si costringono a cure dermatologiche estreme pur di rimanere giovani, un mondo in cui conta solo l’apparenza, in cui solo i soldi danno la felicità, in cui i figli sono accessori di cui vantarsi o lagnarsi a seconda delle circostanze, che non contano, che non si amano.

E’ estremamente moderna, la Némirovsky, e non ha mai paura di chiamare le cose con il loro nome, ma la sua accecante lucidità di pensiero non concede spazio all’immaginazione e alla speranza, rischiando di lasciare il lettore solo e sperduto.
Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Adelphi 2011
Giudizio: 4 / 5
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesco Aloe, “Il vento porta farfalle o neve”, Verdenero 2011
IL SAGGIO: Antonio Cadoni (a cura di), “Jacovitti. Autobiografia mai scritta”, Stampa Alternativa 2011
IL CLASSICO: Edward Said, “Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente”, Feltrinelli 2002

LA TUA UTOPIA, IL SOGNO DI TANTA GENTE. CIAO VIK
Vittorio Arrigoni, “Restiamo Umani. Dicembre 2008 – gennaio 2009”, Manifestolibri 2009
Federica Cecchini, “L’uomo che parla alla torretta. Lettere dalla striscia di Gaza”, Frilli 2003
Gian Luigi Nespoli, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Johnatan Franzen, “Libertà”, Einaudi 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Erri De Luca, “E disse”, Feltrinelli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
di Libreria Equilibri
Ishiguro Kazuo, “Non lasciarmi”, Einaudi 2006
Tre bambini crescono insieme in un collegio immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani. La loro vita verrà accompagnata dalla musica dei sentimenti: l’amicizia e l’amore come uniche armi contro un mondo che nasconde egoismo e crudeltà. Un romanzo commovente e visionario. Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età, una grande amicizia nasce fra i tre bambini: Kathy, timida e riservata; Tommy, impulsivo ed ingenuo; Ruth, prepotente e carismatica.

La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Sembra quasi averne paura, «come si ha paura dei ragni», pensa Kathy. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, la Galleria, sono così importanti? Cosa dovrebbero dimostrare? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata su questa terra. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento o cannocchiali: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso e vicino la fragilità, la provvisorietà, la finitezza della vita, di qualunque vita.

[La rubrica è a cura di Piero Ferrante e Roberta Paraggio. In collaborazione con la Libreria Equilibri di Manfredonia]

Restiamo Umani, Vik

Voci precedenti più vecchie

Macondo – La città dei libri

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