Macondo – 26 marzo 2010

∞ Storia (vera) di feudalesimo, orchi e Moratti ∞
di Piero Ferrante

Il Paese dei Moratti è il Paese in cui la fabbrica gioca il ruolo di un Geppetto spietato, creatore di illusioni e facitore di blasfemi sinonimi di quella grande storia in salita che è da considerarsi l’esistenza umana. Il Paese dei Moratti è popolato di Lucignoli e Mangiafuochi, attraenti imbonitori rivestiti di patine griffate ma contundenti. Il Paese dei Moratti è il locus dei tanti, piccoli, meravigliosi, innocenti Pinocchi costretti a mentire a se stessi nell’estremo tentativo di ripetersi che, da quelle morti, da quei tumori, da quello smog, transiti l’unica possibilità di liberazione, la verà libertà. E loro, lignei fanciulli protesi nello slancio verso la carnificazione; e loro, anime intorbidite e sogni seppelliti da cumuli annuali di scorie e liquami, loro sì, non posso fare altro che credervi. Non hanno soluzione diversa che donare il proprio tronco povero di clorofilla, sradicato di botto all’adolescenza, nelle mani di presidenti eleganti e compiti.

Nel Paese dei Moratti, però, ci sono anche bui anfratti, parti di mondo dimenticate dall’uomo e da Dio, dove il sole non giunge ed il cielo non è che un’immaginazione ardita. Nel Paese dei Moratti ci sono spose bambine piangenti, salici costretti a seccare in tutta fretta da un dolore che azzera la linfa. Sono le lande popolate da lacrime, parenti vicini costretti alla lontananza, morte invece della vita, tombe al posto delle barche, cenere in sostituzione del mare.

E “Nel paese dei Moratti”, autore il giornalista Giorgio Meletti (edizioni Chiarelettere, anno 2010), è una favola ruvida. Spoglia di etica. Inutile, in fondo, cercare la morale dove la morale non c’è. Una fiaba lucida ed impietosa raccontata con gli occhi di un cronista. Tanti pezzi che si completano l’un l’altro come trame composite e complementari. Meletti scrive ed è come se parlasse di null’altro che d’una storia povera, semplice. Quella di un giorno come gli altri, fatica, orari, lavoro, stringenze. Una narrazione triste del secolo che corre verso la desolazione della precarietà. E’ la storia di Daniele Melis, Bruno Muntoni e Gigi Salinas, innanzitutto. 29 anni, 27 anni, 58 anni. Ma è anche la storia di un minuscolo ecosistema chiamato Sarroch, 5 mila anime arroccate nella provincia di Cagliari, e di un ecosistema nell’ecosistema: la Saras, gioiello di famiglia della scuderia industriale dei fratelli Gianmarco e Massimo Moratti.

Il 26 maggio 2009, mentre il primo tratta di un ingente prestito (190 milioni di euro) con la banca Intesa San Paolo, ed il secondo asseconda le lamentele dell’allenatore dell’Inter José Mourinho, i tre operai, uomini cacciavite delle ditte esterne che lavorano in condizioni a dir poco disastrate nella Saras, muoiono in una cisterna della raffineria. A catena di reazione macabra. Prima Gigi, poi Bruno, infine Daniele. Tutti e tre immolati sull’altare dell’insicurezza sul lavoro. Muoiono asfissiati per inalazioni di azoto, una sostanza che è capace di azzerare, praticamente, le condizioni di vita attraverso una radicale riduzione dell’ossigeno. Alla Saras lo usano per pulire alcune cisterne.

Un bocchettone infilato, una carta non firmata, una distrazione. Tre vite stroncate.

Quella della Saras è una storia come poche. Contrariamente ad altri impianti industriali, non conosce mezze misure. Determina i rapporti intimi, permea la familiarità. A Sarroch, i cittadini la amano e la odiano. Rende, insieme, la vita e la morte. E’ capace di dare stabilità ed incertezza. Ma chi la ama sa anche odiarla. E chi la odia sa anche di doverle gratitudine. La Saras è un pezzo di mondo, un appezzamento di terra. E’ ciò che attiva rapporti di atavica dipendenza coloniale, addirittura feudale. Un abitante sardo, parlando con l’autore, sintetizza: “Il mio primo giocattolo mi è stato regalato dalla Saras all’asilo. Il mio primo panettone (mignon Alemagna) mi è stato dato dalla Saras alle elementari. I libri di scuola sino alle medie mi sono stati pagati dalla Saras. I piedi di catrame me li ha sporcati la Saras. Il fumo acre all’odore di cavolfiore arrivava dalla Saras. Il primo suono di sirena alle 8 del mattino l’ho sentito alla Saras”.

Nessuno passa immune dalla Saras. Da quell’inferno che rigurgita malattie, ma sa inondare di soldi i suoi padroni. Loro, in perenne perdenza eppure abili a sfruttare le nefandezze finanziare di un mercato forte con i deboli e debole con i forti. Con i soldi sfilati alle banche, di quegli stessi istituti che non hanno fatto fronte ai debiti dei piccoli imprenditori onde, poi, pronarsi alle magagne azionarie dei fratelli milanesi, i Moratti hanno innalzato i dividendi. Ben consci di essere buona parte dell’azionariato Saras. E, in una sola manovra finanziaria, spalmata nell’arco triennale, sono stati capaci di sottrarre al mercato oltre un miliardo di euro, per convogliarlo nelle proprie tasche, giocandolo nell’azzardo pallonesco tinto di nerazzurro.

Sarroch ed il suo dolore, Sarroch e le sue promesse mai mantenute, Sarroch ed i processi senza colpevoli, Sarroch e la perfidia spiacevole di un liberismo rapace sono la cima di un sistema ampio e consolidato. Un sistema popolato di orchi e uomini neri, di Tronchetti Provera e di Marchionne. Perché nel paese dei Moratti c’è davvero posto per tutti.
Giorgio Meletti, “Nel Paese dei Moratti. Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 4 / 5 – Crudo
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∞ Umorismo russo ∞
di Roberta Paraggio

Prendete il mondo surreale dei racconti di Gogol, Kovalev che si sveglia al mattino e si trova la faccia senza il naso. Dov’è? Dove potrebbe essere se non in un caldo panino apena sfornato? Ammirate un dipinto di Marc Chagall, la malinconia sgargiante dei colori fluttuanti, il piacevole ripetersi di atmosfere sospese fra il sogno e la fase rem. Ora, aprite “Disastri” di Daniil Charms, appena riedito dalla Marcos y Marcos, e vi ritroverete tutto quanto elencato. Ed anche di più.

Il linguaggio appena più colorito rispetto alla compostezza gogoliana ed alle pennellate sfumate di Chagall e l’insieme regala al lettore un’incredibile e grottesca carrellata di personaggi. Privi di un filo conduttore che non sia l’assurdità delle situazioni, i protagonisti, talora che anonimi, si muovono nello spazio angusto del non sense e dell’ineluttabilità del gesto inconsulto. S’insultano, si schiaffeggiano, si prendono a morsi le orecchi, si sputano in faccia, sono incapaci a comunicare. Brandiscono cetrioli come armi di difesa. A colpi di assurdo, muoiono per un nonnulla: un marinaio che mangia troppo salato crepa d’insonnia con una scarpa alla mano contro i topi; una vecchia ficcanaso cade sporgendosi da un balcone, altre sei anziane la seguono sino a formare un obelisco geriatrico. E poi sequele di vite strampalate: un uomo riesce a pesare sulla bilancia la sua fede; un altro trascorre un’intera giornata al ristorante nel vano tentativo di farsi ascoltare dal cameriere; un terzo, nascosto sotto il letto, ascolta sua moglie sparlare di lui.

Scorci della vita dei maggiori scrittori russi, Puskin e Tolstoj, presi nei momenti impensati, nei dettagli che sfuggono perchè poco atti alla biografia. Iracondi, scansafatiche, dubbiosi, imorali, strampalati. Un circo russo della scrittura senza rete e senza gabbie. Piccoli episodi di vite qualunque dipinte di umorismo sottile e rcambolesco, a tratti venato di cattiveria, spesso irresistibilmente comico. Né grave, né greve. Un piacevole divertissement.
Daniil Charms, “Disastri”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Spassoso
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Aldo Eduardo Carra, “Oltre il PIL, un’altra economia. Nuovi indicatori per una società del ben-essere”, Ediesse 2011
IL ROMANZO: Sergio Quadruppani, “La rivoluzione delle api”, Verdenero 2011
IL CLASSICO: Vladimir Majakovskji, Poesie, q.e.

ADDIO PROFESSORE. STATO PER ALBERTO GRANADO
Alberto Granado, “Il gitano sedentario”, Sperling & Kupfer 2005
Alberto Granado, Ernesto Guevara, “Latinoamericana”, Feltrinelli 1998
DVD: Walter Salles, “I diari della motocicletta”

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Benedetto XVI, “Gesù di Nazareth”, Libreria Editrice Vaticana 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Einaudi 2011
3. Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011

LIBRO IN… EQUILIBRIO
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
di Libreria Equilibri
Otto capitoli, otto storie, un ritratto unico dell’Italia di oggi firmato Roberto Saviano. Come? Scavando dentro alcune delle ferite vecchie e nuove che affliggono il nostro Paese: il mancato riconoscimento del valore dell’Unità nazionale, il subdolo meccanismo della macchina del fango, l’espansione della criminalità organizzata al Nord, l’infinita emergenza rifiuti a Napoli, le troppe tragedie annunciate. Accanto alla denuncia c’è anche il racconto di vite vissute con onestà e coraggio: la sfida senz’armi di don Giacomo Panizza alla ’ndrangheta calabrese, la lotta di Piergiorgio Welby in nome della vita e del diritto, la difesa della Costituzione di Piero Calamandrei. Esempi su cui possiamo ancora contare per risollevarci e costruire un’Italia diversa. “Vieni via con me” è diventato un libro che rende accessibili al pubblico che non ha seguito la trasmissione, queste storie in forma rivista e arricchita facendole diventare, ancora una volta, storie di tutti.
Saviano, nella presentazione ci pone una sfida: un elenco di cose per cui vale la pena vivere, un elenco leggero che valga più di una guida morale, un antidoto ai problemi universali. Prende spunto da Woody Allen e dalle sue citazioni (Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento di una sinfonia di Mozart, Louis Armstrong, un’opera di Flaubert, i film svedesi, Marlon Brando, Frank Sinatra, mele e pere di Cezanne e granchi e viso rispettivamente di Sam Wo e Tracy), per scriverne il suo: la mozzarella di bufala aversana, un brano di Bill Evans, andare con la persona che ami a leggere l’epitaffio di Raffaello, un gol di Maradona ai mondiali ’86, l’Iliade, l’ascolto di una canzone di Bob Marley mentre passeggi libero, tuffarsi nel profondo, sognare di tornare a casa dopo un lungo periodo di esilio, fare l’amore in un pomeriggio d’estate al Sud e trovare una email con scritto “Sono fiero di te” dopo una giornata in cui hanno raccolto firme contro di te.
Credo sia un esercizio fondamentale per ricordarsi ciò di cui siamo fatti, ciò che ci spinge ad andare avanti nonostante le difficoltà e essere sempre migliori, è un modo per mettere nero su bianco i nostri pensieri, a denudare la nostra anima. Sarebbe bello passare il tempo a leggerli e ad ascoltare gli altri, a trovare ciò che dà senso alla vita di chi ci sta a cuore riscoprendo tante cose sotto un altro punto di vista, sotto altri aspetti. Sono dell’opinione che quando si parla si potrebbero risparmiare tante parole da usare poi, nei momenti opportuni, ma quando si scrive si ha un compito, un impegno verso la carta che riposa sotto le tue “grinfie” a cui non puoi sottrarti, perciò, buttate giù quello che pensate, senza limitazioni, perché la carta aspetta solo voi per raggiungere la sua completezza.

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