Macondo 20 marzo 2011

∞ Produzione di futuro ∞
di Piero Ferrante

Che ci sia un’Italia migliore, probabilmente, non lo sa soltanto Nichi Vendola. Il mondo dei giovani impegnati, dei padri che sfangano la giornata riproducendo sorrisi grossi quante le bollette ed i mutui, delle donne che lottano per non soccombere sotto il peso dell’indifferenza o, peggio, della gravosità sessista. Che ci sia un’Italia migliore lo dice l’impegno delle Fabbriche di Pomigliano e di Mirafiori, di quei nuovi sfruttati in tuta blu che oppongono i loro dieci, cento, mille niet all’imposizione dall’altro di un sistema economico strutturato giust’apposta per incatenarli a vita, forse a morte, su un posto di lavoro ingrato ed infame, di quelli che l’esistenza e che drenano le energie. Che ci sia un’Italia migliore, poi, ce lo dice anche la Fandango (appunto, “C’è un’Italia migliore. Dieci passi per avvicinarci all’Italia che vorremmo”, Nichi Vendola e La Fabbrica di Nichi, 2011) e ce lo dicono i nuovi costruttori della democrazia. Quelli che, indipendentemente dai simboli di partito, non hanno scelto l’immobilismo culturale e politico. Quelli che hanno smosso mari, monti e qualche pianura per sbarcare in Puglia gli studenti fuori sede e negare al potere di difendere se stesso attraverso la partecipazione corale.

Sono loro, insieme con Nikita il rosso, gli autori del libro. Sono le loro esigenze ad incarnare, in perfetto stile vendolese ed in perfetto linguaggio vendolese, ed in perfetto accordo ideale con il leader di Terlizzi, figura oramai cardine del centrosinistra dell’oggi e del domani, le soluzioni. Da qui passano le strategie. Tanto che il decalogo contenuto nel libro altro non è che una lunga discussione, ma anche un documento politico, un programma di partito, una collezione di propositi. Sfide e necessità, dall’urgenza del recupero della città, alle ricette per l’economia, dalla pazza scommessa (vinta) delle rinnovabili, all’esigenza della cultura. Con la scuola sullo sfondo e l’aura di don Tonino Bello fluttuante e veleggiante ed una eccessivamente misticata immagine della Puglia, Nichi ed i Nichini cantano alla luna l’ode della speranza. Talora, forse, con eccessivo compiacimento, talaltre calcando con eccessiva pressione la penna della speranza sul foglio del presente.

E poi predizione profetiche. Quasi come in uno dei tanti editoriali su Fukushima, i fabbricanti picconano impietosamente le strategie nucleari della cricca atomista. Un’avventura di cui “l’Italia non ha bisogno”, perché “antieconomica”. E, soprattutto, per quel cartello non in vendita che recita: “Cernobyl non è più qui”. L’ha spinta lontano la voglia di partecipazione alle sorti di territorio, il desiderio di abitare città che siano “la scena dell’agire insieme, non più dell’ideologia della salvezza individuale”, dove ognuno viene prima di tutti. Forse, e forse soprattutto, l’ha spinta alla deriva la sequela deprimente di fallimenti dell’atomo, dal caso ucraino a quello giapponese. Con il precedente di Three Miles Island, Usa.

Piuttosto, il libro regala un omaggio alla strategia delle rinnovabili (anche se con il limite di non mettere mano ad un piano organico, ma in linea tutto sommato teorica), come forma nuova di rispetto dell’ambiente. Come, in più, alternativa ad un sistema distruttivo e logorante, che utilizza tutto lo specchio delle risorse della terra per farle propedeutiche alla produzione, al soddisfacimento delle impellenze economiche prima ancora che umane. Come resistenza al capitalismo predatorio, antidoto all’“istinto maldestramente mercantile” che accompagna le scelte dei governanti a tutto scapito della creatività.

Un viaggio nei meandri dei principi che hanno fatto il vendolismo e che lo perpetuano. Nel tornio di quei grossi capannoni valoriali che sono le Fabbriche che portano il nome del governatore.
Nichi Vendola e La Fabbrica di Nichi, “C’è un’Italia migliore”, Fandango 2011
Giudizio: 3 / 5 – Eccessivo

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∞ Partitura per i ricordi ∞
di Roberta Paraggio

Ci sono parole chiave per ogni storia che si sceglie di raccontare. Quelle di questo romanzo di Jaume Cabrè, “L’ombra dell’eunuco“, edito da LaNuovafrontiera sono dissolvenza e tempo, ricordi e musica, c’è un film ed un concerto, immagini e melodie che scorrono nitide nel loro dolore, potenti e assordanti nella ambivalente volontà di rimozione e di ritorno.

Dissolvenze temporali incrociano immagini d’epoca, il quel che eravamo con ciò che si diventa, il bianco e nero sgranato della lotta armata al franchismo, la morte senile del caudillo demente, le tinte fosche di una Barcellona su cui aleggia la paura, strade percorse ad occhi bassi. Poi, stop.

Fermo immagine, colori sciatti di un ristorante finto chic, cattivo gusto imperante e un uomo seduto al tavolo che si racconta ad un’interlocutrice evanescente, la parola e il ricordo sono ciò che è rimasto a Miquel Gensana, uomo a metà che non è riuscito a cogliere i momenti salienti della vita, che è stato figlio, amico, marito, militante, tutto da spettatore, quasi a voler prendere le distanze dalle cose nel momento stessi in cui accadevano, senza calcolarne le conseguenze.

C’è una musica in sottofondo, c’è una partitura per un concerto rimasto a metà, l’opera incompiuta rimasta lì a impolverarsi nei giorni in cui Miquel era troppo impegnato ad essere il compagno Simò, c’è del sangue che ha macchiato lo spartito indelebilmente.

Che n’è stato della lotta Simò? Adesso che prova a ricomporre la sinfonia incompleta cercando nell’arte una dimensione salvifica Miquel/Simò non sa darsi una risposta, adesso che non c’è più neanche Bolòs/Franklin, l’amico di sempre,Teresa è morta senza che le dicesse di amarla, la compagna Pepa è scomparsa, Mingo è stato vendicato, adesso che la lotta è finita e la vita non chiede più pistole nella valigia.

C’è un pentagramma di inchiostro sbiadito, ci sono righi e spazi, i righi li ha impressi zio Maurici con la sua vocazione storica, ma il vento della sua simulata follia ha mischiato le note per far venir fuori un concerto di vendetta per un amore proibito.

Gli spazi li incide Miquel con la narrazione e col ricordo, con i segreti affidati a Julia, non più fardello con cui andare avanti da solo, come già in zio Maurici persiste in lui il desiderio di durare, la agognata possibilità di essere compresi o forse solo il desiderio di sentirsi meno disillusi, consapevoli di non essere né eroi né antieroi né artisti, ma solo compositori solitari di un concerto per sé stessi.
Jaume Cabrè, “L’ombra dell’eunuco”, LaNuovafrontiera 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Musicale
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, Donzelli 2010
IL ROMANZO: Marco Scarabelli, “C’è di mezzo il mare. Viaggio in bicicletta intorno al Mediterraneo”, Ediciclo 2010
IL CLASSICO: Don Lorenzo Milani, “Esperienze pastorali”, q.e.

NO NUKE
Giulietto Chiesa-Guido Cosenza, “La menzogna nucleare. Perché tornare all’energia atomica sarebbe gravemente rischioso e completamente inutile”, Ponte alle Grazie 2010
Roberto Rossi, “Bidone nucleare”, Bur 2011
Rokuro Haku, “No alla guerra, no al nucleare. Le armi all’uranio impoverito che distruggono l’uomo e l’ambiente”, Altrinformazione 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Livio Fanzaga, “La fede insegnata ai figli”, Sugarco 2011
Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, Guanda 2011
Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011

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