Macondo – 26 febbraio 2011

∞ L’Italia di Giorgio ∞
di Piero Ferrante

Immaginate un armadio. Chiuso, sbarrato, ante contro una parete romana. Immaginate che quell’armadio serri molti dei segreti peggiori delle stragi naziste. Immaginate che le carte ivi contenute contengano la chiave per leggere le fucilazioni, le tribolazioni dei liberatori, i nomi dei loro aguzzini. Immaginate che, lì dentro, si accorpino storie fra di loro opposte e diverse, afflati di giustizia da un lato, di vendette dall’altro. Immaginate che ci vogliano decenni perché, finalmente, quelle carte escano fuori. Immaginate tribunali, processi, torturati e torturatori, mandati internazionali.

L’armadio della vergogna è la base di partenza del lavoro di due studiosi, Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Che, interrogando le carte, hanno tratto fuori una storia. Quella di Giorgio Marincola, l’unico “mulatto” della guerra di liberazione italiana, combattente azionista. Un’esperienza dalle fortissime connotazioni romanzesche, quella di Giorgio, alias tenente Mercurio, alias Renato Marino. Una vita di flash accecanti. Nato a Mahadei Uen, Somalia Italiana, da padre militare e mamma somala. L’Italia, appena bambino. Pizzo Calabro e l’infanzia. Il mare, il pianoforte, le corse con i bambini di pelle diversa. Poi Roma, la maturità, l’insegnamento di Pilo Albertelli (giustiziato alle Fosse Ardeatine), la scelta antifascista, Giustizia e Libertà, il Partito d’Azione, la resistenza. Viterbo, Roma liberata, ancora addestramento in Puglia, partigiano a Biella. Il rastrellamento della Serra, l’arresto a Zimone nel gennaio 1945, ed una nuova avventura: Biella, Torino, il campo di concentramento di Bolzano. Compagni torturati ed uccisi. La liberazione dal lager, la liberazione dell’Italia dal nazismo, la voglia di non arrendersi, la Brigata Cesare Battisti di Molina di Fiemme, la morte a Strementizzo, in un bosco, nell’ultima strage tedesca in territorio italiano. Colpito alle spalle. “Alla scapola sinistra”, reciteranno i verbali immediatamente successivi a quel 4 maggio. Esecuzione.

Una narrazione di vita tenuta a riparo dagli occhi della gente per decenni di Storia del Novecento. Quasi tutto ciò, questa sede di emozioni, sentimenti e valori di speranza, fosse il potenziale generatore di una caterva di virus capaci di rodere il sistema dall’interno, senza timori, senza paure. Quasi fosse troppo destabilizzante diffondere la voce di una verità storica che parla di italiani venduti allo straniero e somali dediti all’onore di Patria.

Per questo e per altri motivi, non è facile reperire fra gli accordi della sinfonia italica la storia di Giorgio. Nell’Italia imbellettata di trucco e rumori assordanti, nell’Italia che si è rifatta il naso per non sentire il tanfo di rancido che il suo corpo sprigiona da ogni poro, da ogni fiume inquinato, da ogni terra svenduta, da tutto il sangue contadino versato, laddove si preferisce una marocchina che riproduce il solito gioco di assuefazione piuttosto che un somalo che, per questo paese, per la sua libertà, ha dato la vita, non c’è spazio per i sogni (Isabella, sorella di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, è stata ripudiata dalla famiglia e costretta a dormire nelle stazioni. Suo figlio, nipote di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, ha dovuto caritare il permesso di soggiorno nella gabbia delle Questure).
In questa Italia puntellata di sepolcri imbiancati, in cui si vende a basso costo, giorno dopo giorno, il rito del consumo e dello squallore politico, si celebra un compleanno un po’ più netto di quelli precedenti a suon di nuovi eroi: divise violente, personaggi subdoli, mercenari caduti per un guadagno netto di qualche decina di migliaia di euro, gentaglia con tacchi e spalline. Che, ineluttabilmente, ripudiano e scacciano dal rovello della storia e dal pantheon nazionale quegli esempi altrimenti totalizzanti per la purezza dei valori.

E così li si scaccia, li si annienta, si incenerisce anche la loro memoria, si seppelliscono i loro nomi sotto ondate infuocate di proclami e di celebrative parate. Per fortuna che c’è ancora gente come Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Loro, capaci di estrarre dalle macerie di noi stessi, quello che di buono è insito nelle vene del Paese. Con la grande siringa della Storia hanno saputo trarre in provetta quel Dna resistente di nome Giorgio e di cognome Marincola.

Carlo Costa-Lorenzo Teodonio, “Razza Partigiana. Storia di Giorgio Marincola”, Iacobelli 2008
Giudizio: 5 / 5 – Auguri Italia

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∞ In fuga dallo spettinatore ∞
di Roberta Paraggio

“Meglio calvo che biondo”recitava uno slogan da maglietta vacanziera qualche anno fa. “Meglio riportato che calvo” risponderebbe Arduino Gherarducci il supponente io narrante dell’ultimo romanzo di Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, edito da Nottetempo.

Ricercatore universitario, esperto in formati di scambio dei dati bibliografici, il protagonista è un mago dell’acconciatura riportata, coiffeur equilibrista dall’improbabile messa in piega frangettata che vive delle sue piccole certezze tricologighe, tenendosi a distanza di sicurezza da venti e brezzoline, spifferi e condizionatori, avanzando sprezzante col suo prezioso riporto ammantato dell’aura rispettosa della tradizione di famiglia. Riportati con destrezza erano i peli del bisnonno, del nonno e del padre. Tutti, a seconda delle generazioni, sapientemente armati di gel, brillantina o colla di pesce. Il capello cresciuto e risvoltato, acchiocciolato, schiacciato con fierezza e abnegazione non ammette fretta o arrabattamenti, rasature indegne, incontri casuali con ferini barbieri baresi o peggio ancora divertiti e alquanto imprevedibili scappellotti.

Sarà proprio quest’ultimo tragicomico evento a dare una svolta alla vita di Arduino, lo scapaccione spettinante ricevuto da uno studente metterà a repentaglio le sue certezze denudando senza pudore la sua misera testa, esponendola alla mercé degli impietosi studenti divertiti di fronte a cotanta stempiatura. Non resta che la fuga, via, in Lapponia o sui monti marchigiani, via da una moglie cretina, da una suocera ladra di libri che non è in grado di leggere, via dal ricordo di un fratello prepotente e soprattutto ipercapelluto,a vivere in una grotta, via col suo capello incompreso. Mutato in un anacoreta dalla strana chioma taumaturgica, passerà dalla bibliografia alla calvomanzia, da una platea di studenti irrispettosi e ridanciani a una pletora di infermi pronti ad inginocchiarsi al cospetto del riporto.

Tra strambi miracolati, riflessioni sull’ sull’Ethica di Spinoza e lezioni sull’arte magistrale dell’acconciatura, questo romanzo scivola via in qualche ora, strappa qualche sorriso e soprattutto riesce a non creare empatia tra lettore e protagonista, riportato o meno Arduino Gherarducci suscita antipatia, chissà, sarà questione di (hair)styling.

Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, Nottetempo 2011
Giudizio: 3 / 5 – Semi-esilarante
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Emilio Rigatti, “Se la scuola avesse le ruote”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: Scott Simon, “Il mio nome è Jackie Robinson”, 66th and 2nd 2011
IL CLASSICO: Luis Sepulveda, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegno a volare”, q.e.

LIBIA, IL NOSTRO ORTO DI CASA?
Antonio Schiavulli (a cura di), “La guerra lirica. Il dibattito dei letterati italiani sull’impresa si Libia (1911-1912)”, Giorgio Pozzi 2009
Eric Salerno, “«Uccideteli tutti». Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana”, Il Saggiatore 2008
Angelo Del Boca, “A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini”, Baldini Castoldi Dalai 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Wilbur Smith, “La legge del deserto”, Longanesi 2011
Glenn Cooper, “La mappa del destino”, Nord 2011
James Patterson, “Il regista degli inganni”, Longanesi 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Alessandro Baricco, “Oceano Mare”, Feltrinelli 2007
“Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia,
e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia
e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte.
La marea nasconde. E’ come se non fosse mai passato nessuno.
E’ come se noi non fossimo mai esistiti.
Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi non pensare a nulla, quel luogo è qui.
Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera.
E’ tempo. Tempo che passa. E basta…”


Il mare può assumere ogni aspetto: triste, sorridente, trasparente o tenebroso, brulicante di vita o deserto, increspato dalla brezza o piatto come una tavola. Il mare è l’incertezza, l’imprevedibilità. Il mare può ingrandirsi fino a diventare Oceano o rimpicciolirsi fino a diventare un’onda piccola che si infrange sulle rive di una spiaggia.
Il mare ti guarda, ti ascolta, lascia tutto al tuo brusio interiore, alla trama dei tuoi pensieri e, di notte, cancella, nasconde, dimentica ciò che gli hai detto e chiesto, come se non lo avessi mai incontrato. I tuoi occhi si fondono con i suoi quando, con fare affettuoso, senti una carezza sfiorarti il viso, una mano asciugarti le lacrime; il suo profumo, il suo sapore faranno sempre parte di te, non ti lasceranno mai sola, nemmeno quando avrai bisogno di “un gancio in mezzo al cielo”. E quando ti viene quella pazzesca voglia di piangere, beh, chi meglio di lui può ascoltare i tuoi singhiozzi trascurando quel ticchettio continuo di lacrime che cadono e si dilatano a formare cerchi concentrici? E ti perdona, quando hai una maledetta voglia di parlare, di urlare, di cacciar fuori tutto quello che hai dentro a cui nemmeno hai voglia di dar una forma, e, maledizione!, non ne esce fuori niente.

E’ “Oceano Mare” il padrone dell’esistenza di sette persone, anime perdute che sentono il bisogno di fuggire al loro destino e che nel mare troveranno salvezza.

Il luogo principale in cui si svolge la vicenda è la Locanda Almayer, che Baricco prende in prestito dallo scrittore Joseph Conrad, molto probabilmente in la “Follia di Almayer”; siamo innanzitutto in un non-luogo, in un non-tempo, vivendo, attendendo, la non-vita dell’inizio-fine del mare, i personaggi vagano sulla striscia di terra bagnata dal mare (che non è terra e non è mare) e Baricco li racconta in un’altalena di lotte quotidiane alle proprie insicurezze, alle paure a sentirsi vivi per essere diversi e salvarsi.
Elisewin, “troppo viva per morire e troppo morta per vivere” ha paura del mondo, ha il mal di vivere e si limita a vegetare. E’ un guscio vuoto che ha bisogno di entrare nel mondo.
Padre Pluche è il prete accompagnatore di Elisewin, un prete strano che ha la particolarità di pensare ad una frase razionale da dare come risposta ad una domanda, ma di dirne un’altra dettata dall’istinto, a testimoniare che l’istinto prevale sulla ragione. Non sa qual è il suo scopo nel disegno divino.
Ann Deverià, la femme fatale, donna bellissima mandata alla locanda dal marito, per guarire dalla sua malattia: l’infedeltà. Qui prende congedo dall’amante, anche se quest’ultimo riuscirà a trovarla.

Plasson, il pittore che passa intere giornate a dipingere il mare con il mare, con il risultato che i suoi capolavori sono soltanto tele bianche. E’ il simbolo dell’uomo contemporaneo, il quale per quanto possa sforzarsi di cercarlo, non troverà mai Dio o una risposta razionale alla Sua esistenza.

Il prof. Bartleboom rappresenta la scienza moderna. Cerca di misurare con i suoi strumenti il punto dove finisce il mare e ogni giorno esamina sulla spiaggia dove va a fermarsi un’onda. Bartleboom rappresenta colui che ha disegnato la propria vita in un certo modo solo che il destino si fa beffe di lui gettando al vento i suoi piani preparati con cura. Come reagisce? Ridendo, ridendo, ridendo a più non posso.
Savigny, il dottore, è l’incarnazione dell’indole diabolica dell’essere umano, la sua voglia di sangue, la sua ferocia e violenza; alla fine però, pagherà le sue colpe, e lo farà a livello morale.

Thomas o Adams, incarna genericamente l’uomo, il quale dovendo fare la scelta estrema tra vendetta o perdono, sceglie la prima macchiando così il Paradiso, provocando una crepa nel tessuto dell’Infinito.

Infine è presente anche un signore avvolto nel mistero rinchiuso nella sua stanza-prigione, precisamente nella settima stanza, il quale uscirà fuori soltanto alla fine con il proposito di dire il Mare con una sola parola.
La caratteristica fondamentale di questo scritto, a mio riguardo, è quella della complementarietà, che fa capolino in due situazioni in particolare; quella di Elisewin in cui farà l’amore con Thomas, esatto opposto della ragazza, ma pieno di esperienze che, da un lato, gli hanno fatto perdere il lume della ragione, dall’altro saranno indispensabili al completamento dei due amanti; e il rapporto tra il pittore Plasson e il professore Bartleboom che hanno studiato due punti opposti di un medesimo argomento, il primo si è dedicato a cercare una locazione agli occhi del mare, quindi al suo inizio, il secondo al punto in cui termina.

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