Macondo – 19 febbraio 2011

∞ I ricordi di una luna dolorosa ∞

di Roberta Paraggio

Esperina Viola porta il nome di una farfalla ma non sa più volare; nel cognome un colore che si va sbiadendo di giorno in giorno. È una falena cieca che ha perso il controllo e va sbattendo le ali contro la luce incandescente dei ricordi. Le è rimasto un lumicino lontano e intermittente al quale si attacca a volte con forza altre con rassegnazione; ha una memoria plasmata sui racconti, tasselli aneddotici di una vita che non le sembra sua, una favoletta narrata dalla figlia che la accudisce mettendo ordine nei pensieri che si atrofizzano, nelle domande che si ripetono consuete come una nenia.

Mia madre è un fiume, romanzo d’esordio di Donatella Di Pietrantonio, affronta con delicatezza estrema, ma senza remore, il tema del rapporto più profondo e ancestrale, quello tra madre e figlia, lo fa parlando di anaffettività e mancanza, di vita contadina e gesti distratti, costruendo un lessico famigliare abruzzese intessuto coi lemmi dei ricordi e delle tradizioni, delle cose che scottano ancora, della cicatrici lasciate dalle parole non dette, dalle carezze non ricevute.

Adesso che è troppo tardi, adesso che Esperina è un fiume in secca per colpa dell’Alzheimer, sua figlia è una pioggia battente di parole che prova a riempire un alveo riarso, senza arrendersi, scacciando indietro il rancore, con un senso di colpa misto al perdono che stenta a venire.
Esterina è stata una madre assente ed inaccessibile, di un affettività scarna ed utilitaristica, e adesso che la sua memoria è un vortice disordinato torna un po’ ad esser la bambina che non è stata, troppo presa dai lavori contadini, insidiata dal lupo cattivo in una famiglia numerosa in cui fatica e vita coincidono senza eccezioni per nessuno, adesso che tutto è lontano si lascia cullare dalla figlia mai cullata, ascolta stordita una ninnananna affabulatoria, quella che nessuno aveva sussurrato per lei.

Una figlia che per tutta la vita l’ha cercata invano la ritrova ora solo a metà, l’amore che le è stato negato quando ne aveva un bisogno disperato, adesso si nasconde dietro la malattia che fagocita sentimenti e memorie, che rende impossibili gesti di tenerezza e faccende domestiche.

C’è in questo romanzo un rapporto privo di buonismo, la figlia narrante non chiede perdono né lo cerca in sé, si sente sufficientemente buona ma non riesce a rinsaldare un rapporto che si è invertito pur essendo privo di una controparte, non risparmia alla madre i racconti che l’atrofia dei ricordi è riuscita a gettare nel fondo buio, non le perdona quelle lacrime che son rimaste zitte e che invece avrebbero dovuto squarciare il silenzio dimesso di tutta una vita, quel mettersi da parte e non disubbidire in nome dell’amore filiale.

C’è un cordone ombelicale ritorto che percorre tutta la narrazione e che a tratti sembra sciogliersi nel ricordo di infinitesime complicità, dei momenti di tenerezza rubati nel sonno, poi, improvviso, il cordone si restringe, rende cianotiche le parole, è l’amore che non si sente ricambiato, un senso di ingiustizia che monta e si prepara ad esplodere in una vendetta senza senso nè compimento.
Perchè vince ciò che resta, il fiume in piena che vuol rompere gli argini e gettarsi implacabile alla foce di tutti i desideri nel mare infinito, laddove ci sarà un nuovo racconto che le onde porteranno via ancora una volta.

Donatella Di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Elliot, 2011

Giudizio: 3.5 / 5 – Delicato

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∞ Centodieci volte Wilde ∞

di Piero Ferrante

Centodieci anni dopo, quasi a ribadire il concetto che non è mai tardi per la buona letteratura. Centodieci anni dopo, dunque. Il tempo necessario, in dobloni cronologici, per percorrere le impervie zone della storia per giungere all’oggi dall’anno del Signore 1900. Quello della morte di Oscar Wilde.

Come atto supremo della celebrazione dello scrittore irlandese, la casa editrice Piano B, ha, alla fine dell’anno scorso, dato alle stampe “La disciplina del dandy“. Tre saggi brevi più tre appendici contenenti una rassegna di pillole wildiane.
Una scorsa, ed è come se la patina del tempo non avesse mai intaccato la potenza delle opinioni dello scrittore irlandese. I panorami sono quelli in veloce evoluzione del tardo Ottocento, quando il progresso entrava prepotente sulla scena senza chieder permesso, solo invocando e pretendendo spazio. Scienza, tecnica, fabbrica, lavoro. Socialità dettata dal suono delle sirene. Intimità e relazione ridotte a brandelli, ammassate nell’angolo dell’inutile. Evoluzione della rivoluzione industriale. Involuzione della rivoluzione industriale.
Nel tempo della corsa, Wilde non cessa di ammirare con occhio attento i capitomboli sociali che condizionano l’intero sistema mondo, che alterano l’individuo fino a drenarne il talento, che arrecano danni irreparabili al diritto individuale e collettivo, che picconano l’autonomia. Alla ribalta s’impongono le nuove povertà. Che sono, in fondo, le vecchie povertà inasprite ed incattivite dall’esasperazione del concetto della proprietà privata. È la società degli steccati, dei cancelli dei recinti, quella che “il dandy” racconta.

Dal contesto si astrae. Ed il suo occhio è parte dello sguardo privilegiato di colui il quale ha scelto di non dar conto a quelle barriere indotte. Eccolo criticare amenamente l’american style nascente, esordio di una malattia megalomane poi esplosa a distanza di tre, quattro decenni. Rimbrottare contro “le smisurate dimensioni di ogni cosa” attraverso cui gli Stati Uniti provano “ad intimidirvi, a costringervi a credere nella [loro] forza”. Ammonire quanti cadono nelle reti della fretta, della necessità incombente, nelle fitte maglie della scadenza.

È in questo tempo privo della poesia (“Se Romeo e Giulietta fossero stati continuamente in preda all’ansia […] Shakespeare non avrebbe potuto darci quelle incantevoli scene dal balcone), spogliato miseramente della Fantasia che tutto trasforma al solo evocarla, che l’Arte si svilisce. Si svilisce fino a correre il rischio di smarrirsi compressa sotto il macigno della materialità.

Oscar Wilde esprime imbarazzo, disagio, dolore. Tanto che, quello contenuto in “Impressioni dall’America”, “La decadenza della menzogna” e “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, per chi è in grado di leggerlo al di sotto della posa ironica, è un argentino atto di confessione. Wilde prende di peso pensieri, teorizzazioni, emozioni, parole e le scaglia bellamente nel campo percettivo del lettore. Un gioco ginnico sfrigolante, creato apposta per pungolare e per non soccombere alla stasi della scienza, del definito, dell’immobile. È un urlo alla ribellione, una presa di posizione tanto aperta quanto sincera per mondi all’apparenza contrapposti: per il povero e per l’arte, per lo sfruttato e por l’intellettuale, per l’operaio e per il giovane.
È un Wilde inedito ma non troppo, cha scaglia le convinzioni politiche senza mai nasconderle dietro paraventi di perbenismo. Una lezione dal passato per il presente. E per il futuro.

Oscar Wilde, “La disciplina del dandy”, Piano B 2010

Giudizio: 3.5 / 5 – Dogma

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Emilio Rigatti, “Se la scuola avesse le ruote”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: David Storey, “Il campione”, 66th and 2nd 2010
IL CLASSICO: Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny“, q.e.

IL NOSTRO ANTI SANREMO. PER CHI CANTA SENZA LA CRAVATTA
Ignazio Delogu (a cura di), “Inti-Illimani – canti di lotta, d’amore e di lavoro”, Newton Compton 1977
Massimo Cotto, “Dove si va”, Aliberti 2006
Francesco Guccini, “Non so che viso avesse”, Mondadori 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Clara Sànchez, “Il profumo delle foglie di limone”, Garzanti 2011
Carlo Maria Martini, “Il comune sentire”, Rizzoli 2011
Jacques Charmelot, “Kerbala”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Paolo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2003
C’era una volta una prostituta di nome Maria. Un momento. “C’era una volta” è la frase migliore con cui cominciare una storia per bambini, mentre “prostituta” è una parola da adulti. Come posso scrivere un libro che rivela questa apparente contraddizione iniziale? Comunque, visto che in ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso, manterrò questo incipit.

Nella vita ci capita spesso di sognare e desiderare tanto qualcosa da arrivare a qualsiasi compromesso pur di ottenerlo, e allo stesso tempo perderne interesse una volta ottenuto. Eraclito affermava: “Dura è la lotta contro il desiderio, che ciò che vuole lo compra a prezzo dell’anima”. L’amore per Paolo Coelho non deve realizzarsi perché perderebbe la sua magia ma rimanere quel qualcosa di irraggiungibile. La protagonista, Maria, è una giovane ragazza brasiliana che, cercando una vita più facile, si trasferisce a Ginevra e, dopo il tentativo di lavorare come modella, finisce per esercitare il mestiere più antico del mondo. Il suo obiettivo è quello di comprendere l’amore e cercherà di farlo sforzandosi di coglierne l’essenza attraverso fugaci appuntamenti che la sua attività le impone di fare e che solo il pittore Ralf riuscirà a farle comprendere a fondo.
Gli “undici minuti” del titolo sono il limitato arco di tempo che Maria si concede per entrare a contatto con l’anima di ciascun cliente.
Indagatore dei segreti dell’anima, l’autore affronta il tema del sesso in tutti i suoi aspetti senza tralasciare la psicologia della protagonista, mettendo in evidenza, attraverso il punto di vista di Maria, quelle che potrebbero essere i conflitti e le contraddizioni dell’animo umano e utilizzando una narrazione scorrevole e piacevole ti spinge a riflettere e ad immedesimarti.
Il romanzo, sottile introspezione del lato più oscuro di noi, è il desiderio di ciò che si è perduto, è la ricerca di un ideale di amore, di un’ignota felicità che arriva, di un’anima prima trascurata, sminuita, mortificata e poi trovata, amata e rispettata, di corpi che si toccano, si esplorano, si assaporano, si desiderano, si attendono, di un dolore “naturale” che non porta al piacere ma all’elevazione di sue anime verso Dio che usano il sesso prima come mezzo poi come esperimento a testimoniare l’incontro tra mondi diversi che si fondono fino a diventare uguali rimanendo fiduciosi all’Amore per l’eternità.
Mettere nero su bianco o comunque raccontare è sempre stato un mio neo ed, anche in questo caso, esprimere altro riguardo il contenuto del libro lo ridurrebbe ai minimi termini da disperdere l’insieme di quelle riflessioni scaturite dalla lettura e che sono nascoste là dove tutto ciò che è custodito è difficile esternare.

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