Palloni di carta – 9 febbraio 2011

Nell’ordine: Roberto ValoriOsanna BrugnoliRoberto MarsonVittorio LoiGiovanni Ciuffreda,Giuseppe ChecchiOrazio PizzorniMaria LigorioAlberto RubinoNicola PintusCarlo Di GiustoAlberto PellegrinoLuca Pancalli. Sono tutte parti attive di un gioco chiamato sport. Un gioco vissuto dall’alto di storie diverse, dall’alto di una diversità cui proprio non si può far fronte. Storie di ripicca verso la sorte, verso quel termine usurato dall’utilizzo: inabilità.

Sono i centurioni del sogno, vincitori nell’arena della vita che li ha fatti uomini e donne con un tocco di alterità. Le loro esperienze, i loro successi, ma anche le tante paure, delusioni, scoramenti, sono condensati nella narrazioni che Giampiero Spirito ha raccolto nel testo “Rinati per vincere”, edito da Riccardo Viola. Un libro breve e fulmineo, fatto di tante voci, di sforzi e tentativi, di vittorie sofferte e di molta, moltissima umanità.

Le imprese di campioni assoluti che vicende occasionali hanno reso disabili. Ed è in quel limite, solo più evidente, che questi uomini e queste donne hanno tratto la forza di andare avanti. Bevendo al calice delle sofferenza, del patire, financo della povertà in taluni casi, hanno ritemprato il corpo modellandolo in base ai propri talenti. Che sono talenti assoluti. Pura classe che la grinta ha saputo tramutare in vincitori.
C’è Roberto Valori l’uomo acqua, una vita bellissima, carica di luce nella sua umiltà che non arretra diventando vergogna. C’è Osanna Brugnoli, schermitrice che anela a spiccare il volo per assaporare il senso della libertà, il brivido particolare dell’attimo in cui i piedi lasciano il terreno per fluttuare. C’è Roberto Marson, un orso travolto da un muro all’età di 15 anni e che ha attinto allo sport come riserva di vita. E poi Vittorio Loi, perso nel coma, con la voglia di morire e lo scoraggiamento in cuore prima, vivo di speranze nel grande mondo della competizione; Alberto Pellegrini, “l’eroe dei due nomi” e delle due discipline: scherma e pallacanestro; l’ “acchiappa-tituli” Carlo Di Giusto.
E c’è Giovanni Ciuffreda, paralimpico mattinatese, rabbia fuori ed orgoglio nel cuore. Partito dalla miseria, la polio e neppure potersi permettere una carrozzina. Padre emigrato in Germania, madre bracciante stagionale. Le sue gambe che non rispondono. Come il debole di cuore di De André, guardare i ragazzi giocare, correre, gioire e non poter partecipare se non ginocchioni. Suo cugino a fargli da arti. A caricarsi sulle spalle – letteralmente – una vita giovanile frustrata dalla natura ma sempre viva in Giovanni. Tanto che pretende Roma, la ottiene, la perde, la cerca ancora, la ottiene. Studia e fa incetta di titoli paralimpici, internazionali, europei. Per la prima medaglia d’oro, conseguita nello slalom atletico, tutto il suo paese gli tributò un giorno di festa. Un abbraccio tributato ad un amico, al ragazzo che fu, al lottatore indomito, al campione.
Fino a Luca Pancalli, dalla sedia a rotelle ai mondiali e le Paralimpiadi di nuovo. Fino, in un climax ascendente, alla presidenza straordinaria della Federcalcio.

Storie, quindi. Semplici storie per dire che c’è sempre un oltre di quel che si vede. Anche quando, poi, la cecità toglie anche la possibilità di produrre immagini. Si può vincere la guerra anche avendo perso la prima, importantissima crociata contro il destino. Si può vincere la guerra anche stando seduti su una carrozzella o con una mascherina a coprire gli occhi. Con il solo gusto della volontà, con il solo odore della tenacia.

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