Il lunedì, a mezzogiorno. Frasi di verità della letteratura mondiale


“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (Cesare Pavese, “La luna e i falò”)

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Macondo – 26 febbraio 2011

∞ L’Italia di Giorgio ∞
di Piero Ferrante

Immaginate un armadio. Chiuso, sbarrato, ante contro una parete romana. Immaginate che quell’armadio serri molti dei segreti peggiori delle stragi naziste. Immaginate che le carte ivi contenute contengano la chiave per leggere le fucilazioni, le tribolazioni dei liberatori, i nomi dei loro aguzzini. Immaginate che, lì dentro, si accorpino storie fra di loro opposte e diverse, afflati di giustizia da un lato, di vendette dall’altro. Immaginate che ci vogliano decenni perché, finalmente, quelle carte escano fuori. Immaginate tribunali, processi, torturati e torturatori, mandati internazionali.

L’armadio della vergogna è la base di partenza del lavoro di due studiosi, Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Che, interrogando le carte, hanno tratto fuori una storia. Quella di Giorgio Marincola, l’unico “mulatto” della guerra di liberazione italiana, combattente azionista. Un’esperienza dalle fortissime connotazioni romanzesche, quella di Giorgio, alias tenente Mercurio, alias Renato Marino. Una vita di flash accecanti. Nato a Mahadei Uen, Somalia Italiana, da padre militare e mamma somala. L’Italia, appena bambino. Pizzo Calabro e l’infanzia. Il mare, il pianoforte, le corse con i bambini di pelle diversa. Poi Roma, la maturità, l’insegnamento di Pilo Albertelli (giustiziato alle Fosse Ardeatine), la scelta antifascista, Giustizia e Libertà, il Partito d’Azione, la resistenza. Viterbo, Roma liberata, ancora addestramento in Puglia, partigiano a Biella. Il rastrellamento della Serra, l’arresto a Zimone nel gennaio 1945, ed una nuova avventura: Biella, Torino, il campo di concentramento di Bolzano. Compagni torturati ed uccisi. La liberazione dal lager, la liberazione dell’Italia dal nazismo, la voglia di non arrendersi, la Brigata Cesare Battisti di Molina di Fiemme, la morte a Strementizzo, in un bosco, nell’ultima strage tedesca in territorio italiano. Colpito alle spalle. “Alla scapola sinistra”, reciteranno i verbali immediatamente successivi a quel 4 maggio. Esecuzione.

Una narrazione di vita tenuta a riparo dagli occhi della gente per decenni di Storia del Novecento. Quasi tutto ciò, questa sede di emozioni, sentimenti e valori di speranza, fosse il potenziale generatore di una caterva di virus capaci di rodere il sistema dall’interno, senza timori, senza paure. Quasi fosse troppo destabilizzante diffondere la voce di una verità storica che parla di italiani venduti allo straniero e somali dediti all’onore di Patria.

Per questo e per altri motivi, non è facile reperire fra gli accordi della sinfonia italica la storia di Giorgio. Nell’Italia imbellettata di trucco e rumori assordanti, nell’Italia che si è rifatta il naso per non sentire il tanfo di rancido che il suo corpo sprigiona da ogni poro, da ogni fiume inquinato, da ogni terra svenduta, da tutto il sangue contadino versato, laddove si preferisce una marocchina che riproduce il solito gioco di assuefazione piuttosto che un somalo che, per questo paese, per la sua libertà, ha dato la vita, non c’è spazio per i sogni (Isabella, sorella di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, è stata ripudiata dalla famiglia e costretta a dormire nelle stazioni. Suo figlio, nipote di Giorgio, resistente, partigiano, morto per l’Italia, ha dovuto caritare il permesso di soggiorno nella gabbia delle Questure).
In questa Italia puntellata di sepolcri imbiancati, in cui si vende a basso costo, giorno dopo giorno, il rito del consumo e dello squallore politico, si celebra un compleanno un po’ più netto di quelli precedenti a suon di nuovi eroi: divise violente, personaggi subdoli, mercenari caduti per un guadagno netto di qualche decina di migliaia di euro, gentaglia con tacchi e spalline. Che, ineluttabilmente, ripudiano e scacciano dal rovello della storia e dal pantheon nazionale quegli esempi altrimenti totalizzanti per la purezza dei valori.

E così li si scaccia, li si annienta, si incenerisce anche la loro memoria, si seppelliscono i loro nomi sotto ondate infuocate di proclami e di celebrative parate. Per fortuna che c’è ancora gente come Carlo Costa e Lorenzo Teodonio. Loro, capaci di estrarre dalle macerie di noi stessi, quello che di buono è insito nelle vene del Paese. Con la grande siringa della Storia hanno saputo trarre in provetta quel Dna resistente di nome Giorgio e di cognome Marincola.

Carlo Costa-Lorenzo Teodonio, “Razza Partigiana. Storia di Giorgio Marincola”, Iacobelli 2008
Giudizio: 5 / 5 – Auguri Italia

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∞ In fuga dallo spettinatore ∞
di Roberta Paraggio

“Meglio calvo che biondo”recitava uno slogan da maglietta vacanziera qualche anno fa. “Meglio riportato che calvo” risponderebbe Arduino Gherarducci il supponente io narrante dell’ultimo romanzo di Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, edito da Nottetempo.

Ricercatore universitario, esperto in formati di scambio dei dati bibliografici, il protagonista è un mago dell’acconciatura riportata, coiffeur equilibrista dall’improbabile messa in piega frangettata che vive delle sue piccole certezze tricologighe, tenendosi a distanza di sicurezza da venti e brezzoline, spifferi e condizionatori, avanzando sprezzante col suo prezioso riporto ammantato dell’aura rispettosa della tradizione di famiglia. Riportati con destrezza erano i peli del bisnonno, del nonno e del padre. Tutti, a seconda delle generazioni, sapientemente armati di gel, brillantina o colla di pesce. Il capello cresciuto e risvoltato, acchiocciolato, schiacciato con fierezza e abnegazione non ammette fretta o arrabattamenti, rasature indegne, incontri casuali con ferini barbieri baresi o peggio ancora divertiti e alquanto imprevedibili scappellotti.

Sarà proprio quest’ultimo tragicomico evento a dare una svolta alla vita di Arduino, lo scapaccione spettinante ricevuto da uno studente metterà a repentaglio le sue certezze denudando senza pudore la sua misera testa, esponendola alla mercé degli impietosi studenti divertiti di fronte a cotanta stempiatura. Non resta che la fuga, via, in Lapponia o sui monti marchigiani, via da una moglie cretina, da una suocera ladra di libri che non è in grado di leggere, via dal ricordo di un fratello prepotente e soprattutto ipercapelluto,a vivere in una grotta, via col suo capello incompreso. Mutato in un anacoreta dalla strana chioma taumaturgica, passerà dalla bibliografia alla calvomanzia, da una platea di studenti irrispettosi e ridanciani a una pletora di infermi pronti ad inginocchiarsi al cospetto del riporto.

Tra strambi miracolati, riflessioni sull’ sull’Ethica di Spinoza e lezioni sull’arte magistrale dell’acconciatura, questo romanzo scivola via in qualche ora, strappa qualche sorriso e soprattutto riesce a non creare empatia tra lettore e protagonista, riportato o meno Arduino Gherarducci suscita antipatia, chissà, sarà questione di (hair)styling.

Adriàn N. Bravi, “Il riporto”, Nottetempo 2011
Giudizio: 3 / 5 – Semi-esilarante
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Emilio Rigatti, “Se la scuola avesse le ruote”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: Scott Simon, “Il mio nome è Jackie Robinson”, 66th and 2nd 2011
IL CLASSICO: Luis Sepulveda, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegno a volare”, q.e.

LIBIA, IL NOSTRO ORTO DI CASA?
Antonio Schiavulli (a cura di), “La guerra lirica. Il dibattito dei letterati italiani sull’impresa si Libia (1911-1912)”, Giorgio Pozzi 2009
Eric Salerno, “«Uccideteli tutti». Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana”, Il Saggiatore 2008
Angelo Del Boca, “A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini”, Baldini Castoldi Dalai 2008

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Wilbur Smith, “La legge del deserto”, Longanesi 2011
Glenn Cooper, “La mappa del destino”, Nord 2011
James Patterson, “Il regista degli inganni”, Longanesi 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Alessandro Baricco, “Oceano Mare”, Feltrinelli 2007
“Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia,
e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia
e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte.
La marea nasconde. E’ come se non fosse mai passato nessuno.
E’ come se noi non fossimo mai esistiti.
Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi non pensare a nulla, quel luogo è qui.
Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera.
E’ tempo. Tempo che passa. E basta…”


Il mare può assumere ogni aspetto: triste, sorridente, trasparente o tenebroso, brulicante di vita o deserto, increspato dalla brezza o piatto come una tavola. Il mare è l’incertezza, l’imprevedibilità. Il mare può ingrandirsi fino a diventare Oceano o rimpicciolirsi fino a diventare un’onda piccola che si infrange sulle rive di una spiaggia.
Il mare ti guarda, ti ascolta, lascia tutto al tuo brusio interiore, alla trama dei tuoi pensieri e, di notte, cancella, nasconde, dimentica ciò che gli hai detto e chiesto, come se non lo avessi mai incontrato. I tuoi occhi si fondono con i suoi quando, con fare affettuoso, senti una carezza sfiorarti il viso, una mano asciugarti le lacrime; il suo profumo, il suo sapore faranno sempre parte di te, non ti lasceranno mai sola, nemmeno quando avrai bisogno di “un gancio in mezzo al cielo”. E quando ti viene quella pazzesca voglia di piangere, beh, chi meglio di lui può ascoltare i tuoi singhiozzi trascurando quel ticchettio continuo di lacrime che cadono e si dilatano a formare cerchi concentrici? E ti perdona, quando hai una maledetta voglia di parlare, di urlare, di cacciar fuori tutto quello che hai dentro a cui nemmeno hai voglia di dar una forma, e, maledizione!, non ne esce fuori niente.

E’ “Oceano Mare” il padrone dell’esistenza di sette persone, anime perdute che sentono il bisogno di fuggire al loro destino e che nel mare troveranno salvezza.

Il luogo principale in cui si svolge la vicenda è la Locanda Almayer, che Baricco prende in prestito dallo scrittore Joseph Conrad, molto probabilmente in la “Follia di Almayer”; siamo innanzitutto in un non-luogo, in un non-tempo, vivendo, attendendo, la non-vita dell’inizio-fine del mare, i personaggi vagano sulla striscia di terra bagnata dal mare (che non è terra e non è mare) e Baricco li racconta in un’altalena di lotte quotidiane alle proprie insicurezze, alle paure a sentirsi vivi per essere diversi e salvarsi.
Elisewin, “troppo viva per morire e troppo morta per vivere” ha paura del mondo, ha il mal di vivere e si limita a vegetare. E’ un guscio vuoto che ha bisogno di entrare nel mondo.
Padre Pluche è il prete accompagnatore di Elisewin, un prete strano che ha la particolarità di pensare ad una frase razionale da dare come risposta ad una domanda, ma di dirne un’altra dettata dall’istinto, a testimoniare che l’istinto prevale sulla ragione. Non sa qual è il suo scopo nel disegno divino.
Ann Deverià, la femme fatale, donna bellissima mandata alla locanda dal marito, per guarire dalla sua malattia: l’infedeltà. Qui prende congedo dall’amante, anche se quest’ultimo riuscirà a trovarla.

Plasson, il pittore che passa intere giornate a dipingere il mare con il mare, con il risultato che i suoi capolavori sono soltanto tele bianche. E’ il simbolo dell’uomo contemporaneo, il quale per quanto possa sforzarsi di cercarlo, non troverà mai Dio o una risposta razionale alla Sua esistenza.

Il prof. Bartleboom rappresenta la scienza moderna. Cerca di misurare con i suoi strumenti il punto dove finisce il mare e ogni giorno esamina sulla spiaggia dove va a fermarsi un’onda. Bartleboom rappresenta colui che ha disegnato la propria vita in un certo modo solo che il destino si fa beffe di lui gettando al vento i suoi piani preparati con cura. Come reagisce? Ridendo, ridendo, ridendo a più non posso.
Savigny, il dottore, è l’incarnazione dell’indole diabolica dell’essere umano, la sua voglia di sangue, la sua ferocia e violenza; alla fine però, pagherà le sue colpe, e lo farà a livello morale.

Thomas o Adams, incarna genericamente l’uomo, il quale dovendo fare la scelta estrema tra vendetta o perdono, sceglie la prima macchiando così il Paradiso, provocando una crepa nel tessuto dell’Infinito.

Infine è presente anche un signore avvolto nel mistero rinchiuso nella sua stanza-prigione, precisamente nella settima stanza, il quale uscirà fuori soltanto alla fine con il proposito di dire il Mare con una sola parola.
La caratteristica fondamentale di questo scritto, a mio riguardo, è quella della complementarietà, che fa capolino in due situazioni in particolare; quella di Elisewin in cui farà l’amore con Thomas, esatto opposto della ragazza, ma pieno di esperienze che, da un lato, gli hanno fatto perdere il lume della ragione, dall’altro saranno indispensabili al completamento dei due amanti; e il rapporto tra il pittore Plasson e il professore Bartleboom che hanno studiato due punti opposti di un medesimo argomento, il primo si è dedicato a cercare una locazione agli occhi del mare, quindi al suo inizio, il secondo al punto in cui termina.

Vieni qui…affacciati…ascolta..si sente il mare

Palloni di carta – 23 febbraio 2011

“Il campione” è la storia di un uomo e nulla più. Da capo a piedi, dal primo getto d’inchiostro all’ultima parola scorsa nella mente, null’altro che un’umile biografia. Un romanzo nel pieno stile inglese dei Giovani Arrabbiati (scrittori britannici realisti) scritto da David Storey nel 1960 ed oggi riedito dalla 66th and 2nd. Uno che ha piena coscienza di come dare alla luce una narrazione lunga 300 pagine senza scadere nell’ovvietà, senza annoiare, senza mai correre il rischio di lasciar riposare l’attenzione di chi legge. Un romanzo che, stando alla carta d’identità, dovrebbe risuonare matusallemicamente stonato, fuori contesto, fuori tempo massimo, fuori tutto. E che, al contrario, si fionda sulla realtà contemporanea come un’aquila sulla preda in fuga. Con la sua teoria di riscatto e la sua pratica di intima proletarietà, con il suo carico di rivalsa generazionale e sociale, con il suo urlo di libertà, con i suoi eccessi semantici e con le sue condanne al perbenismo, “Il campione” detta un punto di vista nuovo, segna una svolta.

Protagonista è Arthur Machin, un ragazzo che nasce ragazzo e che, nel tempo e nello spazio racchiuso fra le copertine del testo, prova a maturare, a diventare uomo attraverso il gioco vicendevole della vita e della morte, attraverso la vita in fabbrica e la valvola di sfogo (ed arricchimento) del rugby. Machin è tronfio, smargiasso, pieno di sé. È uno sbruffone assunto a cottimo presso la nascente società dei consumi, amante degli altri soltanto attraverso lo specchio di sé stesso. Con lui non si empatizza. Lo si odia per lunghi tratti della storia. In lui sembra di scorgere il pródromos degli eroi di plastica contemporanei, circondati da compagne in silicone. E Storey non fa nulla per farlo amare. Sporca i suoi già marcati difetti, acuisce i limiti e le mancanze, tratteggia un animale solitario. Una sorta di cavaliere nero o sceriffo del west senza morale né giustizia se non quella del proprio ego.

Sarà un tiepido ma complicato amore con la sua padrona di casa a scuoterlo dal torpore emotivo, a dirigere i passi esperienziali verso mete nuove, schiudendo un nuovo orizzonte di fronte alla rotta monocorde della sua vita. Una giornata di sole ma anche di tanta pioggia che condurrà ad un veloce tramonto. Già perché di fronte a Arthur e Val si staglieranno boria, diffidenza, malattia, morte. Due frugoletti, figli del matrimonio concluso di lei (vedova di un operaio), vagamente alienati e dai tratti inquietanti, come un invalicabile ostacolo della memoria che non si spezza mai, della natura che impera, domina, trionfa.

Sospeso fra il più classico dei Dickens e l’Orwell de “La strada di Wiegan Pier”, Storey monta un copione lercio, sporco, duro, ricco di pathos. Nello squallore inquinato dei bassi inglesi, case come “conigliere inchiodate insieme da gran puntelli di comignoli”, le pagine emanano tanfo di grasso, smog, fumo, alcol, sudore. Un olezzo si incolla indosso anche senza volerlo, coinvolgendo ed abituando.

Il lunedì, a mezzogiorno. Frasi di verità della letteratura mondiale

“Il Mediterraneo nasce, cambia e talvolta muore con i suoi venti, umili o prepotenti”. (Predreg Matvejevic, Breviario Mediterraneo)

Macondo – 19 febbraio 2011

∞ I ricordi di una luna dolorosa ∞

di Roberta Paraggio

Esperina Viola porta il nome di una farfalla ma non sa più volare; nel cognome un colore che si va sbiadendo di giorno in giorno. È una falena cieca che ha perso il controllo e va sbattendo le ali contro la luce incandescente dei ricordi. Le è rimasto un lumicino lontano e intermittente al quale si attacca a volte con forza altre con rassegnazione; ha una memoria plasmata sui racconti, tasselli aneddotici di una vita che non le sembra sua, una favoletta narrata dalla figlia che la accudisce mettendo ordine nei pensieri che si atrofizzano, nelle domande che si ripetono consuete come una nenia.

Mia madre è un fiume, romanzo d’esordio di Donatella Di Pietrantonio, affronta con delicatezza estrema, ma senza remore, il tema del rapporto più profondo e ancestrale, quello tra madre e figlia, lo fa parlando di anaffettività e mancanza, di vita contadina e gesti distratti, costruendo un lessico famigliare abruzzese intessuto coi lemmi dei ricordi e delle tradizioni, delle cose che scottano ancora, della cicatrici lasciate dalle parole non dette, dalle carezze non ricevute.

Adesso che è troppo tardi, adesso che Esperina è un fiume in secca per colpa dell’Alzheimer, sua figlia è una pioggia battente di parole che prova a riempire un alveo riarso, senza arrendersi, scacciando indietro il rancore, con un senso di colpa misto al perdono che stenta a venire.
Esterina è stata una madre assente ed inaccessibile, di un affettività scarna ed utilitaristica, e adesso che la sua memoria è un vortice disordinato torna un po’ ad esser la bambina che non è stata, troppo presa dai lavori contadini, insidiata dal lupo cattivo in una famiglia numerosa in cui fatica e vita coincidono senza eccezioni per nessuno, adesso che tutto è lontano si lascia cullare dalla figlia mai cullata, ascolta stordita una ninnananna affabulatoria, quella che nessuno aveva sussurrato per lei.

Una figlia che per tutta la vita l’ha cercata invano la ritrova ora solo a metà, l’amore che le è stato negato quando ne aveva un bisogno disperato, adesso si nasconde dietro la malattia che fagocita sentimenti e memorie, che rende impossibili gesti di tenerezza e faccende domestiche.

C’è in questo romanzo un rapporto privo di buonismo, la figlia narrante non chiede perdono né lo cerca in sé, si sente sufficientemente buona ma non riesce a rinsaldare un rapporto che si è invertito pur essendo privo di una controparte, non risparmia alla madre i racconti che l’atrofia dei ricordi è riuscita a gettare nel fondo buio, non le perdona quelle lacrime che son rimaste zitte e che invece avrebbero dovuto squarciare il silenzio dimesso di tutta una vita, quel mettersi da parte e non disubbidire in nome dell’amore filiale.

C’è un cordone ombelicale ritorto che percorre tutta la narrazione e che a tratti sembra sciogliersi nel ricordo di infinitesime complicità, dei momenti di tenerezza rubati nel sonno, poi, improvviso, il cordone si restringe, rende cianotiche le parole, è l’amore che non si sente ricambiato, un senso di ingiustizia che monta e si prepara ad esplodere in una vendetta senza senso nè compimento.
Perchè vince ciò che resta, il fiume in piena che vuol rompere gli argini e gettarsi implacabile alla foce di tutti i desideri nel mare infinito, laddove ci sarà un nuovo racconto che le onde porteranno via ancora una volta.

Donatella Di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Elliot, 2011

Giudizio: 3.5 / 5 – Delicato

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∞ Centodieci volte Wilde ∞

di Piero Ferrante

Centodieci anni dopo, quasi a ribadire il concetto che non è mai tardi per la buona letteratura. Centodieci anni dopo, dunque. Il tempo necessario, in dobloni cronologici, per percorrere le impervie zone della storia per giungere all’oggi dall’anno del Signore 1900. Quello della morte di Oscar Wilde.

Come atto supremo della celebrazione dello scrittore irlandese, la casa editrice Piano B, ha, alla fine dell’anno scorso, dato alle stampe “La disciplina del dandy“. Tre saggi brevi più tre appendici contenenti una rassegna di pillole wildiane.
Una scorsa, ed è come se la patina del tempo non avesse mai intaccato la potenza delle opinioni dello scrittore irlandese. I panorami sono quelli in veloce evoluzione del tardo Ottocento, quando il progresso entrava prepotente sulla scena senza chieder permesso, solo invocando e pretendendo spazio. Scienza, tecnica, fabbrica, lavoro. Socialità dettata dal suono delle sirene. Intimità e relazione ridotte a brandelli, ammassate nell’angolo dell’inutile. Evoluzione della rivoluzione industriale. Involuzione della rivoluzione industriale.
Nel tempo della corsa, Wilde non cessa di ammirare con occhio attento i capitomboli sociali che condizionano l’intero sistema mondo, che alterano l’individuo fino a drenarne il talento, che arrecano danni irreparabili al diritto individuale e collettivo, che picconano l’autonomia. Alla ribalta s’impongono le nuove povertà. Che sono, in fondo, le vecchie povertà inasprite ed incattivite dall’esasperazione del concetto della proprietà privata. È la società degli steccati, dei cancelli dei recinti, quella che “il dandy” racconta.

Dal contesto si astrae. Ed il suo occhio è parte dello sguardo privilegiato di colui il quale ha scelto di non dar conto a quelle barriere indotte. Eccolo criticare amenamente l’american style nascente, esordio di una malattia megalomane poi esplosa a distanza di tre, quattro decenni. Rimbrottare contro “le smisurate dimensioni di ogni cosa” attraverso cui gli Stati Uniti provano “ad intimidirvi, a costringervi a credere nella [loro] forza”. Ammonire quanti cadono nelle reti della fretta, della necessità incombente, nelle fitte maglie della scadenza.

È in questo tempo privo della poesia (“Se Romeo e Giulietta fossero stati continuamente in preda all’ansia […] Shakespeare non avrebbe potuto darci quelle incantevoli scene dal balcone), spogliato miseramente della Fantasia che tutto trasforma al solo evocarla, che l’Arte si svilisce. Si svilisce fino a correre il rischio di smarrirsi compressa sotto il macigno della materialità.

Oscar Wilde esprime imbarazzo, disagio, dolore. Tanto che, quello contenuto in “Impressioni dall’America”, “La decadenza della menzogna” e “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, per chi è in grado di leggerlo al di sotto della posa ironica, è un argentino atto di confessione. Wilde prende di peso pensieri, teorizzazioni, emozioni, parole e le scaglia bellamente nel campo percettivo del lettore. Un gioco ginnico sfrigolante, creato apposta per pungolare e per non soccombere alla stasi della scienza, del definito, dell’immobile. È un urlo alla ribellione, una presa di posizione tanto aperta quanto sincera per mondi all’apparenza contrapposti: per il povero e per l’arte, per lo sfruttato e por l’intellettuale, per l’operaio e per il giovane.
È un Wilde inedito ma non troppo, cha scaglia le convinzioni politiche senza mai nasconderle dietro paraventi di perbenismo. Una lezione dal passato per il presente. E per il futuro.

Oscar Wilde, “La disciplina del dandy”, Piano B 2010

Giudizio: 3.5 / 5 – Dogma

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL SAGGIO: Emilio Rigatti, “Se la scuola avesse le ruote”, Ediciclo 2010
IL ROMANZO: David Storey, “Il campione”, 66th and 2nd 2010
IL CLASSICO: Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny“, q.e.

IL NOSTRO ANTI SANREMO. PER CHI CANTA SENZA LA CRAVATTA
Ignazio Delogu (a cura di), “Inti-Illimani – canti di lotta, d’amore e di lavoro”, Newton Compton 1977
Massimo Cotto, “Dove si va”, Aliberti 2006
Francesco Guccini, “Non so che viso avesse”, Mondadori 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Clara Sànchez, “Il profumo delle foglie di limone”, Garzanti 2011
Carlo Maria Martini, “Il comune sentire”, Rizzoli 2011
Jacques Charmelot, “Kerbala”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Paolo Coelho, “Undici minuti”, Bompiani 2003
C’era una volta una prostituta di nome Maria. Un momento. “C’era una volta” è la frase migliore con cui cominciare una storia per bambini, mentre “prostituta” è una parola da adulti. Come posso scrivere un libro che rivela questa apparente contraddizione iniziale? Comunque, visto che in ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso, manterrò questo incipit.

Nella vita ci capita spesso di sognare e desiderare tanto qualcosa da arrivare a qualsiasi compromesso pur di ottenerlo, e allo stesso tempo perderne interesse una volta ottenuto. Eraclito affermava: “Dura è la lotta contro il desiderio, che ciò che vuole lo compra a prezzo dell’anima”. L’amore per Paolo Coelho non deve realizzarsi perché perderebbe la sua magia ma rimanere quel qualcosa di irraggiungibile. La protagonista, Maria, è una giovane ragazza brasiliana che, cercando una vita più facile, si trasferisce a Ginevra e, dopo il tentativo di lavorare come modella, finisce per esercitare il mestiere più antico del mondo. Il suo obiettivo è quello di comprendere l’amore e cercherà di farlo sforzandosi di coglierne l’essenza attraverso fugaci appuntamenti che la sua attività le impone di fare e che solo il pittore Ralf riuscirà a farle comprendere a fondo.
Gli “undici minuti” del titolo sono il limitato arco di tempo che Maria si concede per entrare a contatto con l’anima di ciascun cliente.
Indagatore dei segreti dell’anima, l’autore affronta il tema del sesso in tutti i suoi aspetti senza tralasciare la psicologia della protagonista, mettendo in evidenza, attraverso il punto di vista di Maria, quelle che potrebbero essere i conflitti e le contraddizioni dell’animo umano e utilizzando una narrazione scorrevole e piacevole ti spinge a riflettere e ad immedesimarti.
Il romanzo, sottile introspezione del lato più oscuro di noi, è il desiderio di ciò che si è perduto, è la ricerca di un ideale di amore, di un’ignota felicità che arriva, di un’anima prima trascurata, sminuita, mortificata e poi trovata, amata e rispettata, di corpi che si toccano, si esplorano, si assaporano, si desiderano, si attendono, di un dolore “naturale” che non porta al piacere ma all’elevazione di sue anime verso Dio che usano il sesso prima come mezzo poi come esperimento a testimoniare l’incontro tra mondi diversi che si fondono fino a diventare uguali rimanendo fiduciosi all’Amore per l’eternità.
Mettere nero su bianco o comunque raccontare è sempre stato un mio neo ed, anche in questo caso, esprimere altro riguardo il contenuto del libro lo ridurrebbe ai minimi termini da disperdere l’insieme di quelle riflessioni scaturite dalla lettura e che sono nascoste là dove tutto ciò che è custodito è difficile esternare.

∞ Ci sono notti che non accadono mai ∞

Palloni di carta – 16 febbraio 2011

Resistere vuol dire, talvolta, mettere nelle gambe la fatica di avanzare senza ausilio meccanico. Subire l’avversità di un cosmo, quello urbano, improntato alla centralità automobilistica; creato, secondo i dettami di un’arte perversa, per assorbire e rigettare il grigiore dello smog. Resistere in città, oggi, è una scelta, un atto di coraggio. E scegliere vuol dire rinunciare alla sopravvivenza per schiudere i battenti alla vita. Ostracizzare il vivacchiante ciondolarsi di periferia in periferia a bordo di una scatola metallica. Rinunciare di essere batacchi di una campana che va da sé coartando la volontà di immobilità. Ripristinare il sistema antico del camminare, dello spostamento che lascia il torpore muscolare dello straripamento dell’acido lattico nei polpacci.

La raffigurazione della resistenza del Duemiladieci, la montagna contro la dittatura del tubo di scappamento, è la bicicletta. Amata ed odiata, un po’ fanciullesca, un altro po’ residuato di primo Novecento, un po’ indispensabile ma soprattutto pratica ed economica, la bicicletta è oggi più che mai un simbolo. Democratico innanzitutto. È per tutte le tasche, ricchezza di ogni padrone o padroncino, astronave nell’immaginario, sudore nella realtà.

Nella giungla automobilista pullulante di un sottobosco catramoso ed appiattito, la bicicletta fa da liana certa e pericolosa. La pedalata come lotta quotidiana contro l’asfalto. Ogni colpo di pedale, un tratto di strada opposto al grigiore. Nell’avanzata contro “il logorio della vita moderna”, è d’aiuto l’esperienza. Piccoli trucchi assommati a qualche attenzione, qualche prevenzione ed un filo di scaltrezza. Come scegliere le traiettorie, come indagare le strade migliori, cosa fare di fronte alle buche, quale velocipede è migliore di un altro. Tutto è racchiuso nel prezioso testo “Manuale di resistenza del ciclista urbano”. Scritto da Luca Conti (blogger che da anni lavora presso la Rai) ed edito dalla Casa editrice specialistica di due ruote Ediciclo, il libro racchiude tutto ciò che occorre sapere per affrontare la normale follia della mobilità urbana. Tecnicismi ma non solo, utilità semplici per metter mani sulla bicicletta, modi per risparmiare tempo e soldi, equipaggiamento da portare in spalla e quant’altro concorra all’aspetto (ed alla tranquillità psicofisica) del ciclista. Conti passa in rassegna, con l’occhio abituato dell’esperto (partecipa alle attività della Ciclofficina Popolare Ex Lavanderia di Roma), una carrellata di ostacoli possibili che potrebbero frapporsi sulla strada del ciclista abituale.

Quello da lui pennellato è un piccolo mondo antico odorante di nafta e grasso, di polvere di selciato e di gite in campagna; ma, soprattutto, è frenesia ironica, caos alla soglia del ridereccio. È la foresta abitata di Suv e mezzi inquietanti, di pericoli pubblici per l’incolumità umana. Scorci di una follia antropica potenziata all’inverosimile. Una follia che colpisce ed ammorba, che inquina ed incalza, che costipa e costringe. Il mondo come un barattolo grigio in cui il ciclista viene continuamente scosso. Già, perché la strada è impero del pericolo. Sopravvivervi è questione di coraggio, di forza, di lotta giornaliera e perentoria. È l’oclocrazia del rombo del motore a giocare da padrone. Resistervi è atto sociale di chi non si sottomette alla massificazione, di chi non soccombe al consumo. Di chi, soprattutto, è capace di immaginare un modo di viere differente. Un modo di vivere in cui la fretta è antesignana di un impegno concreto, non semplice imprinting di un Dna confuso, scambievole risultante dell’accoppiamento fra tv e lavoro. In questo mondo alternativo, popolato di meccanici non riconducibili all’infimo livello di negozianti opportunisti, in questo mondo dove la rottura di un componente non è sintomo di rivoluzione, ma di aggiustamento, la bicicletta diventa finanche uno strumento di lusso e non un riduttivo gioco di bambino dalla rustica infanzia.
Ecco perché il testo di Conti, con la sua pretesa ingorda e cocciuta di ridare senso al tempo, con la sua pretesa ingorda e cocciuta di avocare alla vita del ciclista il diritto di circolazione suona come una goccia di rugiada in un prato di desolante arsura.
Un trattato utile ed insieme sognante. Di quei sogni concreti e normali di cui il mondo ha bisogno per smontare, pezzo per pezzo, la robotizzazione automobilistica. Perché, a volte, “bagnarsi è molto meglio che rimanere imbottigliati nella vostra scatoletta ad ascoltare tormentoni musicali”.

Luca Conti, “Manuale di resistenza del ciclista urbano”, Ediciclo 2010
Giudizio: 3 / 5 – Deciso

Il lunedì, a mezzogiorno. Frasi di verità della letteratura mondiale

Ora ai bambini insegneremo di nuovo le vecchie storie di una volta, quelle sconfessate nei congressi internazionali da rampanti psicoanalisti: racconteremo ancora che esistono le fate, gli orchi, gli spettri e il diavolo, e ci crederemo di nuovo anche noi, perché queste, dopo tutto, sono paure sane e giuste

[Dino Buzzati, “Natale come una volta”]

Macondo – 12 febbraio 2011

∞ Le immagini di Nichi ∞

È facile intuire come e perché Niki Vendola, il giovane omosessuale comunista, dissacratore della politica cristallizzata, prorompente rivoluzione dell’oratoria pragmatica migliorista, abbia ingollato, metabolizzato ed esteriorizzato la categoria del sogno, riproducendola sottoforma di una politica refrigerata dal soffio della fantasia. Quando vieni da Terlizzi, vivi vedendo accanto a te morire giovani compagni, uccisi dai fascisti, e ti ritrovi catapultato, valigia, aneliti ed affini nelle stanze imponenti ed attraenti di Botteghe Oscure, non si può fare a meno di somatizzare l’amore sottoforma di passione montante.

Un anno prima di quel giorno da leone che lo catapultò nella scala mobile e che lo ha portato ad essere, ad oggiAggiungi un appuntamento per oggi, uno dei politici più amati, lo racconta lui stesso, con religioso silenzio aveva omaggiato la salma di Enrico Berlinguer. Anche lui, ragazzo, in fila. Anche lui, ragazzo fra ragazzi e ragazzo fra vecchi compagni di vita e di Storia, varcò la soglia della camera ardente con il lutto nel cuore.

Come il leader sardo, Vendola ha l’innata capacità di frantumare i limites comunicativi. Come il leader sardo, Nikita il rosso ha saputo introdurre nei palazzi del potere il vento popolare, le voci dei pensionati, le esperienza degli ultimi, i racconti dei pescatori, le storie dei bambini. Ha dato alla politica un volto umano, parvenze di carne e non già odore di soldi maneggiati dalle minoranze di petrolieri, faccendieri ed imprenditori.

Il Vendola vero ce lo racconta Gianluca Arcopinto ne “Le parole del futuro. La ballata di Nichi Vendola”. Edito da Limina, il cofanetto, contenente un libello ed un dvd, sfrutta tutto il campo delle emozioni del Governatore pugliese. Come in una biografia dalle forti tinte teatrali, a tratti commedia, ma soprattutto dramma, la vita di Nichi si dipana grande quanto il Tavoliere ed il mare del barese, delicata ed insieme emozionante come le distese d’ulivo murgiane e le fortezze normanne, poi sveve, poi angioine.

Tre capitoli il libro, “Le parole del futuro”, con fuoco incentrato su quel primo, letterale atto d’amore di Nichi nei confronti del suo eccelso maestro di vita, don Tonino Bello. Vescovo di Molfetta, vero innovatore sociale, sovvertitore dei canoni sociali consolidati, è lui a stanare dal corpo di Vendola, l’anima di Nichi. Con un martello chiamato Sarajevo. Ed il rivoluzionario gentile lo ringrazia a modo suo, dedicandogli l’impegno, standogli vicino sino alla fine ed eternificandolo con le parole. Braccia conserte, lupetto nero sotto giacca grigia, semplicemente lo immortala definendolo “il più formidabile profeta del pensiero meridiano, di un sud del mondo che annuncia l’importanza di tuffarsi nel mare”. Nella voce, la frattura della commozione, l’alterazione del sentimento.

Tre parti anche per il grande film “La ballata di Nichi Vendola”, ed in mezzo sempre lui, Nichi. In correlazione con i suoi eroi (Don Tonino, ma anche Berlinguer e Pasolini) e faccia a faccia con la sua storia personale. Svetta l’amore per il Pci, partito in cui fu sempre considerato un ribelle ma alla cui frantumazione si oppose strenuamente, per far sì che quel baluardo, che era un simbolo popolare prima ancora che una zona di confluenza militante, non cedesse sotto i colpi delle esigenze mercantili. E nel primo capitolo del film, Vendola dedica al Partito Comunista parole forti, emozionate, sentite.

Eppure è in quello successivo che si ritrova la ragione dell’intero lavoro di Arcopinto. Nell’incontro fra Nikita (“come mi chiamavano le mie zie, tutte morte”, anche loro simbolo del Pci) e Corso Salani innanzitutto, ma anche nell’incontro con Via Capruzzi, con il mondo delle primarie e la nascita del suo popolo. Che è realmente “suo” personale. Suoi operai dediti alla sua causa. È nel 2005, nella corsa al cambiamento dall’interno, nell’accettazione della sfida di Raffaele Fitto (e del Pd di Francesco Boccia), che risiede la ragion d’essere di questo dvd e dell’intero lavoro.

Descrivere Vendola, vivisezionare Vendola, tassellare Vendola, studiare Vendola vale realmente la pena. Le sue parole, quelle “del futuro”, già sarebbero abbastanza. Aggiungerci le immagini, la scorsa di operai di Melfi e dei funerali di Berlinguer, è il grande merito di Gianluca Arcopinto. L’aggiunta di un sogno alla narrazione.

Gianluca Arcopinto, “Le parole del futuro. La ballata di Nichi Vendola” (libro+dvd), Limina 2010
Giudizio: 3.5 / 5

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∞ Le indagini di un uomo in disuso ∞

di Roberta Paraggio

Il mare a Casablanca vive nascosto, tra l’aria salmastra e blu e l’ incessante scroscio delle onde, segna un confine con l’infinito vasto e pure invisibile.

L’ ispettore Jaime Ramos gli somiglia, solitario e impercettibile, così come lo descrive Francisco Josè Viegas nel suo ultimo romanzo, Il mare di Casablanca, edito da laNuovafrontiera.

Un uomo apparentemente senza passato che si occupa nelle sue indagini di ricostruire le esistenze altrui, le biografie di chi si è nascosto alla vita per schivare la morte, di chi muore più volte senza aver mai vissuto una vita che gli appartiene davvero.

La sordità e la voluta solitudine gli hanno cancellato la memoria, un uomo di colore assassinato con indosso scarpe diverse e una telefonata nel cuore della notte solitaria lo faranno tornare indietro, ad un passato celato e prepotente.

L’indagine diviene un pretesto per ricostruire una traiettoria a ritroso, il presente si affastella ai ricordi delle città in cui ha vissuto e combattuto, delle donne che ha creduto di amare e che adesso non ci sono più, Jaime Ramos non è, non è un uomo romantico, non è un lettore accanito, non è un ispettore di polizia tronfio o zelante, non è un viaggiatore e non è ciò che è stato.

Emilia, l’unica donna che ha sposato è morta, non ne ha nessuna nostalgia, le loro vite non si sono mai incontrate, non hanno avuto luoghi da ricordare, nè date da segnare sui calendari.
Cerca i posti dove il mare si vede meglio in un Portogallo piovoso e lattiginoso che pure sa di un qualcosa di struggente e che è incelabile al lettore.

Jaime Ramos è l’Angola e la Guinea, è la rivoluzione fallita, è il mal d’Africa che torna con le fitte ad una salute già malconcia, è una musica triste che fa da sfondo a queste pagine, è un sentimento di stanchezza che non si arrende, di malinconia non trasferibile e non comunicabile.

E’ un ossimoro, è l’uomo che non è stato , è una sensazione nostalgica ma utopica, è una possibilità che non si è realizzata, una militanza politica in cui non ha creduto fino in fondo, è un desiderio che non si è avverato ma che è possibile, come la verità che cerca, è un profumo che fa tornare indietro, è l’odore triste delle domeniche pomeriggio nelle balere di periferia.

Jaime Ramos è il protagonista di quello che sarebbe riduttivo definire solo un noir, Il mare di Casablanca è molto di più, è una storia di storie, è una scatola non più cinese ma portoghese, che racchiude in sé la vendetta e la fuga, le pieghe del tempo che si dipanano al suono del fado.

Francisco Josè Viegas, Il mare di Casablanca, laNuovafrontiera, 2010
Giudizio: 4 / 5 Da leggere assolutamente

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Donatella Di Pietrantonio, “MIa madre è un fiume”, Elliot 2011
IL SAGGIO: Gianpaolo Romanato, “Un Italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi 2011
IL CLASSICO: Daniel Defoe, Moll Flanders

14.02. LEGGERE IN AMORE
Pablo Neruda, “Todo el amor”, q.e.
Marco Cavina, “Nozze di sangue”, Laterza 2011
Gabriel Garci Marquez, “L’amore ai tempi del colera”, Mondadori

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
Gordon Reece, “Topi”, Giunti 2011
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

(Rubrica a cura di Piero Ferrante)

 

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