Il lunedì, a mezzogiorno. Frasi di verità della letteratura mondiale

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Macondo – 29 gennaio 2011

∞ Sentenze metalliche ∞

di Roberta Paraggio

Nei parcheggi isolati, nelle cantine ammuffite, nei bagni di casa pieni di fumo e cicche spente, mentre fuori piove, nell’alienante schermo di un pc, negli armadi stracolmi di vestiti inutilizzati, in tutti i non luoghi della coscienza. Qui arrivano gli Intervistatori. Hanno voci metalliche e irriconoscibili, falsetti violenti e domande incalzanti sulle cose della vita in apparenza più banali. A loro non sfugge niente, vengono dal nulla e parlano da non si sa dove. Ma colpiscono senza pietà, con questioni ingenue e tuttavia deflagranti come mine potenti per chieder conto delle proprie mancanze.

Catturano ostaggi e bersagli in apparenza casuali: un vecchio professore stile De Andrè, impotente, rispettabilissimo e fedifrago; uno scrittore non più giovane ma giovanilistico, semi Foster Wallace, semi splatter, semi tutto; donne forzate della palestra a tutti i costi, sgallettate de “noantri”, ex nipotine di Boncompagni dal successo casereccio e cotonato, uomini d’affari un po bugiardi, e Ivano, poliziotto mancato per assenza di raccomandazione, l’unico che si mette alla ricerca degli Intervistatori, e lo fa attraversando un sud Italia stanco e piovoso, muto e surreale, alla ricerca di chi lo ha fatto morire su youtube..
Gli Intervistatori vanno a colpire sul rimosso, sbattono in faccia il freudiano Es ma senza intenzione di analisi o di cura, colpiscono senza rimedio, con le immagini dell’infanzia, di madri rancorose, mogli insoddisfatte, amiche false, piccole ipocrisie che si accumulano,nella vita di tutti i protagonisti come la polvere sotto il tappeto delle casalinghe sciatte.

Artefici di domande imbarazzanti e remote, coltelli affilati in ferite che si credevano chiuse, gli Intervistatori colpiscono per la loro perfidia e violenza, per una implacabile volontà di fare del male, di far affiorare un rimosso inutile, lontano dalle vite apparentemente ben costruite dei protagonisti,non vogliono aiutare, vogliono sapere.
Non manca nessuno all’appello in questo fulmineo romanzo (“Gli intervistatori”, appunto – Ponte Alle Grazie 2010) di Fabio Viola, abile a descrivere l”Italia in modalità reality, l’indifferenza, la demenza lampadata, i valori inesistenti di un paese filtrato attraverso la tv, una realtà trasfigurata dalla pubblicità, dal regresso catodico, un racconto fatto di personaggi ostaggi prima di tutto del proprio “format” di vita e poi degli Intervistatori, moderni inquisitori della coscienza sporca.

Fabio Viola, “Gli Intervistatori”, Ponte alle Grazie 2010
Giudizio: 3 / 5 – Rapido

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∞ L’Italia secondo Camilleri ∞

di Piero Ferrante

Proviamo a leggere il mondo dagli occhi di Andrea Camilleri. Con quegli occhiali spessi, l’accento rauco siciliano, la voglia di dire no un giorno fisso e l’altro pure. Proviamo a dire no con le parole più semplici che conosciamo, in maniera non volgare, sempre giocando tra un lato e l’altro del filo che può farci cadere nel baratro del’incertezza e del dubbio. Dovremmo avere 86 anni ed una storia di lavoro e scrittura alle spalle, una serie di delusioni grandi così. Ma, soprattutto, tanto coraggio grande almeno quanto l’energia che abbiamo in corpo.

Non deve essere semplice essere nei panni di Camilleri, circondato di lettori che implorano di dar seguito alle avventure di Salvo Montalbano. Quel commissario che nei libri ha in dotazione una bella chioma grigia ma che tutti ormai vedono con la pelata di Luca Zingaretti. Non deve essere facile essere radicale in un mondo che, pur presentandosi spigliato sino al fastidio e sboccato da censura con bollino, sottende vaste oasi di pensiero benpensante.

Lui, figlio di un fascista della prima ora, partecipe attivo della Marcia su Roma. Lui, un diploma ottenuto senza esame per lo sbarco Alleato. Lui, scacciato da un collegio per aver tirato uova contro un crocifisso, in questo paese deve sentirsi stretto, disagiato. Forse anche un tantino sconfitto. Non tanto per la storia del clericalismo, sia chiaro. Quanto più per la costanza con cui il mondo che lo circonda s’impegna a rinnegare se stesso.

2009 e 2010 di Andrea Camilleri sono racchiusi nel testo edito da Chiarelettere intitolato “Di testa nostra”. Laddove, quell’attributo possessivo ha senso vigente in quanto espressione della zucca anche di Saverio Lodato, giornalista de l’Unità, complice dei peggiori di Camilleri nonché curatore del libro. Due anni di Lodato-provocazioni e di Camilleri-pensiero racchiusi in circa duecento pagine. Pagine dure, ironiche, talora addirittura blasfeme nei confronti di un modus cogitandi diffuso. Un manuale della libertà di pensiero e dell’indipendenza contenente tutte le tematiche più in voga, tutti gli argomenti scottanti, sotto la lente d’ingrandimento camilleriana.

Indiscusso protagonista, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, maciullato verbalmente e bastonato con sagacia spietata. E, attraverso lo specchio di Arcore, come in quello fatato del regno della strega di Biancaneve, si possono vedere tutte le magagne di un sistema al tracollo, tutti i sintomi da crollo dell’impero: Noemi Letizia e L’Aquila, Gheddafi ed i processi per corruzione, la guerra in Iraq e le leggi ad personam. È il Cavaliere il bersaglio favorito dello scrittore sicilano. Lodato lo sa e martella. Camilleri ringrazia, prende la rincorsa e parte ventre a terra. Colpendo direttamente: “Demonizzando Berlusconi si fa il suo gioco? Credo, al contrario, che sia il tacere a fare il suo gioco” o “Il problema si fa grosso quando un nano si crede Dio”. Ed indirettamente: “Quando Riina manifestò il proposito delle stragi, Provenzano fece un sondaggio fra imprenditori, politici e massoni. Ma i risultati non li divulgò. Il pentito Giuffrè riuscì a sapere che alcuni industriali del Nord si erano dichiarati favorevoli all’uccisione di Falcone e Borsellino”.

Capitolo dopo capitolo, che sarebbe come dire colloquio dopo colloquio, prende corpo tutta la vasta prosopopea delle vulnerabilità del sistema politico italiano, tutto l’andazzo zoppicante della società dello Stivale, adagiata miseramente su un letto fatato della cui inesistenza potrebbe venire a conoscenza in maniera brusca, capitombolando. Un libro che potrebbe essere utile per gli studiosi avvenire. Chiudiamolo in un baule e mandiamolo in orbita. Fra due, trecento anni, qualcuno lo troverà.

Andrea Camilleri-Saverio Lodato, “Di testa nostra. Cronache con rabbia 2009-2010”, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3 / 5 – Impietoso

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Furio Jesi-Daniele Luzzati, “La casa incantata”, Salani 2011
IL SAGGIO: Noam Chomsky, “Ultima fermata Gaza”, Ponte alle Grazie 2010
IL CLASSICO: Ignazio Silone, “Vino e pane”, q.e.

LA SETTIMANA DELLA MEMORIA. OMAGGIO A BORIS PAHOR
Boris Pahor, “Necropoli”, Fazi 2008
Boris Pahor, “Qui è proibito parlare”, Fazi 2009
Boris Pahor, “Una primavera difficile”, Zandonai 2010

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Alberto Angela, “Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta”, Mondadori 2010
J.K. Rowling, “Animali fantastici: dove trovarli”, Salani 2010
J.K. Rowling, “Fiabe di Beda il Bardo”, Salani 2008

I LIBRI CONSIGLIATI DA EQUILIBRI
Giovanni Marinaro, “Due anime in un solo respiro”, Il mio libro 2010
Intreccio decisamente scorrevole da poter leggere tutto d’un fiato. Nella prima parte vengono trattati diversi argomenti: le difficoltà economiche, l’amicizia, la famiglia, il lavoro… tutti caratterizzati da periodi brevi che danno un ritmo incalzante alla scrittura, da spingerti a leggere sempre oltre. Nella seconda parte una serie di lettere rimaste ignote al destinatario ma che vengono raccolte in un libro che attende di essere pubblicato. Un’unione di “DUE ANIME IN UN SOLO RESPIRO” che finiranno per incontrarsi grazie ad uno strano scherzo del destino descritta in un romanzo magico che sa ben coniugare realtà e fantasia di due giovani con un passato tormentato alle spalle e che hanno una gran voglia di dimenticare.
La realtà è parte integrante della nostra vita, è tutto quello che facciamo, è tutto quello che viviamo, è quello che siamo diventati col tempo portandoci sulle spalle il nostro baule di conoscenze e, soprattutto, di esperienze; la fantasia, invece, è tutto ciò che desideriamo, è il meglio che vogliamo per noi, è il futuro, è fatta di sogni inespressi, speranze, paure, ideali, passioni, certezze e incertezze… che Giovanni Marinaro, il sipontino autore di quest’opera, sa ben mettere insieme le due cose fondendo poesia e prosa, amore e odio, realtà e sogni, lasciandoci col fiato sospeso fino all’ultima parola regalandoci un finale per niente scontato sull’Amore con la A maiuscola.

INCIPIT: “Era notte fonda. Gabriel venne destato nel sonno dalla fine di un sogno inaspettato. Seduto sul letto ed ancora assonnato, volse il suo sguardo verso quella finestra che guardava a sud.”
Giovanni Marinaro, “L’attesa della verità”, Il mio libro 2010
Sicuramente sarà capitato ad ogni lettore che si rispetti di immedesimarsi nel protagonista o in uno dei personaggi del romanzo di turno, di perdersi con l’immaginazione tra posti esotici e viaggiare in luoghi lontani, IMMAGINANDO, scenari, colori, odori e perché no, anche sensazioni. Personalmente mi è capitato molte volte, ma oggi posso dire di aver sperimentato un nuovo tipo di lettura, dove l’immaginazione si fonde con la realtà, dove i personaggi vivono, passeggiano, amano e osservano nel paese e nei luoghi dove anche io faccio pressappoco le stesse cose. Lo ammetto, fa uno strano effetto leggere ad esempio di una passeggiata e sapere e visualizzare esattamente dove i protagonisti muovono i loro passi, con l’esatta percezione di ciò che stanno ammirando, e magari riscoprire con occhi nuovi luoghi che distrattamente guardo ogni giorno.
Questo è l’effetto che mi ha sortito la lettura di “L’ATTESA DELLA VERITA’”, opera di un giovane sipontino: GIOVANNI MARINARO, che in questo suo secondo lavoro si è cimentato in un giallo, dalla trama incalzante, con un intreccio ricco di suspance, unito a quel tanto di romanticismo che sotto sotto è riuscito a scaldare il cuore di una scettica come me. Ancora una cosa: “NOIR”, solo questa parola per descrivere l’inatteso risvolto del…
Ma penso che di più non posso dirvi.
INCIPIT: “Erano trascorse le 14:00 da qualche minuto. La strada era deserta, in quel pomeriggio di fine Ottobre. La pioggia dirompente destava la tranquillità di quel luogo addormentato, distogliendone il rumoroso silenzio. Ancora qualche minuto e quel lungo viaggio sarebbe giunto al termine.”
ITE MISSA EST: “Voltatosi ad osservare il mare, dopo un lungo respiro, salì su una lussuosa Mercedes nera dai vetri oscurati e, con un cenno della mano, ordinò al suo autista di partire.”

“Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”

Palloni di carta – 26 gennaio 2011

Il primo enigma che ci si pone avendo in mano una copia di“Campanile Sera. Il calcio all’alba dell’Atletico Vieste” (Ninì Delli SantiLa Ricotta, 2010) è che cosa diavolo significhi quella locuzione così simile ad un periodico indipendente di matrice cattolica.“Campanile sera”, invece, non è l’organo officiale di qualche oratorio di provincia, ma un modo gergale per intendere un pallone scagliato in aria, verso il cielo di Dio, con tutta la forza esplosiva di un calcio.
Il secondo enigma, più concreto è cosa ci trovi un viestano doc come Delli Santi a narrare la storia di una squadra che, così, apparentemente, limitandosi alla copertina di un libro, non ha una tradizione, è destoricizzata dal contesto dei grandi e dei medi, relegata non nell’alveo della mediocrità, ma in quello della totale abulia sportiva.

Eppure basta una scorta, è sufficiente già leggere l’emozionata prefazione che lui stesso pone a testa delle duecento e rotte pagine, per capire come, ancora una volta, la narrazione di una storia sia semplicemente il presupposto per l’emersione di un pensiero recondito. Come il pallone racchiuda, nella sinuosità suadente della sua forma, le condizioni essenziali del quotidiano; come le gioie e le delusioni provate su un campo verde, null’altro sono, alfine, che le anticipazioni della vita vera. Il gioco di squadra, le norme comuni, il sudore, la fatica, l’esultanza, la maglia attaccata al petto, il saper capire dove incominci e finisca lo scontro. È qui la tacca territoriale del calciatore, è qui il confine che si confonde, mescolando ambiti diversi ma compatibili. Eccola, l’ammissione: “Non so se alla fine questo libro parla di me attraverso il gioco del calcio, o se parla del gioco del calcio attraverso la mia persona”. Lo dice l’autore in un accenno di sentimentalismo, prima di dare avvio alla narrazione vera e propria. Prima di battere una strada per metà sospesa nel cielo dell’autobiografia, per un’altra metà calata con i piedi nella saggistica. La prima, filosoficamente stimolante, abitata da un viandante per nulla occasionale, Vincenzo. Il primo maestro di calcio del decenne Ninì, che apprende segreti, tattiche, trucchi nello scalcagnato stadio di Vieste. È a contatto con questo Nereo Rocco in la minore che il bambino matura la velocità dei pensieri fusa alla rapidità dell’esecuzione. È grazie a questo eremita chiuso nel tempio erboso che Ninì si scopre capitàno della squadra della sua infanzia, impara a godere delle gioie del pallone, a manipolarlo senza mancargli di rispetto.
La seconda parte del libro, si dipana sulle vie del saggio. Un saggio sui generis, composto originale di storia e poesia, in cui i calciatori sono poeti, narratori, filosofi, scrittori. Utile (si trovano tabelle delle stagioni migliori dell’Atletico Vieste) ed insieme mai arrendevole alle catene della noia.
Perché il calcio parte dal basso e nel basso trova, spesso, la sua realizzazione emozionale più concreta.

Ninì Delli Santi, “Campanile Sera. Il calcio all’alba dell’Atletico Vieste”, La Ricotta 2010
Giudizio: 3 / 5

Il lunedì, a mezzogiorno. Frasi di verità della letteratura mondiale


“Si vendono per poco le persone, vendersi per poco o per molto non fa differenza, il male non sta nelle centinaia o nelle migliaia”

Josè Saramago, “Una terra chiamata Alentejo”, Feltrinelli 2010 (n.e.)

Macondo – 22 gennaio 2011

∞ Narrativamente abita Nichi ∞

di Piero Ferrante

Nel nuovo dizionario vendolese-italiano, italiano-vendolese – che è uno e, da sempre, si aggiorna, si ravvede e si corregge in modo automatico a seconda dell’impiego ricoperto da Nikita – c’è una parola che acquista più significato di altre. Preliminarmente, va detto che, questo dizionario, è in realtà un enorme tomo che include paroline e paroloni, esemplificazioni e locuzioni, in quantità vasta e sfaccettata. Questa parola, che in fondo non è nemmeno una parola ma un modus vivendi, una carne viva, è “narrazione”. Nichi non dice, narra. Nichi non parla, narra. Nichi non arringa, narra. Nichi non comizia, narra. Nichi non vive, narra. Riflessivamente, Nichi non si fa votare, si fa narrare.

La narrazione vendoliana è pensiero individuale spinto alla dimensione collettiva. È l’imposizione dolce di un sentire intimista. È l’osmosi emozionale, la comunicazione intellettiva del leader-amico nei confronti del suo popolo. È, gramscianamente, l’intima connessione con la gente. La narrazione di Vendola diventa, in questo modo, narrazione di popolo. Perché è nelle parole e nello stesso tempo si serve delle parole, vive nelle parole. Ma non è solo parole. È la capacità di trasporre nei palazzi quel sentire comune, di realizzare i desideri di qualcuno degli ultimi. È la parte buona del populismo, sempre che di populismo vero si tratti. La narrazione di Vendola è sapore di entroterra murgiano, odore di forno al mattino, stallatico del Salento, salsedine del Gargano. Nessuno come Nichi, il puer Terlicii, lo stupor Apuliae – tanto per miscere fra loro, adattandoli, gli epiteti federiciani –, è stato capace, prima, di annoverare in sé tutte le caratteristiche di tutte le zone della regione del tacco. Riassumere antropologie diverse e distanti, spesso in conflitto fra di loro.

Vale una cifra quello che Luca Telese, in una a tratti commovente analisi, scrive in “Nichi Vendola. Comizi d’amore” (Aliberti, 2010): “Se c’è un leader di cui vale la pena di vivisezionare, collezionare e raccogliere le parole, quello è Vendola. A pochi uomini politici vengono concessi la fortuna e il talento di potersi costruire una lingua propria, un repertorio di immagini, di stilemi, di capacità di evocare visioni ”. Vero. Telese Vendola l’ha conosciuto, l’ha scrutato, ha vissuto con lui spiccioli di giornate lunghe, metropolitane romane e comizi. Di quel Nichi, che si oppose alla scissione del Pci vivendo il momento con dolore immane; di quel Nichi che si intuiva essere non diverso, ma il più diverso di tutti, nella sua eterodossia militante che deve rendere conto soltanto alla fantasia; di quel Nichi che sfangava la giornata dividendo un’umile casa con Franco Giordano, Luca Telese ha un ricordo vivido. Di quel Nichi conserva un discorso, il primo, l’unico non tenuto a braccio, ma scritto. Annus domini 1984. In appendice al testo, Telese lo pubblica per intero. Come fa con altre decine di frasi vendoliane, divise per argomento.

Ne viene fuori un tripudio di colori, una deflagrazione di sentimento e di ironia di un uomo fatto politico, poi leader, poi presidente, poi ancora leader ma non per questo meno presidente, politico, uomo. Nelle parole di Telese si legge tutta la sorpresa di un sogno realizzato, la scoperta del senso della “narrazione”. Narrazione come quella penna immateriale di inchiostro rosso che verga, capitolo dopo capitolo, in un rutilare rigurgitante di parole composte, una grande storia politica. Una storia destinata, determinata. Ineluttabilmente diretta alla vittoria perché ricca di sconfitte. Nichi ha vinto – ci dice Telese in un’analisi lucida – perché, da sempre, ha perso. E perché, man mano che perdeva, andava scegliendo sfide sempre maggiori, salite sempre più impervie, avversari sempre più potenti.

E perdeva in modo propedeutico, didattico. Perdendo irrobustiva l’animo e rassodava i muscoli. Mica come D’Alema, eterno sconfitto e, a livello di realpolitik spiccia, fuori dai giochi. “Se si legge la carriera di D’Alema con gli occhi della realpolitik che lui voleva imporre alla Puglia, si dovrebbero registrare un cumulo di fiaschi. Ciò che resterà del dalemismo reale, paradossalmente, è la scrittura quasi letteraria di un personaggio affascinante e drammatico, un carisma algido ma innegabile, un combattente indefesso, oppure molto vicino alla dimensione fantastica del Don Chisciotte”. Così Telese sul baffo più celebre di Montecitorio e dintorni. D’Alema che è le sue sconfitte. Al contrario, Nichi ha le sue sconfitte. Poi riparate. La sintesi suprema di una narrazione appena iniziata.

Luca Telese (a cura di), “Nichi Vendola. Comizi d’amore”, Aliberti 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Narrazione di narrazione

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∞ Il rabdomante dei pensieri tristi ∞

di Roberta Paraggio

Ha gli occhi perennemente spalancati, verdi, di un verde trasparente e inquietante che sa di solitudini passate, di un’infanzia trascorsa con amici immaginari e fantasmi che giungono improvvisi, ognuno col suo dolore, con la sua crescente nostalgia di vivere e con la malinconia di un futuro che non è stato.
Sono le anime che il protagonista de “Il giorno dei morti” (Maurizio De Giovanni, Fandango 2010), il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, riesce vedere nelle strade in cui cammina, sentendone l’ultimo e a volte futile pensiero.
Con la sua solitudine congenita, si aggira per una Napoli plumbea e piovosa, e i morti gli appaiono come solo lui può vederli, sentirli… Amanti suicidi che si scambiano le ultime, disperate parole d’amore; bambine uccise da un auto in corsa il cui ultimo pensiero è il giocattolo appena perduto; guappi che fino alla fine mostrano la propria sbruffoneria, andandosene da questa vita con uno sfottò e uno sguardo di scherno.

Il commissario Ricciardi se li vede passare accanto e pensa alla morte, in una città da sempre devota ai defunti e che pure, nel 1931, mentre la visita del Duce si avvicina, sembra disattenta, dimentica di ogni umana pietà.
E’ un moderno Dante nel girone partenopeo con al fianco il suo Virgilio, il corpulento brigadiere Maione, ma non c’è paradiso ne purgatorio a Napoli, solo l’inferno e la fame, e un bambino, Tettè, trovato morto per strada fradicio di pioggia.
C’è un piccolo cadavere accudito da un cane rognoso, c’è una morte che appare naturale, di fame, di stenti, ci sono tutti gli elementi per archiviarla coma morte accidentale di scugnizzo, figlio di madre ignota che nessuno cercherà, di cui nessuno parlerà, ad accoglierlo ci sarà la fossa comune del camposanto di Poggioreale.
E la morte qui non scherza, la morte qui non è “‘na livella“, perchè un bambino così non ha nemmeno il lusso di un nome vero, ma solo quello di trovatello, Diotallevi Matteo.
Un fardello solo e muto. Già perchè il commissario Ricciardi non riesce questa volta a captarne l’ultimo straziante pensiero.

Dov’è morto Tettè? Com’è morto Tettè?

Queste le domande che porteranno Ricciardi alla sua indagine privata, tra le anime ingrigite dalla pioggia e dalla vita grama, tra preti affaristi, dame di carità piagnucolose, femminielli altruisti e sagrestani laidi.
Mentre il giorno dei morti si avvicina, il commissario prosegue col suo sguardo vitreo cercando giustizia e verità, si muove nel silenzio caotico di Napoli che sotto la pioggia, sembra acquietarsi in maniera surreale.
Cupa, silenziosa e disperata, spalancata sulla sua stessa miseria senza nobiltà, lontana dai fasti teatrali del varietà, dallo stucco e dai belletti, è una maitresse esausta, struccata e incattivita.
E’ la Napoli di Ricciardi che scruta nella parte ambigua che nessuno sa di avere, nei gesti inconsulti e nel dolore privato, nell’infimo che i più credono di aver ben celato dietro perbenismo e ruoli sociali.
Un romanzo coinvolgente, che strattona il lettore nei vicoli bui, laddove le ombre diventano lunghe e fanno più paura, in un percorso che si spera vivamente continui, in attesa di una nuova stagione.

Maurizio de Giovanni,”Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi”, Fandango 2010
Giudizio: 4,5 / 5 – Semplicemente sorprendente

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetta Parodi, “Benvenuti nella mia cucina”, Vallardi 2010
Benedetto XVI, “Luce del mondo”, Libreria Editrice Vaticana 2010
Carlos Ruiz Zafón, “Ombra del vento”, Mondadori 2006

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Italo Magno, “Un giorno mio padre”, Guida edizioni 2010
Non so cosa mi prese quel giorno. Mi armai di tanta voglia di sapere e le mie intenzioni erano le stesse che deve provare il figlio che va alla ricerca del padre, dopo lungo peregrinare finalmente lo trova e gli chiede subito perché lo ha messo al mondo e per quale motivo lo ha poi abbandonato.
IL SAGGIO: Robin Norwoord, “Donne che amano troppo”, Feltrinelli 2010
Perchè amare diviene “amare troppo”, e quando questo accade? Perchè le donne a volte pur riconoscendo il loro partener come inadeguato o non disponibile non riescono a liberarsene? Mentre sperano o desiderano che “lui” cambi, di fatto si coinvolgono sempre più profondamente in un meccanismo di assuefazione. Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti.
UN REGALO PER SAN VALENTINO: Alejandro Jodorowsky, “Solo de Amor”, Giunti 2006
Solo de amor è l’ultima raccolta poetica di Alejandro Jodorowsky e contiene i versi dedicati dallo scrittore al tema dell’amore. La poesia di Jodorowsky parla dell’amore concreto, reale, che tutti viviamo: le nevrosi, le ossessioni, la gelosia, le incomprensioni, gli enormi sforzi che si compiono per sfrondare e ”pulire” il rapporto d’amore dalle scorie che tendono invece a demolirlo. In questi versi sembra racchiudersi il grande sforzo creativo e il senso del rapporto d’amore contenuto in questa raccolta poetica, che comprende una corposa sezione completamente inedita in Italia (Solo de amor e Pietre del cammino) e alcune poesie tratte da Di ciò di cui non si può parlare, La scala degli angeli e No basta decir.

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO
IL ROMANZO: Ken Calfus, “Il compagno Astapov”, Fandango 2010
IL SAGGIO: Giovanni Rinaldi, “La memoria che resta”, Aramiré 2004
IL CLASSICO: Heinrich Boll, “Opinioni di un clown”, q.e.

NOVANTA VOLTE PARTITO COMUNISTA ITALIANO: CONOSCERLO PER CAPIRLO
Paolo Spriano, “Storia del Partito Comunista”, Einaudi
Eduardo Novelli, “C’era una volta il Pci”, Editori Riuniti
Mario Pio Patruno, “Storia del Pci di Capitanata (1944-1964)”, Sud Est

Laddove inizia il mare…

Palloni di carta – 19 gennaio 2011

.:: Milanisticamente parlando::.

“I signori bauscia, nonostante l’atavica supponenza […] dovranno continuare ad invidiarci. Imitarci o superarci no, perché anche mettendocela tutta non ne saranno mai capaci. Troppo diabolici noi, per il loro catto-interismo”. Sergio Giuntini è un intellettuale, storico, autore di molti saggi. Ma Sergio Giuntini è la dimostrazione di come la conoscenza attuata alla perfidia produca risultati sghignazzanti.
Per la casa editrice meneghina “Sedizioni”, ha scritto un pamphlet godereccio ed ozioso, ideale da leggersi in quell’Arcadia infernale chiamata stadio. “Pape Milan Aleppe. Il Milan è un linguaggio di poeti e prosatori” è, lo dice lui stesso, in apertura, con ben più di un tocco di soddisfazione malcelata, la “via milanista alla letteratura”. Perché al centro del testo ci sono tutti gli eroi che hanno fatto grande (e celebre) il Diavolo. C’è Liedolhm e c’è Baresi, c’è Rivera e c’è Van Basten, c’è Gullit e c’è Schiaffino. Ci sono tutti quanti hanno fatto impazzire i cugini, schiaffeggiandoli per una lunga parte della loro storia passata e recente.

Ma, ancor più delle loro carni, ci sono le loro trasfigurazioni letterarie. Ci sono le parole che racconti, romanzi, poesie ed articoli giornalisti hanno marcato a fuoco nel ventre del tempo per eternificarli. Come calciatori e come uomini. Figurine adesive incollate sull’immane album del mito.

Il punto di vista di Giuntini è volutamente parziale. Milanista nel midollo e, per rivendicazione, di “sinistra-sinistra”. Sarà per questo che incarna, nel contempo, la figura del Tacito (lo storico), di Cicerone (l’avvocato) e di Giulio Cesare (il generale).

Come storico, menziona, uno dopo l’altro, tutti coloro, letterati e poeti, giornalisti e scribacchini che, dal dopoguerra ad oggi hanno, pur soltanto a mezzo di un rapido passaggio, alluso al Milan. Lo fa in un linguaggio pieno di scherzosi eccessi, in un milanistese (il linguaggio ufficiale del tifoso) che lancia spunti e butta bombe esilaranti nel campo avversario. Cita Alfonso Gatto, Franco Loi, Leonardo Coen, Pierpaolo Pasolini, Lorenzo Bianciardi e Michele Prisco; obietta contro Gianni Brera, il milanista rinnegato, ricorda Giulio Nascimbeni e se la ride con Beppe Viola; si esalta ballando sulle parole del cileno (milanista) Antonio Skarmeta e del giapponese Kazuo Ishiguro. E non si esime dall’accostamento donna – calcio quando ricorda gli stupori diversi di Camilla Cederna ed Oriana Fallaci di fronte all’Abatino Rivera. Che, in barba a Santon, a vent’anni, “valeva già come un jet bimotore, un Rembrandt, un Botticelli e due Cezanne”. Accostamento di livello talmente lontano, quello fra calcio ed arte, che diventa compatibile soltanto se, sul piatto della bilancia, si pongono artista con artista.

Come Cicerone, Giuntini si sente in diritto di difendere se stesso. Si fa voce della categoria del tifoso imbarazzato che arrossisce al pensiero del Presidente Operaio. E così reclama al banco degli imputati altri rosso(neri). Chiama a deporre al banco della curva altri nomi, ma stessa passione. Assume la veste di avvocato del Diavolo, perché lui stesso si sente Diavolo. Smonta i perbenismi interisti, di quanti portano nelle sacche bontà da distribuire e poi “torna a casa e picchia i figli” (Viola), di chi esalta il presidente “petroliere ecologista”. Rivendica, ridendo ma neanche troppo, il diritto di esistere al di là delle persone e dei finanziatori. Al di là dei governi e delle ideologie. Perché, ricorda, già un tempo provarono a cambiar volto alla squadra, imponendole una “o” di troppo. Era il 1939, l’autarchia fascista delle vocali finali, l’italianizzazione di territori e di valori che italiani non potevano essere.

E fa da generale. Avoca a sé gli scrittori milanisti, si pone a capo di una colonna di indiavolati per partire all’assalto del fortino nerazzurro. “Altroché interismo – leninismo”.

È un libro che farà sorridere e gasare i milanisti tanto quanto incazzare gli interisti. Tanto che la lettura è sconsigliata a quanti ammalati di malattie quali: vittimismo, favoritismo, guidorossismo, telecomismo cronico. Facciamoci una risata.

Sergio Giuntini, “Pape Milan Aleppe. Il Milan è un linguaggio di prosatori e poeti”, Sedizioni 2010
Giudizio: 3 / 5 – Milanista-leninista

LINK: http://www.statoquotidiano.it/19/01/2011/palloni-di-carta-9/40543/

http://it.paperblog.com/sport/ (incluso fra le “selezioni” di Paperblog)

Il lunedì, a mezzogiorno. Frasi di verità della letteratura mondiale

“La nostra proposta più moderata sarebbe piuttosto una legge così redatta:

ARTICOLO 1. La terra appartiene a chi ha il coraggio di coltivarla
ARTICOLO 2. Le case coloniche appartengono a chi ha il coraggio di starci
ARTICOLO 3. Il bestiame appartiene a chi ha il coraggio di ripulirgli ogni giorno la stalla
ARTICOLO 4. I boschi appartengono a chi ha il coraggio di vivere in montagna

E’ nostra opinione, però, che una così tardiva giustizia non basterebbe a fermare l’esodo. Bisogna ricuperare anche tutte le ricchezze che per secoli son partite dalla terra verso i salotti cittadini. Rendere queste ricchezze ai loro veri proprietari, trasformarle in bagni, sciacquoni, scuole, strade, trattori, canali.
Bisogna buttare tutte queste cose ai piedi dei contadini, supplicarli di perdonarci”.

Don Lorenzo Milani, “Esperienze pastorali”, Libreria editrice fiorentina, 1957

Macondo 15 gennaio 2011

∞ La lezione morale di Scoppola ∞

di Piero Ferrante

Esistono i millantatori, ed esistono gli storici. Pietro Scoppola è uno di quelli che non vorresti morisse mai come portatore sano, sanissimo, di una dose estrema di verità, lucidità, passione. Quando, nel 2007, è entrato anche lui nella schiera di coloro cui ha dedicato una vita intera, gli studi storico-politici del nostro paese hanno, di colpo, subito il colpo. Perché Scoppola non era capace di ripetere, per due volte, lo stesso discorso. O, per la precisione, sottendeva, a discorso diverso, ideali e valori identici.

Scoppola era un docente universitario talmente umano da sembrare un nonno. Con l’austerità di un nonno, il rispetto di un nonno, la saggezza di un nonno. Giudicava e non sbagliava. Scoppola non era semplicemente uno studioso, ma una traccia di memoria nel mezzo del revisionismo andante suonato dall’orchestra di Piazza Della Loggia, della sinfonica della Stazione di Bologna, dal trio di Ustica ed il duo del Moby Prince.

Ecco perché, recuperare Pietro Scoppola, le sue bacchettate ai colleghi, ai politici, ai partiti, ma anche quelle inferte ai semplificatori della verità (a coloro, per dire, che da un giorno all’altro derubricavano le formazioni politiche dalla Resistenza a vecchiume da spazzar via i da accantonare sotto i tappeti) è, oggi, un atto di piccola resistenza quotidiana. L’ha fatto, ad esempio, la casa editrice Laterza appena l’anno scorso. Riprendendo alcune lezioni tenute dallo storico nella Sala Aldo Moro della Sapienza di Roma, ha rimesso in circolazione quei batteri positivi di cui Scoppola ha infettato muri, pareti, banchi. Nasce così “Lezioni di Storia” (Laterza 2010). Come l’attività normale di uno studente, con una sbobinatura.

Bastano poche pagine per rendersi conto che si tratta dello Scoppola migliore, quello che, a contatto con i giovani, nell’emergenza di non far svanire nelle nebbie del nulla i valori democraticamente più puri, sferza il revisionismo ed i revisionisti. Falsi maestri della Storia, in effetti protagonisti politicamente interessati. Perché se è vero che la Storia, e soprattutto certa Storia (leggi antifascismo, leggi resistenza, leggi Costituzione, leggi movimenti contadini ed operai, leggi stragi di Stato) non ha mai avuto bisogno di fare il tagliando per testarne la verità, è pur vero che di meccanici che l’hanno intesa smontare e rimontare, motore al contrario e trazione invertita, ci sono stati. Eccome. Scoppola, come Galilei, li cita, li scandaglia, li squassa. Senza boria, senza paroloni, senza additarli. Scoppola non fa nulla, non si serve della confusione o di alchimie revansciste, né di furori di piazza o di baracca. Solo, lascia intuire. E, nell’intuizione, lascia capire.

Nelle sue parole, e tra le pagine, si materializzano gli elementi chiave del Novecento.
La lezione su “Identità nazionale e Resistenza” è un galateo italico, l’epifania di quel che dovrebbe essere l’Italiano ma che l’Italiano non è, perso fra velinismi, giustizialismi infiniti e dibattimenti velleitari.
Quella su “Costituzione e Costituente” l’abbecedario della contemporaneità, il modello in base al quale intagliare la società dell’oggi (ma qualcuno l’ha smarrito). È qui che Scoppola raggiunge il suo apice, intavola l’esegesi della democrazia leggendo fra gli anfratti dell’antifascismo. È qui che smitizza chi, a torto, si è automitizzato: abbatte senza remore morali quanti hanno letto la Resistenza in virtù di un interesse di parte, di una semplice e crudele resa dei conti personale. Ne fa non solo un momento, pur esistente, di lotta civile, ma il trait d’union fra l’esperienza bellica agli sgoccioli e la stesura della Carta Costituzionale. Lo interpreta, aulicamente, come “momento morale” e associa la fase armata a quella non violenta.
Nelle pagine sulla “Tradizione marxista e doppiezza comunista”, esalta Antonio Gramsci (che considera la “parte originale” della fazione comunista italiana), interpreta i dubbi di Togliatti (doppio sì, ma vero artefice della democrazia), ridimensiona il Partito Socialista; come in quelle su “La Democrazia Cristiana” non può esimersi dal criticare l’assuefazione di una parte del mondo scudo crociato alla Chiesa (senza generalizzare l’esperienza collettiva, sostanzialmente più laica che clericale).
Infine, giunge all’oggi, all’attacco berlusconiano alle istituzioni, allo smantellamento della Costituzione, alla Lega secessionista ed a un centrodestra confuso che confonde ed ipnotizza un’intera generazione di elettori dimentichi di ben altre esperienze politiche.

Strano a dirsi, perché forse non era suo intento: ma leggendo Scoppola viene quasi il magone per la Prima Repubblica.

Pietro Scoppola, “Lezioni sul Novecento”, Laterza 2010
Giudizio: 4 / 5 – Eterno

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∞Musica, maestro Vitali!∞

di Roberta Paraggio

Metter su una banda musicale non è cosa di poco conto, soprattutto se questa deve venir fuori da una fanfara zoppicante e con poche prestese, abituata per lo più ad accogliere i turisti in arrivo al molo di Bellano, cittadina lacustre che vive di turismo e pettegolezzo, di piccoli colpi di scena e misteri di provincia.

Un sottofondo di marcette d’epoca prebellica fa da colonna sonora a questo ennesimo successo di Andrea Vitali, cornette, tromboni, un intero coro ancor prima che una banda protagonista di questo romanzo d’atmosfera paesana, paonazza di vino a buon prezzo..
C’è il borioso podestà Parpaiola, c’è Armellina, la bella del paese, il virtuoso bombardino di Evelindo Nasazzi, che più che suonare viene “suonato” dalla giovane e potente neosposa Noemi, determinata fino alla fine a rimetter in riga il marito beone, e, soprattutto c’è il pingue e fascista Onorato Geminazzi, dapprima forestiero, poi, addirittura maestro della fanfara bellanese.
Sarà proprio intorno al Geminazzi e alla sua numerosa famigliola, cinque figli, due in arrivo più la querula moglie Estenuata, che si intrecceranno le vicende lacustri.

Piccole invidie e grandi aspirazioni, una banda si sa è cosa seria, e serie saranno le intenzioni del Geminazzi, sedicente prima cornetta della banda rivale di Loveno, che metterà tutto il suo puntiglio da ragioniere nella formazione di una banda come si deve, a cominciare dalla sede delle prove, fino alla divisa degli sgangherati suonatori, finora molto più interessati alle bevute del dopo prove che ai virtuosismi musicali.
Come un inciucio che va di bocca in bocca, sussurrato piano all’orecchio scorre la narrazione di questo romanzo,in cui accade di tutto ma senza clamore, con calma, come le acque del lago, apparentemente immobili.

Il breve arresto del Geminazzi, la fanfara che perde elementi, un matrimonio contro ogni previsione tra l’integerrimo Bongioanni e la bella ,chiacchierata e già madre Ermellina, il regime che prende il cento per cento dei consensi alle elezioni e un lutto misterioso.
Tra Giovinezza e Luce al Duce, note stonate e qualche piccolo dissidente, la narrazione si avvia al dunque, verso un finale che tale non è, l’eco delle note rimane infatti sospeso nell’aria, forse a far da ultimo accompagnamento a quel misterioso cappello che affonda nel lago, spettatore inerme dell’Italietta un po’ macchiettistica che Vitali ancora una volta ci regala.

Andrea Vitali, Almeno il cappello, Garzanti 2009
Giudizio: 3 / 5 – Pantofolaio

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I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
Benedetto XVI, “Luce del mondo. Il papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald”, Editrice Vaticana 2010
Alberto Angela, “Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta “, Mondadori 2010
Allen Carr- “È facile smettere di fumare se sai come farlo”, EWI, 2004

I LIBRI CONSIGLIATI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
IL ROMANZO: Juan Villoro, “Libro selvaggio”, Salani 2010
Ci sono libri con una forte personalità. Libri che si scelgono i lettori, e non viceversa. E libri che rifiutano di farsi leggere. Juan, quattordici anni, trascorre le vacanze dallo zio Tito, il bibliofilo più pazzo del mondo. Nel labirinto della sua biblioteca Juan scopre che i libri hanno una vita propria. Alcuni addirittura cambiano contenuto a seconda di chi li legge. Altri, invece, si nascondono. Come “II libro selvaggio”, che si lascerà leggere da una sola persona, da un lettore speciale. Perché leggere è un atto creativo. I libri sono magici. I libri sono vivi. E sono tutti diversi, come noi. “L’abilità di narratore di Villoro è al servizio di un sorprendente romanzo di avventura e intrighi che ha per protagonisti dei personaggi insoliti: libri ‘vivi’, dotati di poteri eccezionali e capaci di cambiare la vita delle persone.”

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Andrea Camilleri – Carlo Lucarelli, “Acqua in bocca”, Minimum fax 2010
IL SAGGIO: Giorgio Meletti, “Nel paese dei Moratti”, Chiarelettere 2010
IL CLASSICO: Alvaro Mutis, “Maqroll il gabbiere”, Einaudi 1993

FINALMENTE SCEGLIERAI… RICORDO DI FABRIZIO DE ANDRE’
Guido Harari (a cura di), “Fabrizio De Andrè. Una goccia di splendore. Un’ autobiografia per parole e immagini”, Rizzoli 2007
Sergio Algozzino, “Ballata per Fabrizio De Andrè”, Becco Giallo 2008
Paolo Ghezzi, “Il vangelo secondo De André. «Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria»”, Ancora 2006

Voci precedenti più vecchie

Macondo – La città dei libri

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