Macondo, 22 ottobre 2011

Stato Quotidiano

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Un giorno di maggio. A Capaci ∞
di Piero Ferrante

“Non si può chiedere a un alpinista perché lo fa. Lo fa e basta”. Erano queste le parole usate da Giovanni Falcone per spiegare la sua dedizione alla causa dell’antimafia. Una dedizione dolorosa, quasi una militanza, che gli regalò in cambio anni da protetto, nella bambagia della scorta che si fa controllo, si fa cappa, si fa oppressione. Eppure, il Falcone uomo, cessato d’essere in un giorno di maggio del 1992, amava la vita almeno nella stessa misura in cui il Falcone giudice amava la causa della giustizia. Il mare di Sicilia, il pacchetto dei Toscani, l’amore per i libri e per Francesca (Morvillo, che sposa in seconde nozze del 1986 e che, con il giudice, cadrà per mano di Cosa Nostra) s’intersecavano ineluttabilmente con le inchieste, con le confessioni di Tommaso Buscetta, con le pubbliche aggressioni di Leoluca Orlando e Totò Cuffaro. Oggi, 19 anni dopo, quell’inestricabile combinazione d’eventi esce dalla storia per riassumersi in una graphic novel. Autore, Giacomo Bendotti (27enne sceneggiatore benedetto dal dono del cantastorie). Un lavoro veloce ma per nulla distratto, rigoroso ma non per questo scevro di emotività, intriso della forza propria dei sogni eretti ed infranti. Diretto, come certi pugni. Come quei cazzotti nello stomaco che t’aspetti ma che, ogni volta, mozzano il respiro giusto quell’attimo da annientare la ragione del mondo d’intorno. Essenziale e disadorno. Un lavoro così puro che non abbisogna di fronzoli. E lo capisci subito, da quel titolo che non è un titolo, ma una carta d’identità: “Giovanni Falcone”. Non serve aggiungere altro agli editori della Becco Giallo, sempre in prima linea in fatto di memoria civile. Basta questo per narrare quel che serve narrare. Bastano poche lettere per trasformare un ‘fumetto’ qualsiasi nella storia recente di una Nazione.

Una storia da cui non scampano amici e detrattori. Che furono di Falcone e che saranno di Paolo Borsellino. E, man mano che la si legge, nei tratti sicuri tracciati da Bendotti, si torna indietro, fino a quei giorni vissuti in compagnia di deflagrazioni e di sirene, pezzetti immediatamente percebili di una strategia sotterranea che doveva condurre Stato e mafia a divenire compari, compagni di banco, amici di merenda. Quell’epoca che ha segnato ineluttabilmente il volto di almeno due generazioni di cittadini, seppellito la Prima Repubblica sotto quintali di tritolo e sfregiato definitivamente il volto di un Paese, dal 1992 non sarà più lo stesso. Addirittura, non sarà più se stesso. Intimorito, frastornato, rincintrullito da quei rumori forti, dall’estetica della morte dei morti ammazzati, da immagini che sono immagini di guerra, con tanto di bombe, di stragi, azzeramento dei diritti umani. Una guerra che non è stata dichiarata ma che i suoi morti li ha già lasciati sul campo (1983, Rocco Chinnici; 1985, Nino Cassarà; 1990, Giovanni Bonsignore).

Eppure saranno Capaci e Via D’Amelio i punti di non ritorno. Saranno Capaci e Via D’Amelio, a tramutare lo strazio in indignazione e l’indignazione in sdegno. La scena finale della novel, che è la scena finale di una vita, è anche la scena finale di un’Italia che si credeva al riparo, immmune dai suoi vizi. L’ultimo fotogramma di Bendotti rappresenta la deflorazione subita dall’Italia da parte del male. Più di Portella della Ginestra, più del massacro di Reggio Emilia, più di Ustica e della stazione di Bologna, è a Capaci, in quell’ultimo fotogramma raffigurato dall’alto, che si legge l’intera biografia del nostro popolo, il cui verrà di lì a poco a Palermo.

“La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione, e avrà quindi anche una fine”, disse Falcone mentre conduceva un processo (‘il maxiprocesso’) che portò sul banco degli imputati 475 persone, 207 detenuti, 25 collaboratori di giustizia; che trasse 450 capi d’imputazione (90 omicidi) infliggendo 342 condanne, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere e multe per oltre 11 miliardi di lire. La sua morte ha potuto rallentare i lavori, ma non li ha più fermati, come non ha soppresso la Procura Nazionale da lui stesso voluta. Falcone è stato lo scoppio del motore, il suo sangue, l’olio degli ingranaggi. La macchina della Storia cammina grazie a questo.

Giacomo Bendotti, “Giovanni Falcone”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Fratelli d’Italia
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∞ Storia di uno spocchioso ∞
di Roberta Paraggio

Non è facile creare personaggi letterari che suscitano antipatia dal primo rigo, leggendo ci si ferma, si indugia, si cerca l’empatia, ma in questo caso l’operazione risulta piuttosto complessa. Fabrizio Garrone, protagonista di “Il diavolo alle calcagna” (Nottetempo 2011) è uno scrittore in crisi folgorato da un gingle pubblicitario più che mai stolto. Fuori dal giro dei premi letterari, lontano ormai dai party, escluso dalla cerchia degli emergenti radical chic di cui ha fatto parte per anni, è un uomo solo, vedovo di Daniela, donna austera, studiosa di letteratura e tremendamente spocchiosa anch’essa.

Cerca qualcosa senza sapere cosa sia, nelle notti insonni condite dal tubo catodico si rigira in solitudine pensando alla sua vita soddisfacente ma ancora vuota.
Vuole di più, vuole diventare bello, snello, come il ragazzo della pubblicità, si affida ad uno psichiatra sui generis che lo riempie di pillole per raggiungere una soddisfazione fasulla fatta di magrezza, addominali a tartaruga su un corpo che non vuole diventare testuggine molliccia. Il protagonista di questo romanzo fa paura per la sua vacuità, per il desiderio sfrenato di correre di pari passo ad un tempo che vuole tagliarlo fuori, un insano bisogno di gioventù, una decadenza di valori sostituita da bisogni edonistici.

Non fa sorridere, non è simpatico, non ama neanche più i suoi cani, non si cura più degli amici, tutta la sua esistenza è protesa alla corsa, la sua autostima si misura a colpi di specchio e party pieni di sgallettate. Francesca Duranti è spietata, non indulge un attimo sulla decomposizione morale del suo protagonista, non gli lascia tregua né dignità, lo descrive con acutezza, asserragliato da quel diavolo furioso del titolo che gli mette il fiatone, mentre corre una vita che sempre meno coscientemente gli appartiene. Snocciola i suoi pensieri invasati, una voglia di rivalsa da un’esistenza che in fin dei conti gli ha dato tutto, soldi, successo, una casa rifugio a New York. L’insoddisfazione monta, ma non si capisce da dove proviene, il protagonista non lo spiega, la sua creatrice nemmeno, cosa può desiderare? Ha bisogno di vincere senza gareggiare, di trovare una preda facile.La sua sete di conferme si materializza in Samantha, poetessa aspirante velina dal cervello poco reattivo, bella e cretina, come le donne che di solito rifuggiva, ma che adesso gli serve, per soddisfare ancora una volta, forse l’ultima, la sua vanità.
Quando scoprirà che in realtà Samantha con la h, non è sciocca come pensava, la sua vanità ferita gli farà progettare addirittura l’impossibile, la vendetta più atroce, il delitto perfetto, si ingegna, progetta, aguzza un ingegno sopito sotto i muscoli. Ma,fortunatamente la sua mente ha un guizzo, torna con i piedi per terra, non sacrificherà una vittima alla sua vanità, resterà ancora solo, ma stavolta, con lentezza.

Francesca Duranti “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – la tragedia di un uomo antipatico
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∞ Il tè è servito, Milady! ∞
di Angela Catrani

In Inghilterra piove sempre, si sa. In Inghilterra piove e fa freddo per svariati mesi l’anno: anche questo luogo comune fa parte dell’immaginario collettivo, di tutta quella serie di memorie che ci portiamo dietro come bagaglio culturale da un luogo più o meno reale all’altro. E dunque le bevande calde a metà pomeriggio svolgono funzione sociale e fisica allo stesso tempo. Il rito del tè, sconosciuto nella calda e soleggiata Italia, coinvolge tutta la famiglia e gli eventuali, insopportabili, indesiderati, e obbligatori ospiti. Appunto, i visitatori, questa piaga sociale tipicamente inglese, questi vicini che si fanno scrupolo di andare a informarsi della salute di amici e parenti sobbarcandosi lunghi viaggi fangosi da una contea all’altra, spesso a piedi, capitando, guarda caso, proprio nell’ora del confortevole tè. Come sottrarvisi? Le lady inglesi sono delle vere esperte nell’arte della simulazione, ma altrettanto capaci di scovare i padroni di casa anche negli angoli più nascosti delle immense e mal riscaldate ville.

Il “Diario di una lady di provincia”, di E.M. Delafield, scritto agli inizi degli anni Trenta, racconta di vicini noiosi e logorroici, di bambini pestiferi che vengono educati in collegio e mal sopportati durante le vacanze, ci diverte immensamente con le cronache di pranzi e balli, dove gli argomenti di conversazione vertevano dalla caccia alla volpe alla coltivazione degli ortaggi, ci fa sorridere con la descrizione di mal riusciti tentativi botanici, ci fa rabbrividire al pensiero della tristissima cucina inglese, dove la novità massima era rappresentata dalle carote bollite al posto delle solite patate, e infine ci commuove nel racconto dei rapporti tra moglie e marito, la moglie lamentosa e il marito burbero e laconico, ma poi pronto a ergersi a paladino di fronte alle fobie della consorte.

E infine, il rapporto che questa signora ha con i domestici è addirittura esilarante. Se si ha memoria di altre letture inglesi, una tra tutti il meraviglioso “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, non ci si meraviglierà poi troppo di quel rapporto teso tra distanza e intimità, tra sopportazione e insoddisfazione che si crea tra un domestico e il suo datore di lavoro. Ma in questo romanzo c’è una cuoca brontolona e insopportabile, serrata nelle sue cucine su cui sovrintende con dispotica autorità. “La cuoca borbotta che a meno che non si trovi un valido aiuto, è impossibile sbrigare tutto il lavoro in cucina. Trovo che la affermazione sia assurda, ci mancherebbe solo questa spesa superflua. E so anche che in questo periodo dell’anno è impossibile trovare aiuti di sorta. Molto bene, vedrò cosa posso fare, rispondo, e io stessa sono disgustata dalla mia ipocrisia. È proprio vero che i domestici ci riducono a un branco di codardi”.

La cuoca cucina in modo ripetitivo e approssimativo, ma non ci si può lamentare, pena il licenziamento. Addirittura si finisce tutto quello che c’è nel piatto, e non per una buona regola sociale ed economica, ma solo perché in questo modo si evitano le polemiche e infinite recriminazioni. “… per pranzo la cuoca mi fa portare dell’altra gelatina. La offro a Helen Wills (la gatta di casa), che ha un conato di vomito e si ritrae. Credo che questo sia un motivo più che valido per rimandarla in cucina intatta, ma se lo faccio la cuoca si licenzierà di sicuro e questo proprio non posso permetterlo”.

La protagonista è una signora ancora giovane, madre di due bambini, inguaribile ottimista, gentile, ironica, accomodante e spendacciona. La cronica mancanza di soldi, la maniera di procurarseli tramite espedienti vari e la tentazione di spenderne sempre e comunque è la caratteristica di altre eroine della letteratura inglese di tutti i tempi, da Jane Austen in avanti, un vero modus vivendi per queste ladies di provincia, costrette tra svariati balli e pranzi a non potersi presentare con il medesimo vestito per più di due volte.

La sottile ironia che permea tutto il romanzo lo rende lettura gradevolissima, agevolata dalla ottima traduzione di Monica Pareschi, che sa rendere il linguaggio colto ma spontaneo della upper class britannica in maniera davvero convincente. Si può trovare molto più ironia nelle situazioni normali e nella quotidianità di una famiglia che non in mirabolanti e assurde vicende costruite ad arte.

E.M. Delafield, Diario di una lady di provincia, Neri Pozza editore, 2010
Giudizio: 4 / 5 – ironicamente realistico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Elena Ferrante, “L’amore molesto”, E/o 2011 (nuova ristampa)
IL SAGGIO: Giulio Di Luzio, “Sporchi, brutti e cattivi”, Ediesse 2011
IL CLASSICO: Jonathan Swift, “I viaggi di Gulliver”, q.e.

LA VIOLENZA: SOLUZIONE O PROBLEMA?
Veronique Le Goaziou- Laurent Mucchielli, “I giovani e la violenza. Una questione aperta”, Clueb 2010
Isabel Sommier, “La violenza rivoluzionaria. Le esperienze di lotta armata in Francia, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti”, DeriveApprodi 2009
Hannah Arendt, “Sulla violenza”, Guanda 2008

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (ibs.it)
1. Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”, Newton e Compton 2011
2. Fabio Volo, “Le prime luci del mattino”, Mondadori 2011
3. Walter Isaacson, “Steve Jobs”, Mondadori 2011

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

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Macondo, 15 ottobre 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Demonicamente, Twain ∞
di Piero Ferrante

Henry Nash Smith, curatore della versione originale di Letters from the Earth, definì questo lavoro di Mark Twain, “doppiamente postumo”. Innanzitutto, perché, la pubblicazione successe di oltre mezzo secolo la morte del suo creatore, visto che Twain scomprave nel 1910 e l’opera venne edita soltanto nel 1962. In secondo luogo, perché dovette vincere le resistenze dell’unica erede del padre nobile della letteratura americana contemporanea, sua figlia Clara Clemens (i suoi quattro fratelli erano tutti deceduti prima della morte dello scrittore), combattuta tra la necessità della conoscenza e l’opportunità di scalfire l’immagine del padre. Dubbio più che comprensibile. In un ipotetica scala valoriale-letteraria, le undici epistole che compongono il libercolo, l’ultimo, di Twain, si trova esattamente agli antipodi in quanto a contenuti, ideali e plot rispetto all’innocuo Le avventure di Tom Sawyer. Quello è divertimento e spensieratezza, questo è filosofia, morale.

Ma Twain, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è Tom Sawyer. La sua narrativa è racchiusa nelle marachelle di quel guappo vagabondo. Biforcare i destini del creatore e della creatura significherebbe mortificare generazioni di rigorosi cristiani che hanno fatto delle adventures del ragazzetto motivo pedagogico, formativo. Addirittura, un modello da seguire, per quello spirito d’indipendenza che, nei suoi estremi di ribellione, riesce sempre a ricondursi a ragione. Che è ordine. La pubblicazione della bozza definitiva delle Lettere, pronta nel 1939, se pubblicata seduta stante, sarebbe rutilata rovinosamente su un intero sistema. Avrebbe posto di fronte agli Stati Uniti un mondo diverso, fatto di dissidenza e poca obbedienza, dove un elemento ribelle, una scheggia impazzita s’arroga il siritto di critica rispetto allo status quo.

E’ il 1939, nel mondo sta per scoppiare la guerra e gli Usa provano a riorganizzarsi dopo la peggior crisi economica nella storia del giovane capitalismo. Perciò, bisogna andare avanti credendo nei giusti idoli. Che sono silenziosi, non alzano troppo il capo, non soffrono d’isteria. Finisce così che le Lettere sono accantonate in un cantuccio. E anche in Italia ci arriveranno solo nel 1962, oggi recuperate grazie al prezioso lavoro di recupero della Casa editrice Piano B, titolare di una collana punzecchiante chiamata ‘la mala parte’. Il carico esplosivo restituito, cent’anni dopo la redazione da parte del narratore di Florida, resta immutato. Twain veste i pannni dell’Arcangelo Satana, cacciato via dal paradiso dalle bizze un Dio altero e presuntoso, per nulla disposto ad ammettere che si critichi il proprio creato. Per punizione, viene esiliato in Terra. Dove osserva, medita, legge. E comunica le sue impressioni agli altri arcangeli. Le sue parole, di Satana e di Twain, sono stracolme di potenziale destabilizzante. In dubbio c’è non solo la Sacra Scrittura, come parrebbe ad un’analisi apparente, ma tutto un universo morale fondato sulla religione cristiana. Satana smonta dalle fondamenta i fondamenti della storia dell’Ebraismo, deride le leggende del Vecchio Testamento, destruttura la narrazione biblica.

Con la stessa rabbia (ma forse con eccessiva ripetitività), le Lettere si fanno beffe del puritanesimo della castità e dell’Arca di Noé. Twain, forse conscio della fine vicina, incattivito dalla solitudine e dalla dimenticanza, rinchiuso nel suo pensare sarcastico e filosofeggiante, riflessivo ma spregiudicato, non usa filtri. Parla dell’Uomo e parla di Dio senza porli su piani diversi, ma come interconnessi da un rapporto di potere, il servo ed il padrone, il dominato ed il dominante, l’esecutore ed il teorizzatore. Descrive con minuzia le contraddizioni di questo rapporto, le studia, le forza. Presta la sua mano, non casualmente prorpio all’Arcangelo del male, l’unico che non abbia soggiaciuto a queste condizioni. Non lo fa per vacua mission demoniaca, né per un’avventata redenzione all’incontrario, ma perché, in Satana, si riassume il simbolo del pensiero ramingo, eremita, emarginato. Con cui condivide quasi tutti, insofferenza compresa.

Mark Twain, “Lettere dalla Terra”, Piano B 2011
Giudizio: 3 / 5 – Indignado
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∞ Il grembo della follia ∞
di Roberta Paraggio

Maddalenina la matta è brutta come un dolore, è repellente come può essere solo ciò che non si osa guardare, ciò e non chi, perché lei è oggetto, di scherno, di disprezzo e di poca e benpensante compassione. E’ atroce come il senso di colpa di chi per tutta la vita l’ha scacciata via dalla propria meschina visuale, dalla propria serenità formato paesello, è terribile come il rimorso per una carezza non fatta, per una buona parola non detta che resta conficcata in gola, nell’inutile duello tra l’intenzione e la noncuranza.

Maddalenina puzza perché ha deciso di non lavarsi più, da quando, la sua fortunata vicina Amalia Coghe, ha espulso un anello dall’intestino. Quel gioiello lo vuole anche lei, e, impazientemente ogni mattina fruga tra la sua cacca. Ma, la cosa che desidera di più è una creatura da accudire, un figlio tutto suo e dei suoi mariti immaginari, tre ignari uomini del paese di cui si innamora perdutamente, col candore e l’ingenuità dei matti.

“Mia figlia follia”, romanzo della sarda Savina Dolores Massa, è un itinerario nella mente di una donna sconnessa che ha attraversato tutte le fasi della sua vita senza assaporare l’amaro del male. Non se n’è accorta Maddalenina dei silenzi carichi di vergogna, non ricorda di suo padre arso vivo, non può sapere del grembo di sua madre sbattuto in ogni spigolo con violenza, con la speranza che lei non nascesse. Allora era li, in un liquido amniotico che non è voluto diventare fiele, guardava il mondo da quel posto silenzioso, e, nel silenzio è cresciuta, con desideri che non sapevano andare al di là dell’orizzonte visibile dalla propria finestrina.

Sola al mondo, cammina per le strade mentre gli altri cambiano direzione per non incrociarla. Eppure, ha da offrire centrini fatti all’uncinetto e un sorriso perfetto, ha dei bei denti e sorride, racconta dei suoi amori a Maria Carta, guaritrice del paese sua unica e forse immaginaria interlocutrice. Proprio in questi dialoghi sta la forza del racconto, Savina Dolores Massa riporta un’immagine cruda, muta, scabra, un bianco e nero sgranato e povero, in cui solo il disincanto di Maddalenina porta un taglio di luce, un sorriso sghembo. Mentre il giorno del grande evento si avvicina e il suo corpo sbilenco si ingrossa, il racconto segue il corso degli eventi, l’andirivieni tra passato e presente si annebbia, fino alla fine Maddalenina pensa di avere in grembo il figlio del suo amore immaginario, gli parla, fa progetti. Con il suo fiocco consunto tra i capelli, realizza scarpine di ogni colore, sogna la vita a spasso per il paese al braccio dei suoi tre uomini, aspetta un riscatto sociale che non avrà mai luogo.

Maddalenina, infatti, porta in grembo solo follia, la sua unica compagna e creatura possibile, un male oscuro che le mangerà il corpo folle. Non darà alla luce nulla, se ne andrà sola e silente, sotto il fico secco di Maria Carta la troveranno seduta, le braccia in grembo, a cullare un sogno che non si è realizzato.

Savina Dolores Massa, “Mia figlia follia”, Il Maestrale 2011
Giudizio: 3 / 5 – Amaro
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∞ Forrest Gump, a cent’anni ∞
di Angela Catrani

Allan Karlsson, svedese, ha appena compiuto cent’anni, ma non ha alcuna intenzione di sorbirsi i festeggiamenti della casa di riposo, i discorsi ufficiali e le pacche sulle spalle senza poter annaffiare il tutto con un grog, o una acquavite, una vodka, o un liquore qualsiasi, insomma. Perché la famigerata direttrice dell’istituto ha occhi svelti e trova alcol di contrabbando in ogni dove. Per cui Allan decide di fuggire: scavalca con qualche difficoltà, data la veneranda età, la finestra e si avvia con passo incerto verso il centro cittadino.

Da questa sua repentina presa di posizione si scatena una vicenda surreale, un circo in cui non mancano elefanti e clown, una girandola di malviventi, ex poliziotti, ergastolani, ma anche brave persone che si lasciano trascinare in questa assurda avventura. Nei suoi primi cento anni Karlsson è stato un po’ come Forrest Gump, un po’ come il prezzemolo, sempre nel mezzo della Storia, tra presidenti di tutti gli Stati, primi ministri, dittatori, scienziati, agenti segreti, diplomatici e via dicendo, ricavandone una esperienza di vita davvero esemplare, necessaria per impartire consigli ai giovanotti che lo accompagnano in questa che potrebbe essere la sua ultima avventura.

Naturalmente, un libro così, oltre ad avere una copertina attraente, deve essere dotato di una quarta di copertina accattivante, che riporti commenti strabilianti su come questo sia il libro più divertente del secolo o giù di lì. Ma gli svedesi hanno uno strano modo di concepire l’ironia. Se non sei completamente fuori di testa e completamente fuori dalla Svezia, per esempio, non ti potrai né saprai davvero divertirti. E, d’altro canto, per essere ilare e felice, il tutto dovrà essere annaffiato da litri e litri di superalcolici. Per non parlare dello strano modo di affrontare i problemi, senza mai farsene soverchiare, ma ponendosi obiettivi brevi e fattibili, fosse anche quello di affrontare le montagne dell’Himalaya.

Un libro simpatico, senza alcun spessore, con qualche notarella di storia qua e là, molta fantasia, un quadro surreale, insomma, con elefanti che viaggiano in pullman, il fratello scemo di Albert Einstein come coprotagonista, tantissimo esplosivo, e un assurdo vecchietto che la Morte si è dimenticata di venire a prendere. Ogni tanto fa bene prendersi qualche ora di respiro e leggere per svagarsi, non dico di no. Però poi ti vengono in mente i veri libri ironici e questo ti serve per scaldarti la cena, insomma.

Jonas Jonasson, “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, Bompiani 2011
Giudizio: 2 / 5
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: AA. VV, “Don Camillo a fumetti”, ReNoir 2011
IL SAGGIO: Sandro Clementi, “Le virtù del terrorismo”, Coniglio editore 2011
IL CLASSICO: Agatha Christie, “Intrigo alle Baleari”, q.e.

SEI ANNI DOPO, CON LOCRI, PER RICORDARE FORTUGNO (16 OTTOBRE 2005)
Oriana Boldrin, “Siamo tutti mafiosi? I giovani incontrano la mafia”, Anordest 2010
Giuseppe Fava, “Riflessioni sulla morte, sulla vita e sul pensiero dell’onorevole Franco Fortugno”, Equilibri 2008
Antonio Condò, “La rivolta del megafono. Soffia il vento della speranza nella ribellione dei ragazzi di Locri dopo l’omicidio di Franco Fortugno”, FPE-Franco Pancallo Editore 2006

I LIBRI PIU’ VENDUTI IN ITALIA DELLA SETTIMANA (lettura.it)
1. Paulo Coelho, “Aleph”, Bompiani 2011
2. Erri De Luca, “I pesci non chiudono gli occhi”, Feltrinelli 2011
3. Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”, Newton Compton 2011

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La Massaia pazza, 22 settembre 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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PIOVE! L’autunno è entrato a Casa Massaia all’improvviso, cambiano i colori e le temperature, e un po’ di malinconia si affaccia nelle nostre cucine. Io conosco un rimedio che funziona sempre…l’impasto! Cosa c’è di meglio di una bella infarinata alle mani per scacciar via la tristezza?

RICETTA DELLA SETTIMANA
CAVATELLI DELLA MASSAIA

Mmh. Ecco il risultato del nostro impastare... (St)

Ingredienti: 450gr di farina 00, 50 gr di farina di semola, acqua tiepida q.b., 1 pizzico di sale fino
Disponete la farina a fontana sul piano di lavoro. Aggiungete al centro un pizzico di sale e dell’acqua tiepida. Impastate per 10 minuti, fin tanto che non otterrete un composto liscio ed omogeneo. Lacsiate riposare per 15 minuti. Formate dei salsicciotti e tagliate dei cilindretti che dovrete schiacciare con due dita per dargli la tipica forma dei cavatelli. Lasciate asciugare su un panno di cotone, poi cuocete in acqua bollente e salata fino a quando verranno a galla. Scolateli e conditeli a piacere, con un bel sugo semplice di pomodoro e basilico sono il massimo che c’è!
Buon impasto!

Era una sorpresa per il Signor Massaio, un piccolo pensierino fatto da me…ma eccolo in anteprima per voi…ovviamente riciclato da un’agenda dalla triste e anonima copertina…

L’AGENDA ANTI- MALINCONIA

Bello, ma come si fa?

Gattagenda 2011-2012 ricavata da una del 2010 (St)

Occorrente: Un’agendina triste (meglio se vecchia, di anni passati, sgualcita: insomma, il prototipo della classica agendina apparentemente inservibile e pronta ad essere gettata via), carta da regalo o da decoupage, colla vinilica, lucido di finitura.
Prendete l’agendina e guardatela per l’ultima volta; senza pietà…ricopritela di acqua e colla vinilica aiutandovi con un pennello piatto. Incollate la carta e fate attenzione alle grinze, se proprio non siete esperti, niente paura, una volta asciutta potete passarvi il ferro da stiro. La temperatura, mi raccomando, dovrà essere appena tiepida, non rovente altrimenti rischiate (rischiate?!?) di squagliare carta, colla e copertina. Infine, una volta che vi sarete appurate del fatto che sia asciutta, spennellatela con il lucido di finitura e lasciatela asciugare ancora per bene. Inutile dirvi che questo metodo può essere adoperato anche dalle mamme per evitare di gettar via soldi inutiliin diari dei bimbi. Mettendo al bando pupazzi violenti e robot guerrafondai, regalerete ai vostri figli un pizzico di sostenibilità e tanto, tanto colore e alla vostra città un tocco di rispetto.
Buon lavoro!

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: AA. VV. Cucina tradizionale. La pasta, Cigra 2003

Per consigli, varianti o suggerimenti, scrivete a: macondolibri@gmail.com

Macondo, 17 settembre 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Appunti italiani ∞
di Piero Ferrante

Tina Anselmi è un monumento non consunto della democrazia tricolore. Staffetta (a 19 anni) della Brigata autonoma Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario della libertà del Veneto, democristiana sociale, prima donna Ministro (al Lavoro), mai una voce su di lei, mai un bizzarro evento, mai un condizionamento. Rigore morale ma mai moralista, randellatrice del suo e dell’altrui. Giusta, Tina Anselmi, ancora adesso che, ad 84 anni suonati, la lucidità gli pone innanzi sceneggiati da seconda serata. Unti e bisunti cartocci di prodotti appiccicaticci: la P3, la P4 e chissà quante altre propagande. All’amica di una vita, Anna Vinci, ha affidato i suoi diari. Che in realtà non sono diari. Piuttosto carte, veri e propri appunti, raccolti nel tempo in cui ha occupato la Presidenza della Commissione d’Inchiesta sulla P2 (1981-1984). Stracci di politica, di vita, di affari. Panorami di un’Italia che c’è ancora, immutata, con gli stessi nomi e gli stessi moduli operativi.

Leggere “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi” (prezioso lavoro di recupero timbrato Chiarelettere e firmato dalla Vinci), ovvero le due copertine che racchiudono queste carte, è pratica inquietante. È un’esperienza quanto più prossima possibile alla lettura di “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini. In definitiva, dal punto di vista meramente storico, il testo non aggiunge nulla di nuovo. Conferma solo (si fa per dire) le sensazioni di penetrante fragilità di uno Stato nelle mani di poteri invisibili ad occhio nudo, piccoli come eserciti di soldatini di piombo ma devastanti come le Armate di Timur lo zoppo. Legioni che ridono delle muraglie, che regalano la normalità a villaggi su cui vigilano con certosino interesse e patriarcale libertà. Conferma, una volta di più, che “basta una sola parola che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio”. E che Dio abbia in gloria l’Italia per l’attualità di questa profezia.

Il libro regala uno spaccato di pressioni, condizionamenti, esperimenti d’onnipotenza. L’Anselmi annota la carrellata di nomi che le sfilano di fronte. Nelle loro versioni rintraccia contraddizioni e verità. Coglie, soprattutto, i tic isterici di una giustizia turbata. È come se, pur chiamata ad indagare, fosse già conscia della gattopardesca essenza della sua Commissione. Non un organo inquirente, ma un puntello di una Repubblica allo sbando. A tratti, addirittura una copertura, una legittimazione, un’affermazione di tutto quanto rappresentato dal Venerabile Gelli ed i venerabilini suoi sottoposti. Eppure, con rigorosa dovizia, ricopre una mansione che la porrà dirimpetto allo sfacelo della sua formazione partitica, quella Democrazia Cristiana sempre meno democratica e men che meno conforme agli insegnamenti evangelici.

Nelle carte di Tina Anselmi dimora tutta l’Italia avvenire. Quella del controllo mediatico delle menti, quella delle banche padroni, quelle dell’affaristica privata tramutata in affaristica di Stato. In tal senso, le sue carte si tramutano in epitaffio, un’indicazione miliare per imboccare la complanare e tornare indietro. Lei stessa, diventando donna, persona, esistenza, lo urla: “Fate presto a pubblicare i miei appunti, dopo, anche solo qualche giorno dopo, sarà troppo tardi”. E questa sua ragione ha dovuto fare i conti con gli interessi superiori, con gli ordini dall’alto, con la sozzura di mani che nessuna svolta epocale ha ancora pulito (malgrado le promesse contenute nei titoli roboanti delle inchieste giudiziarie). Tanto che ancora nel 2004, la Presidenza del Consiglio (oggi come allora nelle mani del tesserato P2 numero 1816), dette alle stampe, sotto l’egida dell’allora Ministra alle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, tre volumi intitolati “Italiane”, in uno dei quali (l’ultimo) la Anselmi diventa figura sovversiva, a tratti robespierriana: “La presidenza della commissione d’inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982 – si legge – cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l’istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano”. Quel che sarebbe dovuto essere un ritratto imparziali si tramutò in scarabocchio volontario, un’opera di Delacroix. Quello scritto, si concludeva così: “Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi’s List infatti cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi”.

E come una strega, sul rogo ce l’hanno messa l’Anselmi. Senza, però, riuscire ad arderla.
Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
Giudizio: 4 / 5 – Operazione verità

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∞ La vittoria delle rosse ∞
di Roberta Paraggio

La Vergine della pioggia ondeggia nell’aria mentre fa ritorno al suo santuario sul mare. Una folla di beghine in gramaglie nere e scapolari splendenti prega a mani giunte, invoca la salvatrice e il dittatore, si genuflette prontamente al suo passaggio, dimentica dei dolori d’ossa e dell’umidità, della miseria con la quale convive gomito a gomito, dente stretto a dente stretto.

E’ il 1937, la guerra civile spagnola è finita. Franco ha vinto e con lui il sopruso e la violenza, tra le macerie non più fumanti, tra il temporale e la pretaglia che sa di naftalina, camminano a testa alta tre donne e una bambina. Sono le rosse della famiglia Vega, Letrita e le sue figlie Maria Luisa, Feda e Alegria che tiene per mano la piccola Merceditas, protagoniste di Un lungo silenzio, secondo romanzo di Angeles Caso, edito da Marcos y Marcos.

Nonne, madri, figlie, raccontate da una donna in questo romanzo corale ma non chiassoso, variopinto ma privo di sbavature di colore, dove la remissività femminile dopo la sconfitta è solo illusione, come la calma del mare al passaggio della Madonna, è una pausa, uno sguardo di sbieco alle ferite della guerra, a una realtà che serpeggia silenziosa e non lascia eco. Non hanno perso queste donne, e non perderanno. Letrita ha tratto in salvo la sua famiglia da una probabile e tragica fine, fucilazione e malvessazioni di ogni sorta. Maria Luisa era una maestra, è stata costretta rinunciare al lavoro per le sue idee, suo marito, un violinista sensibile e rivoluzionario è ancora in prigione. Feda crede all’amore di Simòn e sospira, sembra l’unica a non essere intaccata dalla barbarie. Alegrìa finalmente è vedova e libera dagli incubi, stringe forte a sé Merceditas a cui la guerra è sembrato un gioco assurdo degli adulti.

Unite e combattive sono tornate a Castrollano, ora che forse non bisogna più fuggire ma ricostruire, dal nulla ma con molto, con la forza degli ideali mai traditi, quelli di una rivoluzione ancora possibile, di un mostro da combattere con la miseria dei giorni incollati alla schiena, sono pronte a scacciare il vento della nostalgia, la spirale della maldicenza, l’ondeggiare sbilenco della sorte. Con un’ostinazione che è tutta femminile, con la forza di chi conosce la giustezza delle proprie idee, portando con sé la vittoria più grande, quella di essere donne sempre e ancora pronte a lottare.

Angeles Caso, “Un lungo silenzio”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3 / 5 – Femminile plurale

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∞ Ben arrivato Adamsberg! ∞
di Angela Catrani

Quando arriva in un ufficio un nuovo capo, preceduto per di più da una fama discussa ma inequivocabile; quando arriva questo nuovo capo e chissà perché lo si immagina alto, bellissimo, dal fascino misterioso; quando la curiosità e il timore tracimano nell’ansia e nel nervosismo, ebbene ecco che arriva Adamsberg, il commissario più scombinato di tutta Parigi e dintorni. Non alto, al limite dell’uno e settanta necessario per entrare nei corpi di polizia, non bello, con una faccia mobile e diseguale che chissà perché le donne si ostinano a trovare affascinante, non brillante, di una lentezza esasperante nel parlare, nel capire, nel muoversi, disordinato, caotico, ritardatario. Eppure Adamsberg è quello che si dice un brillante poliziotto, capace di scovare assassini negli angoli più bui della mente umana.

Leggere Fred Vargas e innamorarsi di Adamsberg è un tutt’uno. Dalla mente eccentrica e geniale di questa misteriosa scrittrice francese dallo pseudonimo maschile ma dalla scrittura squisitamente femminile nascono personaggi belli, interessanti, che vorresti avere per amici. Perché Adamsberg non è solo un poliziotto, è anche un filosofo, un osservatore attento della realtà e di se stesso, pronto a capire le proprie e le altrui debolezze, ma non a servirsene, capace di cedere la scena al suo vice Danglard, il prototipo del poliziotto geniale, intuitivo, organizzato.

Misteriosi cerchi azzurri fioriscono nella notte parigina attorno a oggetti anonimi, dimenticati sulla strada da padroni distratti: un pacchetto vuoto di sigarette, un pezzo di spago, uno stivale, un uomo assassinato. La vicenda è intricata, difficile, resa complicata da ingarbugliamenti sentimentali. Perché i cerchi azzurri? Sono fatti dallo stesso assassino? Chi c’è sulle strade notturne a spiare? Quando le vittime aumentano, l’ansia di Adamsberg cresce, si dilata nell’ufficio, coinvolge i suoi ispettori, l’opinione pubblica, il capo della polizia, e i lettori avidi.

I personaggi di Fred Vargas non sono mai “belli”: sono uomini e donne comuni, alti e bassi, grassi e magri, simpatici e odiosi, colti e ignoranti, ma sempre complessi, dalle più ampie sfaccettature, nervosi ma anche generosi, letterati e insieme triviali, ti sorprendono sempre. La loro conoscenza procede con l’avanzamento della storia, in una sorta di gioiosa scoperta dell’umano e del disumano. La Vargas non ha zone buie, la notte attraversa i suoi romanzi senza cupe oscurità malvagie, gli assassini non sono dei “mostri” assetati di sangue, ma per lo più persone miseramente condotte dall’invidia o dall’avidità, pietosamente accolte da Adamsberg, che le aiuta nella confessione con la sua voce esasperatamente lenta, armoniosa, dolce, che non lascia, però, alcuna via di scampo.

Fred Vargas, “L’uomo dei cerchi azzurri”, Einaudi 2007
Giudizio: 4 / 5 – Sorprendente
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Elvira Seminara, “Scusate la polvere”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Jean Paul Besset, “La scelta difficile. Come salvarsi dal progresso senza essere reazionari”, Dedalo 2007
IL CLASSICO: Luigi Maria Lombardi Satriani, “Il ponte di San Giacomo” q.e

“UN GIORNO ANCHE LA GUERRA SI INCHINERA’ AL SUONO DI UNA CHITARRA”. L’ULTIMO ASSOLO DI JIMI (18 SETTEMBRE 1970)
Enzo Gentile, “Jimi santo subito! Il mito Jimi Hendrix attraverso immagini, parole e musica”, Shake 2010
Mimmo Franzinelli, “Rock & servizi segreti. Musicisti sotto tiro: Da Pete Seeger a Jimi Hendrix a Fabrizio De André”, Bollati Boringhieri 2010
Michael Lang, “Woodstock”, Arcana 2009

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
2. Edoardo Nesi, “Storia della mia gente”, Einaudi 2011
3. Melissa Hill, “Regalo da Tiffany”, Newton 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
Anne-Lise Grobéty, “Il tempo delle parole sottovoce”, Bompiani 2002
di Maria Antonietta Parrella

Anne-Lise Grobéty

2008. Entro in una libreria di una piccola cittadina pugliese. Giro tra gli scaffali. Ad accompagnarmi c’è un classico brano blues di sottofondo. Forse Billie Holiday. Coperto da altri libri scopro questo breve romanzo edito dalla Bompiani (2002). Colpita da un titolo così suggestivo, lo acquisto. Lo leggo tutto ad un fiato. E’ così. Si lascia leggere. Affronta il tema di un’amicizia senza tempo tra due bambini e i rispettivi padri. Come sfondo quel buco nero della storia umana: la rabbia nazista contro gli ebrei. Il tutto viene vissuto e descritto attraverso gli occhi inconsapevoli del piccolo protagonista, costretto a rinunciare al suo migliore amico perché ebreo. Si possono trovare altri libri sul genere, un esempio può essere il Diario di Anna Frank studiato nelle scuole come manifesto di memoria collettiva. Ma in questo romanzo c’è qualcosa di più…“Nessun pericolo minacciava la nostra vita di bambini finché non venne il tempo delle parole sottovoce”. Era il tempo della Germania hitleriana quando a cambiare per prima fu la voce della gente, la sua intensità, l’intonazione. Quel tempo quando le parole si dividevano in due categorie: se urlate erano legittimate a disseminare dolore e quelle sussurrate (con discrezione) per non morire; quel tempo quando cominciò a comparire una strana bandiera, tradotta dall’ingenuità di un bambino come un “ragno nero con le gambe sciancate, che si arrampicava sul fondo rosso sangue”. Si tratta di un simbolo di morte che storicamente, ha rappresentato un’ideologia distruttiva, la stessa che gradualmente ma con violenza s’insinua nella vita dei personaggi.

Particolarmente significativi e funzionali alla storia sono i dialoghi tra Heinzi e Anton, padri dei rispettivi bambini, i quali riflettono sul valore di un’amicizia che li lega dall’infanzia e che, in un contesto sociale sempre più avverso, li mette alla prova.

Il bambino descrive ciò che accade intorno a lui, osserva una realtà che non comprende, riflette ma senza mai darsi una spiegazione soprattutto quando la situazione inizia a precipitare: il suo amico Oskar viene espulso dalla scuola solo perché ebreo e poco dopo allontanato con la sua famiglia dal quartiere. Perché tutto questo? In realtà a distanza di quasi 70 anni, risulta ancora difficile “spiegare” una politica criminale. A parer mio questa non è una necessità. Il verbo spiegare offre un significato, un qualcosa che diventa più chiaro. Ma in tutta questa storia di aberrazione umana, di chiaro e significativo non vi è nulla, se non il dolore di milioni di persone. Occorre invece raccontare, tramandare, invitare a riflettere (come ci insegna Primo Levi in “Se questo è un uomo”) dare voce a quelle parole sussurrate o mai pronunciate.


Analisi.
Attraverso una scrittura scorrevole ma al tempo stesso sofisticata ed intrisa di poesia, la Grobéty (deceduta del 2010) descrive, in meno di 80 pagine, la confusione e la paura di un cambiamento ma anche la voglia di combattere come rivela il padre del bambino ebreo “…la parola disperare ne contiene per intero un’altra: sperare!”. Il racconto sottolinea l’importanza sociale della parola che a seconda dell’uso che se fa, può diventare uno strumento di creazione, distruzione e (quello che più mi auguro) di speranza.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, 23 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ La Santa pedalata ∞
di Piero Ferrante

“Il Cammino di Santiago non è un posto difficile, per seguirlo occorre solo tempo e un po’ di volontà”. E, più concretamente, gambe buone ed un fedele accompagnatore. Come quello di Natalino Russo, ad esempio, partito alla volta della Galizia in compagnia della sua imprescindibile due ruote ed un carrettino da traino fai-da-te, il sollevamento dalle sue pene fisiche, il briciolo di rilassatezza per non finire schiacciato sotto il peso dello zaino.

Nella vita, Russo viaggia e scrive. Anzi, viaggia e poi ne scrive. Non è esattamente un giornalista. Piuttosto, una specie di voce narrante barra camminante a disposizione di varie riviste e testate. Durante uno di questi viaggi – una lunga luna di miele di sé con sé -, dieci tappe per dieci giorni di gestazione emotiva, è scaturito, ovvio e consequenziale, “Nel mezzo del cammino di Santiago”. Sottotitolo che è tutto un programma: “In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”. La casa Ediciclo l’ha chiesto, l’ha ottenuto, l’ha pubblicato.

Qualcosa a metà fra un manuale di viaggio (c’è un’appendice di utili informazioni su come viaggiare, dove dormire e dove informarsi per un viaggio in tranquillità) ed un diario di bordo, “Nel mezzo di cammino di Santiago” è un rintocco di suoni, una filastrocca di colori, un motivo di odori. E se Russo fa di tutto per esibire le sue emozioni, nello stesso tempo non si può dire che si batta strenuamente per non suscitare un rigurgito di gelosia. Pedalata dopo pedalata, con il sottofondo del frullare che riesce a sopraffare il caos urbano che attanaglia chi legge, sovrasta televisioni e cellulari, silenzia clacson ed urla vandaliche, si schiudono i panorami sterminati della meseta ed il verticistico splendore delle salite impervie.

Ogni tappa è un capitolo. Ogni capitolo, un inizio ed una fine. Ed ogni fine, la sottile barriera che sta in mezzo fra una notte di sonno ed una giornata di bicicletta. Le immagini, i paesaggi di quiete e pellegrini monopolizzano il testo, aprendo fronti inconsueti per le epoche di caos, fast food e tempi ristretti. Cellulari ed internet non meritano spazio, ridotte a menzioni en passant, giusto il tempo di ricordarne la vacuità nel corso del viaggio se non come appiglio d’emergenza ma in ogni caso eventuale. Al loro posto, il tempo è scandito dalle Cattedrali (bella la descrizione di quella di Burgos e le leggende che aleggiano nei pressi di quella di Leòn) e la socialità da bar, osterie ed ostelli. Non ci sono mediazioni per chi sceglie il Cammino. E’ un atto estremo e senza appello che incatena senza possibilità di fuga, rende schiavi di un progetto mobile e sempre nuovo, in cui tutto scorre con modalità identiche da secoli. Fino alla redenzione finale di Santiago. Quella che confonde tutto o schiarisce tutto.

Di questa pellicola ingiallita, Russo rappresenta lo schermo, il telo bianco che riceve le immagini e le proietta come il cervello fa con il sogno. E se un vizio c’è – e c’è – è la sfuggevolezza delle descrizioni, la velocità del viaggio. ma forse non è colpa dell’autore. Forse, semplicemente, è colpa dei giorni, del tempo che non si cristallizza adattandosi alle esigenze voluttuose di lettori taccagni di evocazioni. O, probabilmente, è un tiro birichino di Russo, pescatore sapiente che getta l’esca e lascia a noi pesce il gusto di approfondirne in sapore. Chiama Russo. Ci chiama a mollar tutto ed a partire. Ed a farlo non per un motivo, non per ascetismi o vani filosofeggiamenti. Solo, per il gusto di farlo. Per il cammino che è lì.

Natalino Russo, “Nel mezzo del Cammino di Santiago. In bicicletta verso Compostella tra viandanti e pellegrini”, Ediciclo 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Frullante
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∞ Storia di lotta, misteri e lacrimogeni ∞
di Roberta Paraggio

Radio Alice, come ogni sera stila il suo tragico bollettino di morti, feriti, attentati. Alessandro Bellezza la ascolta in macchina mentre va al lavoro. Una singolare professione inventata a bella posta per lui, quella di raccattare animali morti o feriti sulla statale che da Bologna va verso San Giovanni in Persiceto. Lavora di notte, dopo che la sua vita è andata a rotoli avendo scelto da che parte stare. Alessandro era un “chirurgo rosso”, uno di quelli che ha curato i compagni feriti. Fin tanto che la situazione gli è sfuggita di mano, quella mano tremante per il troppo alcol ingollato.

E’ il 1977, Bologna, lacrime, sangue e lacrimogeni segnano i tempi. Nelle sue peregrinazioni notturne, a caccia di bestioline da salvare e ricordi da scacciare, l’incontro che sconvolge tutto, il corpo di una donna che crede morta e che in realtà è solo gravemente ferita. E’ Francesca Mirri, poliziotta infiltrata in Ordine Nuovo, a caccia di un assassino ben camuffato nei meandri dell’insospettabile paesello. Il passato ritorna nella vita di Alessandro man mano che la memoria riaffiora alla mente di Francesca, storie troppo grandi, dolorose, misteri italiani mai risolti e apparenze ingannevoli.

Un’indagine complessa sullo sfondo della quale, la provincia sonnacchiosa e rubiconda diventa crogiolo di poteri occulti, il baretto di periferia crocevia per vecchie vendette e nuove trame eversive. “L’odore acido di quei giorni”, edito da Laurana, è un romanzo che sorprende per la perfetta amalgama di realtà storica recente e finzione narrativa, è insieme racconto di un’Italia più nera che misteriosa e romanzo giallo dai tempi perfetti e dai personaggi privi di sbavature spazio temporali.

L’epilogo è tragico, nella finzione narrativa e nella realtà storica. Bravo Grugni a raccontare l’epilogo di una speranza tramutata in minaccia che culmina in Piazza Maggiore nel marzo del ’77, i carrarmati inviati dal non ancora picconatore e poi “pluripremiato” e ipocritamente compianto Cossiga a calpestare ogni speranza. La fine di un’epoca che segna l’andazzo di un paese privo di memoria.

Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laurana 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Avete pagato caro… Non avete pagato. tutto!
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∞ Perseguitati ∞
di Angela Catrani

Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno fatto una operazione bella davvero. In lunghi anni di ricerca e con la collaborazione di tante persone hanno raccolto, in Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, lettere e diari di tanti ebrei perseguitati dalle leggi razziali italiane. Ne è venuto fuori un saggio che è quasi un romanzo, diviso in capitoli cronologici, dalle prime disposizioni razziali dell’estate del 1938 alla liberazione del 1945.

Un racconto organico con le voci dei perseguitati, prima assolutamente increduli e poi via via sempre più sconfortati, preoccupati, disperati.
Di ogni protagonista viene disposta in nota la vicenda, se ha avuto la ventura di salvarsi, e allora spontaneo giunge un sospiro di sollievo, oppure la tragica fine, e la commozione è ogni volta, per ogni persona uccisa.

Gli ebrei in Italia erano, come d’altronde in Germania, assolutamente integrati, i matrimoni cosiddetti misti erano frequenti e spesso e volentieri, prima delle leggi razziali, non si sapeva che la famiglia vicina di casa fosse ebrea, dato che a volte la conversione al cattolicesimo era pervenuta molti anni prima.

Nell’esauriente introduzione, necessaria per entrare appieno nelle vicende private raccontate, si spiega come le leggi del settembre del ’38 vennero precedute da infamanti campagne diffamatorie razziste a mezzo stampa contro gli ebrei, colpevoli, nel caso italiano, di “possedere” la cultura italiana. E infatti i primi a cadere sotto la scure fascista furono i professori universitari ebrei e gli insegnanti.

Questa idea di una “razza” intellettualmente superiore, idea pericolosamente falsata e deviante, ha permeato però tutto il pensiero successivo, fino a giungere, in positivo questa volta, ai nostri giorni, dove il compagno di scuola di famiglia ebraica deve essere bravo per forza, per forza è più brillante e dotato, non per una sua propria dote intellettiva, ma perché ebreo. Sono passati 65 anni ma ancora l’idea di “razza”, spesso nascostamente, invade la nostra cultura che pur si dichiara aperta e moderna, ancora l’uomo ha bisogno di confronti e di sapersi differente, come se l’Uomo non fosse organicamente e geneticamente uno.

Questo saggio aiuta a non dare per scontato le brutture che a volte si leggono sui giornali, i confronti razzisti tra “noi” e “loro”, dove a volte si confondono i “noi” e dove per lo più “loro” sono non ben identificati e raccolti nelle paure ataviche di persone ingenue dalla memoria troppo corta. Un saggio bellissimo, che racconta un’Italia che assomiglia in modo quasi drammatico a quella attuale, nelle corruzioni e nei buoni sentimenti, tra una Chiesa che non volle prendere nette posizioni e i tanti sacerdoti di piccole parrocchie che hanno rischiato la loro vita per salvare quella degli altri, tra la ricchezza di pochi e l’estrema indigenza di tutti gli altri.

Mario Avagliano, Marco Palmieri, “Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia”, Einaudi 2011
Giudizio: 4 / 5 – Da leggere
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Francesca Duranti, “Il diavolo alle calcagna”, Nottetempo 2011
IL SAGGIO: Francesca Forno, “La spesa a pizzo zero. Consumo critico e agricoltura libera, le nuove frontiere di lotta alla mafia”, Altraeconomia 2011
IL CLASSICO: Federico Garcia Lorca, “La casa di Fernanda Alba” q.e

CONTRO IL “MUOVISMO”, SI ALLE VACANZE ECOSOSTENIBILI
Massimo Acanfora, Silvia Leone, “Guida all’Italia eco-solidale. Turismo responsabile in 20 città”, Altraeconomia 2011
Federica Brunini, “Il piccolo libro verde del viaggio. 250 consigli ecosostenibili”, Morellini 2010
Andrea Poggi, “Viaggiare leggeri”, Terre di Mezzo, 2011
Angela Maria Serracchiolo, “Con le ali ai piedi. Nei luoghi di San Francesco e dell’Arcangelo Michele”, Terre di Mezzo 2010
Alessandro Berruti, Silvia Pochettino, “Turisti responsabili dalle Alpi alla Sicilia”, Terre di Mezzo 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Elisabeth Gilbert, “Mangia, prega, ama”, Rizzoli 2011
3. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Ernest Hemingway, “Il vecchio e il mare”, Mondadori 2000
Il 21 Luglio 1899 nasce lo scrittore statunitense Ernest Hemingway. Consigliamo il racconto “Il vecchio e il mare” dalla trama molto semplice e forse proprio per questo arriva dritta al cuore. Santiago è un vecchio pescatore cubano ormai abbandonato dalla buona sorte. Sono diventati ottantaquattro i giorni in cui non è riuscito a prendere alcun pesce. Manolo, il ragazzo che fin da bambino lo ha accompagnato in barca, a cui ha insegnato ogni cosa del mestiere di pescatore e nei confronti del quale nutre un profondo affetto, è stato costretto dai genitori a pescare su un’altra barca. Ormai tutti ritengono Santiago un vecchio privo di risorse colpito dalla sfortuna. Vive solo nella capanna del suo piccolo villaggio abbandonato da tutti, deluso e sfiduciato, come colpito da una maledizione. Manolo ricambia però il suo affetto e non manca di far capire a Santiago che preferirebbe pescare con lui. Manolo lo va a trovare tutte le volte che può; cerca di aiutarlo trasportando le lenze o la fiocina o la vela; gli procura le esche. E vederlo arrivare a mani vuote lo rende infinitamente triste e impotente.

Santiago prende nuovamente il mare da solo e questa volta un enorme pesce abbocca all’amo trascinando al largo la sua piccola barca. E’ una lotta molto dura quella tra Santiago e quel pesce spada lungo più di cinque metri; dura tre giorni e tre notti durante le quali il vecchio avrebbe tanto desiderato l’aiuto e il conforto di Manolo. Il pensiero del ragazzo lo accompagna sempre e gli da forza quando sta per cedere; ma c’è anche un altro uomo che lo aiuta in questo suo estenuante percorso e che ritiene un impareggiabile esempio. E’ l’italo-americano Joe Di Maggio, imbattibile capitano della squadra di baseball di New York. Grazie a loro e alla sua perseveranza, Santiago vince la lotta contro il “nobile” pesce. Ma la sua piccola odissea non è conclusa. Durante il viaggio di ritorno Santiago è costretto a fare i conti con gli squali che non vogliono mollare quella preda e che man mano gli strappano. Il vecchio riesce ad avere la meglio su quei pescecani, ma al suo rientro nel porto, del suo enorme pesce è ormai rimasta solo la testa e la lisca, quasi un simbolo di ciò che ha dovuto affrontare. Una vanificazione delle grandi speranze e di tutti gli sforzi? No, piuttosto un elogio della forza e della perseveranza, ma anche del rispetto per la natura e del risentimento per l’uccisione di un animale in fondo simile a lui, forte e solo.

Il linguaggio adottato da Hemingway è semplice anche se molte pagine contengono termini tecnici riguardanti la pesca che qualcuno potrebbe trovare noiosi. Diversi sono i temi che emergono in questo racconto. Prima di tutto l’amicizia e l’affetto tra il vecchio pescatore Santiago e la giovane leva Manolo; poi la solitudine, l’abbandono e lo sconforto di chi è ormai vecchio e quasi emarginato da tutti; infine la sconfitta in qualche episodio di vita, ma certamente non la sconfitta nella vita. Un libro per chi voglia trovare un brillante esempio di tenacia e caparbia; per chi voglia lottare e non avere rimpianti; per chi voglia ritrovare le forze e affrontare la vita con determinazione. Un racconto indimenticabile come gli occhi di Santiago che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

∞ Preparati, la nostra vita sarà un sogno eterno bagnato di poesia…∞

Tu, l'unico posto dove voglio essere...

La Massaia Pazza, 21 luglio 2011

“In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia” (M.V. Montalbàn)

C’è chi mi chiama massaia, c’è chi mi chiama signora. Io preferisco soltanto essere me stessa. Racchiudo i piccoli segreti delle arti del quotidiano, piccole ricette tradizionali, gemme per la Pasqua più colorata o per il Natale più accogliente, per un benvenuto alla primavera e per un riparo caldo contro i geloni invernali. Non sono in un solo posto, sono soltanto nella creatività di ognuno. Sono pazza perché non controllabile. Perché tingo di colore quella parte di vita che sembra sobria e un po’ stantia, ma che con un solo tocco puoi tramutare in arcobaleno. Sono nell’accoglienza calda di un uscio e nel rumore del ferro che batte. Sono nelle stagioni, nelle festa comandate e, ancora di più, in quelle che non lo sono. Sono nei bambini e li prenderò per mano, sono negli adulti. Sono pure gli adulti. Sono una massaia, ma non è detto che sia donna. Forse sono soltanto uno stereotipo, creato per tenere nascosta la sorpresa del mio vulcanico pensare. Benvenuti a tutti nella mia cucina, benvenuti nei miei spazi, benvenuti nel mio mondo. Che, a partire da oggi, è anche il vostro.
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Da quanto tempo non facevamo un bel dolce…presi dal caldo e dalla voglia di cose fresche ci eravamo distratti, ma eccoci qui, pronti a correre ai ripari, con un dolce meravigliosamente meraviglioso…e non vi lamentate che fa caldo…ne vale davvero la pena!

Ricetta della settimana
CANNOLI
Ingredienti per l’impasto: 350 gr di farina 00, 30 gr di burro, 30 gr di zucchero, 1 uovo, vino bianco frizzante per impastare.
Per il ripieno: 500gr di ricotta, zucchero q.b., cioccolato fondente spezzettato, canditi, 1 bustina di vanillina, a piacere rosolio di cannella per aromatizzare.
Mettete la farina a fontana sulla spianatoia, aggiungete tutti gli ingredienti e aiutatevi con il vino bianco per impastare, otterrete un impasto abbastanza duro che lascerete riposare per 15 minuti. Se vi piace, aggiungete un pizzico di cannella per rendere l’impasto più scuro.
Dopo 15 minuti, prendete l’impasto, passatelo con la macchinetta per la pasta e fate delle sfoglie sottili (io la passo al n° 4), tagliate dei quadrati e avvolgeteli intorno alle apposite canne per i cannoli, vanno bene quelle che trovate al supermercato, in acciaio, ma, ancora meglio quelle di canna di fiume o bambù.
A questo punto, tuffate le canne in abbondante olio bollente, fatele dorare per bene, e, una volta cotte, sfilatele delicatamente dalla canna e continuate allo stesso modo fino alla fine dell’impasto.
Ora preparate il ripieno. Mettete la farina in una bacinella e passatela con lo sbattitore, in un pentolino, mettete lo zucchero (circa 200 gr) e ricopritelo di acqua. Appena bolle, spegnete la fiamma e montatelo con il minipimer fino a quando diventa bianco come la glassa. Lasciatelo intiepidire a amalgsmatelo alla ricotta aiutandovi sempre con lo sbattitore, aggiungete poi, mescolando con la frusta a mano, il cioccolato e i canditi.
Aromatizzate con la vanillina e se lo preferite con il rosolio di cannella, e con il sac a poche riempite i cannoli.
Buon impasto a tutti!

Lo ammetto, quando arriva l’estate l’uncinetto diventa una specie di mania, non riesco a smettere. Dal sacchetto, agli orecchini, fino alla borsa, tutto mi sembra uncinettabile!
Questa settimana per voi il modello di una borsa che sto ancora ultimando, ma che vi consiglio di provare.
La misura dipenderà dal cotone che userete e anche dall’uncinetto, io ho scelto il n°5 e un cotone abbastanza spesso, inoltre, ho aggiunto altri 2 giri a maglia bassissima prima di iniziare i manici.
Affilate gli uncinetti…
BORSETTA UNCINETTOSA
Seguite lo schema che vedete a lato (cliccate sulla foto per ingrandire), sono tutte maglie alte e catenelle, semplice no?

La Massaia nella sua libreria ha aggiunto: Antonio Cafiero, Sorrento e le sue delizie, Di Mauro 2009

Il lunedì a mezzogiorno (oggi mercoledì). Frasi di verità dalla letteratura internazionale

Amore mio,
sto aspettando di morire in una fredda stanza, e solo adesso posso scriverti. Mi hanno tolto ogni cosa, ma non prenderanno mai i miei pensieri e sentimenti. Non voglio la loro pietà o il loro perdono, perché mi basta sapere che tu mi credi. Voglio che tu cresca bene la nostra bambina e che le dica, quando sarà una ragazza, chi era il suo papà e perché è morto. Stanno arrivando… Devo andare… Con Amore.

(Carlo Giuliani, Natale 1995)

Macondo, 16 luglio 2011

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Essere bambina, in Cina ∞
di Roberta Paraggio

C’è una metà dimenticata nella laboriosa e affollatissima Cina, maltrattata, abbandonata e senza voce in capitolo; c’è Xinran, una giornalista, autrice di questo “Le figlie perdute della Cina” (Longanesi 2011, caso editoriale in tutto il mondo), madre e donna che con crudezza e commozione cerca di rendergli giustizia, di ridargli la parola negata da secoli di ignoranza, povertà e credenze popolari.

In Cina, un sistema economico cristallizzato e arretrato, che non è riuscito a far fronte al boom economico, se non con leggi re
strittive in materia di controllo delle nascite, ha creato un’implosione sospetta delle nascite femminili. Neonate che scompaiono, famiglie che si allontanano dai propri villaggi per far nascere i propri figli altrove, con la speranza che siano maschi, che procurino forza lavoro, terra e pane.
Ci sono i dati sconvolgenti in questo libro, ma restano lì a far asettica statistica, quello che fa tremare sono le storie e le immagini che sembrano risalire ad altre epoche, a povertà dimenticate e superate,che come un getto gelato ci lasciano allibiti, nel presente, nel qui e adesso che è invece la crudeltà contemporanea.

Un piedino di neonata sporge da un secchio pieno d’acqua sporca e rifiuti di cibo, si muove ancora, piccolissimo e disperato, appartiene ad una bambina, ad una femmina che non lo userà mai per camminare, non può vivere, non avrà di che mangiare, sulla sua famiglia scenderà la vergogna, un velo impietoso di dolore che va celato, in attesa che nasca il maschio, quello che accenderà l’incenso agli dei nel tempio.
Storie di madri, di donne straziate, di padri solitari che abbandonano le proprie figlie in stazioni notturne e traboccanti,con la speranza che qualcuno le adotti, di ragazze madri travolte dall’ignoranza mescolata all’improvvisa occidentalizzazione dei costumi sessuali. Una società che si scontra sul doppio binario generazionale dei padri ancorati ai vecchi costumi e dei figli con un piede in una modernità che è solo scenografica.
La legge proibisce gli aborti selettivi e allo stesso tempo, lo Stato rilascia “certificati d’onore per genitori di figlio unico”, in nome di una contraddizione che inevitabilmente porta al reiterato sterminio selettivo che non risparmia nessuno, dalle studentesse ragazze madri alle contadine, fino alle professioniste affermate.

Sterminio può suonare forte come termine, può riecheggiare orrori su cui si spendono ogni anno lacrime di giustissimo pentimento, ma le cifre sono chiare e terribili, 120 mila bambine adottate alla fine del 2007, dati impossibili su quelle gettate, soppresse, strangolate dallo stesso cordone materno che diventa carnefice. Dunque, come si può utilizzare un termine diverso?

Ma Xinran, ha fatto di più che ascoltare le madri anonime, ha fondato l’associazione benefica The Mothers’ Bridge of Love, che si occupa dei bambini cinesi in difficoltà, in collaborazione con chi, in altri paesi ha adottato queste figlie della Cina, che vivono divise tra l’affetto della nuova famiglia e lo spaesamento di non sapere perché sono state abbandonate, con la speranza forse di ritrovarsi un giorno, di riabbracciare quelle madri che hanno lineamenti comuni, per stringersi e asciugare quegli occhi a mandorla che non hanno mai smesso di piangere.

Xinran, “Le figlie perdute della Cina”, Longanesi 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Agghiacciante
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∞ Fedele alla linea ∞
di Piero Ferrante

“E’ un paese che non può lasciarti indifferente, qualsiasi rapporto tu abbia avuto con lui, che lo ami o che lo odi”. L’Unione Sovietica ammirata attraverso gli occhi del filosofo e scrittore rumeno Vasile Ernu è racchiusa in questa citazione che apre “Nato in Urss”, diario di bordo attraverso un mondo che non c’è più, editato dalla casa editrice Hacca a novembre dell’anno passato.

Immaginate di calpestare selciati scomparsi, percorrere strade inghiottite dal tempo tenendo per mano soltanto la corporeità di un ricordo. Immaginate di rivivere, goccia a goccia, le sensazioni infantili, sforzandovi di assumere le pose di allora, di leggere con le emozioni di bambino ed il linguaggio da adulto. Immaginate il mondo spaccato in due. Questo è l’assioma di Ernu. Non giudizievole e risolutivo, solo descrittivo. Perché, con un tono da comunista mai pentito, gli spetta parlare inevitabilmente di quel mondo fermatosi d’improvviso non all’impatto contro un muro, ma di fronte al suo crollo; dell’Atlantide dell’ideologia che è stata la terra del Soviet, la grande repubblica delle repubbliche socialiste, la terra della speranza alternativa, “il più grande progetto politico-utopico della modernità”.

Ernu non è uno storico, non ne maneggia gli strumenti. Per questo “Nato in Urss” non è altro che una strampalata, sentimentale, ironica accozzaglia di soggetti ed elementi, di eroi e paesaggi. E’ comparabile ad una bancarella di cianfrusaglie, di quelle polacche, strabordante di cimeli, gonfia di Zorki dalla vita infinita, cipolle da tasca con l’effige di Lenin, bottoni artefatti dei cappotti dell’Armata Rossa. Patacconi tanto goffi da finire per essere ricoperti da una patina di poetica dignità che li assurge al rango di ricordi. Il materiale che espone Ernu è quello d’uso comune, proletario e non. Alcool, sesso, barzellette, case, letteratura, giochi. Persino la tualet sovietica trova parole per essere attualizzata e spiegata agli occhi pochi fantasiosi dell’Occidente capitalista, diventando il locus privilegiato dell’artista alla ricerca dell’intimità nel caos della komunalka.

Ogni tema è un racconto (in tutto 53), ogni racconto un contenitore, ogni contenitore un viaggio. Ernu, nel suo approccio scanzonato, pure rende la quotidianità della Rivoluzione bolscevica un cammino epico e trionfale. Quando la cucina era luogo di socialità, Lenin un compagno di tutti, il bere l’essenza stessa del comunismo (“Costruire il comunismo senza alcool è come fare il capitalismo senza pubblicità”), ed anche nell’atto supremo di una cacca occorreva assumere “la posa dell’aquila”. In questo sforzo letterario insolito e sfizioso, il filosofo rumeno riesce a donare una nuova immagine all’Urss. Nei suoi spruzzi giocosi e fieri di quotidianità, il Gigante dai piedi di ferro non è soltanto il mentore della pianificazione quinquennale, dell’industrializzazione forzata, della corsa all’armamento, ma la casa comune di un popolo orgoglioso e creativo, dedito alla causa del Partito ma ancora capace di darci dentro con i lampi di genio.

Quel che ne risulta è l’agiografia di un Santo rosso e potente, capace di miracoli laici e produttivi e di scatti d’impeto. E come in ogni agiografia, quel che conta è lo stile accattivante, il guinzaglio retorico, l’affabulazione golosa, che Ernu maneggia in pieno. “Leggete, invidiate, sono cittadino dell’Unione Sovietica”

Vasile Ernu, “Nato in Urss”, Hacca 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Dorogoi Tovarišči!
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∞ Die hard: Satana duro a morire ∞
di Angela Catrani

La figura di Satana, quasi assente nell’Antico Testamento se non come emissario di un Dio supremamente buono e supremamente cattivo e dispotico, diventa necessaria nel Nuovo Testamento come avversario perfetto di Gesù Cristo, nella visione quasi manichea di un Dio buono contro un demone cattivo, il diavolo appunto.

Dalle ultime vicende narrate nell’Antico Testamento ai primi Vangeli trascorrono quasi tre secoli, tre secoli bui, di dominazione straniera per gli ebrei palestinesi, una dominazione che non impediva il culto ma limitava di fatto la libertà, in cui i Romani rappresentavano tutto ciò che era male, per i costumi sicuramente più liberi di quelli dei giudei dei primi secoli a.C. e per il modo di fare supponente dei dominatori, che ritenevano i conquistati dei barbari, chiunque essi fossero.

Da questa prigione della mente oltre che fisica nacquero delle sette millenaristiche e apocalittiche, in cui la figura dell’Angelo maledetto, dell’Oppositore (così significa la radice ebraica stn, da cui Satana) assurge a elemento dominante contrapposto a un Dio di infinita bontà.

Gesù Cristo molto probabilmente, almeno dai documenti emersi dai rotoli ritrovati a Qumran, faceva capo a una di queste sette, gli Esseni, che ritenendosi superiori ai giudei, li criticavano aspramente. Da qui, dalla fiera contrapposizione di Gesù al capo di tutti i demoni dell’Inferno, che sconfigge risorgendo da morte, nacque la figura del Diavolo, che ha dominato incontrastato per duemila anni.

Georges Minois, nella sua breve ma esaustiva Piccola storia del diavolo ripercorre l’evoluzione che ebbe Satana dai primi secoli dopo Cristo fino ai nostri giorni, in cui il mito del diavolo viene ripreso in contrapposizione ai costumi correnti soprattutto dagli adolescenti, nella musica Heavy Metal e in un certo tipo di filmologia o letteratura.

Ma può ancora il diavolo fare presa nella coscienza oggi? Ancora ne abbiamo paura? Satana rappresenta, nel nostro immaginario, il Male, quel sentimento che sporca i nostri pensieri, come l’invidia, o la perfidia, o il sospetto, ed è sicuramente più facile attribuirlo ad altro fuori di noi, in una giustificazione dei nostri comportamenti dettati solo dal “diavolo che ci tenta”.

La Chiesa, oggi, pur non potendo rinnegare il diavolo (anche se non è dogma credere nel diavolo dato che sarebbe teologicamente impossibile), pure è molto attenta a non palesarlo, a non parlarne, cercando nei comportamenti malvagi e malati degli uomini anche l’aiuto della psicologia e della medicina.


Eppure resta nell’immaginario collettivo la paura del diavolo, che è anche attrazione, proprio perché è negazione e tabù. Probabilmente, se riuscissimo a razionalizzare i nostri comportamenti e i nostri sentimenti e ridurli all’umano sentire, che è fatto di bene e di male, riusciremmo una volta per tutte a non avere più paura del diavolo, e nemmeno del lupo cattivo.

Georges Minois, “Piccola storia del diavolo”, il Mulino 1999
Giudizio: 3 / 5 – Didattico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Paolo Grugni, “L’odore acido di quei giorni”, Laureana 2011
IL SAGGIO: Adriano Labbucci, “Camminare, una rivoluzione”, Donzelli 2011
IL CLASSICO: Salman Rushdie, “I figli della mezzanotte”, q.e.

L’HAI UCCISO TU, COL TUO SASSO. DIECI ANNI DOPO CARLO
Giuliano Giuliani, Haidi Giuliani, Antonella Marrone, “Un anno senza Carlo”, Dalai 2002
Simona Orlandi, “Carlo Giuliani. Anche se voi vi credete assolti”, Aliberti 2006
Paola Staccioli, “Per sempre ragazzo. Racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani”, Tropea 2011

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Susanna Tamaro, “Per sempre”, Giunti 2011
2. Carlos Ruiz Zafon, “L’ombra del vento”, Mondadori 2008
3. Geronimo Stilton, “Vacanze per tutti”, Piemme 2008

LIBRI… IN EQUILIBRI
di Libreria Equilibri
Laura Esquivel, “Dolce come il cioccolato”, Garzanti 2008
La cucina fa parte delle magnifiche arti a cui l’umana specie ha la fortuna di accedere. E la cucina di Tita, sensuale protagonista del romanzo della Esquivel, è un’arte a tutti gli effetti e tra le più raffinate. Le sue ricette – grazie all’utilizzo di ingredienti ricercati e all’alchimia della loro unione – sono l’espressione più alta della passione nei confronti dell’uomo che le è stato negato.

La medesima metaforica passione che Tita manifesta nei confronti della magia dell’Esistenza tutta. Tita e Pedro si amano già da adolescenti ma, a causa delle regole sociali alle quali ancora agli inizi del secolo scorso le donne messicane erano sottoposte, a Tita non è concessa la possibilità di sposarlo. Pedro, pertanto, acconsentirà a sposare la sorella maggiore con il segreto intento di continuare a vedere la sua giovane amata. È nella consacrazione alla cucina, con la messa in opera di ricette intriganti e ricche di quegli ingredienti piccanti che danno l’accento ai sapori, attraverso un rito dal gusto magico, con l’aiuto di tecniche alchemiche che hanno il potere di cambiare i destini delle persone, che Tita riuscirà a raggiungere l’amato con tutta la sua sensuale dedizione. Ogni mese una ricetta nuova ed appetitosa andrà ad alimentare una passione calda e vergine, fino a culminare in un amore impetuoso impossibile da tenere a bada. Tita e Pedro iniziano così ad amarsi in clandestinità, mentre tutto intorno a loro nel corso degli anni si trasforma, tutto tranne la loro passione che, al pari delle ricette culinarie di Tita, rinnoverà puntualmente un appetito atavico e senza fine.

È il Messico delle rivoluzioni, delle tradizioni che cambiano perchè in continua trasformazione, di decadenti atmosfere borghesi che somigliano sempre più a quadri vuoti dalla cornice pomposa. È il Sud America impregnato di odori seducenti e di immagini surreali, di fantasmi che tornano a vagare nelle stanze in cui hanno vissuto vite falsate, quel continente caldo e trepidante dove tutto viene consumato attraverso una passione estrema e sensuale, fatta di fuoco.E sarà proprio il fuoco, che mai si era spento tra i due amanti, che renderà immortale il loro amore, proprio quando il destino sembra concedere loro una chance di vita. Un fuoco che nel cancellare il teatro di un’intera epoca di ingiustizie e spreco di sentimenti veri, dove gli uomini e le donne erano costretti a recitare parti assegnate loro da un destino crudele, spesso manipolato da esseri umani altrettanto crudeli, andrà a bonificare il palcoscenico di tanta passione in cattività, trasformandolo nel più fertile terreno di vita. La vita appassionata di Tita, donna dolce e forte che ha saputo canalizzare la sua passione attraverso il magico connubio di cibo e amore, che non smetterà mai di esistere nei nostri cuori con quella innata gioia di vivere che emana aromi e sapori inebrianti, sollecitando il senso più lusinghevole che possediamo: il gusto.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com

Macondo, Stato Quotidiano

∞…distinguer nei sogni il falso dal vero…∞

Lavello (PZ), luglio 2011

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