Macondo 9 aprile 2011

∞ In mammese si dice così ∞
di Roberta Paraggio

Bruno Osimo fa il traduttore, dà voce e sfumatura alle parole altrui. Ne dipana il mistero, quando arrivano al suo sguardo attento. Scandisce fonemi altrimenti astrusi. Meticoloso e timido, nevrotico ed empatico, Bruno Osimo, l’autore del “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, testo edito dalla Marcos y Marcos, è un geniale narratore di disarmonie affettive e familiari.
Abituato sin da bambino a tradurre dal mammese tamponico, un linguaggio del tutto intimo e domestico che usa le parole come scudo contro le brutture della realtà, generando al tempo stesso paure e dipendenze, il povero Bruno, bambino diversamente figlio, ha fatto della traduzione il senso unico della propria vita, il modo di relazionarsi al mondo che non ha saputo interpretarlo e che adesso lui cataloga in parole e adattamenti. Non più il mammese attenuato, ma parole piene; non più interpretazioni falsate e filtrate del mondo, ma una serie di racconti divertiti che formano questo ironico dizionario, composto dal Bruno-Osimo-adulto che guarda il Bruno-Osimo-bambino timido e solo, provetto agente segreto affetto da un incolmabile bisogno di certezze affettive, di amore senza attenuazioni.

Le parole scelte e tradotte, da papà a maschi, fino ad abbandono e clandestino, sono un pretesto per ricostruire la storia della sua famiglia di ebrei atipici, di parenti emigrati e nonne affettuose, di ricette paterne che affogano nell’olio e vacanze in montagna, di calzini mai rammendati e mutande smollate.

Pungente e a volte caustico, il suo sguardo senza filtro se non affettivo minimo, è quello di chi paga le conseguenze di essersi sentito fuori luogo per tutta la vita, in una bambagia stranamente pungente ed inospitale, che stringe ma non avvolge, spettatore delle cose taciute e mai spiegate e adesso compilatore pignolo di uno screening della vita di figlio fardello.

Ha aperto i libri e gli occhi Bruno, ha cercato nella lingua ebraica un posto dove mettere radici, un luogo che sia di pace con sè, dove le parole significano esattamente ciò che sono e non ciò che sembrano; ha fatto scendere sua madre dal piedistallo lucente di eroina dell’abnegazione, le ha fatto a distanza un ritratto impietoso, lasciando aperto quel piccolo spioncino chiamato comprensione; ha incasellato i personaggi rendendoli innocui, ha sedimentato il mammese ma lo ha aggirato, fino a lasciarlo in un angolo, utile ai ricordi privi di commozione e alla narrazione oramai divertita e affettiva.
Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Meticoloso
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∞ Tutta la notte che c’è ∞
di Piero Ferrante

Tutte le favole e tutte le fiabe incominciano con “C’era una volta”. Ed anche “Accendi la notte” (Gallucci 2011), incomincia con “C’era una volta”. E davvero c’era una volta “questo bambino non ancora grande non più piccino” cui non piacevano la notte ed il buio. C’era fin tanto che incontra Buia, una bambina che lo prende per mano e lo porta nei sogni più sogni. Nella notte di gioia e di giochi, nella notte che non conosce le paure e che vince i timori. C’era soltanto, per lui, una notte diversa. Una notte insicura, attenuata nella convinzione di doverla vincere con l’artificialità di quattro mura e con lo spaventapasseri elettrico delle lampade e dei lampadari, di luci e di lucine, di torce e di lumini.

Una notte meno notte. Una notte addirittura senza notte, con le stelle spente dagli interruttori domestici. Una notte solitaria ed infelice. Una notte in cui i bambini vivevano la loro vita senza paura, sotto il cielo degli astri ed inondati dal buio e non dal sole. Tutti i bambini, ma non quel bambino. E quel bambino non più bambino e non ancora ragazzo avrebbe voluto star con loro, giocare con loro, correre con loro, saltare con loro. Ma ad imprigionarlo era la luce, il suo rassicurante calore, la certezza delle cose che si possono vedere e toccare senza chiedersi cosa fosse. Era la luce ad inchiodarlo alla croce della sua solitudine. Fino all’arrivo di Buia: occhi di notte, capelli corvini, vesti e scarpe di buio. Nera come solo la notte sa essere nera.

E’ lei a prenderlo senza indugi. E senza indugi gli fa vincere le resistenze, spegnendo le lampade ed accendendogli le stelle, chiudendo le persiane fanciullesche sul presente ed spalancando le finestre verso l’orizzonte infinito del domani, dove non tutto è come pareva, scuro e spaventevole come un mostro d’inchiostro che ostruisce la vista, ma sono grilli e luna e stelle. E giochi diversi e rassicuranti, carezzevoli come una piuma che sfiora le gote.

Un delicatissimo Ray Bradbury, quello di “Accendi la Notte”, nell’unica sua prestazione da Gianni Rodari d’oltremanica; cantore di lode alla speranza, tenore d’un Osanna altissimo che perfora l’aspettativa e si adagia nella sorpresa. Una bella favola dei nostri giorni, che aiuta a ritrovare il piccolo senso nelle cose terrene, scevra di furori antimodernisti ma comunque fuori dai canoni. Morale si, ma non moraleggiante.
Ray Bradbury, Accendi la notte, Gallucci 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Alza lo sguardo e guarda le stelle
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino-Fandango 2011
IL SAGGIO: Giuse Alemanno-Fulvio Colucci, “Invisibili”, Kurumuny 2011
IL CLASSICO: Roland Barthes, “La camera chiara”, q.e.

AVEVI GIURATO DI NON AVERE UN’ARMA. PREGHIERA DI CARTA ED INCHIOSTRO PER KURT
Richard Steep, “Kurt Cobin. Breviario”, Blues Brothers 2011
Charles Cross, “Cobain. Più pesante del cielo”, Arcana 2010
Kurt Cobain, “Diari”, Mondadori 2004

I LIBRI PIU’ VENDUTI DALLA LIBRERIA EQUILIBRI
1. Roberto Saviano, “Vieni via con me”, Feltrinelli 2011
2. Margaret Mazzantini, “Nessuno si salva da solo”, Mondadori 2011
3. Marco Demarco, “Terronismo”, Rizzoli 2011

LIBRO… IN EQUILIBRIO
Emmanuel Carrere, “Facciamo un gioco”, Einaudi 2004
di Libreria Equilibri

“Non ricordo di aver provato il benché minimo senso d’inquietudine, nel comporre queste pagine: mi sembrava un’ idea irresistibile, e soprattutto perfettamente innocente.”
Questa la frase che mi ha colpita maggiormente in questo libro e che si trova nella nota finale dell’autore. Perché mi ha colpita? Perché mi ha fatto riflettere sul significato di “innocenza”, così sono andata a cercare sul dizionario il suo significato e ho trovato queste parole:
INNOCENZA: 1. Condizione morale e giuridica di chi non ha fatto del male a nessuno ed è quindi senza colpa; 2. Condizione spirituale di chi è ignaro del male, senza peccato; 3. Semplicità d’animo, ingenuità.

Perché questa premessa? Forse per scusarmi della scelta di questo libro che per genere e per gusti non ha nulla di “innocente”, almeno secondo la mia opinione, dato che si tratta di un libro della categoria “erotico”, ma non è la mancanza di innocenza in sé dell’erotismo che voglio recensire, ma bensì la mancanza di “innocenza” che c’è nella pianificazione e nelle parole. Guardando in modo obiettivo al genere letterario, sicuramente occorre una certa predisposizione mentale e perché no anche un po’ morale per poterlo leggere senza tante “seghe mentali” (giusto per restare in tema), mettendo da parte il mero aspetto fisico della questione, indiscutibilmente c’è chi ne trae piacere da questo tipo di lettura, così come è riportato da alcune testimonianze riportate dall’autore nella sua nota finale, in cui trascrive mail ricevute in seguito alla lettura del racconto, ora Carrere consensi o no ha aperto una polemica e di ciò ne era pienamente consapevole, dunque non vedo dove sta l’ “innocenza di composizione” da lui menzionata, la scrittura ha una forza non indifferente, e come dice una famosa canzone “ciò che è scritto può ferire per morire” ora qui non c’è caso di morte ma sicuramente c’è stata una pianificazione per “colpire” l’amata, nello specifico, ed i lettori nel quadro più generale.

“Facciamo un gioco” nasce come racconto pubblicato sulla rivista Le Monde “E’ una lettera per lei, una lettera così intima da poter finire in mano ai 600000 lettori di Le Monde”, così dice la quarta di copertina, ed effettivamente il tutto comincia con l’acquisto della rivista che “Lei” deve leggere durante il tragitto in treno per raggiungere lui, ed in questo tragitto, che lui ha calcolato meticolosamente, organizza questo esperimento di controllo a distanza, dove “ordina” passo passo tutto ciò che chi sta leggendo deve fare, in un accattivante gioco di seduzione in cui l’unica regola è non darsi regole.

Macondo – La città dei libri

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